La crisi economica, che sta attraversando l’Europa e gli Stati Uniti d’America , si sta facendo sentire in maniera molto aggressiva anche nel nostro paese, ed in particolare in quelle zone che la crisi la conoscevano già da tempo.Il nostro territorio, carente di strutture sociali ed economiche adeguate ad affrontare questa situazione, troverà nella crisi uno dei periodi più critici della sua e della nostra storia: basti pensare alla situazione barcellonese dove è presente il 40 % di popolazione disoccupata, lavoro nero, nuova e vecchia immigrazione formata da cittadini barcellonesi laureati o semplici lavoratori. A questo disagio “risponde” una politica nazionale da parte del governo di centrodestra che attraverso leggi e decreti (vedi scuola, università, accordo sul contratto collettivo nazionale sul lavoro) è intenzionata a far pagare la crisi a lavoratori, studenti, operai, disoccupati.Anche al livello regionale i politici che siedono e comandano al Parlamento siciliano sono più interessati ad una lotta all’ultimo sangue per i privilegi e per le poltrone, molto utili per gestire le varie clientele formate da lavoratori che accettano qualsiasi mansione pur di sopravvivere.La politica siciliana, dal nostro comune fino alla regione, passando dalla provincia, vive in uno stato di immobilità permanente che non permetterà di affrontare la crisi con gli strumenti adeguati. Come Rifondazione Comunista-Circolo “Ottobre Rosso”  crediamo che bisogna unificare tutte le lotte, le vertenze, le attuali divisioni professionali e contrattuali col fine di creare un tessuto unitario di solidarietà e di lotta.Per raggiungere questo fine bisogna agire al livello europeo, dove vengo prese importanti scelte in campo politico ed economico, come le ore di lavoro e le stesse tipologie contrattuali, ed a livello locale, dove gli enti come comune e provincia dovrebbero attuare una pianificazione economica di interventi pubblici concordati con le attività imprenditoriali più vive e sane del territorio.

Attuare insomma una politica in assoluta controtendenza a quella berlusconiana nazionale e locale.

 

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Le ultime misure del governo in tema di sicurezza, vorrebbero rispondere ad un presunto aumento dei reati contro la persona (vedi stupro) attraverso l’istituzionalizzazione di ronde fatte da cittadini ex-poliziotti, “volontari leghisti”, che rischiano di militarizzare il territorio con scarsi risultati concreti in termini di sicurezza.Queste misure sono state precedute da una campagna mediatica che ha fatto del nesso criminalità-immigrazione il punto di forza: i reati sembrano commessi soltanto da immigrati, clandestini, “rumeni”. I dati dicono che non esiste alcun nesso criminalità-immigrazione: i reati contro il patrimonio e la persona diminuiscono, mentre aumentano, e quasi raddoppiano, le violenze domestiche contro le donne; tutto questo mentre le richieste di permesso di soggiorno nel nostro Paese sono quintuplicate.Le violenze sulle donne  sono frutto di una cultura, di un sentire comune che pubblicizza le donne come un prodotto commerciale, oggetto di intrattenimento, “strumenti” del maschilismo imperante.Questa cultura maschilista viene interpretata alla perfezione dal primo ministro Silvio Berlusconi, che ne ha fatto la sua fortuna economica con i programmi spazzatura trasmessi sulle proprie reti.Noi crediamo che il governo, guidato da tale individuo, sia inadeguato a rispondere a un’emergenza “violenza sulle donne”: prima di prendere dei provvedimenti, bisogna vedere le donne come essere umani.Sul nostro territorio la principale emergenza è rappresentata dalla mafia, invisibile alle ronde, ai poliziotti di quartiere e all’esercito; ciò che potrebbe contrastarla in maniera efficace è un rafforzamento degli strumenti investigativi in mano alla magistratura ed alle forze dell’ordine: quegli strumenti, come le intercettazioni, i fondi per la polizia, che il governo per la “sicurezza” ha tagliato.Non si può contrastare la criminalità organizzata stanziando un budget per le procure, impedendo ai magistrati di svolgere le indagini avvalendosi di tutti gli strumenti richiesti.

Come Rifondazione Comunista “Circolo Ottobre Rosso”, crediamo siano più efficaci le operazioni di investigazione fatte dalla D. D. A sul nostro territorio in contrasto al fenomeno mafioso piuttosto che ronde fatte da cittadini ed animate il più delle volte da odio etnico e razziale.

 

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Dopo 10 anni di sottomissione, un imprenditore edile che pagava il pizzo ai boss di Barcellona Pozzo di Gotto, Agrigento e Catania, ha deciso di collaborare con la Squadra mobile e la Dda di Messina. Sono così finiti in manette i suoi taglieggiatori. Tra il 1998 e il 2008, il professionista avrebbe subito danneggiamenti nei cantieri messinesi allestiti per la realizzazione di lavori pubblici. Grazie alla collaborazione con le forze dell’ordine e la Procura, l’imprenditore ha consentito agli investigatori di fare luce sui legami tra i boss locali e quelli delle altre province che controllavano imprese e appalti, imponendo i subappalti e le ditte del movimento terra. Nell’ambito dell’operazione antimafia “Sistema” sono stati arrestati Carmelo Bisognano, 43 anni, boss del clan dei ‘Mazzarroti’, da poco scarcerato per l’operazione “Vivaio”, Carmelo D’Amico, 37 anni, il boss dei ‘Barcellonesi’, arrestato il mese scorso nell’operazione “Pozzo”, e Pietro Nicola Mazzagatti, 48 anni, capo della cosca di Santa Lucia del Mela, da poco condannato in terzo grado nell’operazione “Catering” perché aveva imposto il pizzo al gestore della sala di ricevimento ‘Villa Jasmin’.

Il sostituto procuratore Giuseppe Verzera aveva richiesto la misura cautelare in carcere per tre esponenti del clan catanese Santapaola e agrigentino Di Gati. Ma il gip Antonino Genovese non ha accolto la richiesta ed ha stralciato una parte dell’indagine. L’inchiesta ha permesso di accertare che la mafia barcellonese esigeva dall’imprenditore circa il 4% dell’appalto. Diversi i lavori eseguiti dall’uomo finito nel mirino dei boss, in tutta la provincia di Messina, in altre città della provincia di Catania e Palermo.

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Odg della Direzione nazionale dell’11.2.2009  Le prossime elezioni europee avvengono proprio mentre è evidente, in tutto il mondo, il fallimento del modello del capitalismo globalizzato. Siamo di fronte ad una crisi di carattere sistemico, non solo economica e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica, ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi della globalizzazione capitalista conferma la scelta riaffermata al Congresso di Chianciano del PRC , ovvero quella del  rilancio del progetto strategico della rifondazione comunista e di ripresa del percorso cominciato a Genova e proseguito con la grande esperienza partecipativa dei Social Forum, quello della sua internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e la crisi economica che questa ha prodotto.  

In Europa ciò richiede il rafforzamento dell’unità della sinistra antiliberista, anticapitalista e delle forze comuniste, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica. L’Europa di Maastricht mostra oggi tutti i limiti di una costruzione fondata sul primato del mercato sulla democrazia, sul dogma monetarista che ha imposto politiche finanziarie ed economiche che hanno prodotto aumento delle disuguaglianze, privatizzazioni dei servizi pubblici e controriforme dei sistemi di welfare su tutto il continente, congiuntamente alla precarizzazione del lavoro, alla deregolamentazione dei mercati e alla discriminazione dei migranti. Una discriminazione che si è tradotta nell’accentuarsi della guerra tra poveri, nel perpetuarsi di condizioni di subalternità giuridica nell’accesso ai diritti di cittadinanza reale, nell’approvazione di vere e proprie “leggi razziali”. Quest’Europa è quella che viene confermata dai contenuti del Trattato di Lisbona e contro cui si sono espressi i popoli europei che hanno potuto pronunciarsi. Neoliberista e allo stesso tempo ademocratica. Un’ Europa a misura delle banche e non dei popoli. Dove il potere è sempre di più nei governi e sempre meno in assemblee democraticamente elette.  Un’Europa che è stata fin qui subalterna alla Nato e complice della guerra preventiva, incapace di proporre una politica di pace e di disarmo. Questa Europa si è retta su una grande coalizione, formata dai più grandi partiti europei, in primis popolari e socialisti, che sono responsabili di queste politiche liberiste e che hanno praticato una costruzione mercantile e non politica dell’Europa. E’ dunque necessario contrastare fortemente questa grande coalizione e costruire l’alternativa alla lunga stagione del neoliberismo. La Direzione Nazionale decide quindi di dar vita ad un percorso di costruzione della lista in vista delle elezioni europee, aperto e in relazione con i soggetti e le forze del movimento altermondialista, anticapitalista, comunista, femminista, LGBTQ, ambientalista, sindacale. Sulla base del Documento Congressuale, la Direzione nazionale decide pertanto di promuovere una lista da presentare alle prossime elezioni europee che, partendo dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista-SE, condivida la scelta di appartenenza al GUE-NGL,  unisca tutte le forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti alternativi al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e militarista dell’ Unione Europea. La proposta che avanziamo è quella di una lista, che si ponga l’obiettivo di rovesciare queste politiche economiche e sociali antipopolari, che hanno prodotto la crisi, a partire dal programma elaborato dal Partito della Sinistra Europea. Con un percorso partecipato, vogliamo quindi costruire, riconoscendo la non autosufficienza di Rifondazione Comunista, una lista che sia un concreto segnale di unità della sinistra di alternativa; lista di cui siano protagonisti tutti i soggetti che stanno pagando la crisi e tutti i movimenti che si stanno battendo contro le politiche neoliberiste che l’hanno causata: lavoratori, precari, donne, giovani, studenti, pensionati e migranti. Una lista che faccia sue le ragioni di chi in questi anni e in questi mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro, per la giustizia sociale e la libertà femminile, che sappia opporsi al razzismo e all’offensiva clericale del Vaticano. Che si batta per un intervento pubblico finalizzato alla riconversione sociale e ambientale dell’economia, per la redistribuzione del reddito, contro la guerra, le spese militari e per il disarmo europeo. Una proposta che rivolgiamo ai tanti e alle tante che da Genova in poi hanno animato l’esperienza dei Fori sociali e che hanno contribuito a dare gambe e sostanza all’idea di un’altra Europa possibile. Una lista da costruire attraverso una grande partecipazione di tutti coloro che decideranno di farne parte e di sostenerla, al fine di unire e consolidare le forze che in Europa si battono per una uscita da sinistra dalla crisi, per un’alternativa al liberismo e alle fallimentari politiche della grande coalizione fra popolari e socialisti europei. Una lista per un’altra Europa possibile: dell’uguaglianza, della pace, della giustizia sociale ed ambientale , dei diritti e delle libertà.   In questa prospettiva è necessario sviluppare il massimo di iniziativa per evidenziare il percorso politico e di lotta per l’altra Europa, sostenendo e partecipando alle iniziative di movimento già in cantiere e decise dal forum Sociale di Belem, fra le quali il 28 marzo a Londra contro il G20, il 4 aprile a Strasburgo contro la NATO, l’8-10 luglio in Sardegna contro il G8.   Approvato con 3 astensioni

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da Liberazione di domenica 8 febbraio 2009

Battere l’offensiva clerico-fascista

Ieri è stata una grande giornata di mobilitazione contro il governo Berlusconi e l’offensiva clerico fascista che il presidente del consiglio ha aperto. Berlusconi non è rimasto con le mani in mano e ha puntato dritto all’obiettivo dicendo a proposito della Costituzione quello che lui considera l’insulto peggiore e cioè che è sovietica.
Berlusconi ha cioè deciso una offensiva in grande stile, in cui il destino della povera Eluana è evidentemente un puro pretesto. L’obiettivo di Berlusconi è lo sfondamento del quadro di regole in cui vive il nostro paese; questo al fine di poter modificare in modo duraturo i rapporti di forza tra le classi e determinare una uscita da destra dalla crisi. L’offensiva di questi giorni va ad aprire nuovi contenziosi in una situazione che vede già numerosi fronti aperti. Principalmente quattro.

In primo luogo, in sintonia con Confindustria, ha aperto il fronte sindacale, come nel 2002, puntando ad isolare la Cgil e a distruggere il sindacato come espressione autonoma della classe.
In secondo luogo Berlusconi ha aperto il fronte con la Magistratura cercando di metterle la mordacchia, sia sulla riforma della giustizia che sulla vicenda delle intercettazioni.
In terzo luogo il governo ha approvato un decreto sicurezza che radicalizza l’estremismo della Bossi Fini e costruisce sul piano legislativo il migrante come capro espiatorio.
Da ultimo, in sintonia con il Vaticano, ha aperto l’offensiva contro il Presidente della Repubblica, mettendo definitivamente in discussione ogni parvenza di laicità dello Stato e l’equilibrio dei poteri che ci consegna la nostra Costituzione.

Nella concezione fascista che caratterizza la cultura di Berlusconi, il potere derivante dal popolo deve essere assoluto, privo di vincoli e di regole: un potere sovrano per l’appunto, come ci ha insegnato il teorico Carl Schmitt, tanto caro ai nazisti. Il tutto avviene in un contesto di crisi economica pesantissima, destinata a durare a lungo, in cui milioni di persone vedono peggiorare la propria condizione di vita e guardano al futuro con paura. La mia opinione è che Berlusconi abbia aperto troppi fronti e che le reazioni ad ognuno di questi si possano sommare. Taluni pensano che Berlusconi stia facendo una manovra diversiva, per nascondere i problemi della crisi economica. A me non pare. Sia perché la logica che lo guida è una linea politica compiuta, espressione aggiornata del Piano di Rinascita democratica di Licio Gelli. Sia perché mi pare possibile nella concreta situazione italiana lavorare a sommare questi fronti, facendo si che le questioni democratiche non nascondano quelle sociali e viceversa.

E’ del tutto evidente che il principale vantaggio di cui gode Berlusconi è dato dall’ignavia dell’opposizione parlamentare. Il PD guidato da Veltroni ha nei confronti di Berlusconi un atteggiamento a dir poco schizofrenico: oggi dice che è un fascista ma ieri ci si è accordato per riscrivere le regole del Paese, dalla legge elettorale contro la sinistra alla riscrittura dei regolamenti parlamentari per permettere al governo di operare in modo più spedito. Come se non bastasse, sui contenuti sociali, il PD chiama alla mobilitazione contro il governo ma parallelamente lascia completamente isolata la Cgil, una cosa che non era mai accaduta nell’Italia repubblicana. Da parte sua, Di Pietro agisce il suo populismo giustizialista unicamente per lucrare sulla crisi del PD, ma non costruisce nulla a positivo. E’ una forma di estremismo di centro che ci presenta un Berlusconismo rovesciato. Si può affermare con chiarezza che la principale forza di Berlusconi è data dall’inconsistenza dell’opposizione. Va anche registrato che tra le forze della sinistra ex parlamentare il grado di consapevolezza dei problemi non mi pare altissimo se è vero com’è vero che le nostre proposte di costruire un coordinamento delle opposizioni di sinistra è regolarmente caduto nel vuoto.

In questo contesto noi dobbiamo fare due cose.
La prima è lavorare a massimizzare il conflitto, la denuncia, l’aggregazione su ogni singolo problema. Dalla questione sociale alla giustizia alla laicità dello stato alla democrazia. Costruire su ognuno di questi terreni il massimo di iniziativa politica, culturale, di mobilitazione, sia nazionale che sui territori. Tutti i fronti vanno agiti cercando il massimo di allargamento dei medesimi, il massimo di coinvolgimento di tutti gli interlocutori disponibili, il massimo di efficacia.
La seconda è costruire una opposizione efficace, che padroneggi i diversi fronti di lotta e proponga una alternativa complessiva, evitando ogni scorciatoia frontista che in nome della difesa della democrazia lasci indietro le altre questioni, a partire dalla questione sociale. Non può essere il PD la spina dorsale di questa opposizione. Oggi per difendere la democrazia occorre difendere i salari e per battere il razzismo occorre bloccare i licenziamenti e generalizzare gli ammortizzatori sociali.
Agire consapevolmente su due livelli evitando cortocircuiti frontisti è la vera sfida che oggi devono ingaggiare i comunisti per sconfiggere il clericalismo fascistoide di Berlusconi.

 

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Il più entusiasta alla fine era il Procuratore Capo Guido Lo Forte (nella foto di Dino Sturiale). Il suo nome, il suo passato, la sua integrità morale, la sua proverbiale testardaggine nella lotta alla mafia ai tempi della Procura di Palermo ne fanno una garanzia assoluta di successo. Ed alla prima uscita in una conferenza stampa Lo Forte, sorridente e soddisfatto, non perde l’occasione per sottolineare l’importanza dell’operazione: “E’ la prima volta, da quando mi sono insediato a settembre, che prendo parte ad un incontro con la stampa. Era giusto farlo perché considero questa operazione di straordinaria importanza nella lotta alla mafia della provincia di Messina. E un grazie particolare va ai Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale che hanno lavorato duramente per due anni. Il riconoscimento è venuto anche dal gip che nell’ordinanza ha definito imponente la mole di lavoro svolta”.

- Lei ha definito Cosa Nostra barcellonese all’altezza di quella palermitana per struttura e pericolosità.

“Sicuramente si, è un’organizzazione che non ha nulla da invidiare a Cosa Nostra palermitana della quale ha ereditato anche la struttura. E lasciatelo dire ad uno che la mafia di Palermo la conosce bene per averla combattuta a lungo. Possiamo dire che le organizzazioni mafiose della provincia di Messina si sono riunite ed hanno creato un gruppo unitario con una ferrea divisione territoriale. In ogni zona c’è un rappresentante che fa poi riferimento alla famiglia centrale. Ed anche le attività svolte sono più o meno identiche a quelle di Cosa Nostra palermitana: il racket delle estorsioni, l’usura, il controllo degli appalti pubblici e la tendenza ad acquisire un controllo egemonico delle attività del territorio, sia illegali ma, soprattutto, quelle legali”.

- Avete, dunque, appurato rapporti di collaborazione con Cosa Nostra palermitana?

“Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali emergono strutture e terminologie identiche fra le due grandi organizzazioni mafiosi. Si parla così di “famiglia”, di “mandamento”, di “rappresentanti”. Del resto ormai da più di 30 anni Cosa Nostra barcellonese gode la massima fiducia di quella palermitana ed ha stretti rapporti di collaborazione con quella catanese”.

- Avete appurato anche infiltrazioni mafiose nel mondo della politica locale?

“Si sa che Cosa Nostra attinge spesso nel mondo della politica. Qualcosa è emerso anche in questo caso. Nell’ordinanza si parla del voto di scambio fra l’ex sindaco di S.Lucia del Mela ed un rappresentante mandamentale della zona che, in cambio di voti, ha ottenuto una sanatoria per un fabbricato abusivo. Ma le indagini non sono ancora concluse”.

- Dall’operazione Pozzo esce l’immagine di un territorio completamente in mano alla mafia.

“Beh, nel barcellonese c’è tanta gente onesta che lavora e che non ha nulla a che fare con la mafia. Purtroppo c’è una forte organizzazione di stampo mafioso che è fortemente radicata nel territorio e ne condiziona la vita e le attività, che ha avviato rapporti con altre famiglie e si fa forte di una omertà che deriva dalla paura dei cittadini”.

- E’ possibile quantificare il giro d’affari di Cosa Nostra barcellonese?

“Impossibile fare delle cifre ma posso garantire che si tratta di milioni e milioni di euro”.

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di Paolo Ferrero


Vi sono epoche storiche in cui il tempo sembra scorrere più veloce, in cui si producono cambiamenti repentini, in cui ciò che due mesi prima appariva impossibile viene considerato normale. Vi sono epoche in cui i giorni valgono anni. Io penso che oggi stiamo attraversando una di queste epoche. La crisi che ha investito il sistema capitalistico a livello mondiale è destinata a modificare pesantemente le nostre vite. In Italia questa crisi sarà particolarmente pesante e oggi cominciamo ad averne una qualche consapevolezza.


In Italia più di un milione di persone perderanno il proprio posto di lavoro. Di questi la metà non avranno alcuna forma di sostegno del reddito. Molti stavano pagando il mutuo per la prima casa e la perderanno. La paura per il futuro tende a sostituire l’incertezza e l’insicurezza che già caratterizzavano gli ultimi anni.


La crisi non durerà pochi mesi, ma è destinata a durare a lungo perché non è frutto di un incidente di percorso degli speculatori finanziari ma è il frutto maturo della globalizzazione capitalistica. In questi venti anni è raddoppiato il numero di lavoratori salariati a livello mondiale e parallelamente è sceso il salario relativo. In questi anni ovunque nel mondo e in particolare in Italia sono aumentati i profitti e le rendite ed è diminuita la massa salariale e le pensioni. Questa iniqua distribuzione del reddito è all’origine della crisi: i lavoratori non hanno i soldi per comprare le merci che producono. I padroni non hanno nuovi mercati verso cui indirizzare la produzione eccedente. Da questa crisi non si esce senza un rovesciamento della distribuzione del reddito e senza una radicale messa in discussione delle tipologie di produzione e della stessa mercificazione dei valori d’uso.

Nello stesso tempo, il sistema politico italiano vive una crisi irrisolta. Il passaggio dalla prima alla seconda repubblica non ha dato luogo ad una costruzione stabile, ma piuttosto ad una costruzione fragile. Il ricorso sempre più diffuso al populismo e il continuo scontro tra poteri dello stato ne è un chiaro indizio. Quella italiana, più che una lunga transizione, sembra alludere ad una sorta di crisi della repubblica di Weimar al rallentatore.

Una crisi costituente
Per queste ragioni io penso che ci troviamo di fronte ad una crisi “costituente”, ad un punto di passaggio che modificherà radicalmente il quadro dei rapporti sociali, delle culture dominanti, delle rappresentanze politiche. La crisi - questa è la mia tesi - ha una valenza qualitativa simile alla crisi del ‘29 e - in scala ridotta - alle guerre mondiali. Questa crisi non è un passaggio ma una fucina da cui il materiale che entra viene radicalmente trasformato.


In questa situazione, potenti forze operano per una uscita da destra dalla crisi. Oltre a Confindustria, il governo nel suo impasto di populismo reazionario e politiche economiche antisociali propone nei fatti come sbocco la guerra tra i poveri, o meglio, una gestione autoritaria della frantumazione del conflitto sociale. Il Pd non va oltre alcune suggestioni da borghesia illuminata; accetta la riforma della contrattazione e il peggioramento dell’iniqua distribuzione del reddito isolando la Cgil e risponde alla sua crisi strategica - non è in grado di assumere una posizione chiara su nessun tema - forzando il carattere bipartitico della politica italiana e provando a distruggere la sinistra.


Le altre forze politiche presenti certo non sono in grado di rovesciare questa tendenza. Di Pietro ha accumulato consensi agitando l’antiberlusconismo e costruendosi una posizione di rendita sull’ignavia veltroniana, ma non propone alcun elemento progettuale in grado di prefigurare una uscita dalla crisi. Una parte della sinistra di alternativa - tra cui i compagni e le compagne usciti dal Prc - ha piegato il tema dell’alternativa all’interno della gabbia dell’alternanza, condannandosi così all’impotenza.

Il nostro progetto

Il nostro progetto al contrario propone una uscita da sinistra dalla crisi. Visto il carattere delle classi dominanti e delle rappresentanze politiche, proponiamo una uscita in basso a sinistra dalla crisi, perché non è all’orizzonte nulla di simile a quanto si è prodotto negli Stati Uniti con la vittoria di Obama. In altri termini non è alla portata un governo che persegua un New Deal comunque inteso, per cui la costruzione di uscita da sinistra dalla crisi deve necessariamente passare per una costruzione dal basso, in termini di conflitto, di vertenzialità, di progettualità, di costruzione di relazioni sociali solidali ed egualitarie.


Il nostro progetto si può così declinare: ridistribuire reddito, ridistribuire potere, riconvertire l’economia in senso ambientale e sociale attraverso un intervento pubblico forzato dal conflitto sociale. Questo progetto, per potersi realizzare, deve muoversi su più livelli: il conflitto sociale, la battaglia culturale, la pratica mutualistica della solidarietà, la riproposizione sul terreno della politica della prospettiva dell’alternativa.


A tal fine dobbiamo ripensare completamente il modo di essere e di agire del nostro partito. Occorre evitare qualsiasi continuismo e burocratismo interno. Il peggior ostacolo che oggi noi abbiamo è costituito dall’incapacità di capire che la realtà si è rimessa in movimento e nel pensare che si tratta di resistere, di aspettare che “passi la nottata”. Noi non siamo impegnati a fare una traversata del deserto in cui si tratta di resistere. Non siamo gli ultimi sopravvissuti di un esercito sconfitto chiamati a far la guardia a cosa resta di un passato glorioso dopo che la guerra è finita. Siamo dentro una guerra di movimento in cui le identità sociali, politiche e culturali che abbiamo ereditato sono messe pesantemente in discussione, disarticolate dalla crisi, ma anche disponibili al conflitto ed a cercare una via di uscita. Il problema oggi è la capacità di abbandonare completamente un atteggiamento di testimonianza e di propaganda per assumere una linea di massa che sappia interagire con la novità introdotta dalla crisi e su questa costruire le opportune alleanze e convergenze.


Questo, a mio parere, significa fare tre cose. In primo luogo essere costruttori di conflitto. Lo sciopero di Fiom e Funzione pubblica del 13 febbraio e il percorso di lotte pensato dalla Cgil così come le lotte che metterà in piedi il sindacalismo di base, non sono fatti sindacali. Sono la principale risorsa di mobilitazione su cui innervare un tentativo di uscita a sinistra dalla crisi. Dobbiamo lavorare a generalizzare queste lotte e a costruire mille punti di aggregazione, mille vertenze sul territorio. La rivendicazione di estendere gli ammortizzatori sociali a tutti coloro che perdono il lavoro - qualsiasi sia il lavoro, dai precari, ai dipendenti delle aziende artigiane, a tutta la platea del lavoro subordinato - è, da questo punto di vista, obiettivo centrale della piattaforma.


In secondo luogo essere costruttori di pratiche mutualistiche e di solidarietà, di vertenzialità con gli enti locali, per combattere la solitudine delle persone, dare risposte concrete a problemi concreti e creare legami comunitari solidali. Nessuno deve essere lasciato solo nella crisi.


In terzo luogo dobbiamo dare forma al progetto, dobbiamo trasformarlo in bandiere, slogan, ideali, proposta politica. Dobbiamo demistificare il carattere non naturale della crisi e unire le rivendicazioni materiali con la lotta al razzismo e al sessismo. Dobbiamo unire la richiesta della redistribuzione del reddito con la proposta dell’intervento pubblico per la riconversione ecologica e sociale dell’economia. Dobbiamo cioè avere chiaro che il nostro “essere comunisti” deve essere oggi completamente piegato al nostro “fare i comunisti”, cioè al nostro costruire qui ed ora il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Non è poco ma non è impossibile. Soprattutto è indispensabile.

1 Febbraio 2009

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