By Carmelo | Aprile 30, 2009 - 3:43 pm - Categorie: comunicati stampa

                                                   COMUNICATO STAMPA

Pio La Torre, ucciso, insieme a Rosario Di Salvo,dalla mafia Il 30 aprile del 1982, rappresenta uno straordinario esempio di ciò che i comunisti hanno rappresentato nella storia della Sicilia e del paese ,la sua esperienza costituisce per noi  una ispirazione permanente.

La vita di Pio si identifica con la lotta per una Sicilia liberata dalla mafia, trasformata socialmente,isola di pace  nel Mediterraneo .

Giovanissimo è protagonista del movimento per la terra che fu un complesso moto di rinnovamento sociale, politico, culturale capace di investire settori diversi della realtà siciliana.

A questo impegno, come una intera generazione di militanti, paga un prezzo altissimo, di fronte all’attacco mafioso e alla repressione politica.

Viene arrestato per il tentativo di occupare un feudo a Bisacquino, rimane in carcere per circa un anno e mezzo, in prigione vive  la morte della madre e della nascita del primo figlio.

Il suo impegno dagli anni cinquanta agli anni settanta è intensissimo nel PCI siciliano ed in quello nazionale,nella società e nelle istituzioni. Storica rimane, la relazione di minoranza redatta insieme a Cesare Terranova, alla prima commissione antimafia.
All’inizio degli anni ’80 l’ultima sfida: tornare a dirigere il PCI siciliano, in una situazione difficilissima, mentre le istituzioni palermitane vengono colpite da un’ondata di delitti mafiosi e la Sicilia viene scelta come base per i missili americani “cruise”.

La Torre ricompone il quadro: mutamento delle coordinate geopolitiche legato all’intervento degli USA nel Mediterraneo, nuovi equilibri nei poteri economici legati all’emergere “dei cavalieri del lavoro”, riassetto delle classi dirigenti.

La risposta è un grande impegno con al centro la lotta per la pace, Comiso diventa il simbolo di un grande movimento.
La mano assassina , alla vigilia dell’anniversario della strage di Portella della Ginestra, rompe il filo di quell’impegno.

A distanza di quasi tre decenni ricordiamo Pio La Torre con orgoglio e cura, perché molto di quell’esperienza va studiato, perché sappiamo che difendere la storia dei comunisti e delle lotte delle classi subalterne è parte decisiva della battaglia per un futuro diverso.

Luca Cangemi
Segretario regionale PRC Sicilia
                                                                                                                                                     

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By Carmelo | Aprile 24, 2009 - 2:11 pm - Categorie: comunicati stampa, commemorazioni

25 APRILE. I COMUNISTI CI SARANNO E CANTERANNO BELLA CIAO!
Il Partito dei Comunisti Italiani e il Partito della Rifondazione Comunista, componenti della “Lista Anticapitalista”, comunicano la loro presenza alla manifestazione del 25 Aprile a Piazza Unione Europea, antistante il Municipio di Messina.
Il Pdci e il Prc ritengono essenziale la partecipazione alla manifestazione di tutti i comunisti, dei democratici e degli antifascisti, anche alla luce di quanto si apprende da alcuni siti on-line: una circolare interna del Ministero della Difesa vorrebbe impedire alle bande musicali di suonare “Bella Ciao” nel giorno della Liberazione.
Un ulteriore tentativo, da parte del Ministro La Russa, di estinguere l’anima e gli ideali della Resistenza che sono nervo portante della Carta Costituzionale.
Il Pdci e il Prc canteranno assieme e con spirito antifascista “Bella Ciao”!
Si comunica inoltre che la conferenza stampa di presentazione della “Lista Anticapitalista”, prevista per il 25 Aprile alle ore 11,30 nella “Sala Commissioni” di Palazzo Zanca, è rinviata di qualche giorno per sopravvenuti impegni dei due segretari regionali.

Per il Pdci Antonio Bertuccelli
Per il Prc Filippo Giunta
 

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Nella notte tra giovedì 16 Aprile e venerdì 17 mani ignote ed infami hanno strappato, bruciato ed esposto in una piazza frequentata da molti giovani (piazza Trento) le bandiere esposte nel balcone del nostro Circolo. Questo non è un atto isolato: segue una serie di attentati, intimidazioni, rappresaglie che nella Città del Longano vengono perpetuate per “normalizzare” la situazione politica e mettere nell’angolo “l’anomalia” di questo partito, comunista e frequentato da molti giovani, che, senza compromessi e sempre a testa alta, da alcuni anni a questa parte sta conducendo una seria e coerente, per alcuni fastidiosa, attività politica sul proprio territorio.  A tal proposito, riguardando le foto lugubri delle nostre bandiere, vorremmo rispondere agli autori ed ai mandanti di tali atti: non scenderemo mai al vostro barbaro livello. Se qualcuno vuol fare della politica cittadina una mega rissa tra opposte fazioni, rimarrà deluso: la nostra risposta sarà politica. Ad altri il compito di vigilare su questi atti di inciviltà. Circolo “Ottobre Rosso” Rifondazione Comunista- Barcellona Pozzo di Gotto 

Barcellona P.G.    20/04/09

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'A codda, ruppa ruppa, sappiamo bene dove va a finire, quindi non v'è bisogno di riportarlo in queste righe.

Posto che tutte queste situazioni non sposteranno mai un voto soprattutto in un paese come Barcellona Pozzo di Gotto, si suppone che tutti quelli che stanno nella zona siano venuti a conoscenza dell'affaire "Agrumi Gel vs Depuratore Comunale".
Come riportato sul quotidiano La Gazzetta del Sud in una serie di articoli a nome di Leonardo Orlando, «la società "Agrumi Gel" immette reflui di produzione, non depurati, in una vasca, con conseguente sversamento degli stessi nelle matrici ambientali circostanti, terreni, acque superficiali e sotterranee». Chi fosse interessato ad approfondire e non abbia il giornale sottomano potrà leggere più in dettaglio sul sito di Enrico Di Giacomo.
Ora, facile è gridare alla richiesta di dimissioni nei confronti di certi protagonisti della vicenda, e infatti grideremo (invano, probabilmente). Ancora più facile è controaccusare di politicizzazione di una banale vicenda di illegalità come le tante che giornalmente avvengono nel nostro ridente paesino di provincia.
Per questo motivo si rende necessaria una serie di puntualizzazioni:

  1. esistono reati e reati. Alcuni portano un lucro non legale ma senza arrecare danni alla collettività, altri necessariamente determinano un discapito per uno o più persone. Il reato di cui si parla qui fa senza dubbio parte della seconda categoria: al di là degli insopportabili miasmi descritti in chiusura dell'articolo, o dell'effetto sicuramente inquinante, non va sottovalutato lo sterminio dei batteri utilizzati nei processi chimici di depurazione fognaria, causato dall'acidità degli scarichi industriali;
  2. legale rappresentante dell'azienda è Salvatore Imbesi, che è anche consigliere comunale di maggioranza e presidente della Commissione consiliare affari generali di Palazzo Longano;
  3. esiste il serio pericolo che una persona in posizioni politicamente favorevoli e che abbia già dato prova di saper danneggiare i beni di pubblica utilità possa reiterare questo comportamento in altre forme.

Certo, queste non sono notizie che vanno a finire sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, né mostrano un'immagine positiva della città del Longano (per quanto la negatività stia non nella notizia in se ma in ciò che si trova all'origine, ovvero la pratica illegale). Possono tuttavia essere interpretate anche in modo ottimistico, per esempio considerando il fatto che certi fatti di cronaca a Barcellona sono segreti di Pulcinella da tempo immemore e si pensava che tali sarebbero rimasti in eterno: presenti ma non provati.
Adesso la notizia positiva è che qualcuno ha sollevato il coperchio, e un plauso sincero va a chi ha svolto indagini in tal senso. Speriamo che la cosa non si risolva gattopardianamente in un semplice cambio di nomi.
La notizia negativa, quella su cui vale la pena di soffermarsi e che dà anche il titolo a questo testo, è che disporre il sequestro di un'azienda comporta logicamente fermare la produzione, e quindi i lavori e i lavoratori. Sotto questo aspetto - ma più che altro per lasciar rispettare le consegne - è stato disposto un parziale dissequestro, il quale prevede il solo blocco delle attività che producono scorie. Qualcosa, dunque, di temporaneo, ed il rischio è che nelle pezze alla fine ci si ritrovi non solo (o non tanto?) chi ha tratto lucro dalla condotta illegale, ma chi si trova in condizioni di semplice operaio o impiegato e che a causa delle malefatte altrui rischia cassa integrazione, licenziamento o quant'altro.
Sarebbe auspicabile, pertanto, oltre ad un cambio dei vertici aziendali, una ripresa dei lavori a garantire da un lato la tranquillità dei lavoratori (a cui va il nostro sostegno morale) e dall'altro il rispetto nei confronti della collettività e della normativa contro l'inquinamento e in genere nei confronti di tutte le condizioni di concreta sicurezza ambientale (il tutto a carico di chi ha illegalmente tratto profitto).
Sarebbe auspicabile anche, da parte degli elettori di ieri e domani, una maggiore presa di coscienza

  • su quanto valga il proprio voto.
  • Su quali effetti abbia davvero, a lungo termine, votare chi promette un posto di lavoro o un avvicinamento o la luna ben sapendo che mira solo al proprio interesse anche a discapito di chi lo elegge.
  • Su quanto sia costato alla comunità in generale ma anche al singolo votante lo scherzetto del depuratore.
  • Su quanto possa essere efficace continuare la stessa strada, anno dopo anno, sapendola sbagliata ma anche sicura.
  • Su quale smacco potrebbe essere, una volta tanto, per chi da anni ci deruba, vedersi sottrarre la poltrona calda dall'incazzatura di gente che non ne può più di essere presa per i fondelli.

E spero una volta ancora che chiunque si trovi a leggere queste righe ci pensi su e si guardi allo specchio, dritto negli occhi, e gridi: IO VOGLIO VIVERE IN UNA CITTÀ NORMALE!

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http://sedicitesi.wordpress.com

sedicitesi@email.it

1. Il fallimento del capitalismo. La crisi economica mondiale a cui stiamo assistendo

mostra con ogni evidenza la natura strutturalmente fallace del capitalismo. La

crisi non è finanziaria, ma di sistema, perché la radice della sua scaturigine

(l’esplosione della bolla speculativa dei mutui subprime negli Stati Uniti

d’America) è una pratica di indebitamento di massa che ha causa

nell’impoverimento endemico della società nord-americana e quindi nella politica

di compressione salariale con cui, negli ultimi trent’anni, il capitalismo ha

tentato di estorcere il massimo del plusvalore e compensare la sovrapproduzione.

Nella natura sistemica e organica della crisi scorgiamo il fallimento del

capitalismo.

2. Il rischio di un’uscita da destra dalla crisi. Ciò non prefigura aprioristicamente

alcun esito. Il maturare di condizioni favorevoli al suo superamento è solo una

delle ipotesi in campo. Un’altra potrebbe essere, esattamente come accadde nel

1929, una drammatica svolta a destra, che avrebbe come inevitabili conseguenze

la costruzione e il consolidamento di regimi autoritari e reazionari che rispondono

alla crisi proponendo modelli di società chiuse, militarizzate, repressive, persino

illiberali sotto il profilo della costituzione formale. Esattamente ciò a cui il

governo Berlusconi sta rapidamente conducendo il nostro Paese: esautorando di

fatto le istituzioni democratiche, criminalizzando la povertà, istituzionalizzando il

razzismo, disprezzando e deprimendo la dialettica politica e il conflitto sociale.

3. La crisi amplifica la «questione giovanile». Da anni parliamo, anche in Italia, di

una macroscopica «questione giovanile», ad indicare che le giovani generazioni

sono tradizionalmente tra i soggetti più esposti alle politiche di ristrutturazione

neo-liberista. La crisi ne amplifica le proporzioni: quattro milioni e mezzo di

atipici, una disoccupazione giovanile che crescerà nei prossimi mesi fino a

sfiorare il 30% (il 35% al Sud), 400mila precari e 900mila lavoratori dell’industria –

in buona parte giovani – che rischiano il licenziamento. Intorno a queste cifre sta

il contesto sociale, segnato dall’emergenza abitativa e dall’esclusione dal ciclo

formativo – a causa di una violenta selezione di classe – di centinaia di migliaia di

giovani studenti.

4. Genere e cittadinanza. Declinazioni peculiari della questione giovanile sono la

contrazione drammatica dei diritti civili (organicamente connessi con quelli

sociali) e la condizione esasperata delle giovani donne. Esse, infatti, sono

coinvolte dalla crisi e dalle politiche neoliberiste in forme e modi devastanti, non

solo perché, in ragione della loro configurazione specifica, vengono sempre più

considerate lavoratori a rischio di improduttività, ma anche perché nel nostro

Paese si è riaperta un’autentica e preoccupante offensiva che vede come terreno

di scontro proprio il corpo femminile, ritenuto un mero contenitore del cui

destino debbono e possono decidere altri.

5. Gli errori della sinistra. A sinistra scontiamo l’inconsistenza del Partito

democratico (debole congenitamente, perché privo di qualunque afflato

riformatore e di qualunque ambizione a rappresentare le ragioni del mondo del

lavoro dipendente) e, ancora oggi, gli errori soggettivi dei partiti (a cominciare

dal nostro) che hanno concorso a costruire l’esperienza della Sinistra

l’Arcobaleno. In quella lista erano condensati tre limiti strutturali, che hanno

prodotto (insieme alla sconfitta di lungo periodo della sinistra sul piano della

capacità egemonica e di costruzione del consenso) la marginalizzazione delle

forze dell’alternativa: l’assenza di un programma chiaro e omogeneo,

l’individuazione di un simbolo privo di un ancoraggio ideale credibile, la

corresponsabilità rispetto alle politiche liberiste del governo Prodi.

6. Il nostro progetto. In controluce, da quegli errori emerge la linea politica sulla

quale investire. Dotare il partito di un programma politico lineare, preciso,

comprensibile, adeguato alla crisi e aderente alle richieste materiali dei

lavoratori e delle classi subalterne; proporre un progetto politico

identitariamente forte, ma non per questo autoreferenziale, che investa sulla

rifondazione di un pensiero e di una pratica comunista all’altezza dei tempi;

presentare, infine, un profilo politico di radicale autonomia dal Pd e dalle forze

moderate.

7. Ritematizzare il comunismo. Con il VII congresso nazionale abbiamo scelto di

rilanciare Rifondazione Comunista. Questo impegno – che, come giovani, abbiamo

contribuito a delineare in maniera decisiva – per noi ha significato due cose:

provare a riavviare un percorso di «riconnessione» con il nostro popolo e le sue

ragioni, riconquistando una utilità politica e sociale per la classe di riferimento; e

provare a rimettere a tema l’idea del comunismo e della trasformazione della

società capitalistica anche attraverso lo strumento del partito. Per noi il

comunismo è inscindibile dalla valorizzazione dell’autonomia del «soggetto della

trasformazione» (che è anche autonomia dei movimenti di massa attraverso cui

esso empiricamente si determina); è esso stesso il compimento di un’idea di

democrazia radicale che, per realizzarsi, ha bisogno della partecipazione diretta

dei soggetti e del rifiuto delle deleghe burocratiche, e dunque di un partito nuovo

(non di un nuovo partito), di una comunità politica non più oligarchica né

verticistica.

8. Una rivoluzione antropologica, a partire dai giovani. Per essere all’altezza di

questo compito è necessario un cambiamento radicale anche di natura

antropologica, soprattutto per quanto riguarda le giovani generazioni che –

anagraficamente – hanno la possibilità di determinare il corso degli eventi futuri.

Noi vorremmo proporre, nella teoria così come nei comportamenti concreti, una

nuova antropologia del giovane comunista, fondata su valori antitetici rispetto a

quelli dell’ideologia dominante: solidarietà, uguaglianza, libertà, emancipazione,

il valore della lotta e del conflitto, l’orgoglio di una cultura critica e di un

pensiero critico che metta in discussione la radice degli stili di vita della classe

dominante, votati al consumismo, all’individualismo, all’egoismo proprietario.

9. I Giovani Comunisti sono indispensabili. Per tutte queste ragioni necessitiamo di

una struttura giovanile comunista adeguata. Il nostro compito è ricostruirla, dopo

anni di lacerazioni interne, di endemico indebolimento della nostra presenza

organizzata, di scollamento progressivo tra il centro e i territori. Abbiamo subìto

anni di involuzione teorica (il cui apogeo è rappresentato dalla provocazione di

raffigurare sulla nuova tessera il crollo del Muro di Berlino) e di clamorosi errori

nella linea politica, spesso tesa a indirizzare l’organizzazione verso il suo

superamento e la sua diluizione in soggetti altri (dai Disobbedienti al Network).

Non casualmente, infine, abbiamo subìto una scissione (congegnata con inganno

in mesi in cui ufficialmente si negava ogni proposito scissionista) che ha coinvolto

una parte rilevantissima del gruppo dirigente centrale. Dobbiamo ripartire dalla

consapevolezza di questa difficoltà, confrontandoci con la realtà.

10.Autonomia e internità. Architrave del nostro progetto di rilancio è il binomio

«autonomia e internità» rispetto al partito. Crediamo profondamente

nell’autonomia dell’organizzazione in ordine alle pratiche politiche e alla ricerca

teorica, sospinti dall’esigenza di rifondare un’organizzazione comunista

all’altezza delle sfide che ci fronteggiano. L’autonomia è un bene prezioso, a

maggior ragione quando è capace di intrecciarsi con pratiche di democrazia

interna trasparenti e coinvolgenti, che ambiscano – sul terreno dei rapporti

interni – alla costruzione collegiale di un percorso condiviso. Al contempo, ci

sentiamo parte integrante di Rifondazione Comunista, scontiamo i suoi stessi

problemi e siamo mossi dalle medesime ambizioni. Per questo l’autonomia non

può trasformarsi in un feticcio e venire brandita, come è avvenuto negli anni

passati, come mezzo di costruzione di un corpo separato dal partito.

11.Svolta a sinistra. La svolta a sinistra di cui la nostra organizzazione ha bisogno

(giacché il paradosso del feticismo dell’autonomia negli anni scorsi ha coinciso

con la sostanziale subalternità dei Gc al corso governista di Rifondazione) si

sostanzia essenzialmente in questo: i Giovani Comunisti saranno l’organizzazione

della conflittualità sociale giovanile, l’organizzazione della lotta di classe delle

giovani generazioni. In questo senso rivendichiamo pienamente l’internità ai

movimenti altermondialisti che hanno trovato nelle manifestazioni di Genova del

luglio del 2001 il punto di più alto consenso. Non perché in quelle piazze avessimo

scorto la conferma della necessità di fuoriuscire dal Novecento e dall’alveo della

tradizione del movimento operaio, ma perché in quel contesto si dava un

movimento di trasformazione anti-liberista con una forte vocazione antisistemica.

In ogni Genova devono essere i comunisti, senza cedere

velleitariamente sovranità (indebolendo la stessa ragione d’essere di una forza

politica organizzata) ma costruendo con i movimenti di massa relazioni feconde,

fondate sulla valorizzazione delle forme dell’auto-organizzazione dei soggetti

sociali.

12.Organizzazione a vocazione sociale. Intendiamo i Giovani Comunisti impegnati,

come il partito, sulla strada del radicamento sociale. Per questo riteniamo

essenziale un profilo dell’organizzazione che metta al centro le pratiche sociali,

la ricostruzione di una rete di esperienze che, sul piano concreto, sviluppino la

nostra utilità: il mutualismo, le vertenze, la pratica dell’obiettivo, ma anche la

costruzione di un nuovo ruolo aggregativo sul piano culturale.

13.Rilanciare politicamente i Giovani Comunisti. La scissione non è stato un

incidente di percorso, ma l’esito voluto di un progetto politico di involuzione

moderata del gruppo dirigente ristretto dei Giovani Comunisti, la cui linea politica

(fondata sull’obiettivo di sciogliere l’organizzazione dentro contenitori altri) si è

dimostrata alla prova dei fatti fallimentare. Assunti la sussistenza e il

rafforzamento dei Giovani Comunisti come precondizione essenziale, intendiamo

rilanciare l’organizzazione sul piano politico, individuando – dentro un’agenda

politica fittissima – i terreni di intervento e di mobilitazioni prioritari: la difesa

del lavoro e della sua sicurezza, la lotta contro la disoccupazione e la precarietà,

la rivendicazione del diritto allo studio e di un sapere critico e alternativo

all’ideologia dominante, la lotta per i diritti civili, per la legalità democratica,

contro le mafie, una battaglia culturale di solidarietà internazionalista.

L’approccio che intendiamo praticare è scevro da qualunque presunzione di

autosufficienza e fondato sulla consapevolezza della centralità, anche allo scopo

della costruzione della nostra identità politica e sociale, del rapporto con i

movimenti di lotta e dell’investimento sulla loro autonomia.

14.Essere l’Onda, da comunisti. Particolare attenzione merita il movimento

studentesco e universitario, che in questi mesi – nell’incomprensione profonda

dell’intera sinistra – ha svolto un ruolo cruciale, soprattutto nel senso della sua

potenzialità classista e della sua attinenza ad un piano di significato strutturale,

dal momento che ad essere posta in questione dall’Onda è stata – non sempre

consapevolmente – la crisi economica e le sue conseguenze. Le istanze più

avanzate del movimento universitario lo hanno compreso. Non capirlo,

teorizzando che l’aspetto essenziale (nonché innovativo) di questi movimenti

fosse la critica teorica al capitalismo cognitivo e obliando così da un lato la

centralità oggettiva delle rivendicazioni materiali del diritto allo studio e

dall’altro la convergenza nella lotta di studenti e lavoratori della conoscenza, è

stata la causa della marginalizzazione della nostra organizzazione. Oggi possiamo

rimediare ai nostri errori, sconfiggendo le tendenze autoreferenziali alla depoliticizzazione

presenti nel movimento e investendo sulla ricostruzione di un

conflitto sociale generalizzato di cui il movimento studentesco e universitario sia

perno essenziale.

15.Sconfiggere l’anti-politica. La separazione tra la politica e le dinamiche materiali

della società e della vita quotidiana è all’origine della crisi di credibilità

dell’intero sistema politico che, tra le giovani generazioni, assume una portata

macroscopica. Sia perché le modificazioni profonde del sistema produttivo (la

frantumazione del ciclo produttivo, l’individualizzazione del rapporto tra capitale

e lavoro) hanno indebolito la «consapevolezza» di classe, sia perché, più

banalmente, le più grandi organizzazioni di massa della sinistra si sono

progressivamente rese autonome dalle istanze reali della società. Tutto questo in

un contesto di crisi di egemonia della cultura democratica e progressista.

Sconfiggere l’anti-politica significa per noi, quindi, ricostruire un ponte tra lotta

politica, conflitto sociale e vita quotidiana dei soggetti subalterni.

16.Rilanciare un’organizzazione forte e capillare. Proprio per questo – per

intrecciare con la resistenza sociale e i focolai del conflitto un legame virtuoso e,

a monte, per sollecitarne la diffusione – serve un’organizzazione presente, forte,

viva, radicata sul territorio. Lungi dall’appartenere soltanto al dominio pratico,

l’organizzazione è parte integrante della politica e dell’opera di costruzione del

consenso. In questo senso pensiamo ad un’organizzazione pesante, che si lasci

alle spalle l’ubriacatura ideologica (il partito leggero, d’élite, il partito dei club,

la rete) che ci ha esposto al deperimento drammatico della nostra struttura e che

investa scientificamente sul radicamento territoriale e sulla formazione culturale

e politica dei suoi quadri.

Simone Oggionni

coordinatore nazionale dei Giovani e Comunisti

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UN’ALTRA EUROPA E’ POSSIBILE. Il programma per le elezioni europee

Diamo vita ad una lista anticapitalista che unisce in una proposta politica per l’Europa il PRC, il PDCI, Socialismo 2000 e i Consumatori Uniti. Lo facciamo insieme ad esponenti della sinistra, del mondo del lavoro e sindacale, del movimento femminista e ambientalista, del movimento lgbtq e pacifista. La lista lavora per un’uscita dalla crisi fondata sulla democrazia economica, sulla giustizia sociale e sulla solidarietà.

Siamo di fronte ad una crisi di carattere sistemico , non solo economica e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica, ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi del capitalismo globalizzato.
Ci opponiamo all’Europa liberista e tecnocratica e al governo di “grande coalizione” composto da socialisti , popolari e liberaldemocratici europei che ha fin qui dettato l’agenda della costruzione dell’Unione. Lottiamo con i movimenti sociali e le forze politiche di trasformazione di tutto il continente per UN’ALTRA EUROPA.
Una lista che fa sue le ragioni di chi in questi anni e in questi mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro, per la giustizia sociale e contro la precarietà, per la libertà femminile, che si oppone al razzismo e all’offensiva oscurantista e clericale delle gerarchie ecclesiastiche. Che si batte per un intervento pubblico finalizzato alla riconversione sociale e ambientale dell’economia, per la redistribuzione del reddito, contro la guerra e per il disarmo. Siamo convinti che la questione morale abbia un valore universale, in Italia come in Europa. L’intreccio perverso tra politica e affari e l’uso clientelare delle risorse pubbliche sono fattori di degenerazione della democrazia, come intuì Enrico Berlinguer.
La lista appartiene interamente al campo del GUE-NGL, il Gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica che unisce partiti comunisti, anticapitalisti, socialisti di sinistra ed ecologisti e al cui interno si colloca il Partito della Sinistra Europea.
Le forze che danno vita alla lista si impegnano a continuare il coordinamento della loro iniziativa politica anche dopo le elezioni europee.
 
La crisi e come uscirne

Questa crisi non nasce per caso. E’ un prodotto strutturale dell’attuale  capitalismo finanziario-speculativo Questa crisi è figlia delle politiche neoliberiste dell’ultimo ventennio. Politiche alle quali un contributo determinante è stato dato da questa Unione Europea, fondata sul dominio degli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Politiche che hanno animato un capitalismo d’azzardo e che sono state rese possibili da un consenso fra governi di centro destra e centro sinistra, da una grande coalizione formata da liberali, popolari e socialisti europei che ha condiviso i principi liberisti e la demolizione dello stato sociale portata avanti in questi anni in nome della deregolamentazione e del primato della libera concorrenza sulla società.
Noi proponiamo una rifondazione dell’Europa.
L’Europa di Maastricht, dei Trattati  liberisti e a democratici come quello di Lisbona, della tecnocrazia e della subalternità alla NATO, è stata bocciata da referendum popolari in ogni paese dove si è votato.
Noi siamo in favore di un’Europa dei popoli, per un processo costituente democratico e sovrano, di un’Europa della pace e del disarmo.
Ci battiamo per cambiare le fondamenta di questa Europa.
Il Patto di stabilità va sostituito con un patto per la piena occupazione e la riconversione sociale ed ambientale dell’economia.
Va ridefinito lo statuto e la missione della Banca centrale , che va sottoposta ad un controllo democratico. Ci battiamo per la socializzazione del sistema finanziario e bancario, attraverso il controllo pubblico del credito e la nazionalizzazione delle banche. Siamo per la costruzione di uno stato sociale europeo. Il sistema fiscale europeo va armonizzato, fondandolo sul principio della progressività delle imposte
Le politiche economiche e sociali che sono la causa principale di questa crisi vanno rovesciate. Ci battiamo per ripubblicizzare quanto privatizzato, a partire dai beni comuni e dai servizi pubblici essenziali, come l’educazione e la conoscenza, la salute, l’acqua, l’energia. Ci battiamo per tassare i capitali speculativi, attraverso l’introduzione della Tobin Tax e l’abolizione dei paradisi fiscali.

Per un’ Europa  delle lavoratrici e dei lavoratori, della piena e buona occupazione

Ad oltre 15 anni dal Trattato di Maastricht,  le condizioni di vita e  lavorative della maggioranza della popolazione europea sono rapidamente peggiorate: orari di lavoro più lunghi, salari insufficienti, aumento della durata della vita lavorativa, aumento della disoccupazione giovanile e della disoccupazione a lungo termine, lavori brevi, impieghi temporanei e stage non retribuiti costituiscono una scandalosa realtà. Una realtà che in Italia produce la vergogna dell’aumento dei morti sul lavoro. I profitti sono aumentati vertiginosamente: i manager ricevono stipendi astronomici, indipendentemente dai loro risultati. I ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri.
Non sono i lavoratori e le lavoratrici a dover pagare la crisi,  mentre le banche e la finanza speculativa che l’hanno causata vengono salvate. La logica sottostante ai piani di intervento sin qui approvati sono la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. La politica dei bassi salari e del lavoro precario è il cuore del problema.
Quello che serve, in Europa, è un piano per la piena occupazione, attraverso la creazione di un fondo che sia finanziato attraverso la tassazione della speculazione finanziaria e della rendita.
L’attuale politica di bassi salari, il dumping ambientale e sociale e l’estensione della precarietà, vanno fermati. L’aumento di salari e pensioni è non solo doveroso per ridistribuire la ricchezza , ma essenziale , per uscire dalla crisi e per un nuovo modello economico.  Le sentenze della Corte Europea di Giustizia, cosi come la direttiva Bolkestein, costituiscono un  attacco diretto ai contratti collettivi e ai diritti dei lavoratori. Noi ci battiamo , in Italia e in Europa, per difendere e rafforzare i contratti collettivi ed i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Ci battiamo per l’abolizione della direttiva Bolkestein, della direttiva che estende l’orario di lavoro oltre le 65 ore settimanali e di quella per l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. I regolamenti sull’orario di lavoro devono ammettere un massimo di 40 ore settimanali. 
Chiediamo un salario minimo europeo per evitare il dumping sociale, che rappresenti almeno il 60% della media dei salari nazionali e che non sostituisca i contratti collettivi nazionali. 
Un reddito minimo per i disoccupati, così come una pensione minima vincolata al salario minimo e automaticamente legata all’aumento del costo della vita sono strumenti indispensabili per garantire una vita dignitosa a tutti e tutte.

Per un’ Europa della pace e del disarmo

Il mondo che viviamo assiste ad una corsa preoccupante e senza precedenti al riarmo.
Riarmo di tutti i tipi, incluso quello nucleare. In Italia, la legge 185 è sotto attacco e ci si appresta a spendere 14 miliardi di euro per 131 nuovi cacciabombardieri. Questa è l’eredità di dieci anni di guerre preventive e umanitarie, in cui si è applicata una politica dei due pesi e delle due misure e con cui si sono scientificamente scardinati i principi del diritto internazionale e il sistema della Nazioni Unite. La responsabilità di quanto accaduto non è solo di Bush e della stagione dei neoconservatori, ma anche della subalternità dell’Europa a questa politica di guerra. L’Europa deve diventare protagonista della ricostruzione di un nuovo equilibrio globale multipolare, attraverso il rilancio delle Nazioni Unite e dei principi della sua carta, per mettere fine alla lunga stagione dell’unilateralismo imperialistico degli USA, perseguito in maniera particolare dall’amministrazione Bush.
Come dimostra anche la recente tragedia di Gaza, l’Europa legata alla Nato non è capace di giocare un ruolo autonomo nella politica internazionale, al contrario, rimane prigioniera e complice di guerre e aggressioni.  Crediamo che invece l’Europa debba battersi per un processo globale di disarmo, liberando risorse oggi usate per gli armamenti e per finanziare le guerre a favore delle politiche sociali..
Le guerre e le occupazioni di Afghanistan ed Iraq devono terminare.
I paesi europei ancora coinvolti in questi paesi con proprie truppe devono ritirare i propri contingenti
Ci opponiamo ad ogni ipotesi di una nuova guerra nei confronti dell’Iran. l’Europa deve costruire una soluzione politico diplomatica al contenzioso sul nucleare, lavorando per un Medio Oriente ed un mediterraneo libero da armi di distruzione di massa e da quelle nucleari.
Vi è la necessità per l’Europa di rilanciare una cooperazione politico-economica che coinvolga l’intero Mediterraneo come area di sviluppo per il futuro prossimo.
Cosi attraverso un Mediterraneo, mare di pace e collaborazione, l’Europa deve aprire una relazione paritaria ed equa con i popoli africani in modo da dare una risposta positiva alle legittime aspettative e bisogni dei popoli europei, mediterranei ed africani.
Il Mediterraneo e l’Africa sono il futuro dell’Europa.

L’Europa lavori per la soluzione politica e diplomatica dei conflitti, a partire da quello mediorientale, e si impegni per il pieno riconoscimento del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e ad avere il suo stato, come previsto dalle risoluzioni internazionali disattese da Israele da decenni, nei confini del 67 e con Gerusalemme est come sua capitale. Per porre fine all’occupazione militare dei territori palestinesi e all’embargo su Gaza, alla continua annessione di territori attraverso la costruzione del Muro dell’apartheid e l’espansione delle colonie, l’Europa deve sospendere  gli accordi commerciali e di cooperazione militare con Israele. Inoltre, l’Europa non può che sostenere il diritto al ritorno sancito dalla risoluzione ONU 194 per i rifugiati palestinesi e lavorare per una sua applicazione.

L’Europa deve impegnarsi per.il diritto della popolazione Saharawi all’auto-determinazione sulla base delle esistenti Risoluzioni dell’ONU 1754 e 1783, cosi come alla soluzione politica della questione kurda, chiedendo alla Turchia di porre fine alla repressione militare e di avviare un reale processo negoziale.
Dopo la caduta dei due blocchi contrapposti Est-Ovest, la NATO è rimasta e si è sviluppata sempre di più come uno strumento funzionale delle amministrazioni statunitensi per le sue strategie egemoniche. L’allargamento della NATO ad Est risponde a questa logica.
Un esempio sono gli accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e diversi paesi europei, quale quello con l’Italia per la base militare statunitense di Vicenza, quello con la Polonia e la Repubblica Ceca per il dispie-gamento dei sistemi di difesa missilistici e quelli con la Bulgaria e la Romania sulle nuove basi. Siamo a fianco dei movimenti contro le nuove basi militari, a partire da Vicenza, e contro l’istallazione dello scudo missilistico nell’est europeo.
Crediamo che sia venuto il tempo per lo scioglimento della Nato. Ora più che mai, la sicurezza in Europa deve fondarsi sui principi della pace e la sicurezza, del disarmo e della impossibilità di effettuare attacchi offensivi, sulla soluzione politica e civile dei conflitti, all’interno del sistema OSCE, in conformità al diritto internazionale e ai principi di Nazioni Unite riformate e democratizzate.

Per un’Europa dell’ambiente, della sovranità alimentare e delle generazioni future

Per noi le questioni climatiche e sociali sono correlate. Per questo motivo l’attuale crisi finanziaria ed economica non può essere scissa dalle sfide poste dal cambiamento climatico e all’esigenza di modificare il nostro modello produttivo e consumistico. La risposta alla crisi è anche in un nuovo intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ecologica del sistema produttivo. La crisi ecologica determinata dal modello di sviluppo capitalistico rischia di minare il diritto delle generazioni future alla biodiversità e di poter usufruire delle risorse primarie e ambientali.
Siamo a favore di uno sviluppo immediato e consistente di un nuovo trattato internazionale in accordo con il 4° Report prodotto dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico. Chiediamo una piena implementazione degli obblighi firmati e promessi dall’UE in tutti i settori relativi alle politiche climatiche ed energetiche. I seguenti compromessi costituiscono i punti minimi da applicare per poter realizzare gli impegni già assunti:
• Ridurre le emissioni globali del 30% entro il 2020 sulla base dei livelli del 1990 e di alme-no l’80% entro il 2050.
• Aumentare l’utilizzo di energie rinnovabili di almeno il 25% entro 2020
• Ridurre il consumo totale di energia primaria del 25% entro il 2020 e aumentare l’efficienza energetica del 2% annualmente includendo un limite al consumo pro capite.
• Introdurre l’obbligo di efficienza per l’industria e per i produttori di beni ad alto consumo di energia.
• Limitare il quadro dei sussidi della UE conseguentemente al settore dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili.
Siamo contro la riduzione del protocollo di Kyoto ad un sistema di mercato delle quote di emissione. Occorre invece, per arrivare alla stipula di Kyoto 2 una nuova strategia complessiva che consenta di ridurre le emissioni rendendo più equo e sobrio lo sviluppo. E’ necessario un nuovo paradigma fondato non sulla competizione, ma sulla cooperazione, a partire dal trasferimento tecnologico ai paesi in via di sviluppo, dal finanziamento delle tecnologie pulite e dalle politiche di aggiustamento dei cambiamenti climatici.
L’acqua è un diritto fondamentale  dell’umanità,  un bene universale e l’accesso ad essa deve essere garantito ed inteso come diritto umano e non come una merce. Siamo contro ogni ipotesi di privatizzazione o mercificazione. L’acqua deve essere un bene pubblico.
La sovranità, la qualità e la sicurezza alimentari, la multifunzionalità dell’agricoltura devono essere considerati obiettivi strategici di un nuovo modello agricolo europeo finalizzato sempre di più alla tutela dei consumatori, alla valorizzazione dell’agricoltura biologica e dei prodotti tipici, al rifiuto degli OGM, alla salvaguardia della biodiversità, del territorio e del paesaggio, al contrasto del fenomeno di abbandono delle aree agricole e montane, al risparmio delle risorse idriche e al sostegno dello sviluppo rurale.

Per un’Europa dei diritti, delle libertà e della laicità

Uno dei grandi limiti della costruzione europea è stato il suo carattere ademocratico. Il sistema intergovernativo ha impedito qualsiasi partecipazione dal basso alla decisioni dell’Unione. Una separatezza che rischia di far crescere delusione e scetticismo.
E’ necessaria una Unione Europea nella quale tutte le sue istituzioni siano democraticamente legittimate.
Deve essere garantita la partecipazione diretta nei processi decisionali europei, con referendum a livello nazionale ed europeo sulle questioni relative alle pietre miliari della stessa UE. Il Parlamento deve avere pieno potere legislativo. Le istituzioni europee (Consiglio, Commissione e Parlamento) devono essere aperte alla partecipazione delle società civili, con la possibilità di esercitare un controllo sulle loro decisioni.
Vogliamo un rafforzamento dei diritti individuali e delle libertà così come dei i diritti politici e sociali fondamentali di tutti coloro  che vivono nell’UE. L’UE deve sottoscrivere la Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali.  L’Unione Europea deve proteggere e promuovere i diritti di coloro che sono discriminati a causa della loro origine etnica, orientamento sessuale e identità di genere, di religione, ideologica, disabili, di età,  rimuovendo tutti gli impedimenti  per una piena uguaglianza , ad iniziare da quelli economici.
Vogliamo un’ Europa cosmopolita e aperta. Non vogliamo un Europa fortezza. C’è bisogno di una politica comune europea sulle migrazioni e i richiedenti asilo in accordo con la Convenzione di Ginevra . Le persone che fuggono dalle persecuzioni a causa delle loro convinzioni politiche, ideologiche, religiose o dell’ orientamento sessuale, devono trovare protezione ed asilo in Europa. Chiediamo che le persecuzioni basate sul genere e l’orientamento sessuale costituiscano ragione per richiedere asilo e va garantita una protezione specifica per i bambini rifugiati. Per questo, rifiutiamo l’attuale sistema FRONTEX di controllo delle frontiere e chiediamo l’annullamento dei piani relativi alla realizzazione e implementazione della “Direttiva del Ritorno”. I centri di detenzione devono essere chiusi.
La libera circolazione in Europa non può essere solo dei capitali, delle merci e dei servizi, ma anche e soprattutto delle persone, considerando le migrazioni – interne ed esterne – come un diritto umano inalienabile e illimitabile, per la ricerca di migliori o comunque diverse condizioni di vita, di lavoro e di sviluppo personale, professionale e sociale, lottando contro ogni tipo di sfruttamento, di dumping sociale o di “guerra tra poveri”.
L’educazione è un diritto non mercificabile. Va difeso il carattere pubblico  e laico della scuola e dell’università, cosi come quello della ricerca culturale e scientifica , svincolata dalle logiche mercantili. Per questo va contrastato il processo di Bologna, che produce una progressiva privatizzazione del settore della conoscenza. Sosteniamo i movimenti studenteschi e degli insegnanti che, in Italia come nel resto d’Europa, sono mobilitati per difendere il carattere pubblico dell’educazione.
L’Unione Europea deve rispettare e garantire il principio di eguaglianza dei cittadini rispettando le loro differenze e diversità. Il diritto all’uguaglianza di genere nelle relazioni e alla libertà di orientamento sessuale, va garantito non solo in quanto diritto individuale , ma come una libertà , garantita e difesa dalle Istituzioni europee e dei singoli stati.

Tutte le istituzioni pubbliche devono garantire la libertà delle donne e  impegnarsi contro tutte le forme di patriarcato. Ogni donna, in ogni paese, deve poter decidere liberamente del proprio corpo, poter esercitare il diritto all’aborto, alla contraccezione, ad una maternità consapevole e all’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale.

Un’ Europa democratica e aperta è una Europa che afferma la laicità come valore irrinunciabile delle sue istituzioni pubbliche.

Un’altra Europa per un altro mondo

Questa crisi è una crisi globale, non solo europea. L’Europa può dare un contributo alla ridefinizione dei rapporti politici ed economici globali , contribuendo alla costruzione di un modello di sviluppo alternativo di relazioni fra i popoli e gi stati basato sulla giustizia, sulla solidarietà, e non sulla competizione.
Mentre in Europa prevale la paura e le destre cavalcano la xenofobia e il razzismo, alimentando la guerra fra poveri, nel mondo e in special modo nel continente latinoamericano, assistiamo ad una primavera della sinistra e della democrazia, ad una affermazione in tutto il continente, dal Brasile del presidente Lula al Venezuela di Chavez, passando per la Bolivia dell’indio Morales al Paraguay del teologo della Liberazione Lugo e all’Ecuador dell’economista Correa, solo per fare pochi esempi, di forze progressiste, comuniste, cattoliche di base e anti liberiste, che costituiscono un laboratorio per un’uscita da sinistra dalla crisi. L’Europa sappia istaurare un rapporto nuovo con questo laboratorio. Un laboratorio possibile anche grazie all’esperienza cubana, che subisce dal 1961 un blocco immorale e illegittimo da parte degli Stati Uniti, condannato quasi all’unanimità per 17 volte dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che, come già chiesto da tutti gli stati latinoamericani, con Lula in testa, va rimosso immediatamente.
Ciò che accade in America latina dimostra che cambiare è possibile e che lo sviluppo della democrazia costituisce per tutti i paesi del sub continente un valore irrinunciabile.
E’ in quel continente inoltre che più è cresciuto il movimento altermondialista e dei forum sociali, di cui siamo parte e di cui sosteniamo le rivendicazioni per una radicale riforma degli organismi sopranazionali, come l’FMI, la Banca Mondiale e l’OMC che hanno imposto le riforme strutturali e le condizioni per l’espansione di un sistema economico globale che ha aumentato disuguaglianze fra stati e all’interno di questi. Ci batteremo affinché  l’Europa cambi la natura e il merito degli accordi commerciali proposti con l’america latina come con il resto del mondo, specialmente l’Africa, in quanto ispirati a criteri neoliberali, asimmetrici ed iniqui di scambio e che produrranno solo altra ingiustizia e povertà.
Oggi più che mai torna attuale la questione di un nuovo paradigma per le nostre società. Il capitalismo mostra tutti i suoi limiti: sociali, ambientali, democratici. La domanda sul cosa, come e perché produrre rimette a tema per il futuro la questione del socialismo del XXI secolo.
Questi sono i punti programmatici, le idee e i valori che ci uniscono. Una unità sui contenuti che qualifica la nostra lista come l’unica proposta realmente di sinistra e di cambiamento in queste elezioni europee.
Il voto a questa lista è un voto contro la destra italiana e alternativo al PD. Il voto a questa lista  è un voto per un’altra Europa: dell’uguaglianza e del lavoro, della pace, della giustizia sociale ed ambientale, dei diritti e delle libertà.

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“Liberazione” promuove da oggi una campagna contro la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, per chiedere che i fondi destinati a quest’opera faraonica e pericolosa siano reinvestiti nella messa in sicurezza di quell’area ad altissimo rischio sismico. E’ una sfida che - se vinta - può contribuire a una svolta generale nella politica e nella cultura sociale ed urbanistica dell’Italia.
Mentre il Paese è mobilitato per portare soccorso alle popolazioni terremotate e ricostruire le case, i servizi e l’economia dell’Aquilano, dobbiamo fare tesoro della tragica lezione dando priorità agli investimenti per l’adeguamento antisismico degli edifici delle aree geologicamente più a rischio. E’ questa la vera emergenza sicurezza.
A pagina 8 pubblichiamo un appello già sottoscritto da un primo qualificato gruppo di intellettuali. Vi proponiamo di aderire via email all’indirizzo: strettonecessario@liberazione.it

16/04/2009

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Apprendiamo dei giornali che la stazione di Barcellona Pozzo di Gotto, come tutte quelle del versante tirrenico messinese è stata definitivamente meccanizzata.

La stazione è stata privata inizialmente dello scalo merci, trasferito a Giammoro; adesso si parla addirittura dirottare le merci su gomma: ma come si sposa tutto ciò con l’abbattimento delle emissioni di CO2  imposto dalla sottoscrizione del trattato di Kyoto? Il trasferimento di merci e pendolari su linee ferrate è uno dei principali obiettivi da rincorrere nell’ottica della competitività e sostenibilità dello sviluppo e Trenitalia sembra invece voler tagliare i servizi in questi ambiti.

Ben memori dello stato di degrado in cui versarono i locali della vecchia stazione ferroviaria dopo l’apertura della nova linea ferrata (avvenuta tra l’altro circa 15 anni fa’, ed ora già se ne sono ridemenzionate le funzionalità e gli spazi) siamo fortemente preoccupati che una simile sorte possa toccare alla attuale stazione.

D’altronde la stazione di Barcellona da anni è andata in disuso ai cittadini, mancando i collegamenti dal centro della città l’utilizzo della stazione cittadina è certamente scomodo soprattutto per i pendolari che giornalmente devono recarsi nei centri vicini o nel capoluogo di provincia.

Sarebbe ora che le amministrazioni competenti (comunali innanzitutto, ma anche la provincia) si interessassero alla problematica dei trasporti in quest’area, anche perché questo rappresenta un capitolo di spesa molto importante per le famiglie dei pendolari (lavoratori, studenti). Un servizio di trasporto pubblico efficiente porterebbe dei risparmi concreti alle famiglie, con notevole beneficio per l’economia locale, nonché benefici al miglioramento della circolazione automobilistica, disponibilità parcheggi, minori costi di manutenzione stradale: tutte voci che tornerebbero positive alle casse delle amministrazioni.

Più che mai in un periodo di recessione economica si porrebbe la necessità di convocare una seria conferenza dei servizi, al fine di affrontare in modo organico la problematica dei trasporti pubblici (per pendolari e non) nell’area metropolitana di Messina, in cui la nostra città ricade.

L’amministrazione comunale ha un suo piano che punti a scongiurare l’ulteriore riduzione dei servizi della stazione ferroviaria? Finora sembra che nulla si sia mosso, aggravio delle condizioni di servizi per la nostra città che pure è la più popolosa della provincia e continua a perdere, scalo merci, biglietteria, sale d’aspetto, servizi igienici, binari… quando penserà l’amministrazione di intervenire per difendere gli interessi dei cittadini?

 

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By Carmelo | Aprile 7, 2009 - 11:46 am - Categorie: comunicati stampa

Partito della Rifondazione Comunista          Comitato regionale Sicilia                     Il segretario 

 

 

COMUNICATO STAMPA 

LUCA CANGEMI (Prc): “Solidarietà attiva con la gente dell’Abruzzo” 

PALERMO – E’ il momento della solidarietà attiva con la gente dell’Abruzzo”. E’ quanto afferma Luca Cangemi, segretario regionale di Rifondazione Comunista.“Il PRC siciliano mobilita tutte le sue strutture per fornire ogni aiuto possibile a chi è stato colpito dalla immane tragedia  . Le sedi di rifondazione comunista si attiveranno già nelle prossime ore per raccogliere generi di prima necessità (acqua, pasta, latte UHT, biscotti ,ecc.) ma anche come punto di riferimento per le disponibilità di volontari per intervenire nei territori colpiti. Infine, il Prc ha attivato un conto corrente bancario di solidarietà cui inviare gli aiuti economici (Rifondazione per l’Abruzzo, Iban:IT32J312703201CC0340001497).“ Oggi -conclude Cangemi-” è il momento di un grande sforzo di solidarietà concreta, di far valere quelle risorse civili che sono state così preziose in altri momenti tragici della storia italiana (dal Belice all’Irpinia). 

Palermo ,6 aprile 2009                                       

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di Dino Greco

 Liberazine

Oltre tre milioni di lavoratori e di lavoratrici, partecipando in massa al referendum indetto dalla Cgil, hanno dimostrato di non volersi piegare ad una pratica sindacale che li espropria del diritto di decidere con il voto su questioni destinate a incidere profondamente sulla loro condizione di vita e di lavoro. Questo è il primo, fondamentale messaggio che emerge prepotentemente dalla consultazione sul nuovo modello contrattuale sottoscritto da Cisl, Uil ed Ugl con la Confindustria. Una così cospicua adesione manda a dire che fa i conti senza l’oste chi pensa che un accordo consumato nella rottura sindacale e nell’assenza di qualsivoglia rapporto con coloro che ne sono i destinatari, possa chiudersi senza contraccolpi. Fuor di retorica, l’Italia del lavoro, pur tramortita da una crisi che sta falcidiando occupazione e redditi, pur indebolita dal ricorso a dosi massicce di cassa integrazione, licenziamenti, processi di delocalizzazione reali o minacciati, non si è rassegnata a subire passivamente l’espugnazione di ogni diritto, non è stata ridotta - come molti auspicavano ed altri temevano - alla passività e al silenzio.
E questo riaccende una speranza. Per le sorti del lavoro e della stessa democrazia. Il secondo segnale, non meno importante, riguarda il fatto che quell’intesa clandestinamente pattuita da sindacati che hanno ormai manifestamente rinunciato ad una autonoma rappresentanza del lavoro, è stata solennemente ripudiata nel merito. Vale a dire per ciò che afferma, per la vulnerazione irreversibile del contratto nazionale di lavoro, per la cronicizzazione del sottosalario che è intrinsecamente connessa al modello pattuito, per l’immiserimento della stessa contrattazione di secondo livello, ridotta ad una variabile dipendente della redditività di impresa, per il sistema derogatorio che rende labile e revocabile ogni diritto conquistato. E, non ultimo, per la comprensione che le nuove regole, nell’imbalsamare ogni autonomo potere negoziale del sindacato e delle Rsu, rappresentano il misconoscimento di ogni soggettività del lavoro. Che la risposta sia stata poi di queste stupefacenti proporzioni è cosa che restituisce speranza e stimolo a tutto il sindacalismo non corrivo con la prepotenza padronale: uno sprone ad essere sino in fondo all’altezza della sfida che i lavoratori sembrano voler raccogliere. Un’ultima cosa. Vedrete che in queste ore il governo - interessato sensale della edificazione di un modello sociale neocorporativo, funzionale allo scardinamento istituzionale preannunciato da Berlusconi - rinnoverà il consunto repertorio di contumelie contro la Cgil. Ma vedrete anche che i padroni, come sempre molto attenti ai rapporti di forza, valuteranno per bene sino a che punto conviene loro spingersi. Ancora una volta, saranno l’intensità e la continuità della lotta a decidere. A partire da sabato prossimo. Sette anni fa, una grande risposta operaia fu capace di fermare l’attacco all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Malgrado un governo ostile ed un accordo separato che di quel diritto faceva strame. Da quel sussulto prese poi corpo un possente movimento di popolo che riuscì ad alimentare speranze di grande cambiamento politico e sociale. E’ noto come esse furono poi in gran parte deluse. Ma non è detto che non ci si possa riprovare. Lavorando per un esito diverso.

 

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