Il 31 gennaio saremo in piazza per dire “No” al Pacchetto sicurezza, in discussione in Parlamento, ed esprimere il nostro dissenso al modello autoritario, repressivo e razzista che, anche attraverso questo strumento normativo, ci stanno imponendo. Le norme contenute nel Pacchetto prevedono una politica fondata su misure segregazioniste e razziste per le persone migranti, le prime ad essere additate come figure pericolose, e nuove e ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto o non rientri dentro le strette maglie del controllo e della disciplina.
Saremo in piazza, come abbiamo già fatto il 19 gennaio scorso con un sit-in sotto al Senato, per rifiutare tutto questo. Attraverseremo Roma con un corteo di rumoroso dissenso, che toccherà il cuore pulsante della città, travolgendo anche le ultime frontiere della metropoli, quelle stesse frontiere che il sindaco di Roma vorrebbe imporre impedendo i cortei in centro.
Romperemo il muro dell’indifferenza e della paura, attraversando i luoghi dove troppo spesso “riqualificazione” ha significato esclusione, emarginazione, abusi di potere e sottrazione di spazi: Porta Maggiore, Piazza Vittorio, Termini, Esquilino. Punti vitali della città, snodo di flussi, di merci, capitali e comunicazione, ma anche di persone e idee. Occuperemo temporaneamente la città con musica e performance da tutto il mondo, riqualificheremo i nostri muri con graffiti e stencil. Grideremo la nostra rabbia in tutte le lingue, consapevoli del fatto che questo delirio securitario esplode proprio mentre i governi varano “piani anti-crisi” dove si decide di sostenere le aziende e le banche in difficoltà e si stanziano fondi per la costruzione di nuove carceri, invece di pensare a nuove politiche sociali di sostegno alla cittadinanza.
La difesa dell’esistente è una lotta che non ci interessa. La piattaforma che proponiamo si spinge oltre il terreno del conflitto, verso una sfida più radicale: respingiamo il Pacchetto sicurezza al mittente, insieme all’intero di modello di società che rappresenta, quella dei recinti e delle Zone Rosse; contro il controllo e la repressione delle nostre vite, contro la militarizzazione dei territori e delle città. Vogliamo l’abolizione immediata della legge Bossi-Fini, perché è una legge razzista e perchè perdere il lavoro a causa della crisi rappresenta per le persone migranti una condanna alla clandestinità. Vogliamo la regolarizzazione di tutte e tutti e la rottura legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, dispositivo di controllo che imprigiona le persone migranti. Rifiutiamo la criminalizzazione di chi fugge da guerre e persecuzioni, le classi separate per i bambini e le bambine straniere. In questo rinnovato clima di caccia allo straniero stupratore ribadiamo, insieme a femministe e lesbiche, che “L’assassino ha le chiavi di casa”, che la violenza avviene in famiglia, per mano di compagni, mariti, padri e amici. Il DdL Carfagna e le ordinanze dei sindaci sceriffo rientrano in questo schema, che vorrebbe dividere in base alla condotta, in un sistema che esclude e punisce chi non si adegua ai parametri del “decoro urbano”.
Tante le iniziative organizzate contro il “Pacchetto” in altre città: da Firenze a Brescia, da Torino a Catania. Un coro di voci per dire no alla società dei recinti, alla “Fortezza Europa” ed alle Isole Lager.
Tante le tematiche che porteremo in piazza a Roma, come tante sono le realtà che hanno attraversato il percorso di costruzione della mobilitazione. Dalle partecipate assemblee, alle numerose iniziative organizzate in varie parti della città, in occupazioni, centri sociali e università, fino ai volantinaggi nei mercati, l’ambizione è stata quella di parlare alla metropoli, ognuno con i propri linguaggi. Quello del 31 gennaio sarà un corteo di migranti, occupanti, precari, studenti, attivisti, writer, di femministe e lesbiche, di centri sociali e associazioni, ma speriamo soprattutto un momento di riconoscimento per tutti e tutte quelli che, giorno dopo giorno, costruiscono a partire dalla propria esistenza un’”altra città”. Un corteo di chiunque pensi che la libertà sia un bene prezioso da difendere e che quello che è in gioco sia il futuro delle persone. “I diritti non si chiedono, si strappano”, dice un proverbio egiziano: mentre a Lampedusa ci si conquista il diritto di fuga, pure noi proviamo a fare la nostra parte.
Rete contro il Pacchetto Sicurezza

Da Liberazione del 30/01/2009

Converti in pdf

Di Guido Caldiron su Liberazione del 30/01/2009

«Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione». Parola di Don Floriano Abrahamowicz sacerdote lefebvriano, responsabile per il Triveneto della Fraternità San Pio X. Don Floriano officia presso la cappella Beata Vergine di Lourdes di Lanzago di Silea, in provicincia di Treviso e proprio rispondendo a un’intervista del giornale locale, La Tribuna di Treviso , ha chiarito punto per punto la sua “visione” della Shaoh, della storia e dell’ebraismo.

«Non metto in dubbio i numeri. Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all’essenza del genocidio, che è sempre un’esagerazione». Non solo. «Se monsignor Williamson avesse negato alla televisione il genocidio di un milione e 200 mila armeni da parte dei turchi, non penso che tutti i giornali avrebbero parlato delle sue dichiarazioni nei termini in cui lo stanno facendo ora. Chi ha mai parlato del genocidio anglo-americano nel bombardamento delle città tedesche? (…) E gli israeliani non possono mica dirmi che il genocidio che loro hanno subito dai nazisti è meno grave di quello di Gaza, perché loro hanno fatto fuori qualche migliaio di persone, mentre i nazisti ne hanno fatti fuori 6 milioni».Nell’intervista, per non farsi mancare nulla, Don Floriano riesuma anche un po’ delle posizioni teologiche pre-Concilio della Chiesa cattolica sugli ebrei. «Tutta la storia dell’umanità è segnata dal popolo di Israele, che in un primo momento era il popolo di Dio, poi è diventato il popolo deicida e alla fine dei tempi si riconvertirà a Gesù Cristo. Dietro tutto ciò c’è un aspetto teologico misterioso, quello del popolo di Dio, che ha rigettato il suo Messia e che lo combatte ancora». «Da cristiano cattolico, aggiungendo quel poco di sangue ebraico che corre nelle mie vene, io auguro agli ebrei di abbracciare nostro Signore Gesù Cristo. Amen».Ma Don Floriamo Abramovich non è solo uno dei preti tradizionalisti che in base alla recente decisione del Papa si apprestano a rientrare nella Chiesa di Roma. In rete il suo nome è infatti associato decine di volte a quello di esponenti di primo piano della Lega Nord. Un vicinanza che gli è valsa la definizione da parte di Libero , in un articolo pubblicato a febbraio del 2007, di “prete di partito”. «Don Floriano Abrahamowicz, amico di Borghezio, benedice il crocefisso in latino, elogia il senatur e sogna che gli “stati occidentali riconoscano Gesù come loro capo, perché tutto il potere viene da lì”», sintetizzava in quell’occasione il quotidiano diretto da Vittorio Feltri. Nell’articolo, scritto dopo un incontro con il sacerdote che aveva benedetto l’apertura dei lavori del Parlamento padano a Vicenza l’11 febbraio del 2007 - c’è una bella foto che ritrae il sacerdote accanto a Roberto Maroni - Don Floriano raccontava il suo rapporto con la politica: «Io vado dove mi invitano - aveva spiegato - E’ successo con Forza Nuova. E anche con An. Il crocifisso va benedetto ovunque, a patto che lo si faccia davanti a persone di fede. La sinistra, no, non mi ha mai invitato». In quell’occasione l’”amico di Borghezio” parlava in questi termini della Lega: «Il popolo leghista viene sempre descritto come rozzo, e invece sono persone di buon senso, gente semplice. Apprezzo la Lega perché ha fatto del radicamento sul territorio e del rispetto delle tradizioni le sue battaglie. E Bossi ha avuto molto coraggio e ha il merito di aver dato la sveglia al popolo del nord». Quanto al ruolo della fede, suggeriva il sacerdote, «il compito della Chiesa oggi dovrebbe essere quello di porre rimedio ai danni fatti dalla rivoluzione francese, prima, e dal Concilio Vaticano II, poi. Il Concilio ha ratificato quello che avevano fatto i francesi, ovvero togliere alla Chiesa ogni funzione politica. Io dico che Gesù non è un soggetto politico, ma anche la sovranità terrena viene da lui». Infine, non era mancato un chiarimento anche su altri temi “caldi”: «L’islam è solo il mezzo usato dai poteri forti e dalla massoneria ebraica per mettere sotto scacco i valori cattolici e scardinare le tradizioni della nostra società. Usano l’Islam perché non possono attaccarci direttamente. Ma la sfida non è ancora persa».Conosciute le sue opinioni sull’opera di Dio e su quella degli uomini non stupirà forse sapere che Don Floriano indica tra le sue letture l’autobiografia di Erich Priebke, Vae Victis , scritta dall’ex capitano delle Ss insieme al suo avvocato Paolo Giachini, e reperibile soprattutto nei circuiti dell’estrema destra.Eppure Don Floriano era uno dei sacerdoti che nel settembre del 2007 celebrarono una messa in latino a Lanzago di Silea a cui assistette il leader della Lega Umberto Bossi. Come raccontava una nota dell’agenzia Apcom del 9 settembre, «Il leader del Carroccio, in un’insolita uscita pubblica, ha spiegato la sua presenza sul prato della Chiesa con il fatto che tra la Lega e la comunità lefebvriana c’è una certa affinità: “C’è la tradizione, innanzitutto - ha detto Bossi - e poi questa messa cantata è bella perchè cantando ci lasciamo trasportare. E’ stato un errore togliere questi bei canti dai cerimoniali, perché il canto ti libera e ti trasporta in una dimensione più spirituale”. “Io non conosco bene queste persone ma a me sembrano delle persone sane. L’attuale Papa, quando era cardinale, li sosteneva. Ora non so se abbia cambiato idea ma è gente sana che non può far altro che del bene alla Chiesa». «Tra i partecipanti - aggiungeva l’Apcom - anche l’europarlamentare leghista, Mario Borghezio: “E’ la prima volta pubblica di Bossi in questa veste - ha detto - ma ricordo anche che Bossi si è definito più volte un cattolico tradizionalista”. “I valori cattolici - ha spiegato Borghezio - sono condivisi da Bossi ma anche da molti altri parlamentari leghisti. Non penso a difficoltà con il Vaticano per il fatto che noi seguiamo anche i lefebvriani. Ci sentiamo semplicemente vicini a loro, ma siamo ossequiosi nei confronti di Papa Ratzinger. E’ legittimo coltivare un rapporto con questi cattolici che si dimostrano capaci e a volte gli unici a difendere i valori della Chiesa tradizionale. Io li vedo come la Militia Christi più avanzata».La storia dei rapporti tra la Lega e i cattolici tradizionalisti, non solo lefebvriani, è del resto piuttosto lunga e segnata da avvenimenti pubblici e cerimonie a mezza strada tra la politica e la religione. Tra i molti episodi che segnalano questa relazione se ne possono ricordare almeno un paio. Il 28 settembre del 2004 il quotidiano leghista La Padania descrive così la celebrazione della messa in latino nell’ambito della festa leghista di Milano, dove un capannone era stato trasformato in cappella: «Il prete, don Ugolino Giugni, ha ricordato che quella era la Messa “di sempre”: la stessa che, celebrata sulle navi dell’armata cristiana poco prima della battaglia di Lepanto, infuse ai valorosi difensori della nostra terra e della nostra fede la forza per fermare e sconfiggere la flotta mussulmana». E lo stesso Borghezio era stato nel 1999 l’ispiratore di una “messa riparatrice” nel quartiere torinese di Porta Palazzo dove gli immigrati musulmani avevano celebrato la fine del Ramadan. CIrca cinquecento «nuovi crociati della battaglia contro l’invasione islamica» (come si erano autodefiniti) avevano evocato «una nuova Lepanto» per frenare le «orde» islamiche formate dagli immigrati. Ad officiare in latino era stato in quel caso Don Michele Simoulin, superiore italiano della Fraternità San Pio X. Gu.

Converti in pdf

Provincia Regionale di Messina
Gruppo Consiliare P.R.C.

AL SIGNOR PRESIDENTE DELLA PROVINCIA REGIONALE DI MESSINA
AL SIGNOR PRESIDENTE DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DI MESSINA

MOZIONE

Oggetto: Prevista riduzione di collegamenti ferroviari sulla tratta Messina-Palermo

Il sottoscritto Consigliere Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista.

PREMESSO
Che a partire dal prossimo 1° febbraio verrà ridotto, da parte di Tenitalia, il numero di collegamenti ferroviari sulle tratte siciliane;
Che anche la tratta Messina-Palermo subirà il taglio di un certo numero di corse;
Che già in atto, alcune mattine e senza motivazione, vengono a volte soppressi dei treni causando disagi materiali ai numerosi lavoratori pendolari e studenti che li utilizzano;
Che persino il treno 3873 Messina – Palermo delle ore 6.30 sarà soppresso, tanto che un certo numero di cittadini ha già presentato a Trenitalia un formale reclamo che si allega.
CONSIDERATO
Che il trasporto ferroviario in Sicilia è già di per sé molto carente;
Che i lavoratori pendolari siciliani sono giornalmente costretti a viaggiare senza alcuna certezza di raggiungere il proprio posto di lavoro in orario, come v’è certezza sull’orario di rientro a casa;
Che i servizi forniti dall’azienda ferroviaria sono attualmente molto carenti.
RITENUTO
Che la situazione riguardo il livello occupazionale delle ferrovie italiane è già di per sé precaria;
Che la riduzione anche di una sola corsa comporterebbe una perdita di importantissimi posti di lavoro.

PROPONE
Di attivare tutte le iniziative atte ad evitare la riduzione dei trasferimenti di fondi, per il comparto trasporti ferroviari, dallo Stato centrale alla Regione Siciliana;
Di potenziare tutti i trasporti ferroviari già insufficienti ed inadeguati.

IMPEGNA
Il Presidente della Provincia Regionale di Messina a farsi carico e a svolgere ogni attività utile affinché il Presidente del Consiglio nazionale si adoperi per modificare il decreto-legge che prevede dei tagli ai finanziamenti per le Società di Stato dei trasporti ferroviari;
A trasmettere inoltre eventuali atti amministrativi a:
On. Signor Presidente della Regione Sicilia;
On. Deputazione Regionale presso l’Assemblea della Regione siciliana;
On. Sigg. Ministri siciliani;
On. Sigg. Senatori e Deputati nazionali siciliani;
On. Sig. Assessore ai Trasporti della Regione Sicilia;
On. Sig. Ministro dei Trasporti;
Al Signor Prefetto Di Messina.

Messina 26 gennaio 2009

Il capogruppo
Francesco Andaloro

Converti in pdf

La situazione che si è venuta a creare nell’ultimo periodo riguardo la gestione e lo smaltimento dei rifiuti ha messo in luce tutte le crepe ed i limiti dell’attuale amministrazione. L’inefficienza  di questo importantissimo servizio è il frutto di un insieme di colpe da attribuire a vari livelli e che puntualmente vediamo rimbalzare tra l’uno e l’altro dei vari organi competenti: Gesenu, Ato2, Comuni, Provincia e TirrenoAmbiente.La creazione degli Ato nella nostra Provincia e la divisione dei compiti riguardante la raccolta e lo smaltimento invece di semplificare il servizio ha creato ulteriori problemi: la Gesenu, società privata che gestisce il servizio  della raccolta rifiuti paga a intermittenza i lavoratori; questi entrano giustamente in sciopero causando l’emergenza ambientale e igienico – sanitaria. La discarica di Mazzarà Sant’Andrea   (che sembra finalmente essersi scoperta gestita da TirrenoAmbiente )  è rimasta chiusa per via del maltempo, comportando il trasferimento dei rifiuti a quella di Sant’Anastasia e i cittadini ne conteranno le conseguenze sulle cifre della bolletta. Questi problemi sono causati dal fatto che ci sono troppe persone con le mani in pasta. Tanto è grande e articolato questo sistema che non è chiaro agli stessi amministratori/gestori quali sono le reali competenze e responsabilità in materia, infatti da mesi si rimpallano vicendevolmente accuse più o meno fondate, complicando ancor di più le cose. A completare il tutto, amministratori con prerogative diverse da quelle richieste.A tal proposito, noi di Rifondazione Comunista ci domandiamo come la gestione dei rifiuti che per buona parte è in mano a Comuni e Province quasi tutte dello stesso colore politico (centrodestra) non sia ancora stata definita con un risoluto intervento. Cosa lo impedisce? 

I provvedimenti potrebbero essere molteplici; per esempio si potrebbe avviare una revisione contrattuale, concertata tra Provincia e Comuni, riguardo le diverse aziende e i criteri di appalto delle stesse; garantire trasparenza amministrativa nell’uso dei fondi; favorire una maggiore autonomia dei Comuni tramite la promozione di discariche cittadine; avviare  la raccolta differenziata in maniera efficacia e definitiva, investendo nelle strutture atte a questo scopo; selezione dei dirigenti degli enti non per nomina politica ma per competenze.

Partito della Rifondazione ComunistaCircolo “Ottobre Rosso”98051 - vicolo 1° Mandanici, 4Tel.: 3489028462 - e-mail: gcbarcellona@gmail.com

www.gcbarcellona.netsons.org

24/01/2009

 

Converti in pdf

di Paolo Ferrero

Ottantantotto anni fa nasceva a Livorno il partito Comunista d’Italia, sezione dell’internazionale comunista. Dopo la sconfitta del biennio rosso e del movimento di occupazione delle fabbriche, l’incapacità del partito Socialista di dirigere positivamente il movimento di massa veniva sancito da questa rottura. Il movimento operaio italiano non nasceva in quel passaggio, ma li si decise una svolta, si decise il cambiamento del nome: da li in poi, anche in Italia, i rivoluzionari si sarebbero chiamati comunisti. Il cambio del nome nacque dalla necessità di distinguersi dai partiti socialisti. Questi erano stati travolti; prima dall’incapacità di tenere una posizione autonoma dalle varie borghesie nazionali nella gigantesca carneficina che fu la prima guerra mondiale; poi dall’incapacità a definire uno sbocco rivoluzionario alla crisi post bellica. I partiti socialisti si erano rivelati una guida fallimentare per i lavoratori e così, i rivoluzionari, dopo la vittoria in Russia, decisero di segnare nettamente la differenza, addirittura con il cambio del nome.

Quaranta anni fa Jan Palach si dava fuoco in piazza Venceslao a Praga per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Quel’invasione, che seguiva di 12 anni l’invasione dell’Ungheria, metteva la parola fine alla primavera di Praga. Chiudeva brutalmente il più importante tentativo di autoriforma avvenuto nei paesi a socialismo reale. I sistemi politici nati con la rivoluzione russa evidenziavano in modo drammatico di essere entrati in contraddizione totale con le aspirazioni che li avevano generati. La speranza di trasformazione sociale che il comunismo aveva portato al punto più alto nel mondo moderno, con una rivoluzione che aveva sovvertito completamente l’ordine sociale, veniva annichilita sotto i cingoli dei carri armati.

Per questo il nostro partito oggi si chiama Partito della Rifondazione Comunista. Perché ci sentiamo in piena sintonia con quei rivoluzionari che assaltarono il palazzo d’inverno e che diedero vita al Partito Comunista d’Italia e perché siamo consapevoli che i sogni e le speranze di quei rivoluzionari sono stati negati, calpestati ed offesi a Praga, a Bucarest come a Berlino nel 1953. Rifondazione Comunista, due termini che si sostengono e si qualificano a vicenda. L’uno senza l’altro perdono di significato, non possono esprimere il senso del nostro progetto,sono muti. Rifondazione Comunista non è solo il nome del partito ma il nostro progetto strategico: rendere attuale il comunismo attraverso il suo processo di rifondazione, che matura e cresce interagendo con le soggettività antagoniste.

Da qui ripartiamo oggi. Nella consapevolezza che gli ultimi tempi il progetto della rifondazione comunista è stato pesantemente attaccato e messo in discussione da chi ha proposto di abbandonare ogni riferimento al Comunismo. La rifondazione senza il comunismo non è l’approdo naturale della nostra storia ma la negazione radicale della nostra ragione di esistenza. La rifondazione senza il comunismo è la pura riedizione dell’occhettismo, cioè l’innovazione senza principi e la perdita di ogni autonomia politica.

Ricordiamo quindi oggi quel lontano 21 gennaio 1921, nella piena consonanza di ideali e di propositi, per proporre il rilancio del progetto della rifondazione comunista. Questo non avviene nel vuoto pneumatico, non avviene nel cielo delle ideologie; avviene nel bel mezzo di una gravissima crisi economica che mostra, una volta di più, il volto distruttivo del capitalismo. Quella in cui siamo entrati è una crisi pesantissima, che durerà a lungo e che cambierà profondamente il nostro modo di vivere. E’ una crisi “costituente” in cui si intrecciano crisi economica, crisi sociale e crisi della politica. Il parallelo storico che salta agli occhi è quello con la Germania della repubblica di Weimar, in cui identità sociali e politiche consolidate si sfaldarono e il disagio e le paure sociali vennero egemonizzate dalla barbarie razzista.

Ricostruire una speranza. Ricostruire un efficace conflitto di classe, forme di solidarietà e di mutualismo, evitare le guerre tra i poveri. Far vivere nel conflitto la lotta per le libertà e per l’eguaglianza. Prospettare una uscita da sinistra da questa crisi, in termini di intervento pubblico per la ristrutturazione ambientale e sociale dell’economia e di redistribuzione del reddito e del potere. Queste sono le sfide a cui dobbiamo saper rispondere nella costruzione dell’opposizione. Non si tratta di proseguire come ieri. Rifondazione Comunista non si salva conservandola ma spendendola nella capacità di dare una risposta alla crisi, sommando spirito unitario e determinazione, nella forte sintonia che ci lega alle esperienze latinoamericane. Il Partito Comunista Italiano seppe costruire il suo ruolo e la sua ragion d’essere politica nella lotta partigiana, nell’abbattimento del regime fascista e nella costruzione della democrazia in Italia. Noi oggi vogliamo rilanciare il nostro progetto di rifondazione comunista nella capacità di dare una risposta, in basso a sinistra, a questa crisi.

www.rifondazione.it

Converti in pdf

Respinta a Cipro la “Spirit of Humanity”, la nave del coordinamento internazionale Free Gaza Movement, carica di aiuti umanitari: è stata attacata in acque internazionali a circa 40 miglia dalle coste della Striscia di Gaza da unità della marina israeliana. Scrive Francesco Caruso, unico italiano a bordo su trenta tra medici, attivisti, deputati e giornalisti europei: «Dopo essere stati intercettati, dinanzi al nostro rifiuto ad obbedire all’ordine illegittimo e illegale dal punto di vista delle norme basilari del diritto internazionale, la nave ha subito un accerchiamento e vari tentativi di speronamento. Dopo la comunicazione dell’”open fire”, cioè della minaccia via radio di aprire il fuoco entro 5 minuti, abbiamo scelto di fermarci. E’ stata un’ esperienza allucinante, per oltre tre ore, ci hanno letteralmente sequestrato e stavano arrivando finanche a spararci addosso, semplicemente perchè “colpevoli” di cercare di portare un minimo di conforto e aiuto ad una popolazione civile stremata dall’assedio e dall’aggressione. La verità è che non vogliono occhi stranieri a Gaza che possano raccontare e testimoniare la violenza della mattanza contro i palestinesi rinchiusi in quella prigione a cielo aperto».

Dal Liberazione del 16/01/2009

Converti in pdf

Dopo il maltempo di questi giorni, in Città e Provincia di Messina si fanno i conti dei danni e dei disagi causati: Strade bloccate e scuole con infiltrazioni d’Acqua a Messina; a Sant’Alessio si è formato un cratere sulla strada del lungomare; Terme Vigliatore è rimasta isolata per un giorno da Barcellona, a causa della chiusura del ponte di Terme, pericolante, unica via d’accesso alla città del Longano visto che la strada del lungomare non è agibile, ed è stato chiuso per precauzioni;  La ferrovia di Scaletta Zanclea ha subito danni ingenti, tanto da far fermare i treni e costringendo gli abitanti a viaggiare in pullman. Questi sono solo alcuni dei problemi causati dal maltempo, ma potremmo benissimo allungare la lista. Quello che è successo nella nostra provincia è che interi paesi del nostro comprensorio hanno avuto disagi enormi per due giorni di maltempo; tutto questo dovuto alla cattiva gestione del territorio, ed una scarsa, quando non assente, manutenzione di scuole, edifici pubblici in genere, strade, ponti, linee ferroviarie, abbandonate letteralmente all’incuria del tempo e senza nessun tentativo di recupero. Anzi molto spesso per risparmiare dalle finanziarie si tolgono investimenti alla manutenzione, con i risultati che vediamo. Mentre si calcolano i danni ed i sindaci tentano di mettere una pezza, il governo nazionale assicura quello regionale dell’investimento di esorbitanti denari per il Ponte sullo Stretto!Come Rifondazione Comunista – Federazione di Messina chiediamo che i fondi per finanziare le infrastrutture in Sicilia vadano a completare le opere di manutenzione necessarie ad un vivere civile nella nostra provincia: che si controllino scuole, strade, ferrovie, tutte le linee di collegamento e si incrementi l’inizio di una stagione di opere pubbliche e si prevengano così i danni del maltempo; con il Ponte non si risolveranno i problemi che oggi vive la città e la provincia per le intemperie: curando il nostro territorio si. Filippo Giunta – Segretario Provinciale Rifondazione ComunistaFranco Andaloro – Consigliere Provinciale Rifondazione ComunistaCarmelo Ingegnere – Resp. Informazione Rifondazione Comunista Federazione Messina

Converti in pdf

L’uomo aveva tentato di mettersi in proprio nel territorio controllato da Cosa Nostra. In casa di De Pasquale sequestrata una pistola clandestina

Una vendetta spietata ma puntuale, nel perfetto stile mafioso. Un agguato che non lascia spazi a molte interpretazioni. Nel codice di Cosa Nostra
Carmelo De Pasquale, 41enne ex esponente della criminalità organizzata barcellonese, doveva pagare con la vita alcuni “gravi” errori. Quello fatale è stato aver cercato di mettersi in proprio, aver invaso il territorio sacro di Costa Nostra senza alcun rispetto per le regole.
Da tempo De Pasquale era estraneo ai clan locali anche a quello del cognato Vito Carmelo Foti, boss di Terme Vigliatore. Per questo agiva da solo. Negli ultimi tempi, con un drappello di giovani fedelissimi, si era dedicato a rapine ed estorsione colpendo anche commercianti ed imprenditori protetti da Cosa Nostra. Uno sgarro che i boss non possono tollerare e che, ne sono convinti gli inquirenti, è risultato decisivo nella scelta di far fuori il 41enne.
La dinamica dell’agguato mortale ormai sembra certa.
De Pasquale ieri sera stava tornando nella sua casa di contrada Nasari dove viveva con una vecchia zia. Giunto sotto casa, erano quasi le 21, è stato chiamato da qualcuno che conosceva bene. De Pasquale ha bloccato la sua Fiat Punto, ha abbassato il finestrino lato guida ed ha scambiato qualche parola. Ma era solo uno stratagemma. Qualcuno alle spalle dell’interlocutore di De Pasquale ha estratto un fucile calibro 12 ed ha sparato una sola volta. Il proiettile ha centrato al volto il 41enne ed ha mandato in frantumi il parabrezza ed il silenzio della sera. Quindi i killer sono fuggiti, protetti dall’oscurità. Nessuno li ha visti, nessuno ha sentito niente.
Solo qualche minuto dopo una telefonata anonima ha avvertito le forze dell’ordine che sull’auto c’era un cadavere.
Subito è scattata la perquisizione in casa di De Pasquale. I Carabinieri hanno trovato una pistola calibro 9 per 21 con matricola abrasa. L’arma sarà ora sottoposta a perizia balistica da parte dei Ris per stabilire se ultimamente sia stata adoperata.
Per tutta la notte i Militari dell’Arma hanno effettuato interrogatori di pregiudicati e perquisizioni domiciliari. A coordinare le indagini il sostituto della DDA Giuseppe Verzera e della procura di Barcellona Michele Martorelli. Al momento gli inquirenti seguono senza indugio la pista della vendetta. De Pasquale era ritenuto dai boss pericoloso per gli equilibri interni alla criminalità organizzata dalla quale era stato allontanato. Nell’ultima operazione antimafia dei Carabinieri, la Vivaio, che ha smantellato i gruppi affiliati a Cosa Nostra barcellonese il nome di De Pasquale non compariva. I clan Foti, Bisognano, Calabrese avevano deciso di fare a meno di lui. Troppo pericolosi anche perché negli ultimi tempi parlava a ruota libera e questo nel codice mafioso è un altro peccato mortale.

www.tempostretto.it

 

Converti in pdf

Quest’anno ricorre il secondo anniversario della strage del Segesta. Come Rifondazione Comunista - Federazione di Messina, vorremmo ricordare quel tragico evento, con trsistezza e con rabbia. Due anni fa persero la vita il comandante del Segesta Jet Sebastiano Mafodda, di 55 anni, il direttore di macchina Marcello Sposito, di 42 anni, il motorista Domenico Zona, di 35 anni, ed il marinaio Palmiro Lauro, di 52. Nell’impatto di allora si ferirono 100 persone circa. Vorremmo ricordare questa tragedia per far si che sulle condizioni di lavoro dello Stretto non venga mai meno l’attenzione, che diritti dei lavoratori e sicurezza vanno di pari passo e vanno entrambe sempre mantenute. Le cause della sciagura di due anni fa vanno ricercane nel profitto di alcuni a discapito della vita di chi lavora, spesso senza diritti e senza tutele. La vera sicurezza passa da qui.  

Filippo Giunta – Segretario Provinciale Rifondazione ComunistaFranco Andaloro – Consigliere Provinciale Rifondazione Comunista Carmelo Ingegnere – Responsabile informazione Federazione Messina Prc 

Converti in pdf
By Carmelo | - 3:05 pm - Categorie: comunicati stampa

(ANSA) - MILANO, 15 GEN - Un sito Usa di estrema destra incita a uccidere Vittorio Arrigoni, pacifista italiano di International Solidarity Movement che e’ a Gaza. Lo rende noto lo stesso attivista nel suo ultimo ‘post’ da Gaza, uscito ieri sul suo blog, con il titolo ‘Avvoltoi e cacciatori di taglie’. Sul sito stoptheism.com, nato proprio per combattere l’International Solidarity Movement, Arrigoni e’ indicato bersaglio numero uno per le forze israeliane, con foto e dettagli per identificarlo.

Converti in pdf