http://sedicitesi.wordpress.com
sedicitesi@email.it
1. Il fallimento del capitalismo. La crisi economica mondiale a cui stiamo assistendo
mostra con ogni evidenza la natura strutturalmente fallace del capitalismo. La
crisi non è finanziaria, ma di sistema, perché la radice della sua scaturigine
(l’esplosione della bolla speculativa dei mutui subprime negli Stati Uniti
d’America) è una pratica di indebitamento di massa che ha causa
nell’impoverimento endemico della società nord-americana e quindi nella politica
di compressione salariale con cui, negli ultimi trent’anni, il capitalismo ha
tentato di estorcere il massimo del plusvalore e compensare la sovrapproduzione.
Nella natura sistemica e organica della crisi scorgiamo il fallimento del
capitalismo.
2. Il rischio di un’uscita da destra dalla crisi. Ciò non prefigura aprioristicamente
alcun esito. Il maturare di condizioni favorevoli al suo superamento è solo una
delle ipotesi in campo. Un’altra potrebbe essere, esattamente come accadde nel
1929, una drammatica svolta a destra, che avrebbe come inevitabili conseguenze
la costruzione e il consolidamento di regimi autoritari e reazionari che rispondono
alla crisi proponendo modelli di società chiuse, militarizzate, repressive, persino
illiberali sotto il profilo della costituzione formale. Esattamente ciò a cui il
governo Berlusconi sta rapidamente conducendo il nostro Paese: esautorando di
fatto le istituzioni democratiche, criminalizzando la povertà, istituzionalizzando il
razzismo, disprezzando e deprimendo la dialettica politica e il conflitto sociale.
3. La crisi amplifica la «questione giovanile». Da anni parliamo, anche in Italia, di
una macroscopica «questione giovanile», ad indicare che le giovani generazioni
sono tradizionalmente tra i soggetti più esposti alle politiche di ristrutturazione
neo-liberista. La crisi ne amplifica le proporzioni: quattro milioni e mezzo di
atipici, una disoccupazione giovanile che crescerà nei prossimi mesi fino a
sfiorare il 30% (il 35% al Sud), 400mila precari e 900mila lavoratori dell’industria –
in buona parte giovani – che rischiano il licenziamento. Intorno a queste cifre sta
il contesto sociale, segnato dall’emergenza abitativa e dall’esclusione dal ciclo
formativo – a causa di una violenta selezione di classe – di centinaia di migliaia di
giovani studenti.
4. Genere e cittadinanza. Declinazioni peculiari della questione giovanile sono la
contrazione drammatica dei diritti civili (organicamente connessi con quelli
sociali) e la condizione esasperata delle giovani donne. Esse, infatti, sono
coinvolte dalla crisi e dalle politiche neoliberiste in forme e modi devastanti, non
solo perché, in ragione della loro configurazione specifica, vengono sempre più
considerate lavoratori a rischio di improduttività, ma anche perché nel nostro
Paese si è riaperta un’autentica e preoccupante offensiva che vede come terreno
di scontro proprio il corpo femminile, ritenuto un mero contenitore del cui
destino debbono e possono decidere altri.
5. Gli errori della sinistra. A sinistra scontiamo l’inconsistenza del Partito
democratico (debole congenitamente, perché privo di qualunque afflato
riformatore e di qualunque ambizione a rappresentare le ragioni del mondo del
lavoro dipendente) e, ancora oggi, gli errori soggettivi dei partiti (a cominciare
dal nostro) che hanno concorso a costruire l’esperienza della Sinistra
l’Arcobaleno. In quella lista erano condensati tre limiti strutturali, che hanno
prodotto (insieme alla sconfitta di lungo periodo della sinistra sul piano della
capacità egemonica e di costruzione del consenso) la marginalizzazione delle
forze dell’alternativa: l’assenza di un programma chiaro e omogeneo,
l’individuazione di un simbolo privo di un ancoraggio ideale credibile, la
corresponsabilità rispetto alle politiche liberiste del governo Prodi.
6. Il nostro progetto. In controluce, da quegli errori emerge la linea politica sulla
quale investire. Dotare il partito di un programma politico lineare, preciso,
comprensibile, adeguato alla crisi e aderente alle richieste materiali dei
lavoratori e delle classi subalterne; proporre un progetto politico
identitariamente forte, ma non per questo autoreferenziale, che investa sulla
rifondazione di un pensiero e di una pratica comunista all’altezza dei tempi;
presentare, infine, un profilo politico di radicale autonomia dal Pd e dalle forze
moderate.
7. Ritematizzare il comunismo. Con il VII congresso nazionale abbiamo scelto di
rilanciare Rifondazione Comunista. Questo impegno – che, come giovani, abbiamo
contribuito a delineare in maniera decisiva – per noi ha significato due cose:
provare a riavviare un percorso di «riconnessione» con il nostro popolo e le sue
ragioni, riconquistando una utilità politica e sociale per la classe di riferimento; e
provare a rimettere a tema l’idea del comunismo e della trasformazione della
società capitalistica anche attraverso lo strumento del partito. Per noi il
comunismo è inscindibile dalla valorizzazione dell’autonomia del «soggetto della
trasformazione» (che è anche autonomia dei movimenti di massa attraverso cui
esso empiricamente si determina); è esso stesso il compimento di un’idea di
democrazia radicale che, per realizzarsi, ha bisogno della partecipazione diretta
dei soggetti e del rifiuto delle deleghe burocratiche, e dunque di un partito nuovo
(non di un nuovo partito), di una comunità politica non più oligarchica né
verticistica.
8. Una rivoluzione antropologica, a partire dai giovani. Per essere all’altezza di
questo compito è necessario un cambiamento radicale anche di natura
antropologica, soprattutto per quanto riguarda le giovani generazioni che –
anagraficamente – hanno la possibilità di determinare il corso degli eventi futuri.
Noi vorremmo proporre, nella teoria così come nei comportamenti concreti, una
nuova antropologia del giovane comunista, fondata su valori antitetici rispetto a
quelli dell’ideologia dominante: solidarietà, uguaglianza, libertà, emancipazione,
il valore della lotta e del conflitto, l’orgoglio di una cultura critica e di un
pensiero critico che metta in discussione la radice degli stili di vita della classe
dominante, votati al consumismo, all’individualismo, all’egoismo proprietario.
9. I Giovani Comunisti sono indispensabili. Per tutte queste ragioni necessitiamo di
una struttura giovanile comunista adeguata. Il nostro compito è ricostruirla, dopo
anni di lacerazioni interne, di endemico indebolimento della nostra presenza
organizzata, di scollamento progressivo tra il centro e i territori. Abbiamo subìto
anni di involuzione teorica (il cui apogeo è rappresentato dalla provocazione di
raffigurare sulla nuova tessera il crollo del Muro di Berlino) e di clamorosi errori
nella linea politica, spesso tesa a indirizzare l’organizzazione verso il suo
superamento e la sua diluizione in soggetti altri (dai Disobbedienti al Network).
Non casualmente, infine, abbiamo subìto una scissione (congegnata con inganno
in mesi in cui ufficialmente si negava ogni proposito scissionista) che ha coinvolto
una parte rilevantissima del gruppo dirigente centrale. Dobbiamo ripartire dalla
consapevolezza di questa difficoltà, confrontandoci con la realtà.
10.Autonomia e internità. Architrave del nostro progetto di rilancio è il binomio
«autonomia e internità» rispetto al partito. Crediamo profondamente
nell’autonomia dell’organizzazione in ordine alle pratiche politiche e alla ricerca
teorica, sospinti dall’esigenza di rifondare un’organizzazione comunista
all’altezza delle sfide che ci fronteggiano. L’autonomia è un bene prezioso, a
maggior ragione quando è capace di intrecciarsi con pratiche di democrazia
interna trasparenti e coinvolgenti, che ambiscano – sul terreno dei rapporti
interni – alla costruzione collegiale di un percorso condiviso. Al contempo, ci
sentiamo parte integrante di Rifondazione Comunista, scontiamo i suoi stessi
problemi e siamo mossi dalle medesime ambizioni. Per questo l’autonomia non
può trasformarsi in un feticcio e venire brandita, come è avvenuto negli anni
passati, come mezzo di costruzione di un corpo separato dal partito.
11.Svolta a sinistra. La svolta a sinistra di cui la nostra organizzazione ha bisogno
(giacché il paradosso del feticismo dell’autonomia negli anni scorsi ha coinciso
con la sostanziale subalternità dei Gc al corso governista di Rifondazione) si
sostanzia essenzialmente in questo: i Giovani Comunisti saranno l’organizzazione
della conflittualità sociale giovanile, l’organizzazione della lotta di classe delle
giovani generazioni. In questo senso rivendichiamo pienamente l’internità ai
movimenti altermondialisti che hanno trovato nelle manifestazioni di Genova del
luglio del 2001 il punto di più alto consenso. Non perché in quelle piazze avessimo
scorto la conferma della necessità di fuoriuscire dal Novecento e dall’alveo della
tradizione del movimento operaio, ma perché in quel contesto si dava un
movimento di trasformazione anti-liberista con una forte vocazione antisistemica.
In ogni Genova devono essere i comunisti, senza cedere
velleitariamente sovranità (indebolendo la stessa ragione d’essere di una forza
politica organizzata) ma costruendo con i movimenti di massa relazioni feconde,
fondate sulla valorizzazione delle forme dell’auto-organizzazione dei soggetti
sociali.
12.Organizzazione a vocazione sociale. Intendiamo i Giovani Comunisti impegnati,
come il partito, sulla strada del radicamento sociale. Per questo riteniamo
essenziale un profilo dell’organizzazione che metta al centro le pratiche sociali,
la ricostruzione di una rete di esperienze che, sul piano concreto, sviluppino la
nostra utilità: il mutualismo, le vertenze, la pratica dell’obiettivo, ma anche la
costruzione di un nuovo ruolo aggregativo sul piano culturale.
13.Rilanciare politicamente i Giovani Comunisti. La scissione non è stato un
incidente di percorso, ma l’esito voluto di un progetto politico di involuzione
moderata del gruppo dirigente ristretto dei Giovani Comunisti, la cui linea politica
(fondata sull’obiettivo di sciogliere l’organizzazione dentro contenitori altri) si è
dimostrata alla prova dei fatti fallimentare. Assunti la sussistenza e il
rafforzamento dei Giovani Comunisti come precondizione essenziale, intendiamo
rilanciare l’organizzazione sul piano politico, individuando – dentro un’agenda
politica fittissima – i terreni di intervento e di mobilitazioni prioritari: la difesa
del lavoro e della sua sicurezza, la lotta contro la disoccupazione e la precarietà,
la rivendicazione del diritto allo studio e di un sapere critico e alternativo
all’ideologia dominante, la lotta per i diritti civili, per la legalità democratica,
contro le mafie, una battaglia culturale di solidarietà internazionalista.
L’approccio che intendiamo praticare è scevro da qualunque presunzione di
autosufficienza e fondato sulla consapevolezza della centralità, anche allo scopo
della costruzione della nostra identità politica e sociale, del rapporto con i
movimenti di lotta e dell’investimento sulla loro autonomia.
14.Essere l’Onda, da comunisti. Particolare attenzione merita il movimento
studentesco e universitario, che in questi mesi – nell’incomprensione profonda
dell’intera sinistra – ha svolto un ruolo cruciale, soprattutto nel senso della sua
potenzialità classista e della sua attinenza ad un piano di significato strutturale,
dal momento che ad essere posta in questione dall’Onda è stata – non sempre
consapevolmente – la crisi economica e le sue conseguenze. Le istanze più
avanzate del movimento universitario lo hanno compreso. Non capirlo,
teorizzando che l’aspetto essenziale (nonché innovativo) di questi movimenti
fosse la critica teorica al capitalismo cognitivo e obliando così da un lato la
centralità oggettiva delle rivendicazioni materiali del diritto allo studio e
dall’altro la convergenza nella lotta di studenti e lavoratori della conoscenza, è
stata la causa della marginalizzazione della nostra organizzazione. Oggi possiamo
rimediare ai nostri errori, sconfiggendo le tendenze autoreferenziali alla depoliticizzazione
presenti nel movimento e investendo sulla ricostruzione di un
conflitto sociale generalizzato di cui il movimento studentesco e universitario sia
perno essenziale.
15.Sconfiggere l’anti-politica. La separazione tra la politica e le dinamiche materiali
della società e della vita quotidiana è all’origine della crisi di credibilità
dell’intero sistema politico che, tra le giovani generazioni, assume una portata
macroscopica. Sia perché le modificazioni profonde del sistema produttivo (la
frantumazione del ciclo produttivo, l’individualizzazione del rapporto tra capitale
e lavoro) hanno indebolito la «consapevolezza» di classe, sia perché, più
banalmente, le più grandi organizzazioni di massa della sinistra si sono
progressivamente rese autonome dalle istanze reali della società. Tutto questo in
un contesto di crisi di egemonia della cultura democratica e progressista.
Sconfiggere l’anti-politica significa per noi, quindi, ricostruire un ponte tra lotta
politica, conflitto sociale e vita quotidiana dei soggetti subalterni.
16.Rilanciare un’organizzazione forte e capillare. Proprio per questo – per
intrecciare con la resistenza sociale e i focolai del conflitto un legame virtuoso e,
a monte, per sollecitarne la diffusione – serve un’organizzazione presente, forte,
viva, radicata sul territorio. Lungi dall’appartenere soltanto al dominio pratico,
l’organizzazione è parte integrante della politica e dell’opera di costruzione del
consenso. In questo senso pensiamo ad un’organizzazione pesante, che si lasci
alle spalle l’ubriacatura ideologica (il partito leggero, d’élite, il partito dei club,
la rete) che ci ha esposto al deperimento drammatico della nostra struttura e che
investa scientificamente sul radicamento territoriale e sulla formazione culturale
e politica dei suoi quadri.
Simone Oggionni
coordinatore nazionale dei Giovani e Comunisti
Converti in pdf