«Vedo Medicina per me sempre più lontana, vorrei rassegnarmi e dimenticare il mio sogno, ma non riesco. Ho voglia di spaccare tutto e piango. Piango perfino camminando per strada, tiro pugni e mi chiedo: ma che cavolo aspettano gli altri ragazzi a incazzarsi? Perché sono così passivi? Non credo più che la gente possa svegliarsi dal torpore. Siamo soli, completamente soli. A volte, anche solo per pochi attimi, penso come sarebbe meglio uccidersi. O altrimenti, aiutatemi a dimenticare le mie passioni. Fate quel che volete, ma fatemi smettere di soffrire…».
Una delle migliaia di voci disperate che da anni si levano da ogni parte d’Italia, una delle 158 studentesse firmatarie di una richiesta alla Ministra Gelmini. Tutte donne che chiedevano a un Ministro donna di non dover più patire - oltre alla disparità nei confronti dei colleghi maschi - l’ingiusta esclusione a priori dall’Università. Una delle tante migliaia di firmatarie contro il numero chiuso. Una delle centinaia di militanti di Progetto Prometeo per la libertà di scelta universitaria e il libero accesso alla cultura. La Gelmini non ha risposto. C’è dolore e rabbia in decine di migliaia di famiglie italiane, soprattutto nei mesi che seguiranno l’antidemocratica lotteria dei test d’ingresso universitari. Come restare indifferenti alla disperazione di giovani che hanno diritto di studiare e che una legge (la 264/99) costringe ad abbandonare i loro sogni e la propria realizzazione?
Chi risarcirà i danni morali, materiali, economici a tutte queste famiglie? Anni buttati, fior di soldi sprecati in corsi di preparazione a esami che per la nostra Carta costituzionale non dovrebbero nemmeno essere pensati. Famiglie costrette a tenersi in carico per anni figli che potrebbero già essere laureati. Professionisti demotivati e frustrati costretti a ripiegare su strade non desiderate.
Hillman scrive che l’anima s’incarna avendo già scelto che cosa vuole realizzare in questa vita. Il diritto di scelta è sacrosanto, ma in Italia è calpestato dai governi. Non si tratta di colore politico ma d’interessi di caste, e le caste non hanno colore. Sono grigie come i loro disegni.
Nessuno risarcirà mai questa gente, poiché nelle congiure di Stato, non esistono colpevoli (e il numero chiuso universitario è un vero colpo di Stato nell’istruzione, oltre che una silenziosa violenza privata). Non pagheranno coloro che, dietro le quinte dei parlamentari che il 29 luglio 1999 firmarono una legge contraria alla Costituzione e alla Carta dei Diritti Europea, hanno voluto il numero chiuso e ancora adesso ne godono i frutti sul dolore di altri. Non saranno gli Atenei a pagare, né certi consorzi interuniversitari che manovrano indisturbati. Non saranno nemmeno certe Università private o centri di preparazione agli esami universitari, che grazie a questa legge illegale traggono da anni ingenti profitti. No, nessuno pagherà per questo. Anche perché dietro ci sono certe lobby politiche, economiche, e non solo, che tramite il numero chiuso esercitano un controllo capillare sulla conoscenza. Tipico delle tirannie avere il dominio sulla scuola e sull’istruzione e tenere la massa nella più bieca ignoranza. Chi ha interesse a controllare le Facoltà italiane di Medicina, dato che la battaglia s’incentra proprio qui? Dato che si ha a che fare con la questione degli embrioni, con l’aborto…? Meglio pochi medici, magari impreparati, ma subalterni a logiche di potere?
Il 3 settembre ricomincerà il balletto delle ipocrisie. Ci saranno i test di ammissione e ci si ricorderà per non più di due mesi all’anno di questo scandalo. Ricominceranno le bugie di chi giustifica il numero chiuso incolpando l’Europa (non è vero: siamo noi a contravvenire la Carta europea). O affermando che ci sono troppi medici (non è vero, siamo in dilagante carenza di medici in Italia). Dicono che ci sono troppi giovani che vogliono studiare (che orrore!) che scarseggiano le strutture (cosa aspettiamo ad adeguarle alle esigenze dei cittadini?). Ci saranno i soliti scandali, per qualche mese i media faranno notizia, qualche indagato per tangenti ed entro fine anno non se ne parlerà più.
Malgrado le insistenze di Rifondazione insieme alle tante realtà organizzate della società civile, anche l’ex Ministro Mussi ha difeso a spada tratta il numero chiuso, pur avendo sostenuto che il diritto di scelta degli studenti è sacrosanto e dichiarato il 3 maggio 2007 da Santoro che «nessuna legge può sostituire un principio etico condiviso dalla comunità» e che «col sistema attuale di accesso universitario, i figli degli operai sono esclusi dall’accesso al sapere». Chi c’è dietro a queste parole? Per quali motivi anche Mussi si spinse a certi estremi e con profili di eccesso di potere, come da recente sentenza del Tar del Lazio, che invalidò i test a Medicina del 2007 ritenendone illegittimi verbali e atti. Sentenza che auspica «un modello funzionante più equo ed efficace, caratterizzato dall’assenza di quiz preselettivi e da un sistema di accesso iniziale aperto a tutti».
Se il centrosinistra ha deluso le aspettative di cambiamento, l’attuale governo, incurante dei giudici amministrativi, ha confermato anche per quest’anno il numero chiuso. Ti viene da pensare che ci sia dietro dell’altro. Non nutriamo molte speranze che la gente si sollevi trasversalmente. Però chiunque, pur venendo a conoscenza di questa violazione del diritto, decida di non protestare contro il numero chiuso, unendosi a noi nella lotta per la libera cultura, è moralmente complice delle caste che noi ancora una volta denunciamo. Per questa ragione il 3, saremo in diverse città di fronte alle Facoltà di Medicina in cui si svolgono i test per rivendicare ancora una volta la nostra vocazione democratica per il libero accesso ai saperi.

*Medico chirurgo e psicoterapeuta, presidente di Demokratia e direttore del Progetto Prometeo
**Dipartimento Università e Ricerca Prc-Se

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Istruzione di qualità, gratuita ed accessibile a tutti 

A causa dell’inflazione e di una mancata politica dei prezzi dei libri scolastici fatta dalle case editrici e dal governo regionale, visto anche lo stato di difficoltà di diverse famiglie siciliane a mantenere i propri figli a scuola o università, per l’aumento delle tasse e per una mancata politica di “diritto allo studio”, chiediamo alla Regione Sicilia e suoi enti preposti, al Parlamento Italiano, di applicare in maniera integrale e coerente l’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana, rimuovendo quegli ostacoli sociali ed economici che non permettono una formazione completa dei cittadini. Chiediamo più fondi ed investimenti per la scuola e l’università pubblica, per il personale docente ed amministrativo, una politica di contrasto al “caro libro” con servizi gratuiti alle famiglie in difficoltà; accesso gratuito all’università per gli studenti in difficoltà economica; fornitura del materiale didattico da parte delle strutture educative ed a spese della Regione. Riteniamo che l’istruzione pubblica e gratuita debba essere diritto inalienabile per la formazione umana, civile e professionale di ogni cittadino. FIRMA LA NOSTRA PETIZIONE POPOLARE!

 

Barcellona Pozzo di Gotto,  22/08/2008

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I costi per la costruzione del Ponte di Messina sono destinati a lievitare. Sull’ordine di grandezza dell’aumento non si sbilancia il general contractor che nel 2005 si aggiudicò la commessa, la Impregilo di Massimo Ponzellini.

Certo, se si considera il prezzo del petrolio al momento dell’offerta, 32 dollari al barile, ed il prezzo del greggio oggi, quasi quadruplicato a 118 dollari, non pare azzardato dire che «aumenteranno parecchio». «Sono in corso riunioni per riavviare le attività - ha detto questo pomeriggio Alberto Rubegna, ad di Impregilo - bisogna considerare che al momento dell’offerta il petrolio era a 32 dollari al barile e che al petrolio è legato soprattutto il costo della componentistica metallica».

Quindi i costi sono destinati ad aumentare parecchio? «Sicuramente - replica ai giornalisti Rubegna - Per questo il governo ha allo studio un provvedimento che tenga conto di queste variazioni. Ma non è un aumento dei prezzi, è una revisione dei costi». «Anche perchè - ha osservato - l’offerta è del 2004 e si basa su uno studio del 2003. E di questo oggi va studiato l’impatto».

Impregilo con una offerta da 3,88 miliardi nel 2005 si era aggiudicata la gara internazionale per la scelta del general contractor, gara del valore di 4,4 miliardi di euro, la più grande gara mai avviata in Italia. Nonostante l’incertezza che aleggia ancora intorno a questo progetto, che avrebbe dovuto essere completato nel 2011, Impregilo non intende recedere. «C’è un contratto - ha fatto notare Rubegna - noi abbiamo dato 500 milioni in garanzia».

(www.unita.it)

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Così sono stati gonfiati gli organici degli enti. Senza concorso

di Emanuele Lauria

 

La Regione parallela. Eccoli, i numeri degli assunti nelle spa partecipate dalla vecchia Trinacria, spuntate come funghi negli ultimi anni. Vascelli dove viaggiano comodamente amici (o parenti stretti) di politici e burocrati e corpose truppe di precari stabilizzati. Tutti o quasi entrati rigorosamente senza concorso pubblico. I dipendenti delle 25 società collegate alla Regione hanno raggiunto la cifra astronomica di 3.546. In pratica, solo in questa dependance dell´amministrazione siciliana risiede quasi lo stesso numero di impiegati dell´intera Regione Lombardia.

Il dato è finalmente ufficiale: è contenuto in un prospetto allegato alla proposta di riduzione degli enti (dovrebbero scendere a 12) consegnato dal ragioniere generale Enzo Emanuele al governatore Raffaele Lombardo. Alza il velo su una lievitazione degli organici avvenuta negli ultimi cinque anni o poco più. Le società più piccole (quelle che si occupano di informatizzazione o del patrimonio immobiliare) sono nate dal 2005 in poi, le altre, più antiche, nello stesso periodo hanno visto crescere sensibilmente il proprio personale. Come l´Azienda siciliana trasporti che nel 2006 ha stabilizzato oltre 300 dipendenti, come Beni Culturali spa che ha ereditato i precari di Artevita (si tratta soprattutto custodi di monumenti) trasformando i rapporti di lavoro in contratti a tempo indeterminato e più recentemente ha assunto circa 200 dipendenti licenziati da Spatafora. Provvedimenti figli di emergenze sociali ai quali si sono accompagnate assunzioni di portata più limitata. Ma sempre con procedure di tipo privatistico: il reclutamento avviene, formalmente, ad opera di società per azioni. Il magistrato della Corte dei conti Stefano Dagnino a maggio segnalò «il fenomeno sempre più diffuso nella pubblica amministrazione, che porta a inaugurare società al solo scopo di assumere personale, raddoppiando di fatto l´apparato amministrativo, visto che le società sono poi spesso interamente partecipate da enti pubblici».

Gli enti ci hanno provato anche in quest´ultima stagione pre-elettorale a spalancare le proprie porte d´ingresso: alla fine del 2007 la società interinale Interim 25 pubblicò un avviso (con scadenza dopo qualche giorno) per l´assunzione di 38 tra ingegneri ed esperti di informatica in una società di Palermo di cui, «per motivi di privacy» (proprio così), non veniva fatto il nome. La società era Sicilia e-innovazione, una delle due strutture che, per l´informatizzazione degli uffici e lo sviluppo delle nuove tecnologie, gestiscono qualcosa come 300 milioni di euro fra fondi statali ed europei. Assunzioni poi non effettuate, come quelle che avrebbero dovuto rimpolpare l´organico di Biosphera con 400 addetti alla cartellonistica in sentieri e riserve naturali. Tutto inceppato nella tenaglia costituita dallo stop decretato dalla Corte dei Conti agli affidamenti in house di progetti alle spa regionali e dalla circolare di Lombardo che ha vietato l´ingresso di nuovo personale in queste società. Ma ciò non ha impedito a Sicilia e-innovazione di ingaggiare in precedenza figli di alti burocrati regionali e di politici, fra i quali Piero Cammarata (primogenito del sindaco di Palermo), assunto come dirigente a contratto.

Di converso, alcune società si presentano come scatole vuote, con un numero di dipendenti inferiore a quello dei membri dei consigli d´amministrazione: è il caso dei Mercati agroalimentari, di Sicilia e-ricerca, di Cape, di Cine Sicilia. Ora il problema è: che fare con questo personale? «È una pesante eredità - dice l´assessore al Bilancio Michele Cimino - e il rischio, inutile negarlo, è che parte di questi dipendenti finiscano nei ruoli della Regione. Il nostro progetto prevede che, nel progetto di fusione, le società capofila assorbano il personale dalle altre. Ma la vera scommessa sarà quella di farli funzionare questi enti. Di offrire finalmente servizi».

(24 agosto 2008)

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di Paolo Ferrero

su Liberazione del 24/08/2008

Chiediamo al governo di bloccare i prezzi dei generi alimentari di largo consumo, degli affitti e dei mutui. Qualcuno commenterà questa richiesta dicendo che si tratta di una parola d’ordine demagogica. Io penso si tratti di una richiesta fondamentale da far vivere nell’autunno dentro la costruzione di un movimento di lotta.
Sono anni che diciamo che larga parte della popolazione italiana fa fatica ad arrivare a fine mese. L’erosione dei salari e delle pensioni arriva da lontano, fin da quando il governo Craxi abolì i primi punti di scala mobile. Dall’adozione dell’euro abbiamo però assistito ad un vero e proprio salto di qualità. Il governo Berlusconi non fece alcun controllo e dalla sera alla mattina ci trovammo con un enorme ed ingiustificato aumento di prezzi. Come se non bastasse negli anni successivi la cosa è continuata con una inflazione strisciante scaricata completamente sui generi di consumo di massa.
In parallelo è cresciuto esponenzialmente il costo della casa. Sul versante degli affitti siamo allo strozzinaggio con il costo dell’affitto che raggiunge e spesso sopravanza la metà di un buon stipendio. Per chi ha fatto fronte al caro affitti con l’acquisto, le cose sono andate anche peggio, perché il rialzo dei tassi d’interesse ha spinto i mutui a tasso variabile a cifre irraggiungibili per chi aveva fatto il mutuo.
Ci troviamo di fronte a una economia in cui tutti i prezzi sono indicizzati salvo quelli relativi alla forza lavoro. I salari non sono indicizzati e i prezzi relativi ai beni di consumo di massa sono in costante crescita. La riduzione del costo del lavoro e la redistribuzione del reddito la fanno così: contengono il monte salari nella sfera della produzione e riducono il suo potere d’acquisto nella sfera del consumo.
La questione dei prezzi è quindi una questione di classe e attraverso l’inflazione avviene una gigantesca operazione di redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto.
Tutto questo lo sappiamo così come lo sanno la maggioranza dei nostri concittadini e concittadine. Il punto è che milioni di persone hanno dovuto far fronte a questo situazione in termini individuali, da soli. La gente si è aggiustata. Facendo economie, prendendo d’assalto ogni genere in offerta in un supermercato, andando a fare la spesa al discount . Mi è capitato di leggere un rapporto della polizia di Pordenone che sottolineava come i furti di generi alimentari nei supermercati fossero tra i reati in maggiore aumento. Lo stesso rapporto sottolineava anche come gli autori di questo genere di furti fossero in larga parte anziani pensionati.
Una parte del mondo del lavoro è riuscita a difendere parzialmente il proprio potere d’acquisto attraverso i contratti nazionali di lavoro, che non a caso Governo e Confindustria vogliono smontare. Ma anche questo è stato uno strumento di difesa parziale.
Il punto politico è quindi questo: il fenomeno sociale che insieme alla precarietà ha modificato più pesantemente ed in negativo il modo di vivere della nostra gente è stato vissuto sostanzialmente come problema, a volte come dramma, individuale. Occorre ridirselo per averlo ben chiaro: l’impoverimento di massa che ha toccato milioni di persone in Italia non è stato in alcun modo scalfito o mitigato dalla politica e nello specifico dalla politica della sinistra. Non solo non è stato scalfito ma nessuna battaglia seria e continuativa è stata condotta in questi anni per cercare di affrontare in modo collettivo una situazione che viene vissuta come dramma individuale. Per dirla ancora in una altro modo: non è assolutamente chiaro a milioni di persone che non sanno come arrivare a fine mese che ci sia una parte politica che si batte strenuamente contro questo stato di cose.
Bisogna mettere mano a questa situazione. A mio parere è possibile non solo perché la situazione sociale ha raggiunto e superato il livello di guardia. Questo fatto da solo non basta perché com’è noto al peggio non c’è mai fine. Il punto è che la fase propulsiva della globalizzazione neoliberista è definitivamente tramontata e siamo entrati in una fase di crisi economica assai pesante in cui si riaffaccia chiaramente la richiesta di un intervento pubblico in economia. Anche da parte borghese viene invocato l’intervento pubblico e assistiamo ad un dibattito, che ha raggiunto ormai i grandi giornali. Il tema dell’intervento pubblico in economia è quindi posto ma dobbiamo aver ben chiaro che rischia di produrre un effetto perverso: la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti. La tendenza a circoscrivere l’intervento pubblico al salvataggio di banche, aziende a fondi di investimento determinerebbe questo: garantirebbe al capitale la sua stabilità in un regime di bassi salari. Si tratta di una ipotesi di intervento pubblico che somiglia di più a quello dei fascismi del secolo scorso che non a quello del New Deal .
Per questo dobbiamo far diventare la campagna contro il caro vita parte decisiva della campagna di massa dell’autunno e dobbiamo essere in grado di articolarla concretamente: richiesta al governo di blocco dei prezzi; difesa ed allargamento dei contratti nazionali di lavoro; vertenze da aprire con i singoli supermercati e coinvolgendo i consumatori per abbattere i prezzi; costruire esperienze di gruppi di acquisto solidali. Battaglia politica, vertenzialità diffusa, mutualismo. Tutto questo dovremo organizzare nell’autunno per far si che il carovita da problema individuale diventi problema collettivo. Per far si che l’intervento pubblico serva a noi e non solo al capitale. Tutto questo dovremo fare per costruire una opposizione che non si riduca a propaganda ma diventi movimento di massa.

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La vicenda, grave sotto il profilo occupazionale, aggrava la crisi dei servizi sociali messinesi

Avvocati gratis. Il circolo “Peppino Impastato” del Partito della Rifondazione comunista di Messina mette a disposizione delle famiglie interessate i propri avvocati affinché venga tutelato il diritto all’educazione e all’istruzione delle persone disabili. Un diritto che rischia di essere negato dalla drastica riduzione degli insegnanti di sostegno imposta dalla normativa nazionale (applicata al livello locale con rigore algebrico). Lo ha comunicato, a nome del circolo, il segretario Daniele Ialacqua, con una nota di oggi.

Il Prc di Messina intende creare un collegamento con le associazioni di categoria e le famiglie interessate, per valutare le strategie legali più opportune da attuare.

«Quanto sta succedendo - recita la nota -, non soltanto a Messina, in tema di tagli del personale docente di sostegno, non mette in discussione soltanto migliaia di posti di lavoro, ma un diritto all’istruzione ed all’integrazione sancito da una legge fondamentale dello Stato italiano, all,avanguardia in Europa, la n.104/92, che ha consentito ad oggi a centinaia di migliaia di studenti diversamente abili di potere frequentare scuole di ogni ordine e grado, convincendo le famiglie anche alla non facile scelta di dichiarare la disabilità dei propri figli, rompendo quelle barriere culturali ed istituzionali che costringevano la persona handicappata a rimanere a casa».

La vicenda dei tagli dei posti di sostegno a Messina aggrava ulteriormente la crisi del settore dell’assistenza e della solidarietà sociale, funestato negli ultimi mesi da vertenze di ogni genere (si veda la situazione della Cooperativa “Futura”, nell’articolo di oggi). A rischio sono i servizi riabilitativi, l’assistenza domiciliare agli anziani, l’assistenza ai disabili e le comunità alloggio per minori, che si trovano costrette a chiudere per mancanza di risorse e del dovuto sostegno da parte delle Amministrazioni.

Il Prc annuncia di avere in cantiere una serie di iniziative per difendere i diritti dei lavoratori e dei più deboli in questo momento difficile, mentre, per giunta, «a livello nazionale ci si prepara per il varo della Finanziaria dei tagli e del Federalismo fiscale anti-Sud».

L’autunno caldo, occupazionale e sociale, a Messina è già iniziato.

Tratto da www.tempostretto.it

 

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Il ministro Gelmini a tre settimane dalla ripresa scolastica
“Taglieremo 85mila docenti e abbatteremo gli sprechi”

CORTINA D’AMPEZZO (Belluno) - “Nel Sud alcune scuole abbassano la qualità della scuola italiana. In Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata organizzeremo corsi intensivi per gli insegnanti”. La risposta alle parole di Bossi arriva dal ministro dell’Istruzione. E’ passato un mese da quando il leader del Carroccio, dal palco del congresso nazionale della Liga Veneta a Padova, gridò nel microfono che era l’ora di finirla di far “martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord”. A tre settimane dall’inizio delle lezioni, Mariastella Gelmini annuncia alla platea di Cortina d’Ampezzo che l’ha invitata ad un dibattito pubblico, la strategia per migliorare la scuola italiana: corsi ai prof del Sud; taglio di 85 mila insegnanti; riduzione degli sprechi.

“La scuola deve alzare la propria qualità abbassata dalle scuole del Sud”, ha detto il ministro bresciano. “Organizzeremo dei corsi intensivi per gli insegnanti del Meridione”. Sembra che un test elaborato da Ocse-Pisa - l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione - vede la nostra scuola al 37esimo posto con un trend decrescente di anno in anno. “E’ una realtà - ha detto il ministro - a cui bisogna porre rimedio”.

E il “rimedio”, il ministro all’Istruzione lo pone con i corsi agli insegnanti del Sud e il taglio di 85 mila docenti tra il 2009 e il 2011. “Chi critica la riduzione dei professori, indichi una strada diversa”. La Gelmini vuole anche aumentare le ore: “E’ giusto dare agli insegnanti gli strumenti per svolgere il proprio ruolo e un riconoscimento sociale. Reinvestiremo i soldi recuperati dagli sprechi e dal taglio sulle spese per il personale, premiando chi raggiungerà i migliori risultati”.

(23 agosto 2008)

www.repubblica.it

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Il PD, sulla cui riuscita molti italiani avevano riposto sicura speranza, ora, a causa dell’abnorme sviluppo delle originarie contraddizioni in nuce, comincia a fare disamorare buona parte del suo elettorato.
La delusione potrebbe diventare cocente, soprattutto in quanti alle cosiddette primarie hanno fatto registrare la loro entusiastica partecipazione.
Evidentemente, per quanto quasi plebiscitario sia stato l’orientamento su Veltroni e i suoi seguaci, nella scelta dei segretari nazionale e regionali, sembra adesso che si debba convenire che si sia trattato più di facciata anziché di sostanza.
E ciò perchè evidentemente devono essersi intrecciati, nel breve lasso di tempo fin qui tascorso, gli sviluppi di iniziali malumori, persistenti nella costellazione di vertice, con l’assoluta mancanza di volontà o capacità organizzativa.
Basterebbe l’emblematico caso di Barcellona, dove all’insoddisfazione per esempio di un Calamuneri si è aggiunta l’incapacità di porre almeno le basi di una struttura sezionale, che anche localmente un partito operativo non può non crearsi.
Niente di tutto questo è stato fatto, e ci si è cullati sulla eventuale - e quindi incerta - capacità organizzativa di una figura professionale con scarso carisma e limitata esperienza politica.
Ma questo non vale soltanto per la situazione locale, perchè si potrebbe salire con analogo rammarico ai gradi provinciale e regionale, senza tema di apparire presuntuosi.
Non so se questo ragionamento sia stato fatto da Orazio Calamuneri, che avendo visto sempre di malocchio la genesi e il rachitico sviluppo del PD barcellonese, contiuna a sparare a zero sull’attuale segretario di sezione, avv. Francesco Russo, tirando in ballo tra l’altro la mancanza del ricambio generazionale in un partito, il PD, che per essere neonato non dovrebbe rimanere in mano a gente ormai vetusta, residuo di due partiti (Margherita e Ds) decotti prima di spegnersi.
Dove possa puntare il rammarico di un altro anziano - qual naturalmente è Calamuneri - non si riesce a capire, a meno che non sia lui a sapere dove trovare i nuovi pezzi di ricambio, cioè quella gioventù spontaneamente disponibile ad affrontare l’organizzazione di una sezione che sappia buttare alle ortiche le obsolete tendenze correntizie ereditate dalle ormai spente “matrici” politiche.
Francesco Cilona

Pubblicato da barcellonablog -  

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di GIOVANNA CASADIO

tratto da www.repubblica.it

Gli dicono che somiglia a Scamarcio, l’attore. A sedici anni, fa piacere. Ma ha promesso che oggi si taglia i capelli arruffati e magari non lo bollano più come comunista. Circolo Tienanmen, tessera dei Giovani comunisti, trovata dal padre, fotocopiata dai servizi sociali, allegata all’ordinanza del Tribunale di Catania, prima sezione civile, per dimostrare nella causa di affido che la madre non sa badare all’educazione del ragazzo il quale ha “la tessera d’iscrizione a un gruppo di estremisti”.

Quindi, M. P. - che preferisce non essere citato con il suo nome, visto che lui, ragazzo esuberante, lo conoscono un po’ tutti a Catania - è stato di fatto accusato di essere comunista rifondarolo, uno che frequenta “luoghi di ritrovo giovanili dove è diffuso l’uso di sostanze alcoliche e psicotrope”, dove cioè c’è il sospetto che si bevano birre e si fumino spinelli. Nel giudizio degli assistenti sociali, le cose stanno pure peggio perché i comunisti sono “estremisti, il segretario del circolo è un maggiorenne che pare abbia provveduto a convincere all’iscrizione e all’attivismo altri ragazzi”, tra cui l’amico del cuore del sedicenne, anche lui una testa matta che lo trascina nella vita “senza regole”. Non è l’unica ragione, ovvio, per far pendere la bilancia della contesa sull’affido dalla parte paterna, ma la militanza comunista è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. M. P. è stato tolto alla madre e ora assegnato al padre, insieme al fratello più piccolo.

Tra un uomo e una donna, dopo una travagliata separazione, la resa dei conti si scarica spesso sui figli. Cose che succedono, non dovrebbero. La ragione, si sa, non sta mai da una parte sola. Però a Catania, ora ci si è messa di mezzo la politica. Mai infatti i comunisti, rifondaroli o del Pdci, si erano sentiti citati in un tribunale come pericolosi, estremisti, prova provata e sintomo di devianza giovanile. “Fino a ieri si chiamava militanza, e Rifondazione era il partito del presidente della Camera, Fausto Bertinotti; la sinistra comunista aveva due ministri nel governo Prodi”, si sfoga Orazio Licandro, responsabile dell’organizzazione del Pdci. Nel partito di Diliberto hanno suonato l’allarme: comincia così la caccia alle streghe, usando in una storia delicata e complessa di affido familiare lo spauracchio dei comunisti, “è l’anticamera della messa al bando, siamo ormai extraparlamentari e anche pericolosi. Non è fascismo? Poco ci manca”. Elencati nel dossier del tribunale infatti ci sono la tessera, con il costo dell’adesione, il faccione di Che Guevara e la fede nella rivoluzione riassunta nella frase “No soy un libertador, los libertadores existen, son los pueblos quienes se liberan”.

 

C’è inoltre la parodia di una canzone dei Finley “Adrenalina”, ode alla cocaina, riferimenti che mandano in tilt un padre come una madre. Mamma Agata, medico ospedaliero, è disorientata. Il Tribunale la obbliga intanto a versare 200 euro al mese al marito per il mantenimento dei figli, a lasciare la casa nel comune etneo dove la famiglia risiedeva. Nel più pessimista dei suoi incubi, racconta, si aspettava un affido condiviso. L’Istat calcola che ormai in Italia i figli bipartisan del divorzio stanno crescendo fin quasi a diventare sette su dieci. Dev’essere la storia di un’altra Italia, non cose che capitano qua, da queste parti a Catania, taglia corto Agata. Non è disposta a riconoscere argomenti e legittimità delle richieste paterne, che invece ci sono. E il figlio? “Va al mare e studia, ha avuto tre debiti al penultimo anno del classico - greco, latino e filosofia - d’altra parte come può essere sereno con questa guerra in atto?”.

Non facile certo, spiegare a M. P. che le difficoltà della vita per alcuni, per lui ad esempio, si sono presentate in anticipo. Capita, ma s’impara prima. Difficile a quanto pare, far comprendere al padre che, come scriveva Freud, l’adolescenza è una malattia grave ma per fortuna si guarisce. L’avvocato della madre Mario Giarrusso assicura che tenterà altri approcci, mediazioni, soluzioni. I comunisti denunciano il clima da “anticamera della messa al bando” che si respira nell’isola. M. ha progetti bellicosi per l’autunno, ma tutti davvero poco preoccupanti: una band con gli amici dove lui vuole suonare il basso e la chitarra, la militanza politica, il teatro grande passione. “Con il suo gruppo ha vinto anche un premio”, s’inorgoglisce la dottoressa Agata. Nelle relazioni dei servizi sociali e nell’ordinanza del tribunale le si rimprovera di avere nascosto al marito che il ragazzo ha avuto una “irregolare frequenza scolastica”, di avere dato il suo beneplacito a “mancati rientri a casa”, oltre a una serie di leggerezze anche verso l’altro fratellino (la figlia più grande è maggiorenne). Ma mai si sarebbe aspettata di trovarsi sotto accusa per le idee del figlio.

(20 agosto 2008)

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di Loredana Fraleone

su Liberazione del 10/08/2008

Ma non illudiamoci sulla scesa in campo di Cgil e Pd

Usato come cemento tra le forze del Pdl e la Lega, nonché elemento sul quale consolidare la propria egemonia, il tema della “sicurezza” continua ad essere declinato dal governo Berlusconi, in forma diretta od indiretta, con misure che puntano a rendere invisibile la natura antipopolare della sua politica. Così avviene anche in questa devastante Finanziaria, nella quale i tagli all’istruzione ed al welfare, nel suo complesso, superano anche le più fosche aspettative. Le città sono liberate dai “fastidiosi” zingari, le strade vengono presidiate dai militari, nelle scuole tornano grembiulini e voto di condotta funzionale alla bocciatura e chissà cos’altro, magari si arriverà agli elenchi dei docenti ribelli che rifiutano l’obbedienza al governo! Contestualmente si tagliano classi e posti di lavoro del personale docente ed Ata, si bloccano le immissioni in ruolo, si torna al doppio canale dopo la scuola media. La popolarità di questi provvedimenti, però, mi sembra in ordine decrescente.
I più non sopportano gli zingari, molti sono perplessi sull’efficacia dei soldati per le strade, ad impedire qual si voglia crimine, che tra l’altro, ci dicono le statistiche, sono da tempo in netto costante calo in Italia. Dubito che la maggioranza degli Italiani apprezzino il sette in condotta ed i grembiulini per i propri figli.
Analisi e giudizi su queste politiche, tanto retrive quanto furbesche, sono fin troppo facili. Quello che serve davvero è capire come fermare tutto questo, come costruire movimenti di massa, come costringere i sindacati, in particolare la Cgil, a schierarsi con decisione contro la regressione materiale e morale che ci aggredisce. Non sarà facile, ma la costruzione di vertenze, conflitto e movimenti, sono indispensabili anche per un adeguamento della Cgil alla radicalità dello scontro. Da questo punto di vista, trovo francamente illusorie alcune posizioni espresse recentemente, anche da Liberazione , su una efficace discesa in campo del sindacato e persino di alcuni settori del Partito democratico, a prescindere se si riuscirà o meno a far partire dalla società segnali forti che spingano in quella direzione.
Questi segnali dalla scuola possono partire molto presto, fin dai primissimi giorni di settembre, quando molti precari si troveranno ancora più precari e molti non saranno riconfermati su alcun posto di lavoro. Gli studenti si troveranno in classi più numerose, anche per via degli accorpamenti di quelle considerate “troppo piccole”, perdendo continuità didattica e persino libri di testo, oltre all’indispensabile attenzione da parte dei docenti, impossibile in situazioni di sovraffollamento. Ad alunni/e disabili saranno ridotte le ore di sostegno, e rischieranno di essere percepiti/e come un peso, dai propri compagni di classe, invece che un’occasione di arricchimento. Verranno a mancare risorse ancor più che in passato, per l’esigenze materiali e l’attività ordinaria delle scuole, altro che diritto allo studio!
Questo e molto ancora, percepibile nella vita quotidiana delle scuole, non tarderà a suscitare reazioni, un po’ da tutti/e, perché tutti/e saranno toccati/e. Per quanto ci riguarda, non abbiamo perso l’allenamento al conflitto neanche durante il governo Prodi e la sua breve esistenza non ha dato il tempo di cancellare le relazioni, le reti, le aggregazioni proliferate ai tempi della Moratti.
Il contesto generale è più duro di allora, per ragioni oggettive e soggettive, ma il fronte sostanzialmente limitato, precedentemente, ad insegnanti e genitori potrebbe allargarsi finalmente agli studenti, ed i precari della scuola potrebbero trovare alleati tra quelli, sempre più in sofferenza, dell’università, della ricerca e della cultura in generale. Sappiamo come e dove mettere le mani, insieme ai soggetti politici, sindacali ed associativi, con i quali abbiamo costruito una lunga e proficua collaborazione, si tratta soltanto di aspettare la ripresa di settembre.

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