di Daniela Preziosi

su Il Manifesto del 30/10/2008

Parola d’ordine: referendum. La dicono gli studenti, lo promuove il Pd e chiama a raccolta tutti, persone e forze politiche. Veltroni: sarà una grande battaglia civile. Coro di sì dall’Idv al Prc. No di Casini. Qualche perplessità fra i ragazzi

«Referendum, referendum». Intorno alle 10 e mezza, quando sotto Palazzo Madama si diffonde la notizia che il decreto sulla scuola è legge, gli studenti che stringono l’edificio di un pacifico variopinto assedio scandiscono così. «Referendum» è già la parola d’ordine di qualche cartello a Corso Rinascimento. «Se passa la Gelmini: referendum» dice uno striscione dell’Italia dei Valori, aperto in aula. E «referendum» strilla il dipietrista Stefano Pedica, scavalcando le transenne e buttandosi a discutere con i ragazzi. «E’ una buona idea», dice Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, più senatorialmente aggirando lo sbarramento per raggiungere i manifestanti, «per rispondere con uno strumento di democrazia diretto contro un governo che si tappa orecchie e bocca». Dopo un paio d’ore, in una conferenza stampa convocata in fretta e furia a Montecitorio, Walter Veltroni pronuncia per la volta definitiva la parola: il Pd promuoverà la consultazione popolare contro il provvedimento, «il governo non ha voluto ascoltare nessuno di quanti chiedevano il ritiro del decreto», ha «rifiutato il confronto con il mondo della scuola», «ha ignorato un movimento civile». Dunque: «Quando delle forze politiche ritengono che delle decisioni del governo ledono gli interessi del paese, esse si avvalgono di un altro strumento previsto dalla Costituzione che è il referendum». Evviva, cade dunque l’ultimo tabù democratico, se la riderà più tardi Arturo Parisi, promotore del quesito contro il Lodo Alfano, fieramente osteggiato da Veltroni: «sarebbe puro sadismo» ricordare che fin qui ha sostenuto che «i referendum si fanno solo se si ha già la vittoria in tasca». Il leader Pd anticipa l’obiezione: l’istituto «va usato con parsimonia, ma la scuola e l’università sono temi importantissimi e le misure volute dal governo lasceranno effetti seri sul sistema informativo». Di qui la decisione «di promuovere un referendum abrogativo» della parte più estesa possibile del decreto Gelmini e l’appello «al mondo politico e tutto il mondo della scuola affinché questo referendum non sia l’espressione di una iniziativa di un partito politico ma il più grande referendum partito dalla società civile».
Da giorni al Nazareno l’idea circolava. La prima entusiasta è stata Finocchiaro, poi uno alla volta tutti i ‘big’ hanno detto sì. Ieri, dopo l’approvazione della Gelmini, una riunione del coordinamento ha sancito la posizione del partito (e infatti in Transatlantico, alla Camera, i cronisti hanno intercettato un’adesione freddina di Massimo D’Alema, che dell’organismo non fa parte). Fuori dal Pd adesioni fioccano, intorno al principale azionista del vecchio centrosinistra si ricompongono le forze sparpagliate della defunta Unione. E tutte insieme tendono una mano verso il mondo della scuola, che nel frattempo ha messo in piedi una colossale opposizione autonoma al governo. Per Massimo Donadi «l’Idv raddoppia: dalla settimana prossima staremo nelle piazze non solo contro il Lodo Alfano ma anche per la raccogliere le firme contro la legge Gelmini. Mandiamo a casa due leggi vergogna. Possiamo sommergere questo paese con 4 milioni di firme», per Manuela Palermi del Pdci «sarà una passeggiata, vinceremo alla grande». Sì dai verdi e da Sinistra democratica, dal Prc scatta l’adesione del segretario Paolo Ferrero («Il governo è stato sordo alle proteste. Gli vanno sturate le orecchie») e del leader della minoranza Nichi Vendola («All’arroganza di chi ha voluto sbattere la porta in faccia allo straordinario e pacifico movimento» è «sacrosanto replicare»). Nelle scuole in movimento non tutti sono persuasi, in realtà. Michele Corsi, del coordinamento Retescuole di Milano, per esempio, è incerto: «Se ne potrà parlare, ma non prima di aver percorso ogni possibilità di mobilitazione. Nel frattempo le forze dell’opposizione istituzionale possono adeguare le loro proposte. Quella del Pd è ancora tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi?».
Del resto ci sarà tempo per discutere, persino troppo. Non sarà un lavoro facile, tant’è che l’Udc, per questa ragione, si sfila. Dice Pierferdinando Casini: «Andrà in votazione nel 2010, mi sembra che sia una presa di posizione di valore simbolico, quella di Veltroni, alla quale guardiamo con rispetto. Ma non aderiamo». In effetti il referendum non potrà essere convocato prima del 2010, visto che è già scaduto il termine per la presentazione del quesito (il 30 settembre ). Nei prossimi giorni il Pd incaricherà un gruppo di esperti. Il primo a fare «una ricognizione tecnica» è il costituzionalista Stefano Ceccanti: i quesiti, ragiona, debbono fare lo slalom fra i commi delle leggi, evitando di toccare materie tributarie e di bilancio, per le quali il referendum non è ammesso. Dalla legge 137, la Gelmini, si può abrogare la figura del maestro unico; dalla 133, la finanziaria anticipata del ministro Tremonti, si può scorporare qualche indicazione ‘politica’ sui tagli. Tutto questo per svuotare la controriforma ‘di fatto’.

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Elezioni Europpe: apriamo il dibattito.  

venerdì 31 ottobre 2008

“Il tempo delle tergiversazioni e dei rinvii è, dunque, finito”. “Chi non vuole una sola lista comunista si assume la grave responsabilità di impedire una presenza dei comunisti in seno al Parlamento europeo”.La discussione sulla nuova legge elettorale per le europee è approdata in Parlamento. La proposta governativa prevede uno sbarramento del 5%, liste bloccate senza preferenze, la necessità di raccogliere le firme per quei partiti che non abbiano almeno tre parlamentari europei. Non esiste nessuna esigenza di governabilità, perché il Parlamento europeo non elegge alcun organo esecutivo, né di riduzione del numero dei gruppi parlamentari, che già sono pochi.

L’unico obiettivo del governo Berlusconi è quello di impedire, grazie allo sbarramento elettorale, ogni presenza parlamentare comunista.

Il tempo delle tergiversazioni e dei rinvii è, dunque, finito. Il Partito dei Comunisti Italiani chiede a Rifondazione Comunista di lavorare sin d’ora alla formazione di una sola lista comunista, con il simbolo della falce e martello su bandiera rossa.

Non c’è alcun motivo per presentare due o più liste, perché in seno al Parlamento europeo i due partiti fanno già parte dello stesso gruppo parlamentare e a livello nazionale sono entrambi all’opposizione rispetto al governo Berlusconi.

Chi non vuole una sola lista comunista si assume la grave responsabilità di impedire una presenza dei comunisti in seno al Parlamento europeo. Forse in Rifondazione Comunista ci sono gruppi consistenti che pensano che il loro partito possa superare da solo la soglia di sbarramento, sperando magari che venga abbassata al 3%, grazie alla mediazione interessata del Partito Democratico. Si tratta di un’illusione, perché il risultato concreto più probabile è che i partiti comunisti, se si presenteranno separatamente, rimarranno tutti fuori dal Parlamento di Strasburgo.

Il PdCI ripropone la prospettiva unitaria e lancia un appello, affinché le logiche settarie vengano superate e non si guardi agli interessi di questo o quel dirigente di partito, che vuole tutta per sé la poltrona parlamentare, ma agli interessi dei lavoratori, che hanno bisogno dell’unità del movimento comunista per pesare.

Nel caso in cui Rifondazione Comunista non aderirà al progetto di una sola lista, il PdCI si vedrà costretto a presentare una propria lista, con il contrassegno della falce e martello. Invita, in tal caso, i militanti e i simpatizzanti a mobilitarsi per la raccolta delle firme necessarie.

Partito dei Comunisti Italiani - Federazione di Messina

 tratto da   www.comunisti-italiani-messina.it

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COMUNICATO STAMPA :: Quello che sta succedendo a Roma non è più tollerabile. I fascisti non aderiscono alle mobilitazioni per contestare il decreto ma per far degenerare le manifestazioni democratiche e criminalizzare il movimento. Per questo massima chiarezza: non possiamo accettare la presenza nelle nostre piazze dei gruppi dell’estrema destra.
Cortei separati, percorsi separati: non bisogna entrare in collisione con loro ma nemmeno concedere loro il diritto di sfilare democraticamente insieme a noi.
Domani saremo in piazza, per lo sciopero della scuola e per contestare la vergogna della legge Gelmini e rigettare ogni provocazione, ogni violenza fascista.
Claudio Grassi :: Segreteria nazionale PRC, resp. organizzazione 29/10/2008
Simone Oggionni :: Direzione nazionale PRC, resp. associazionismo 29/10/2008

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di Simone Oggionni

su Taglia la Gelmini.it del 23/10/2008

 

Ora il governo ha paura. E quando ha paura il regime mostra i muscoli e lancia avvertimenti, schierando le forze dell’ordine contro le occupazioni.
Il presidente del Consiglio ha tenuto a farci sapere che «non arretrerà di un millimetro», e cioè che il decreto Gelmini (e i tagli, e lo svilimento della ricerca e del carattere pubblico dell’istruzione) non sarà ritirato.
Nemmeno il movimento arretrerà di un millimetro. Pacificamente, continuando a ragionare, a produrre protesta e al contempo le proposte necessarie per garantire un’alternativa reale allo sfascio che è alle porte. Mettendo in rete tra loro, come stiamo facendo, centinaia di migliaia di studenti, di insegnanti, di lavoratori della scuola, di genitori.

È questo che fa paura al governo: la crescita quotidiana e massiccia di un popolo che rifiuta lo smantellamento della scuola e dell’università italiana, la decurtazione dei già esigui fondi che sostengono il traballante edificio della produzione del sapere nel nostro Paese. E quindi lotta. Si mette in gioco in prima persona. Occupa. Autogestisce. Manifesta.
Il governo Berlusconi vorrebbe ripristinare la legalità e l’ordine costituito con le cariche della polizia e gli sgomberi forzati. Come se quelle migliaia di studenti, di ricercatori, di insegnanti che in queste ore stanno difendendo, con i propri corpi e i propri presidi permanenti, scuole e università di tutta Italia non lottassero per un principio di legalità superiore.
Quella che, in punta di Costituzione, garantisce e tutela la libertà di riunione e di espressione delle proprie idee. Quella che, sempre sul piano del diritto, difende per tutti l’istruzione e il suo carattere pubblico, universale, di massa.
Per ostacolare questo bene si ribalta ideologicamente la realtà e si mette in campo lo Stato di polizia, minacciando di reprimere e soffocare.
Come il movimento che sta nascendo ora nelle nostre università ha conosciuto nell’estate di qualche anno fa a Genova, oppure durante le tante manifestazioni dei lavoratori e dei disoccupati di Napoli, oppure ancora a Vicenza, nel vivo delle lotte contro la base militare statunitense.
Ogni atto di violenza e di sopruso, passato e presente, è stato e sarebbe un colpo mortale alla natura democratica del nostro Paese, alla sostanza e allo spirito del nostro Stato di diritto.
Perché ci sono manganellate promesse, ma ci sono manganellate già date, anche in questi ultimi giorni convulsi e potenzialmente decisivi. Come quelle di Milano, che nella nostra memoria (perché i movimenti, come si sa, hanno la capacità di narrare e tramandare con una velocità straordinaria la propria storia) rimarranno a lungo.
E nelle cariche subite, nelle percosse, nella violenza il movimento impara, si addestra. Ma – lo sappia Berlusconi - è un insegnamento apparentemente paradossale quello che ne trae. Perché alla violenza non reagirà con la violenza, ma con la sua intelligenza, la sua creatività, la sua capacità critica e di discernimento, la sua bravura nel rinforzare i legami di solidarietà e di comunanza e nel diffondere, come un virus salvifico, le nostre ragioni e le nostre parole d’ordine.
Tutto questo lo metteremo al servizio di un unico fine: costringere il governo a ritirare il decreto Gelmini e, per questa via, aiutare il Paese a rialzare la testa, uscendo dal torpore di questi mesi e inaugurando epidemicamente una nuova stagione di opposizione. Dalle scuole e dalle università alle piazze, alle fabbriche, ai mille luoghi del conflitto sociale.

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 D.l. n. x dell’anno 2008
Data l’urgenza di tagliare tutto quel che è rimasto della scuola pubblica, il governo, vista l’attuale crisi dei mercati mondiali, ha deciso di:

1) Istituire l’insegnante unico nelle scuole medie

2) Licenziare tutti i collaboratori scolastici

3) Inserire nuovi insegnamenti più moderni e sopprimerne altri non più attuali
In altre parole, ecco come si svolgeranno le lezioni:

In classi di 120-130 persone, un’unico insegnante istruirà i ragazzi su tutte le discipline, da cui però bisogna eliminare: la musica (tempo perso), la matematica (così nessuno potrà dire che a fine mese non ci si arriva), l’italiano (non serve per fare carriera).
Verranno istituite:
grande fratello scolastico; sfilata di moda; corso di apertura degli arti inferiori; revisionismo storico; corso zen limitatamente all’attività di svuotamento della mente, al fine di non pensare a niente basta chi c’è a saluti; corso di playstation avanzato; gazzetta dello sport.
Alla fine delle lezioni, l’insegnante dovrà pulire l’aula, così da risparmiare su numerosi bidelli.
A provvedere che la legge venga attuata verrà mandato l’esercito, che ormai il governo invia dappertutto (per il bene della collettività!!!!)
Se i tempi dovessero stringere e occorrerà tagliare sul personale di segreteria, l’insegnante potrebbe provvedere a regolarizzare un contratto con ogni genitore.

Il presente decreto non necessita di essere convertito in legge, ma è già operante. Infatti, il parlamento è uno spreco e si può abolire. Però, data la magnanimità e la democraticità del governo, in considerazione dei dissidi nella maggioranza, si è deciso di abolire solo l’opposizione, con un notevole risparmio di risorse.

In nome del popolo sovrano, ghe pensi mi
Silvio Berlusconi
Il ministro ombra Gelmini

Roma ottobre 2008 (anniversario della marcia su Roma)

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Si è ufficializzata di recente la possibilità di sopprimere le scuole medie di Barcellona P.G. “Giovanni Verga” ed “Ugo Foscolo”, in quanto il decreto Gelmini, in nome di una presunta razionalizzazione delle risorse, sta pensando bene di chiudere le scuole con meno di 500 alunni, per poi poterle accorpare diversamente. I tagli alla scuola pubblica, quindi, colpiscono anche Barcellona, città del Senatore Nania. Tale provvedimento viene preso contro una città in cui la scuola rappresenta uno dei pochi avamposti di alternativa alla delinquenza ed al degrado giovanile, molto alto nel nostro comprensorio. Colpire la scuola pubblica rientra in un disegno ben preciso di questo governo: se si vuole avere cultura e la possibilità di emanciparsi, bisogna pagare ed andare alle scuole private! Sapere per pochi, abbandono scolastico per molti. E mentre le nostre scuole cittadine soffrono una scarsa manutenzione, problemi di risorse,  di alloggi, si pensa bene di chiuderle, in nome del risparmio economico. I nostri rappresentanti, invece di pensare agli stipendi dei manager che fanno fallire le imprese senza lavorare un solo giorno, dei politici stessi, delle spese militari( vedi Afganistan), pensano di ricavare qualche soldo sulla pelle degli studenti e delle relative famiglie. Il nostro comprensorio paga la carenza di lavoro, con questo provvedimento si rischia di far pagare anche  un arretramento culturale: infatti gli accorpamenti rischiano di generare abbandono scolastico, specie in quartieri a rischio. A tal proposito chiediamo che il governo regionale, a cui i ministri Gelmini e Tremonti hanno dato delega per l’attuazione dei tagli, respinga tale proposta al mittente, difendendo così gli studenti siciliani e dimostrando “l’autonomia” che tanto pubblicizza. Le risorse si potrebbero trovare altrove; sicuramente non nella scuola pubblica!Barcellona P.G., 16/10/08

scarica il volantino qui:  no-alla-chiusura-della-scuole-medie-verga-e-foscolo.doc

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Su Messina e provincia si annunciano tagli alla scuola, inseriti nel decreto legge Gelmini, che prevede il taglio di circa mille cattedre tra capoluogo e provincia.  La Sicilia, ed in particolare Messina, avevano dato alle ultime elezioni uno dei contributi più importanti in termini di voti, eleggendo deputati e senatori dell’attuale maggioranza che oggi è al governo. Lo stesso governo che ora sta “premiando” la provincia con tagli consistenti, sia ai docenti di ruolo ( denominati nel decreto “soprannumerari”) in conseguenza del “maestro unico”, sia alle supplenze, che caleranno sensibilmente. E questo solo nelle scuole elementari. Per quanto riguarda le scuole medie e superiori, un taglio di 330 cattedre tra città e provincia, ed un taglio complessivo di 168 supplenze. Altri tagli colpiranno il personale ATA, mentre la Regione ha “ripescato” 72 assegnazioni per il personale di sostegno scolastico, assegnando questi posti a Catania e Palermo, e nessuno a Messina; questo quanto raccolto come frutto dalle urne! L’attuale ministra dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, ha giustificato questo intervento dicendo che così facendo “toglie il vecchiume dalle aule”. In realtà, toglie i precari che da molti anni aspettano un incarico, tutt’altro che vecchi, non agevolando un vero e proprio ricambio nella scuola. Questi dati sono allarmanti, per il nostro territorio, vasto e difficile, dove le scuole, dalle elementari alle superiori, sono dei veri e propri sostegni per i ragazzi e le famiglie. Il decreto rischia un iter accelerato, con nessuna possibilità di modifica da parte dell’attuale parlamento. Per questo, Rifondazione Comunista – Federazione di Messina, chiede agli studenti, agli insegnanti, ai lavoratori impegnati nella scuola, la più vasta mobilitazione in vista dello sciopero di giorno 30 Ottobre. L’attuale governo ha deciso di penalizzare il nostro territorio attraverso questi tagli: bisogna far sentire il nostro dissenso. Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Messinavia S. Paolo dei Disciplinanti is. 369 n.37 - 98122 MessinaWWW.RIFONDAZIONEMESSSINA.IT                                                                                 
                  Messina, 16/10/08

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Le mobilitazioni contro il progetto di dismissione dell’Università pubblica portato avanti dal Governo

Berlusconi fanno registrare giorno dopo giorno salti di qualità sul piano quantitativo e qualitativo. Studenti,

docenti, ricercatori, tecnici e amministrativi unitariamente dicono No allo svuotamento della struttura

pubblica dell’alta formazione. Da Nord a Sud in quasi tutti gli Atenei italiani si svolgono cortei spontanei,

occupazioni, presidi. I lavoratori della conoscenza sono in fermento e gli universitari si uniscono alle lotte

gloriose di genitori, docenti e studenti del mondo della scuola pubblica anch’essa soggetta a un attacco

vergognoso da parte del Governo. Da anni non si assisteva a un simile fermento. I precari degli enti di

ricerca si ribellano contro chi vorrebbe togliere loro il diritto acquisito alla stabilizzazione. I ricercatori

paralizzano l’avvio dell’anno accademico rinunciando ai propri insegnamenti o trasformando le lezioni

istituzionali in dibattiti sulle conseguenze della “riforma” Gelmini sull’assetto dell’Università italiana.

In nome di una ideologia meritocratica che si traduce in selezione di classe il Governo ci propone

l’immagine di una società della conoscenza ridotta ad aggregato culturale di merce scadente. E lo fa nel

modo peggiore, cioè affossando le prospettive di sviluppo di un paese atterrato dalle deficienze di un

capitalismo in crisi che oggi chiede allo Stato di intervenire a risolvere le sue contraddizioni.

Tagli ai finanziamenti, riduzione a un quinto del rapporto già basso tra pensionamenti e nuove assunzioni,

abolizione del valore legale del titolo di studio, aumento dei corsi di laurea a numero chiuso, costruzione di

Università di élite, magari come quei centri di “eccellenza”, tanto cari al Ministro Tremonti, che di eccellente

hanno solo il fiume di quattrini che rubano allo Stato, mentre le Università pubbliche rischiano la bancarotta.

E poi l’obbrobrio che rischia di essere esteso al mondo della scuola della possibilità di trasformarsi in

fondazioni private, l’ultima frontiera di un’autonomia finanziaria ridotta a privatizzazione delle prassi

gestionali degli Atenei attraverso la totale alienazione di strutture e risorse pubbliche. Uno scempio

legislativo applaudito dalla finta opposizione del PD che già in passato aveva dimostrato sintonia con questa

inedita cultura di statalismo neoliberista che nulla ha a che vedere con quel modello anglosassone tanto

acclamato ma evidentemente poco conosciuto dai legislatori nostrani.

A tutto questo ci opponiamo partecipando alle mobilitazioni spontanee degli studenti e dei lavoratori

della conoscenza importando nei conflitti il nostro punto di vista di comuniste e comunisti e la nostra

piattaforma politica di classe che persegue una Università pubblica e un sistema della ricerca di massa e di

qualità. Esigiamo la stabilizzazione immediata dei precari di lungo corso e un finanziamento straordinarioper l’assunzione a breve di nuovi ricercatori. Chiediamo una riforma dello statuto giuridico dei docenti con

separazione netta tra assunzione e avanzamento di carriera e un adeguamento stipendiale per la terza fascia

(gli attuali ricercatori). Chiediamo un innalzamento delle borse di dottorato. Vogliamo la completa

abolizione delle selezioni in ingresso ai corsi di laurea e l’azzeramento delle tasse di iscrizione all’Università

per studenti e studentesse provenienti da famiglie con basso reddito. Vogliamo una riforma del sistema digoverno degli Atenei in senso democratico e partecipativo.

Vogliamo che venga istituito il diritto di

assemblea d’Ateneo e di Facoltà con conseguente sospensione della didattica. Vogliamo una Università cheselezioni in base al merito e non alla classe sociale. Per far questo servono risorse.

Chiediamo un taglio

radicale della spesa (sempre crescente) destinata ai nuovi armamenti e magari il recupero dei milioni di euro

che ogni anno sono regalati alla chiesa cattolica attraverso il trucco dell’8 per mille destinando il ricavato alla

ricerca pubblica.

Chiediamo forse la luna? Se un sistema della ricerca e della formazione di massa e di qualità

dentro una società compiutamente democratica si chiama luna, allora Sì.

Chiediamo la luna.

Dipartimento azionale Università e Ricerca Prc-Se . Viale del Policlinico 131 – Roma – Tel. 06 441821

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Sono 3.500 i posti di lavoro andati in fumo nel comparto edile siciliano. A denunciarlo il segretario regionale della Filca Cisl, Santino Spinella, sulla base dei dati estrapolati dagli osservatori territoriali delle casse edili. E’ emerso che nei primi sette mesi del 2008, rispetto allo stesso periodo del 2007, le opere pubbliche in Sicilia hanno registrato un calo sensibile con una perdita conseguente di 3.500 occupati nel settore.

“Questi dati ci preoccupano tanto - afferma Spinella - e se non riusciamo ad invertire questa tendenza tra non molto si dovrà parlare di crisi del settore edile”. Spinella preannuncia iniziative territoriali per sbloccare la realizzazione delle infrastrutture, come il raddoppio ferroviario Messina-Catania, il sottopassaggio di via Perpignano a Palermo, la velocizzazione della linea ferroviaria Palermo-Agrigento.

www.nuovosoldo.it

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di Paolo Ferrero

L’11 ottobre, la sinistra d’opposizione
torna in piazza contro il governo Berlusconi e contro Confindustria. Inoltre, si impegna nella raccolta firme contro il lodo Alfano (meglio e più corretto sarebbe dire contro la “legge” Alfano, visto che di lodo ha davvero poco), al fianco di altre forze politiche, dall’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro ai Democratici di Parisi per dire “no” a una legge che ha un profondo significato “castale”: è fatta, cioè, per difendere e salvaguardare una casta, quella di Berlusconi e dei suoi sodali. Una vera legge-vergogna contro cui è giusto battersi.

 Per alcuni troppi, mesi dopo la sconfitta elettorale, anche a causa di congressi difficili e dolorosi, siamo rimasti all’angolo, come un pugile suonato. Ora, a partire dall’11 ottobre, la ritirata è finita. Questo sabato saremo in piazza, a Roma, contro il governo e la Confindustria e contestualmente cominceremo la raccolta firme contro quella legge di casta che è il lodo Alfano. Anche in questo modo cercheremo di dimostrare che il governo Berlusconi non ha tutto il consenso di cui si vanta.

Il vero scandalo non è, a mio modesto parere, che il governo Berlusconi governi. E’ già accaduto, come tutti sanno, nel ’94 e nel 2001. Il vero scandalo è che oggi non è più in campo un’opposizione degna di questo nome. Quella del Pd è, al di là delle parole e delle dichiarazioni di questi giorni, una non-opposizione. Né fare opposizione sui temi della democrazia e della legalità, come fa Di Pietro, ci può bastare, anche se è importante. Entrambe queste opposizioni se la prendono solo e soltanto con Berlusconi e con le destre al governo, mai con Confindustria e con le sue politiche sociali ed economiche, ma è proprio Confindustria il vero e principale ispiratore e suggeritore di Berlusconi.

Dobbiamo invece dare vita
e mettere in campo, a partire dall’11 ottobre, a un’opposizione davvero “di sinistra”: contro il governo, contro Confindustria, contro tutti i poteri forti (Vaticano, banche e banchieri, speculatori e finanzieri d’assalto) del Paese. Ecco perché è dall’11 ottobre che può partire (e, ne sono certo, partirà) una dura e seria opposizione di sinistra.

Il cui fine non è la sommatoria tra ceti politici, ma l’idea di fare opposizione dal basso, a sinistra, in difesa soprattutto dei ceti popolari, senza difese di fronte a una crisi economica e finanziaria mondiale dalle proporzioni devastanti. Ecco perché anche un’idea di alternativa di società e di politiche da mettere in campo non può che ripartire da qui, dai bisogni reali e concreti della gente, contro i disastri di un liberismo economico che, come è sempre più evidente, fa acqua da tutte le parti e viene sconfessato anche dai suoi araldi.

Da qui può e deve ripartire anche un coordinamento di tutte le tante e diverse opposizioni oggi in campo, nel campo della sinistra, e non dai ceti politici, le cui sommatorie portano solo ai disastri elettorali che ben conosciamo. Un coordinamento delle opposizioni – politiche, sociali, culturali - questa è la proposta che avanziamo a tutti e a tutte, a partire dall’11 ottobre. Dove vi aspettiamo in tante e tanti per dire che, davvero, “il tempo della ritirata è finito”. Io ci credo, spero saremo in tanti e tante, a dirlo ad alta voce al governo Berlusconi e a Confindustria. L’opposizione torna in piazza.

Roma, Ottobre 2008 

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