Anche a Messina, come in altre sedi di ateneo nazionali, è nato un movimento studentesco con l’obiettivo di “sensibilizzare gli studenti sulla legge Gelmini, lottare affinchè anche l’ateneo di Messina partecipi alla mobilitazione che coinvolge tutti gli atenei italiani”, con iniziative di lotta, come il blocco della didattica per alcuni giorni, scioperi, cortei, dibattiti pubblici con professori e mondo della cultura e della formazione. Oggi iniziativa al Rettorato, dove si riuniva il senato accademico e dove i rappresentanti del movimento hanno avanzato due richieste: blocco della didattica e pronunciamento sull’eventualità di trasformare l’ateneo dello Stretto in una fondazione, come voluto dalla ministra dell’istruzione. Mentre la prima richiesta è stata quasi del tutto ignorata, la seconda ha avuto un pronunciamento negativo in merito, chiarendo così che l’ateneo messinese è contro la propria trasformazione in fondazione, cioè finanziato dai privati. “sono contro la fondazione perchè sanno che nessuno lo comprerebbe o pagherebbe per mantenere l’Ateneo”, dice una studentessa che oggi ha partecipato alla mobilitazione. In effetti, i mali dell’Università messinese sono ben altri e rischiano di aggravarsi, e non di risolversi a causa della riforma….Intanto il movimento si struttura: oggi gli studenti che hanno partecipato all’iniziativa, un centinaio sotto una pioggia ad intermittenza, con particolare adesione di lettere e scienze politiche, hanno lanciato l’idea di coordinameti nelle varie facoltà, corsi di lauea, in maniera tale da entrare “in rete” con il resto dell’università in lotta. Per Messina e per tutto il mondo studentesco che ruota attorno, è un gran passo avanti rispetto agli anni grigi dell’anonimato e dell’abulia.
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Politica Sociale
Questo è un paese per vecchi, di vecchi, governato da vecchi. Inamovibili.
Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919) è lì a dircelo ogni santo giorno che dio manda in terra, stando saldamente ancorato nelle stanze dove si trama il potere dal 1946. Lui era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel primo governo di Alcide De Gasperi, quando la più parte di noi non era ancora nata o aveva qualche mese di vita. Idem Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928) che continua a insegnarci da quarant’anni come qualmente si organizzi l’eversione da dentro le istituzioni.
Il settantaduenne Silvio Berlusconi (Milano, 29 settembre 1936) al confronto è appena uno sbarbatello, ma dotato di tessera numero 1816 della loggia massonica deviata P2, tirato dentro assieme a tanti altri soci di partito, come ad esempio Fabrizio Cicchitto, dal “maestro venerabile” Licio Gelli, oggi quasi novantenne essendo nato a Pistoia il 21 aprile 1919.
Vecchio arnese, il Gelli, che ha rimestato in tutte le pignatte del potere e dell’eversione, tra le file fasciste, tra le bande partigiane, come raccordo con i servizi segreti americani, poi con i regimi sudamericani, nelle trame del terrorismo, nel mezzo di Tangentopoli, nei giri della finanza nera dello Ior di Marcinkus e del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nella Prima Repubblica e nella Seconda. Benché con il cuore a ramengo, cosa che gli ha consentito di evitare la galera, sopravvissuto ai suoi stessi figli e a una caterva di rinvii a giudizio, condanne, incarcerazioni, evasioni, estradizioni.
Arrestato in Svizzera nel 1985 mentre stava prelevando 180 miliardi di lire da un suo conto coperto presso l’Unione di Banche Svizzere (Ubs), Gelli riusci a evadere dal carcere di Ginevra corrompendo una guardia carceraria e a fuggire in Sudamerica. Il “gran maestro” è stato tirato dentro in tutte le indagini dell’eversione nera e rossa, finanziaria e mafiosa: dal delitto Pecorelli al crack Sindona, dal finanziamento ai superlatitanti neri alla condanna a dieci anni «per aver ispirato un raffinato depistaggio» nelle indagini per l’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, che provocò 85 morti 200 feriti e una lacerazione democratica tuttora aperta nel cuore della città.
Così si legge nelle cronache dell’epoca, quando il procuratore generale del primo e del secondo processo di appello Franco Quadrini chiese 18 anni di carcere per Gelli, 15 per il “faccendiere” Francesco Pazienza e per il capo del Sismi Pietro Musumeci, e 13 per l’ufficiale del servizio segreto militare Giuseppe Belmonte. La condanna, confermata nel 1995 dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, si ridurrà a 10 anni per Gelli e Pazienza, 8 anni e 5 mesi per Musumeci e 7 anni e 11 mesi per Belmonte. Ma il “venerabile” non sconterà un solo giorno di carcere perché le autorità svizzere avevano concesso l’estradizione soltanto per il crack del Banco Ambrosiano.
Figlio di un mugnaio di Montale, curriculum degli studi da vero scapestrato, autodidatta, padrone ad Arezzo di Villa Wanda dove vennero ritrovati i fascicoli e gli elenchi con i nomi degli iscritti alla P2, un appunto sul versamento di 3,5 milioni di dollari dell’Eni sul conto corrente 633369 “Protezione” della filiale Ubs di Lugano nella disponibilità di Bettino Craxi, e 32 chili d’oro in lingotti e gioielli seppelliti nel giardino di Castiglion Fibocchi.
Amico dei generali argentini e uruguaiani negli anni neri delle torture e dei desaparecidos, sodale degli alti papaveri dei corpi militari e dei servizi segreti italiani deviati, molti dei quali risulteranno iscritti alla loggia massonica “coperta” Propaganda 2, oggetto di un’inchiesta da parte della Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi.
Adesso il “maestro” riprenderà a imperversare dagli schermi di Odeon Tv, essendo stato “prescelto” per far conoscere “il verbo” della “Venerabile Italia”, trasmissione in otto puntate che lo vedrà “guest star” per “ricostruire” la storia del Novecento in Italia, dalla guerra di Spagna agli Anni Ottanta, dalla P2 al crack del Banco Ambrosiano.
La conduttrice Lucia Leonessi prevede di raccogliere assieme a Gelli le “testimonianze” di Giulio Andreotti, Marcello Veneziani e Marcello Dell’Utri, prescelto per essere l’invitato della prima puntata a proposito del quale, proprio ieri, nella conferenza stampa di presentazione del programma, Gelli ha detto: «E’ una bravissima persona, non credo sia mafioso».
La riapparizione di Gelli in tivvù e sulla scena pubblica è un segno dei tempi, nel momento in cui a capo del governo c’è il piduista Berlusconi, uno dei suoi portavoce più assidui il piduista ex socialista Cicchitto, il “consigliere del principe” più ascoltato quel senatore Dell’Utri condannato in primo grado a nove anni per associazione mafiosa e in via definitiva in Cassazione a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frode fiscale.
Il “revival” ha provocato una ridda di proteste, perché il “venerabile” si è già lasciato andare a dichiarazioni del tipo: «In Italia non ci sono poteri forti. L’unico potere forte è la magistratura, che quando sbaglia non risarcisce il danno e che non funziona: il pubblico ministero dovrebbe arrivare da un concorso diverso rispetto al giudice».
Come si vede Licio Gelli non ha abbandonato il suo «piano di rinascita democratica» a cui, sostiene, «tutti si sono abbeverati. Avrei dovuto depositarlo alla Siae e chiedere i diritti d’autore. Ma l’unico che può portarlo avanti adesso è Berlusconi. E’ lui il mio erede, non perché era iscritto alla P2 ma perché ha la tempra del grande uomo» anche se, ha precisato Gelli, «non condivido il governo, perché se uno ha la maggioranza deve usarla senza interessarsi della minoranza. Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese. Ci sono provvedimenti che non vengono presi perché sono impopolari, e invece andrebbero presi: bisogna affondare il bisturi o non si può guarire il malato».
Belfagor è di nuovo tra noi, anzi, al governo.
Gemma Contin, Liberazione del 01/11/2008
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