http://classe_operaia.okblog.it

Sul terremoto del 1908, ieri è tornato a parlare anche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo. “Questo momento di grande solennità – ha scritto Lombardo in una nota ufficiale della presidenza – deve servire a porre rimedio agli errori e ai comportamenti del passato: abbiamo costruito palazzi dove era opportuno limitarsi a costruzioni di un solo piano; abbiamo tracciato strade strette e tortuose lì dove sarebbe stato consigliabile realizzare grandi vie di fuga; abbiamo imbrigliato i torrenti e cementificato gli alvei dei fiumi. Siamo stati miopi. Ma è venuto il momento di prendere coscienza, di valutare con freddezza la situazione, di studiare e trovare delle soluzioni. Siamo dinanzi a un imperativo – continua Lombardo –: l’ambiente deve essere salvaguardato. Non possiamo non aver capito che la natura, se violentata, si vendica”.

Sembrerebbe l’analisi di un ambientalista, attivista della Rete No Ponte, neanche Renato Accorinti  avrebbe potuto fare di meglio, discorso condivisibile e auspicabile se non provenisse dal primo sostenitore dell’eco mostro sullo Stretto.

Al presidente innamorato di Messina, che non ha voluto nessun messinese nella squadra regionale, verrebbe da chiedere cosa intende quando parla di  “violentare la natura”;

costruire palazzi lungo il porto è più stuprante che sovrastare le fragili faglie dello stretto con oltre 3000 metri di acciaio e cemento sottoposti, fra l’altro, all’eterno scirocco?

Un ponte di tali dimensioni non fa incazzare la natura?

Sarà San Silvio Protettore dei Ponti a garantire il silenzio assenso del Creatore?

O ci affideremo alla protezione di cosa nostra?

Frasi vuote fondate sul nulla, riservate ad una popolazione apatica che gode nel lasciarsi abbindolare da altre  cinquant’anni, demagogie e populismo di bassa lega riservato agli abitanti della città fantasma che hanno perso ogni similitudine con il DNA degli orgogliosi messinesi  ante terremoto.

In tal senso  la natura si è già vendicata….

WilCHE

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 http://altrosud.wordpress.com/

Miliardi di euro per le banche e gli speculatori finanziari, 40 euro per le famiglie.
Il piano anticrisi del governo è sconcertante: fiumi di denaro pubblico a chi già possiede miliardi di euro e le briciole elargite ai più bisognosi.
Al di là dei proclami, questa è elemosima e non è certo con l’elemosina che si risolvono i drammi sociali nel nostro paese: c’è piuttosto bisogno di un reddito sociale garantito per tutti i precari e i disoccupati, come già avviene in gran parte dell’Unione Europea.
1000 euro al mese ci potrebbero anche bastare, altrochè la miseria dei 40 euro del governo.
Aspettiamo di vedere questa social card, per capire se e come sia possibile clonarla, per distribuirne non una ma qualche centinaia di tessere ad ogni precario, pensionato, disoccupato.
Tremonti, in nome del comune richiamo a Robin Hood, non si scandalizzerà certo per quest’azione di risarcimento sociale.

Francesco Caruso

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Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc.
Il governo italiano chieda al governo israeliano di fermare immediatamente le azioni di guerra contro la striscia di Gaza.  Il governo Italiano chieda al governo israeliano di fermare l’esercito che usa armi da fuoco contro i ragazzi palestinesi che manifestano, come ho potuto drammaticamente constatare di persona oggi, mentre mi trovavo al chek point di Qalandia, all’uscita da Gerusalemme.

Il governo italiano chieda l’immediata convocazione del consiglio di sicurezza dell’Onu al fine di imporre il cessate il fuoco e la ripresa delle trattative.

E’ inaccettabile che le esigenze elettorali dei vari partiti del governo israeliano determinino nei fatti una escalation militare che oltre al costo in vite umane rischia di rimettere a ferro e fuoco la Palestina e tutta la regione. Fermare subito l’escalation militare è l’unica cosa che si deve fare e che l’Europa deve perseguire con forza.

Ramallah, 27/12/2008

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Tutto avviene a San Cipirello: un comune di 5 mila abitanti a mezz’ora da Palermo e un minuto da San Giuseppe Jato. Qui c’è l’Istituto tecnico per programmatori Beccadelli, scuola privata con aule minuscole e direzione nel seminterrato. Aldo Cimino, l’amministratore unico, chiude la porta e si siede alla scrivania. Così può parlare con riservatezza. La questione è delicata: davanti ha un professionista milanese che si è trasferito in Sicilia e ha un problema da risolvere. Il figlio vive in Lombardia con l’ex moglie e non vuole studiare. Ha frequentato il primo anno di liceo scientifico rimediando una bocciatura. Poi è arrivato in seconda ed è stato bocciato ancora. Adesso è in terza con voti disastrosi. “A questo punto”, dice il padre, “vorrei un percorso accelerato”. Insomma: recuperare anni, a tutti i costi. “Considerando che il ragazzo abita a più di mille chilometri da qui”. Un’impresa in apparenza disperata: ma solo in apparenza. “Possiamo fare così”, spiega Cimino, “il ragazzo si ritira, si presenta il prossimo settembre da noi e gli facciamo prendere i primi quattro anni”. “Passa sicuramente?”, chiede sfacciato il padre. “Passa, passa…”, sorride Cimino, “non c’è problema”. Non serve neppure che il ragazzo si faccia vedere: può starsene tranquillo a Milano. “Gli diamo noi i programmi, tanto è scolarizzato”, dice. Quanto all’anno successivo, quello della maturità, la strada è in discesa: “Suo figlio prende la residenza a Palermo, lo iscriviamo da interno e ce ne usciamo!”. Anche in questo caso, assicura Cimino, si va sul sicuro. È sufficiente che il giovane frequenti la scuola “una volta la settimana”, al resto ci pensa l’istituto tecnico Beccadelli. Costo dell’operazione: “1.500 euro per l’idoneità al quinto anno e 2 mila per il diploma”. Senza un depliant, senza un foglio con le caratteristiche della scuola. “A noi ci conoscono per passaparola”, ammicca l’amministratore. Bisogna accontentarsi del suo biglietto da visita. “Agghiacciante”, commenta Elio Formosa, coordinatore nazionale di Cisl scuola. “Siamo al mercato delle vacche, allo svilimento dell’istruzione”. E non è la prima volta, per le scuole non statali. Nel 2004 la procura di Verona ha indagato 23 gestori, presidi e insegnanti di istituti privati in 11 regioni, con l’accusa di associazione a delinquere mirata “al conseguimento di maturità con falsi in atto pubblico”. Due anni dopo, a Palermo, altri arresti per diplomi falsi in scuole private. E ancora, nel 2007, la procura di Modica (Ragusa) ha spedito 93 avvisi di garanzia per diplomi facili in istituti paritari. Fino alle ‘Iene’ di Italia 1 che, in piena bagarre per i tagli alla scuola statale, hanno mostrato come comprare un diploma in una privata di Caserta. “Mele marce”, dice Luigi Sepiacci, presidente nazionale dell’Aninsei (Associazione nazionale istituti non statali di educazione e istruzione): “Noi per primi cacciamo i mascalzoni, ma c’è chi gode a denigrare le nostre strutture”. La verità, a suo avviso, è che “le scuole non statali offrono uno straordinario servizio”. Di più: “Hanno sviluppato metodologie che non tutti gli istituti pubblici hanno”. Per questo, aggiunge, è paradossale che la Finanziaria prevedesse un taglio ai fondi per le private di 133 milioni 393 mila euro (su un totale di 540 milioni 461 mila). E doverosa, per tutti i gestori degli istituti non statali, è stata la retromarcia del governo di venerdì 5 dicembre (vedi box a pag. 79). Un fatto è certo: presa in blocco, l’espressione ‘non statale’ significa poco. Bisogna aggiungere che in Italia le scuole si dividono in due macro categorie: statali (41.603) e non statali (15.946). E che le non statali si dividono, a loro volta, in strutture gestite da enti pubblici (3.414) o da soggetti privati (12.532). In entrambi i casi, è essenziale un’ultima suddivisione: quella in scuole paritarie (laiche o religiose) e non paritarie. “Le prime”, ricorda Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd alla commissione Cultura della Camera, “sono codificate dalla legge 62 del 2000, ed equivalgono sotto ogni profilo alle scuole statali”. Nel senso che rilasciano titoli di studio validi rispettando precisi obblighi: come l’offerta di corsi dal primo all’ultimo anno, l’assunzione di docenti abilitati e il rispetto dei contratti di lavoro. Diverso il discorso per le non paritarie, che possono avere corsi di studio incompleti, non applicare i contratti nazionali e assumere personale non abilitato. Un mondo scivoloso, ma seducente per chi voglia recuperare due, tre, anche quattro anni in un colpo. “Il problema”, dice Mimmo Pantaleo, segretario nazionale Flc (Federazione lavoratori della conoscenza) Cgil, “è che per legge queste strutture mandano gli allievi a fare le idoneità nelle paritarie. Così il cerchio si chiude, creando un sistema scolastico dove agli onesti professionisti si affiancano elementi spregiudicati”. Quanto sia vero, lo si capisce dall’incredibile testimonianza di P. V., amministratore di un istituto non paritario romano specializzato in “preparazione degli esami universitari, scuola superiore con recupero anni scolastici, corsi di lingua, corsi per esame di Stato e preparazione ai concorsi pubblici”. Tutto, in pratica. “Quando presentiamo alle paritarie i candidati per l’abilitazione alla quinta superiore”, dice, “non vengono mai bocciati. Garantito”. Il meccanismo è semplice: “La nostra scuola è frequentata da gente che vuole diplomarsi alla svelta: ci sono ragazzi ultraripetenti e lavoratori con la terza media che per ragioni di carriera inseguono il diploma. Li portiamo al le paritarie per gli esami di idoneità, e nel 90 per cento dei casi li lasciamo impreparati. Completamente. Non gli facciamo fare niente. Gli diciamo: ‘Leggiti Ugo Foscolo, o qualcosa del genere, e vai a fare l’esame’”. Eppure il rischio bocciatura è inesistente, spiega P. V. I ragazzi pagano 3 mila 500 euro, e lui ne versa una parte alle paritarie: “Dagli 800 ai mille euro. Soldi che “le scuole ci restituiscono se, dopo l’idoneità, gli studenti si iscrivono da interni”. Un catena di illegalità “schifosa”, la definisce P. V. Tanto che ultimamente ha avviato un’altra procedura, comunque anomala: “Ho individuato una specie di agenzia; un gestore di scuole private, nel napoletano, a cui passiamo gli studenti. Lui segue gli allievi agli esami e noi prendiamo la provvigione”. Scandalizzarsi è lecito. Ma non bocciare, per questa storia, tutte le strutture private. Non sempre funziona così, nelle non statali italiane. Non sempre vince il malaffare. La risposta all’illegalità, ai traffici occulti, ai docenti improvvisati di certe strutture non statali, esiste e non è un’eccezione. Si trova, per esempio, al Collegio San Carlo a Milano, nella sede storica di corso Magenta, dove dal 1990 rettore è don Aldo Geranzani: un ex prete di periferia che non si perde in diplomazie. “Premetto”, dice, “che sbaglia chi chiede con il piattino in mano l’elemosina al governo”. E aggiungo: “Non facciamo la retorica delle scuole paritarie. Alcune sono fantastiche, altre per niente. Dipende: se lo fai per affari, l’obiettivo è il profitto; se lo fai per missione, pensi alla qualità”. Nel suo caso, spiega, “l’impegno è costruire solide identità sociali, figure mentalmente libere nel solco della tradizione cattolica”. Al San Carlo, aggiunge, tra i 1.400 studenti ci sono ragazzi di religione indù, ebraica e musulmana. A parte questo, tutti i ragazzi sono bilingui, svezzati all’inglese da insegnanti madrelingua. E tutti vengono supportati con tecnologie all’avanguardia. “Guardi”, dice don Aldo entrando in una classe. Un ragazzino sta scrivendo con il dito sulla smart board, una lavagna intelligente che si collega a Internet, scarica testi e foto, e invia il tutto alla mail di casa. Bello. Bellissimo. Costoso (6 mila 500 euro di retta annua) ma affascinante. Più discutibile, invece, è per alcuni l’altra faccia della medaglia: l’impostazione troppo ideologica di certe paritarie cattoliche. Il punto è: in che misura un insegnante laico può esprimersi liberamente in una scuola religiosa? “Tra i requisiti dell’assunzione”, risponde padre Francesco Ciccimarra, presidente dell’Agidae (Associazione gestori istituti dipendenti dall’autorità ecclesiastica), “c’è l’accettazione dei valori cattolici. Ma esiste pure la libertà personale”. Ovvero? Cosa succede se un docente, in classe, dice che contro l’Aids bisogna usare il preservativo? “Si crea un conflitto tra la carta dei valori scolastici e l’opzione ideologica del singolo”, dice Ciccimarra. In altre parole: “Se l’insegnante non si adegua, deve andarsene. È una questione di armonia”. Anche per questo, la sinistra radicale combatte il finanziamento pubblico agli istituti confessionali. “Poi c’è l’articolo 33 della Costituzione”, sottolinea Piero Castello dei Cobas, “dove c’è scritto che gli enti privati hanno diritto a istituire scuole, ma senza oneri per lo Stato. Perché, dunque, si taglia sull’istruzione pubblica e si difende quella non statale?”. Domanda che scatena polemiche. Come l’altra, proposta dallo scrittore e docente (in passato anche nelle private) Marco Lodoli: “Perché le congregazioni religiose, invece di pensare agli ultimi, educano a caro prezzo i primi?”. Valentina Aprea (Pdl), presidente della commissione Cultura alla Camera, non ha dubbi: “Le scuole paritarie sono spesso attaccate”, dice, “ma ottengono ottimi risultati”. Di più: “Sono un patrimonio fondamentale per tutti”. “La verità”, media da destra Marcello Veneziani, “è che nelle strutture private si trova il meglio e il peggio in circolazione. Per questo preferisco la fascia media della scuola statale. E auspico, in generale, controlli sulla qualità dell’istruzione”. Appunto: i controlli. A detta di tutti, il punto è questo. Capire in che misura, nella galassia delle non statali, si riesca a vigilare sui legami illegittimi tra paritarie e non paritarie, sul gioco dei diplomi facili e le responsabilità dei gestori. Situazioni più volte denunciate da Augusto Pozzoli, titolare del sito ScuolaOggi.org. “Un fatto è certo”, dice Massimo Mari della Flc Cgil: “Il decreto 83 del 10 ottobre 2008, firmato dal ministro Mariastella Gelmini, spiega che “il mantenimento della parità dipende dalla ‘permanenza dei requisiti prescritti’. Ma non indica scadenze per le verifiche: le definisce ‘periodiche’”. D’altro canto, girando per scuole non statali, capitano situazioni curiose. Basta entrare, un pomeriggio di dicembre, nell’istituto tecnico Labor di Milano, ed esporre al gestore Domenico Nappo le ansie di un genitore con il figlio in crisi: bocciato in prima ragioneria e ora di nuovo a rischio. Da parte sua, Nappo garantisce che la sua scuola è serissima. Ha anche predisposto un sistema on line per consentire alle famiglie di sorvegliare l’andamento dei figli. Quanto alle sedi esterne di esame, indica tra le altre “l’istituto paritario Freud di via Gustavo Modena, sempre a Milano, dove il ragazzo potrebbe fare l’idoneità se passasse alla scuola informatica”. Quando il padre chiede se c’è un legame, tra Labor e Freud, la risposta è netta: “Non abbiamo niente in comune: sarebbe conflitto d’interessi!”. Salvo scoprire, poi, che il direttore amministrativo dell’istituto Freud si chiama Daniele Nappo. E non solo è figlio del signor Domenico, ma ha anche la stessa residenza. Niente che stupisca l’ispettore Franco De Anna, dell’ufficio scolastico regionale Marche. “Il problema”, dice, “è il modo in cui la parità è stata concessa dopo la legge del 2000. I controlli approfonditi dovevano esserci allora. Ora è un lavoro improbo, gestito da volenterosi che spesso devono fermarsi alle verifiche di base: sugli edifici scolastici, sull’abilitazione dei docenti e sul piano di offerta formativa. Ideale, invece, sarebbe seguire le lezioni, vedere quanto le valutazioni sono veritiere e sondare gli intrecci societari”. Propositi frenati da una realtà sfuggente. Lo si verifica a Bergamo, dove operano la Centro studi superiori srl, proprietaria dell’istituto paritario Leonardo Da Vinci (vari corsi, tra i quali scientifico e linguistico) e il non paritario Centro scolastico Bergamo srl, che al Leonardo invia i suoi studenti per gli esami di fine anno. Le due strutture, mostrano le carte, hanno palesi punti di contatto. Gianfranco Bresciani, consigliere e socio in usufrutto della Centro studi superiori srl (bilancio 2007), amministra con Cristina Capelli (responsabile amministrativa del Centro scolastico Bergamo) una terza società: la B&C srl. Mentre lo stesso Bresciani e Giovanna Capitanio (amministratore della Centro scolastico Bergamo srl) si trovano nell’elenco soci della Consulenze e progetti srl: il primo con il 99 per cento in usufrutto, la seconda con l’1 per cento di proprietà (bilancio 2007). Una ragnatela accettabile? La legge 27 del febbraio 2006 dice che “le paritarie non possono svolgere esami di idoneità per alunni che hanno frequentato non paritarie che dipendano dallo stesso gestore, o da altro con cui il gestore abbia comunanza d’interessi”. Addirittura, i titolari e i responsabili didattici degli istituti paritari, devono dichiarare alla presentazione di ogni candidato che non esiste questa ‘comunanza’ (”la mancanza o falsità delle dichiarazioni porta alla nullità degli esami sostenuti e dei titoli rilasciati”). Ma nell’Italia delle non statali, capita che le regole diventino optional. Anche sul fronte della didattica. Molti insegnanti, anonimi per paura, denunciano che “nelle paritarie capita di pagare invece di essere pagati, pur di incassare i 12 punti per la graduatoria statale”. E altrettanto pesante, sotto il profilo professionale, è la testimonianza di un tutor della Cepu-Grandi scuole, celeberrima struttura per la preparazione di esami universitari (Cepu) e recupero anni alle superiori (Grandi scuole). “Il guaio”, spiega, “è che la pressione commerciale danneggia gli studenti. È capitato, l’anno scorso, di preparare una ragazza bocciata in seconda liceo classico per l’idoneità alla terza. Arrivata agli esami, l’allieva ha visto che il programma svolto a Grandi Scuole era incompleto”. Per un motivo pazzesco: “Abbiamo ricevuto all’ultimo il programma dal liceo statale e siamo stati zitti per non perdere la cliente”. Morale: “La ragazza è stata ribocciata”. Vero? Falso? Impossibile verificarlo. Alla sede centrale di Cepu-Grandi Scuole, chiamata più volte, dirottano sulla dottoressa Roberta Burini. Che non richiama e non è raggiungibile. Come pure Mario Dutto, il direttore generale per gli ordinamenti scolastici al ministero dell’Istruzione, non disponibile a un faccia a faccia sulle non statali: “Domande concordate e scritte”, insiste l’ufficio stampa. Peccato. Era l’occasione per approfondire una vicenda che lo riguarda, e che risale a quando era direttore generale all’ufficio scuola Lombardia. L’8 maggio 2008, infatti, il pm Fabio De Pasquale ha chiesto il suo rinvio a giudizio per avere concesso nel 2002 “riconoscimenti di parità scolastica” a una serie di scuole “nonostante l’istruttoria avesse evidenziato situazioni ostative”. L’udienza era fissata per il 26 giugno scorso, ma a chiudere il discorso è arrivata la prescrizione. Continua, invece, un’altra storia spiacevole: quella delle paritarie che non accettano disabili. “Un fatto censurabile per due ragioni”, dice Adriano Enea Belardini, responsabile Uil delle scuole non statali: “Le paritarie hanno gli stessi obblighi delle statali, quindi devono accogliere i disabili. Inoltre, nel documento 2007/2008 sui criteri per l’assegnazione dei contributi, è indicato che per ogni disabile le paritarie ricevono un contributo statale. Dunque non ci sono scuse”. Questo sulla carta. Nei fatti, una verifica su paritarie a caso dà risultati amari. L’Istituto scuole pie napoletane, per esempio, risponde al padre che vorrebbe iscrivere il figlio disabile che “deve parlarne il consiglio di amministrazione, perché non è mai capitato”. Al San Leone Magno di Roma, il preside delle medie inferiori sospira: “Vorremmo ma non possiamo… Non ci concedono le sovvenzioni di Stato, le classi sono numerose e non abbiamo un insegnante specializzato: lo chiediamo sempre ma non ci sono i fondi”. Più secca l’elementare torinese Principessa Clotilde di Savoia: “Non abbiamo alunni disabili”. Infine c’è Bologna, dove il padre del disabile telefona alla media inferiore Cerreta, che sarebbe disponibile se non fosse femminile: “Si rivolga alle Figlie del sacro cuore di Gesù”, consigliano. Inutilmente. L’ultimo no è accompagnato da questa spiegazione: “Non abbiamo tutte le attrezzature”. Parole poco paritarie.

RICCARDO BOCCA - ESPRESSO.IT

Siamo di fronte ad una casta di speculatori  che succhia il sangue di chi non arriva a fine mese. E’ una vergogna nazionale vedere ancora crescere in maniera ingiustificata il prezzo del pane e della pasta nello stesso giorno in cui la FIAT manda in cassa integrazione 48000 operai.Solo con questi aumenti la Misery Card di Tremonti è di fatto annullata!
Come Rifondazione Comunista con i Gruppi di Acquisto Popolari, stiamo dimostrando da mesi che è possibile distribuire il pane ad un euro al kg (60 Tonnellate distribuite), e dal prossimo sabato oltre al pane distribuiremo anche la pasta (10.000 kg) dimezzandone il prezzo.

L’iniziativa di Rifondazione dimostra che si può far scendere i prezzi dei generi alimentari di largo consumo e questo dimostra ancora una volta il fatto che il governo Berlusconi non fa nulla contro gli speculatori e invece di fissare il prezzo politico per i beni di prima necessità - come noi chiediamo da mesi - difende gli speculatori.

www.rifondazione.it

www.rifondazionemessina.it

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Dopo quelle del Prete Gianni, del figlio segreto di Marilyn Monroe e della immortalità di Elvis Presley, è sbocciata infine una nuova leggenda: i pizzini di Pizza in pizzeria. Pizzini che un po’ di rettori meridionali consegnano a un misterioso fratello del sottosegretario alla Pubblica Istruzione, che sollecito risponde: «Tranquilli: ne parlo a Pino!». E chi sarebbe questo misterioso potente congiunto del potente viceministro? Una vecchia conoscenza delle cronache. Conoscere «qualcuno» a Roma, si sa, è determinante. E Mariastella Gelmini, paracadutata al ministero di viale Trastevere per investitura monarchica di Silvio Berlusconi, appare a molti frequentatori delle anticamere capitoline più o meno come una marziana con le antenne e la pelle verde squamata. Ma ecco che, provvidenziali come certi angioletti, hanno cominciato ad apparire ai responsabili di diverse università del Mezzogiorno alcuni misteriosi emissari. Che dopo essersi premurosamente informati sulle difficoltà nei rapporti col dicastero mai tanto avaro di finanziamenti («Che tempi, professore! Che tempi!»), spiegano che in realtà la Gelmini «si occupa soprattutto di grembiulini» ma per fortuna al ministero, grondante di responsabilità come un albero di cachi a novembre, c’è Sua Eccellenza il Sottosegretario on. Giuseppe Pizza. Informata della faccenda, a dirla tutta, la ministra fa sapere in giro di essere piuttosto seccata e sottolinea che a Pizza, come risulta anche dalla scheda personale sul sito del governo, non ha dato neppure una delega. Del resto, perché glielo hanno messo al fianco? Perché il Cavaliere doveva ricompensare il nostro della sofferta decisione di rinunciare a presentare la «sua» Dc alle elezioni dello scorso aprile. Certo, il microscopico partitino, che «Pino» si è ritrovato in tasca grazie a una sentenza della controversa magistratura dopo anni di battaglie giudiziarie sulle spoglie della Balena Bianca, non avrebbe sicuramente rosicchiato granché al Pdl. Più che una balena, è oggi una Sardina Bianca. Ma c’era il rischio che il voto potesse essere rinviato. E Berlusconi era stufo di aspettare la vittoria annunciata. Fatto sta che «Pino», per dirla in aziendalese, fa parte dell’organico. Va a presenziare all’ambasciata di Parigi al premio «Giuseppe Colombo». Interviene al convegno «Eurospazio: strategie per il futuro ». Rappresenta il governo al simposio su «L’Italia al Polo Nord — Una nuova prospettiva di ricerca in Artico». Invia messaggi di scuse per l’assenza alla «S. Messa in suffragio del compianto amico prof. Diomede Ivone, di cui serbiamo preziose testimonianze dei suoi studi sul cattolicesimo politico e sindacale». Cose così… «E da noi non ci viene nessuno?». «Se volete, Pizza». Tra quanti lo sottovalutano però, come dicevamo, non c’è il fratello. Che non perde occasione per spiegare a tutti che «è Pino quello che decide ». E dove dà appuntamento ai suoi interlocutori? Nel cuore della Roma politica, accanto alla vecchia sede socialista di via del Corso. Alla pizzeria «La Capricciosa» di largo dei Lombardi. Dove giovedì scorso, all’ora di pranzo, dominava una tavola imbandita attorno alla quale erano seduti il presidente e il rettore dell’Università «Kore» di Enna, Cataldo Salerno, e Salvo Andò (l’ex ministro della Difesa ai tempi di Craxi), e il rettore dell’Università di Messina Francesco Tomasello, appena sospeso dall’incarico per decisione del giudice delle indagini preliminari che indaga su un concorso per medicina del Lavoro al Policlinico vinto da Umberto Bonanno, ex presidente forzista del Consiglio comunale messinese, arrestato nel procedimento «Gioco d’azzardo » riguardante presunte tangenti sulla realizzazione di un complesso edilizio. Tema della chiacchierata: la nascita del Politecnico del Mediterraneo, qualche precario da stabilizzare, fondi da sbloccare… Lui, il fratello di Pino, raccoglieva i foglietti di carta con gli appunti e rassicurava tutti: «Adesso chiamo Pino». E chi è il protagonista di questa storia irresistibile di pizzini per Pizza in pizzeria alla «Capricciosa»? Lasciamo rispondere a un dispaccio dell’Ansa del 10 maggio 2006. Dove si parlava di «Massimo Pizza, nome in codice Polifemo» arrestato dal Pm Henry John Woodcock nell’ambito dell’inchiesta su una serie di truffe a imprenditori. In dieci ore di interrogatori, raccontava l’agenzia, l’uomo ne aveva raccontate di tutti i colori. Che Ilaria Alpi era stata «vittima della sua superficialità al 100 per cento» ed era stata ammazzata dai somali perché «aveva scoperto il passaggio strategico di materiale importantissimo, piccolo ed occultabile», cioè uranio partito forse dalla Basilicata. Che «il Dc9 Itavia l’hanno abbattuto gli italiani» in una sera di guerra fra aerei libici, americani e italiani. Che sulla scomparsa di Emanuela Orlandi «non c’è mai stata nessuna attività di indagine seria». E poi ore e ore di «rivelazioni » sulla massoneria, i servizi segreti, i signori della guerra somali… La parte più succosa, però, è la chiusura della notizia d’agenzia: «Nei due interrogatori, Pizza si definisce rappresentante del governo somalo, “agente provocatore”, consulente storico, consulente, bibliografo, “scambiatore di notizie”, analista, venditore di informazioni e anche “truffatore ma non musulmano”, quando ricorda che è stato vicepresidente dell’Associazione musulmana italiana». Oddio: anche un risvolto islamico? Misteri. Basti dire che al «nostro» questa personalità all’Arsenio Lupin dai mille volti piace tanto che sui giornali è apparsa soltanto una fotografia, pubblicata da Panorama, con la didascalia che diceva: «Massimo Pizza nelle vesti di ammiraglio, una delle sue identità». E il bello è che non è neppure detto che l’uomo in quella foto, elegantemente vestito con una divisa della marina militare, fosse proprio lui.

Gian Antonio Stella - Corriere della Sera

Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Messina

Comunicato Stampa

Un primo passo verso un’operazione di bonifica dell’Università e della politica messinese: dimissioni di Tomasello e Ricevuto 

Dopo la sospensione del rettore Tomasello da parte degli organi di giustizia, a seguito degli scandali che stanno toccando l’università di Messina, facendola balenare sulle cronache nazionali come “Parentopoli”, a tutto danno dei ricercatori, dei professori e degli studenti onesti che ogni giorno faticano, si impegnano e lottano contro questo sistema, chiediamo a gran voce le dimissioni del Magnifico, al fine di iniziare un iter  di trasparenza  per far sì che l’università di Messina possa rifarsi un’immagine diversa da quella che si è ritagliata in questo periodo. A seguito degli scandali, sarebbe necessario fare un’operazione di bonifica all’interno dell’università, con un’indagine a tappeto per evitare qualsiasi altra forma di concorsi truccati, o di baronaggio che penalizzi il valore civile e professionale dello studio. Gli studenti che oggi studiano a Messina, devono avere la certezza di poter  andare a testa alta fra i loro colleghi di altre università, e non di vergognarsi per gli scandali, che penalizzano la loro professionalità e svalutano titoli e competenze acquisite. Accanto ai professori che hanno fatto un uso distorto del loro ruolo, ci sono anche professori e ricercatori onesti che spesso, proprio per la mancanza di spazi, sono costretti a continuare i loro studi altrove, “arricchendo” con il loro sapere altri poli universitari. Ma non solo: altre ombre aleggiano sulla condotta da parte del rettore nel rapporto con gli studenti in lotta di Unime Ribelle, così come sulla concessione degli spazi per assemblee informative; alla situazione specificatamente universitaria, fa poi sponda un sistema politico che, a quanto ci viene detto dalle prime indagini, non era per niente estraneo al “sistema”. Proprio da qui nasce la necessità di chiedere le dimissioni dell’attuale presidente della provincia, Nanni Ricevuto, indagato anche lui ma con l’accusa di “falso” e “truffa in concorso”, per favorire un esponente di Forza Italia,ex presidente del consiglio comunale di Messina, già indagato per l’inchiesta “Oro Grigio” in un concorso al policlinico di Messina. Questo dimostra come il malaffare non riguarda solo l’Università, ma coinvolge ampia parte della politica messinese, su cui auspichiamo che la magistratura faccia luce. 

Come Rifondazione Comunista – Federazione di Messina, chiediamo come primo passo per un percorso di bonifica dell’università e della politica messinese le immediate dimissioni del Rettore, attualmente estromesso dalle sue funzioni da parte del Gip,Franco Tomasello e del presidente della provincia, L’on. Nanni Ricevuto. 

     Il responsabile Informazione       Carmelo Ingegnere                                      

        Il Segretario            Filippo Giunta  

Messina, 1812/2008

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Il presidente della Provincia e Melitta Grasso, moglie di Tomasello, risultano iscritti nel registro degli indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura di Messina per un concorso che, per l’accusa, sarebbe stato “confezionato su misura“. Nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla Procura che ha determinato la sospensione dalle funzioni, per due mesi, del rettore Franco Tomasello risultano indagati anche il presidente della Provincia, Nanni Ricevuto, e la moglie del rettore, Melitta Grasso. Il primo è accusato di falso, la seconda di abuso d’ufficio. Secondo la tesi dell’accusa, avanzata dal sostituto procuratore Angelo Cavallo, il Presidente della Provincia, all’epoca dei fatti viceministro della Funzione Pubblica, sarebbe stato firmatario di alcuni attestati che dichiaravano lo svolgimento di funzioni pubbliche da parte di Umberto Bonanno presso il Miur. Tali funzioni, sarebbe risultato dalle indagini, in realtà, oltre a non essere state effettivamente svolte da Bonanno, sarebbero state certificate non su carta ufficiale del Ministero ma su semplice carta intestata, normalmente utilizzata per comunicazioni interne. Gli attestati di cui sopra erano valsi ad Umberto Bonanno per ottenere il terzo posto nella graduatoria del concorso a Medicina del Lavoro, oggetto d’inchiesta. Melitta Grasso, invece, risulta indagata per concorso in abuso d’ufficio perché, come risulta dalle intercettazioni, sarebbe stata l’interlocutore primo di Bonanno che spesso lo avrebbe “traquillizzato” nella certa vincita del concorso.

da www.normano.it

Siamo di fronte ad una casta di speculatori  che succhia il sangue di chi non arriva a fine mese. E’ una vergogna nazionale vedere ancora crescere in maniera ingiustificata il prezzo del pane e della pasta nello stesso giorno in cui la FIAT manda in cassa integrazione 48000 operai.

Solo con questi aumenti la Misery Card di Tremonti è di fatto annullata!
Come Rifondazione Comunista con i Gruppi di Acquisto Popolari, stiamo dimostrando da mesi che è possibile distribuire il pane ad un euro al kg (60 Tonnellate distribuite), e dal prossimo sabato oltre al pane distribuiremo anche la pasta (10.000 kg) dimezzandone il prezzo.

L’iniziativa di Rifondazione dimostra che si può far scendere i prezzi dei generi alimentari di largo consumo e questo dimostra ancora una volta il fatto che il governo Berlusconi non fa nulla contro gli speculatori e invece di fissare il prezzo politico per i beni di prima necessità - come noi chiediamo da mesi - difende gli speculatori.

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È giusto indagare sul malaffare all’interno dell’Ateneo di Messina, ma sarebbe altrettanto saggio se l’intero centrosinistra condannasse le raccomandazioni poco dignitose, come dimostrano le carte, del Presidente della Provincia di Messina, Nanni Cesare Ricevuto, che segnano in maniera nitida cosa per uno come Ricevuto rappresenti amministrare: il potere di fare ciò che crede. Finora a parte qualche uscita del deputato all’Ars Filippo Panarello in cui invitava il rettore Franco Tomasello a dimettersi, non abbiamo registrato segnali dal Pd sul Presidente Ricevuto. Forse che l’aver agevolato Umberto Bonanno a costruirsi un curriculum inattaccabile per partecipare al concorso del Policlinico è cosa meno grave? In un clima caratterizzato da forte insoddisfazione, non stupisce che ci siano dei furbi che provino a usare due pesi e due misure: colpevole Tomasello, leggero Ricevuto. Eppure, nel caso del presidente della Provincia di Messina, si tratta dell’esercizio di un potere a danno di altri, commettendo una vera ingiustizia a vantaggio del raccomandato Bonanno. Non si tratta di semplice segnalazione come qualcuno la vorrebbe far passare: nel caso specifico l’intervento avviene non per mettere a nudo particolari capacità che come abbiamo visto per ammissione dello stesso Umberto Bonanno, non sono manifeste, ma per legami di pura convenienza politica e di potere. Sarebbe insomma l’ora di un «non ci sto» bipartisan, contro l’assoluzione mediatica e a quanto pare giudiziaria per il Cesare Canuto della vita amministrativa e politica messinese. Se è giusto secondo alcuni che il rettore abbandoni per non mettere in forte imbarazzo l’Ateneo, non vediamo come Ricevuto possa solo pensare di passarla liscia dalla vicenda Bonanno. Ci attendiamo risposte ferme dalla Procura a dimostrazione, semmai qualcuno facesse cattivi pensieri, che la loro azione per reprimere il crimine sempre e comunque, non sia solo verso il rettore Tomasello, quasi a volerlo costringere al gesto delle dimissioni. Il tic dell’antitomasello continua a far velo sul rispetto delle regole, sulla denuncia del malcostume politico nell’uso strumentale delle inchieste, sul malfunzionamento degli apparati dello Stato chiamati a vigilare, sulla tutela di quei valori scritti nella Costituzione che viene nuovamente calpestata come uno zerbino. E dunque ci vuole del coraggio a rompere lo schema: già dal Tribunale del Riesame sapremo come intenderà comportarsi l’ufficio di Procura, ovvero se continuerà a perseguire il reato anche verso gli altri indagati coinvolti nello scandalo o si limiterà ad attendere il processo. E anche da parte del mondo politico - istituzionale occorre che fermezza e pulizia con tanto di richiesta di dimissioni la si cerchi a Nanni Ricevuto. Perché questo silenzio? Perché si resta al palo? Cosa impedisce al fronte della società civile di pretendere da Ricevuto quello che si chiede a gran voce da Tomasello? Ma non è cosa da poco domandarsi se a fronte dell’inchiesta sull’Ateneo, ci sia un modo per denunciare il quadro inquietante dei rapporti tra potere politico e lobbisti di Stato, e al contempo salvaguardare i meccanismi di garanzia previsti per ogni cittadino, che si chiami anche Franco Tomasello. Perché questo è il tema. Non si era mai visto, meglio, non si era mai sentita finora un’intercettazione, lanciata sui siti web oltre che pubblicata sui giornali in cui di illecito non c’è nulla, anzi tutt’altro, e si eviti di pubblicare e commentare, quello che di più compromettente c’è nella misura cautelare. Possibile che se Umberto Bonanno parli di tizio o caio, sia una millanteria e se invece lo certifica con il nome di Tomasello sia notizia di reato? Non si era mai arrivati a questo punto.

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