Lettera di adesione al partito dell’ex senatrice Lidia Menapace‘Ci dichiariamo nipoti politici’.  Video intervista a Lidia Menapace

Lidia Menapace su Wikipedia 


Cari compagni, carissime compagne (al cuore non si comanda),
 
chiedo l’iscrizione a Rifondazione comunista. Non muto la mia opinione sull’esaurimento della forma del partito politico: ma poichè esso è stato la più straordinaria invenzione della politica  soprattutto come partito di massa (ma oggi dei soggetti), di massa -dicevo- non popolare nè populista, il suo superamento richiede analisi discussione e l’avviamento di un processo preciso concordato pensato praticato, non certo slogan improvvisati.
 
 Del resto
- come ho detto una volta suscitando più stizza che approvazione -  a me Rifondazione è sempre piaciuta perchè piuttosto che un partito tradizionale è un’Arca di Noè: più d’uno e una ha forse creduto che fosse una definizione sarcastica e offensiva; invece io penso che l’arca è una nave ben costruita, tanto che riesce a passare attraverso il più tremendo tsunami della storia, il diluvio universale ricordato in tutte le mitologie. E su quella nave certo adatta per mettersi in salvo, si pensa al futuro, dato che vengono imbarcate tutte le specie animali conosciute in coppia. E chi si è imbarcato non sta lì ad aspettare che sia passata la tempesta passivamente con le mani in mano. Vanno di frequente in coperta a scrutare l’orizzonte, sicchè appena vedono una colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco e un arcobaleno in cielo, capiscono che un po’ di terra è emersa e la cercano  e finiscono per approdare sul monte Ararat, non certo nel recinto delle facili certezze fideistiche, ma su una cima dai grandi orizzonti. 
 
 Comunque anche per uscire dalle difficoltà delle forme politiche serve più organizzazione, non meno e più organizzazione collettiva, non elitaria oligarchica o leaderistica, specialmente oggi, quando l’egemonia di una cultura politica populista e autoritaria da parte di Berlusconi arriva fino dentro la testa o la pancia di tutti, tutte noi, persino inquinandoci sotto li profilo della  moralità politica.
 
  Mi sento di poter continuare questa ricerca
dentro Rifondazione comunista.
 
  So già che quanto affermo è stato apprezzato in alcuni incontri cui ho partecipato su invito di Paolo Ferrero, inoltre con Grassi e Burgio verso i quali avevo sempre avuto una distanza, mi pare che sia possibile e interessante una interlocuzione e un lavoro comune sulla base di una reciproca fiducia e affidabilità, Giannini lo conosco bene e ambedue sappiamo quanta è la stima  e l’affetto nonostante tutte le differenze profonde di cultura politica, Pegolo lo conosco (se mi permette di dirlo) da piccolo e ho trovato molto interessanti le sue dichiarazioni durante  il congresso, molto calibrate pensate serie (anche troppo). Questo vale per tutti i compagni e le compagne che ho ascoltato con grande attenzione durante il dibattito e che sono confluiti sulla mozione 1.  Ho ascoltato molti altri appassionati interventi in appoggio alla mozione 2  e penso che bisognerà avere la capacità di una interlocuzione unitaria e una gestione aperta verso tutti e tutte; dato che nessuno in una organizzazione che si fregia di comunista può avere una opinione proprietaria o un rapporto feudale coi propri seguaci.
 
  Forse a voi non sembra, ma sono convinta che la più grande innovazione che tutta la sinistra comunista ha affrontato da quando esiste è stato di scrivere nel preambolo dello statuto allo stesso livello come avversari  cui ci si oppone in modo antagonistico,  il capitalismo e il patriarcato. Su questa affermazione approvata all’unanimità  penso che dovrebbe essere possibile predisporre un convegno, incontro, dibattito generale, seminario di tutto il partito e anche di altro fuori di noi (se posso ormai dire “noi”)
 
  Altri temi certamente non mancheranno, soprattutto quelli sociali già enunciati.
 
  Insomma vi prego di darmi il benvenuto e cercherò anche di essere saggia e misurata perchè non è tempo di effettacci,
vi abbraccio tutti e tutte

Lidia Menapace

Converti in pdf

Precari, 6 mila contratti a rischio

tratto da www.repubblica.it

Dalle Poste ai call center: gli effetti in Sicilia della norma stoppa vertenze

di Alberto Tundo

Duemila lavoratori delle Poste, tra portalettere e sportellisti, più una cifra che si aggira tra i tremila e i quattromila precari dei call-center. Seimila persone circa, alle quali bisogna aggiungere gli stagionali, gli apprendisti, coloro che hanno contratti a progetto o a termine in tutti gli altri settori. Insomma, il precariato declinato in tutte le sue molteplici forme. Migliaia di lavoratori in Sicilia che, per effetto dell´emendamento alla manovra in discussione alla Camera, già ribattezzato “anti-precari”, adesso vedono l´assunzione a tempo indeterminato come un miraggio sempre più lontano. Nel lunedì di passione in cui i giornali danno notizia della scelta del governo, a parlare con i vertici siciliani di Cgil e Cisl si ricava l´impressione di un sindacato colto di sorpresa. Non esita, ad esempio, a parlare di «colpo di mano» il segretario della Cisl Sicilia Maurizio Bernava: «Come altro definire un provvedimento del genere? Non c´era nessuna urgenza, ma la cosa più grave è che non è stato concordato con le parti sociali». Altrettanto secco il commento di Emilio Miceli, segretario generale di Slc-Cgil: «In questa vicenda si vede tutta la disinvoltura etica di Confindustria, perché sono gli imprenditori ad aver sollecitato la norma».
Il provvedimento in questione consentirà alle imprese di non dover più assumere in pianta stabile lavoratori a tempo determinato che ne abbiano maturato le condizioni. Basterà che paghino una cifra tra le due e le sei mensilità per liquidare la questione. La norma, inoltre, ha valore retroattivo, cioè riguarda anche i contratti stipulati in precedenza.

Ieri, il governo ha ribadito che non ritirerà l´emendamento anti - precari. E così resta sul tappeto il destino di migliaia di lavoratori a termine in Sicilia. Ma quanti sono i contratti a tempo che rischiano di non venir mai trasformati in assunzioni stabili? E in quali settori, nell´Isola, la norma contenuta nella manovra di Tremonti rischia di fare più male? «Se il governo non farà un passo indietro - dice Bernava - saremo costretti a quantificare e ad aggregare i dati». La risposta di Miceli, però, non lascia molte speranze: «Non sarà secondario, perché ovunque il mercato del lavoro è debole, è il precariato a farsi largo. Sono queste le tipologie contrattuali alle quali si ricorre di più». Ancora più esplicito Nicola Leanza, segretario regionale dell´Mpa: «Le nuove norme sul precariato in discussione al Senato sembrano fatte apposta per penalizzare i lavoratori siciliani».

Grandi società di servizi come Enel e Ferrovie, ma anche imprese che operano nel turismo, nel commercio e nelle telecomunicazioni: queste sono quelle che potrebbero avvalersi di più della nuova regolamentazione. Ma la situazione più critica, al momento, appare quella dei lavoratori delle Poste e dei call center. In particolare, su circa 20 mila ricorsi di precari contro l´amministrazione postale, circa 2 mila sono quelli che riguardano la Sicilia: un decimo del totale. Conferma la stima Giuseppe Lanzafame, segretario provinciale Cisl - Poste Catania: «Ci sono circa duemila lavoratori che rischiano di finire per strada». Davide Sulis, segretario regionale della Slc-Cgil, teme gli effetti sulle vertenze: «Circa il 90 per cento delle cause in corso sono già arrivate o in procinto di arrivare in Cassazione. E sono quasi tutte vinte. Con questa norma i ricorsisti si ritroverebbero con poco o niente in mano e le spese processuali da sostenere».

L´altro settore a rischio è quello dei call center. Il quadro tracciato da Francesco Assise, segretario regionale della Fistel Cisl, è a tinte fosche: «Soltanto a Palermo ci sono un migliaio di precari nei circa settanta call center in funzione, altrettanti nel Catanese, circa seicento nel Trapanese. Sono anni che noi lavoriamo con queste società per favorire la loro stabilizzazione, anche facendo ricorso ad ispezioni. Questa norma ci taglia le gambe, è un incentivo allo sfruttamento del precariato. Finora, nonostante i tempi lunghi delle cause, le aziende erano incentivate a trattare con i sindacati. Adesso questa leva non ci sarebbe più».

(29 luglio 2008)

Converti in pdf
By Carmelo | Luglio 28, 2008 - 2:21 pm - Categorie: Petizioni, Economia, Rifondazione
Petizione
 
 
APPELLO AI CITTADINI MESSINESI
CONTRO LA CHIUSURA DELLA
MOLINI GAZZI SPA
E IL LICENZIAMENTO DEI SUOI 27 LAVORATORI DIPENDENTI
 
La MOLINI GAZZI SpA lavora nel comparto della produzione di farine e semola per uso alimentare da circa 120 anni. Si hanno le prime notizie dello stabilimento già nel lontano 1884 come “Molino e Pastificio Pulejo” poi col nome di MOLINI GAZZI SpA dal 1926.

Un azienda che produce la farina con cui si sforna quasi tutto il pane di Messina, le “briosce” con cui gustiamo le nostre granite, e la semola per la pasta dei nostri primi piatti, dei noti marchi messinesi TRIOLO e PUGLISI

Un’azienda che ha resistito alla devastazione del terremoto del 1908, ai bombardamenti della seconda guerra mondiale… ancora nel cantinato dello stabilimento una lapide ricorda quei duri e tristi giorni.

Un’azienda che ha saputo sempre risorgere grazie al sacrificio e all’impegno di persone come il fu Senatore, Onorevole, Cavaliere del Lavoro, Imprenditore, Uomo, UBERTO BONINO a cui è intitolata la via sulla quale si affaccia lo stabilimento. Persona di grande caratura e carattere che guidò l’azienda per circa 50 anni fin nel letto di morte. Dal frutto del suo lavoro sono nate “La Gazzetta del Sud”, il Centro Studi Neurolesi, la Fondazione “Bonino-Pulejo” …Una persona che ha fatto molto per la città e soprattutto per la MOLINI GAZZI SpA, fiore all’occhiello dell’industria messinese.

Oggi, il presente, è la CHIUSURA dello storico stabilimento a seguito di una gestione poco oculata delle risorse dell’azienda ad opera degli eredi.
Si rischia di buttare via con un colpo di mano 120 anni di STORIA, con la S maiuscola, Messinese, Siciliana e Imprenditoriale. Unico stabilimento in Sicilia con due impianti distinti dalla capacità produttiva complessiva di 300 TONNELLATE/GIORNO per la macinazione del grano duro e tenero (esistono solo due impianti in Sicilia per la lavorazione del tenero).
Una tradizione che si è perpetuata per 120 anni dove l’esperienza lavorativa veniva tramandata da Padre in Figlio.

NOI Dipendenti della MOLINI GAZZI SPA siamo indignati e delusi dalla Direzione Aziendale
che ha dimostrato poca chiarezza nelle sue intenzioni.
Così facendo la Direzione ha tradito la secolare fiducia dei suoi Dipendenti !!!

IERI la BIRRA MESSINA, ADESSO la MOLINI GAZZI !!!
IERI IL MIRACOLO C’E’ STATO….OGGI ???

VI STIAMO CHIEDENDO AIUTO…CON UNA FIRMA.

I Dipendenti della MOLINI GAZZI SpA sentitamente ringraziano tutti coloro che parteciperanno alla loro battaglia

   
  i risultati ->
   
Nome *
   
Cognome *
   
Indirizzo
   
Città
   
E-mail *
   
Telefono
   
Note
 
La redazione di TempoStretto tiene a sottolineare che i dati relativi all’indirizzo email, al telefono ed all’indirizzo dei firmatari non verranno resi pubblici ma hanno l’unico di scopo di informare i sottoscrittori sull’iniziativa.
   
Desidero essere informato tramite e-mail sull’iniziativa sottoscritta
   
Informativa sulla tutela dei dati personali (Legge 196/03): ai sensi dell’art. 13 del Dlgs 196/2003 “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”,Tempo Stretto garantisce la massima riservatezza dei dati da lei forniti e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica. L’invio di questo modulo presuppone che il mittente acconsenta al trattamento dei dati comunicati.
   
 
   
   

 

Converti in pdf
By Carmelo | Luglio 27, 2008 - 10:49 pm - Categorie: Aborti, SD, Congresso, cronaca, politica nazionale

Dopo l’intervento di apertura di Vendola, seguito con attenzione dai segretari che composero la sinistra arcobaleno, Claudio Fava dichiara di essere rimasto “deluso” dal discorso di Vendola, troppo attento a calibrare i termini, e, secondo l’attuale coordinatore Nazionale di Sinistra Democratica, poco “spinto” verso la costituente della sinistra. La “fretta” di Fava nel fare un nuovo patito della sinistra è palpabile, e basterebbe vedere i pezzi persi strada facendo da Sd a favore di altre forze politiche, la strutturale debolezza che non permette di costituire il movimento in partito, e soprattutto, l’ansia di riciclo di alcuni leader “storici” della Sinistra italiana.  I numeri a proposito di Sd parlano chiaro, ed ancora più chiaro nel caso specifico del suo coordinatore: candidato alle comunali a Catania, sua città di origine, Claudio Fava, Coordinatore di Sd, Eurodeputato del Partito Socialista Europeo, nella “sua” Catania ha preso 170 voti. Io, prima di parlare, farei autocritica. Ma quelli sono metodi comunisti, non da “dirigenti”…

P.S.

Vendola ha dichiarato che non ci ha nemmeno pensato di abbandonare il PRC: forse anche lui ha “fiutato” il vuoto che c’è in una certa “sinistra diffusa” italiana.

Converti in pdf
By Pasquale | - 8:31 pm - Categorie: suicidio

CHIANCIANO - Paolo Ferrero diventa segretario di Rifondazione comunista con otto voti di vantaggio (142 sì, 134 no), davanti a una sala con i pugni alzati che intona “Bandiera Rossa”, spaccando il partito e lasciando macerie. Nichi Vendola e i bertinottiani, da sempre la maggioranza, sono sconfitti con il 47,7 per cento dei delegati. “Questa scelta è un grave errore per questo partito che diventa un guazzabuglio” dice il governatore della Puglia. E annuncia: “Noi non ce ne andiamo, continuiamo la nostra battaglia, non ci sarà scissione ma non entriamo in segreteria”. E a settembre nascerà, dentro il partito, l’area “Rifondazione da sinistra”.

Il VII congresso di RC, quello che in un modo o nell’altro avrebbe lasciato il segno nella storia del partito che più di tutti ha perso le elezioni di aprile, è raccontato da numeri e alcune istantanee: cinque mozioni; quattro giorni di liti e accuse furibonde; due mesi di recriminazioni e tiri mancini; riunioni notturne e agguati; i dieci minuti di applausi per Bertinotti e la speranza lunga un pugno di ore di una ricomposizione; i cori “Bella ciao” e “Bandiera rossa” urlati da una parte come se fossero di quella sola invece che di tutti. Un delegato anziano, di Firenze, che ancora poche ore prima dello sfacelo prende per un braccio Gennaro Migliore e Paolo Ferrero, li mette uno di fronte all’altro, e li prega: “Smettete di litigare, che ci avete fatto piangere”. L’ex cossuttiano Claudio Grassi, per giorni l’uomo della mediazione che ancora ieri diceva, dal palco: “Nichi, Paolo, parlatevi perché se Rifondazione si divide in due, Rifondazione finisce”. Non si sono parlati. Non a sufficienza. Momenti e situazioni che difficilmente saranno superati e digeriti. Come la votazione, oggi all’ora di pranzo, dei due documenti contrapposti avvenuta con chiamata nominale: per tre ore i 646 “compagni” e “compagne” che non si fidano più l’uno dell’altro, sono sfilati davanti al microfono per dire nome, cognome e numero del documento votato. Qualcosa di surreale. Esercizio di democrazia, si dirà. Ma poteva immaginare Rifondazione di cadere così in basso?


La squadra vincente. Ha vinto, alla fine, Ferrero, arrivato qui col 40 per cento dei voti, a ribaltare storia, numeri, tradizione e prospettive di un partito diventato “verticistico e leaderistico”. Lui, invece, che è stato l’unico ministro di Rc nel governo Prodi, è l’uomo della ripartenza “dal basso, a sinistra”, che non parla col Pd, di lotta dura e pura e non di governo, che fa della lotta di classe e dell’anticapitalismo i cardini del programma e giudica “l’unità a sinistra” il più grave errore degli ultimi anni. Insieme a lui, tanto da arrivare a una maggioranza del 50 per cento e poco più, un gruppo di trotzkisti e di duri e puri della falce e del martello; Ramon Mantovani “nostalgico del partito del ‘95 che non ha espulso Nichi”; il giovane Maurizio Acerbo, ex deputato dell’Unione; il cossuttiano Claudio Grassi, che fino all’ultimo ha cercato una mediazione, e Giovanni Russo Spena, capogruppo al Senato nel governo Prodi. Curioso destino: Russo Spena e Ferrero sono ex di Democrazia proletaria. Chi si rivede, vent’anni dopo.

Il segretario incoronato. E’ stanco Ferrero, barba lunga, occhiaie, voce bassa ma quella è una sua cifra. È anche preoccupato. Fedele al principio “prima la linea politica, poi il leader”, è diventato candidato alla segreteria poche ore prima del voto e solo perché indicato dai suoi nel Cpn, il parlamentino del partito. Precisa che “il congresso è stato vinto da una coalizione che ha un accordo su una base politica basata su tre elementi: Rifondazione c’è oggi e domani; c’è bisogno del rilancio di un’opposizione sociale al governo Berlusconi e infine maggiore autonomia dal Pd anche se non usciremo dalle giunte locali”. Non è vero che “siamo un fortino” e “staremo più col popolo e meno in tv”.

E dire che quella del candidato segretario opposto a Vendola è stato per giorni un tormentone. La mozione 1, infatti, quella poi vincente, è rimasta senza candidato segretario fino alle 18 e 30 di oggi. Ogni giorno Ferrero era annunciato candidato alla segreteria, ma non avveniva mai. Una dimostrazione di “purezza” da parte dell’ex ministro della Solidarietà sociale che tiene molto a un punto: prima la linea politica, “chiara, netta, senza ambiguità”, poi il segretario che “deve essere indicato dal basso, dal congresso e dall’assemblea”. Candidarsi sarebbe stata una formale ma clamorosa contraddizione. La lascia fare a Ramon Mantovani dal palco del Cpn.

Vendola: “Questa è la fine del partito”. Il governatore della Puglia lascia il congresso prima che la conta finisca. Dopo un giorno di speculazioni sulla sua rinuncia alla segreteria, rilanciate fin dalla mattina da quelli dell’area Ferrero, Vendola resta candidato fino alla riunione del Comitato politico nazionale, il parlamentino che vota il segretario. Solo in quella sede, le sei del pomeriggio, con i numeri nero su bianco, si ritira. Annuncia che voteranno contro Ferrero e che non entreranno in segreteria “per evitare qualsiasi compromissione con una linea che non ha il fiato per risollevare la sinistra”. E’ stata, dice, una battaglia “importante, appassionata e durissima”. Per la sinistra “non è un colpo mortale ma una battuta d’arresto. Noi non abbandoniamo questa battaglia”.

Prima della votazione dei due documenti - 1 per Ferrero-Russo Spena; 2 per Vendola-Migliore - il governatore era stato ancora più duro. E sanguigno. “Sono sconfitto ma sereno - aveva detto- Considero questo congresso il compimento della sconfitta politica di aprile, la ratifica di un arretramento culturale perché ho sentito cose di una volgarità straordinaria, ben oltre la decenza e la fine del partito della Rifondazione comunista”. Poi, per mettere a tacere voci di una scissione, “noi, con il nostro 47,7 per cento, non ce ne andiamo, stiamo qua a costruire la nostra battaglia”. Quella che vince oggi, precisa, è “una maggioranza ricreata con alchimie”. E a proposito dei voti dei congressi locali annullati “a sud dai compagni del nord”: “Venite, compagni del nord, a vedere come è organizzato questo partito al sud, venite a vedere cosa significa fare partito sfidando la mafia tutti i giorni con nomi e cognomi”.

La notte dei lunghi coltelli. Il dramma politico dentro Rifondazione, evidente da settimane, esplode in mattinata ma è chiaro dalla notte. Una notte, tra sabato e domenica, fitta di riunioni e incontri per cercare una mediazione. Ci prova

la Commissione statuto che avrebbe potuto ripristinare la figura del Presidente del partito accanto a quella del segretario, un modo per dare rappresentanza ad entrambe le principali mozioni facendo, ad esempio, Vendola segretario e Grassi o Ferrero presidente. Nulla da fare.

Mentre

la Statuto lavora (fino alle tre del mattino), si riunisce

la Commissione politica, dove sono rappresentate tutte e cinque le mozioni. Gennaro Migliore (2) si presenta con un documento di possibile mediazione ma si trova davanti una situazione già predefinita: Ferrero ha riunito in un solo documento altre due posizioni. Pegolo-Giannini (documento 3, “per rilanciare il conflitto sociale”) e Bellotti (mozione 4, “per la falce e il martello”). Sommando minoranze, la maggioranza Vendola finisce sotto. Un colpo di scena. Una mossa temuta ma inaspettata specie dopo il trionfo del compagno Fausto tornato a parlare all’assemblea del suo ex partito. Sono le tre di notte. Finiscono qui quasi tutte le speranze.

Mascia: “Vi prendete un simbolo ma buttate un partito”. Le tensioni della notte si replicano pari pari in mattinata, nell’assemblea che deve votare le mozioni. Restano due soli documenti. Il primo lo legge Giovanni Russo Spena (1-3-4), ex capogruppo al Senato, maggioranza del partito fino a due mesi fa: dice “no alla Costituente di sinistra”, “no a qualsiasi alleanza con il Pd”, parla di “ricostruzione dal basso e da sinistra”, di “lotta di classe e al capitalismo”, di “lanciare nuovi referendum sul sociale”, soprattutto che la nuova Rifondazione “dovrà decidere non da posizioni di vertice ma in nome del pluralismo interno”. Qualche fischio, molti applausi, sala divisa come sempre. Poi prende la parola Graziella Mascia, per la piattaforma 2. E si arriva a un passo dalla rissa. “Nel documento appena letto - contesta Mascia - ci sono cose molto gravi rispetto alla storia di Rifondazione. La mozione 2 (Vendola ndr) presenta un altro documento e afferma che in questo congresso si è impedito di cercare una soluzione unitaria. Sapete, si può tenere il simbolo di un partito e insieme buttarne via la storia”. Fischi, applausi, cori, due distinte tifoserie.

Il congresso finisce così, non il modo migliore, non solo per Rifondazione ma per tutta l’area della sinistra. Cosa succede adesso a sinistra del Pd è domanda con difficile risposta. Di sicuro oltre a Sinistra democratica di Mussi e Fava, c’è un gruppo di Verdi che fanno capo allo sconfitto Marco Boato e a un pugno di socialisti. E c’è l’area “Rifondazione da sinistra”: la guida Vendola, Bertinotti darà più che una mano, ha molti giovani (Migliore, De Palma, De Cristoforo, Fratoianni) e donne lucide e agguerrite (Deiana). Farà sentire la sua voce e il suo peso. Andrà in piazza molto presto. Avrà gli artigli. E non solo quelle poesie così citate e così dileggiate durante il congresso.

                                                                                                                                                                       Repubblica.it

Converti in pdf

SCHEDA / Chi è il nuovo segretario di Rifondazione

Paolo Ferrero, il valdese comunista

 

Paolo Ferrero

PAOLO Ferrero, vincitore al congresso del Prc, ha 47 anni ed è nato nel 1960 in Piemonte a Pomaretto, un piccolo comune di montagna, zona di fede valdese vicina a Torre Pellice. Dopo le scuole elementari si trasferisce a Villar Perosa, la cittadina eletta a luogo di relax dalla famiglia Agnelli.

La passione per la politica e l’ideologia comunista arriva presto. A 17 anni si iscrive a Democrazia Proletaria, una piccola e combattiva formazione politica nata negli anni Settanta a sinistra del Pci. Dopo essersi diplomato all’Istituto Tecnico Industriale inizia, nel 1978, a lavorare come operaio, allo stabilimento Fiat di Villar Perosa MVP.

La sua passione per la politica si fonde con l’impegno nella Chiesa valdese: ha fatto parte della Federazione Giovanile Evangelica Italiana (FGEI), di cui è stato segretario nazionale dal 1985 al 1986. “Ci sono molte superfici di contatto con la politica, questi sono i due luoghi in cui mi sono formato e ho iniziato a fare attività di base” dirà anni dopo per spiegare il connubio tra fede e politica nella sua giovinezza.

Dai 27 anni in poi entra in politica a tempo pieno dopo aver conosciuto la Cassa integrazione alla Fiat e occupa ruoli direttivi in Dp. In quegli anni, il cassaintegrato Fiat Ferrero si dà da fare anche fuori dalla politica e costituisce la cooperativa agro-forestale “Coop Agrovalli”, ancora attiva.

Dopo lo scioglimento di Dp nel Prc, Ferrero ne diviene capogruppo consiliare a Torino e guida una corrente di minoranza del partito, erede della vecchia maggioranza di Democrazia Proletaria (con lui ci sono Luigi Vinci e l’ex segretario di Dp, Giovanni Russo Spena), che nel IV Congresso del 1996 del Prc sostiene la mozione del segretario, Fausto Bertinotti.


Dal 1995 al 2006 fa parte della Segreteria del Prc ed è responsabile del Dipartimento associazionismo e movimenti e poi dell’Area lavoro, economia e diritti sociali. Alle politiche del 2006 viene eletto per la prima volta deputato del Prc, carica che però lascia a giugno dopo esser entrato a far parte del governo Prodi come ministro della Solidarietà sociale.

Ferrero diventa famoso per la sua opposizione, in Consiglio dei ministri, ad alcuni provvedimenti voluti da Prodi, soprattutto quelli sul Welfare, fino ad esser definito negli ambienti della presidenza una “testa dura”.

Dopo la caduta del governo si candida alla Camera ma come tutti gli altri candidati della sinistra radicale è travolto dalla debacle elettorale.

(27 luglio 2008)

Tratto da www.repubblica.it

Converti in pdf

Finiti gli esami di maturità e quasi ovunque quelli di “riparazione” dei debiti formativi, a scuole ormai chiuse all’attività didattica, insomma, è stata una bella scommessa quella dei vari coordinamenti degl’insegnanti precari di convocare un presidio a Montecitorio contro le devastanti politiche sulla scuola del governo Berlusconi.

Una bella partecipazione, con rappresentanze di varie località, specialmente del sud, non scontata in un 23 luglio ed in un clima politico di stordimento e sconforto, per la raffica di provvedimenti regressivi, che si appresta a varare il governo, che per quanto riguarda scuola ed università hanno quasi il sapore di una vendetta.
Apprezzata la presenza di Rifondazione comunista con il suo striscione dedicato ai precari, molto meno la presenza di Mariangela Bastico, ex vice ministra di Fioroni, contornata da docenti che si sono sentiti beffati da un governo, che non mantenendo gl’impegni con loro nonché con la sua maggioranza, ha dimezzato attraverso gli ultimi atti, a camere sciolte, le immissioni in ruolo previste.
Atteggiamenti dei docenti precari, dettati dalla rabbia e dalla preoccupazione, ma tesi comunque all’interlocuzione, perfino con il sempre più cupo ex ministro del lavoro Damiano, che si aggirava per il presidio guardando i giovani e non più giovani precari della scuola quasi fossero marziani. Insegnanti maturi, per l’età di molti, alcuni prossimi ormai alla pensione, come Antonio, che dopo trenta anni d’insegnamento ha la giusta preoccupazione di andarci da precario, con ciò che ne consegue sul piano dei diritti e della retribuzione. Maturi anche politicamente, come il gruppo che si avvicina a Di Pietro per chiedergli di occuparsi anche di altri problemi, oltre la sicurezza e la moralizzazione della politica o il gruppo dei baresi che chiede a Rifondazione di “esserci”, perché ne hanno tanto bisogno.

I volantini che vengono distribuiti, compreso quello del PRC, parlano tutti lo stesso linguaggio: Immissioni in ruolo, no ai tagli, difesa e rilancio della scuola pubblica, intesa come statale, visto che ormai molte scuole paritarie fanno parte del sistema pubblico.
Questa convergenza di rivendicazioni si riflette anche sul presidio, che ben presto si trasforma in assemblea aperta, grazie all’ausilio del microfono COBAS messo a disposizione dei presenti.

Si susseguono interventi che si concentrano sostanzialmente su due punti, come andare avanti nella mobilitazione e come unificare un movimento, in cui le condizioni dei singoli nelle diverse graduatorie è sventagliata su innumerevoli posizioni. Il leader storico dei COBAS romani Piero Castello offre il contesto politico di questa situazione, spiega le connessioni tra i vari problemi della scuola, che per quanto riguarda questo governo punta alla disarticolazione del sistema. Non a caso il cartello più diffuso è quello che mostra un grembiulino con sotto “niente”.
Sembra la metafora di questo governo d’immagine che può produrre solo immagine e non sa che farsene dell’istruzione e della cultura diffusi.
Un docente della rete dei precari di Salerno invita alla mobilitazione provincia per provincia, all’inseguimento della Gelmini con manifestazioni ovunque si rechi, “abbiamo sempre delegato troppo” dice “non dobbiamo più delegare nessuno a rappresentare i nostri interessi”, “chi vuole, perché condivide i nostri obiettivi ci seguirà”. Francesco di Roma, neodiplomato ai corsi post laurea per l’insegnamento, invita all’unità di tutti i precari e di tutti i lavoratori della scuola, “perché anche quelli di ruolo vengono precarizzati”. In tutti gli interventi, in tutto il presidio è presente la coscienza del nesso inscindibile tra qualità della scuola e condizione di chi ci lavora. Anche la ministra Gemini dovrà fare i conti con la forza oggettiva di questa consapevolezza.

Ps
lo scorso anno, più o meno nello stesso periodo, eravamo con alcuni di questi precari in un presidio sotto il ministero di Fioroni.

Loredana Fraleone

Converti in pdf

di Fabio Sebastiani

Governo duro con i precari. La Commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento che condanna molti di loro all’atipicità a vita precludendo ogni possibilità di ottenere dal magistrato la stabilizzazione del rapporto. La maggioranza ha introdotto una norma che in pratica prevede uno scambio tra l’assunzione a tempo indeterminato e un assegno da due a sei mensilità. Anche se il giudice si troverà a dover sanzionare la violazione di alcune norme sull’apposizione e la proroga del termine al contratto di lavoro subordinato (articoli 1, 2 e 4 del decreto 368 del 2001) non potrà più introdurre l’assunzione a tempo indeterminato come “pena” nei confronti del datore di lavoro. Una misura che era stata introdotta dal precedente governo Prodi.
Se la norma verrà approvata definitivamente, il giudice non avrà più questo potere, ma dovrà limitarsi a dichiarare la nullità del contratto e ad applicare al datore di lavoro una sanzione di entità variabile fra le due e le sei mensilità.

La sanzione della conversione del rapporto di lavoro a termine in rapporto di lavoro a tempo indeterminato continua - da quanto scrive il Sole 24 ore - ad applicarsi esclusivamente alle ipotesi già contenute nell’articolo 5 del decreto 368, ovvero quando il contratto a termine prosegue oltre la data inizialmente pattuita o successivamente prorogata e quando il lavoratore viene riassunto a termine senza il rispetto dei tempi minimi di interruzione previsti dalla legge. Anche se, formalmente, l’emendamento rispetta la condizione dei 36 mesi prevista dall’accordo sul Welfare, in realtà rappresenta un colpo al tentativo, per quanto timido, dei sindacati di arrivare a una sanatoria del precariato sia nel pubblico che nel privato.
Secondo alcuni esperti, ora ai precari non converrà più rivolgersi più al giudice. Il pericolo è quello di dover accettare una serie indefinita di assunzioni a termine anche se platealmente irregolari.

Intanto, i precari protestano. Oggi dalle 11 alle 17, è in programma un sit-in degli insegnanti precari davanti Montecitorio. A promuoverlo i Cip, Comitati Insegnanti precari, e la Rete docenti precari. La categoria, spiega una nota dei Cip, dice no sia al piano dei tagli, previsto dal D.L. 112, sia al futuro sistema di reclutamento dei docenti, introdotto dal ddl 953 (Aprea). Questi provvedimenti, sottolinea la nota, stravolgeranno i diritti acquisiti da centinaia di migliaia di insegnanti precari, minando alla base il sistema dell’istruzione pubblica, edificato sulla libertà dell’insegnamento. All’iniziativa hanno confermato la loro adesione tutte le associazioni di categoria già presenti all’incontro dell’11 ed autrici del blog Rete docenti precari 11 luglio. Hanno, inoltre, preannunciato la loro partecipazione il Cidi, i Cobas, la Gilda degli Insegnanti, la Cub Scuola, Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Sinistra Democratica e la senatrice del Pd Mariangela Bastico.

Infine, una drammatica storia di precarietà e di immigrazione. Ieri, un operaio romeno ha minacciato di buttarsi da una gru allo stabilimento Fincantieri di Genova-Sestri Ponente. L’uomo ha lamentato il mancato pagamento del salario degli ultimi mesi di lavoro. In segno di solidarietà, la Rsu ha proclamato, a partire dalle 15, lo sciopero per tutti i turni di lavoro. Netta la presa di posizione della Fiom-Cgil, «l’uomo che ha minacciato il suicidio è dipendente della ditta Eurocos, che fa parte del sistema delle ditte d’appalto sulle quali si appoggia larga parte della costruzione delle navi prodotte da Fincantieri». «Questo episodio - si legge ancora nel comunicato - è l’ultimo di una serie di denunce che arrivano ogni giorno alle sedi della Fiom Cgil. Il sistema in vigore non garantisce, da parte delle ditte di appalto, il regolare pagamento degli stipendi ai dipendenti, soprattutto stranieri. Molti di questi dichiarano di lavorare 16 ore in media al giorno, il doppio di quanto previsto da leggi e contratti». La Fiom Cgil chiede la revisione del sistema degli appalti, a garanzia della qualità del lavoro e dei diritti degli operatori dei cantieri navali del gruppo.

Liberazione 23/07/2008

Converti in pdf
By Carmelo | Luglio 21, 2008 - 10:19 pm - Categorie: Lega Nord, Bossi, educazione civica, cronaca

Dopo le dichiarazioni di bossi contro gli insegnanti del Sud, in barba ai voti dati dal meriione ed in particolare al Moviemnto per l’Autonomia di Lombardo, partito gemello ed alleato della Lega, ed il dito medio verso L’Inno di Mameli, in barba a tutti i “patrioti” che hanno votato il centrodestra, mi sembra opportuno pubblicare quanto segue, tratto dal blog http://sudribelle.spaces.live.com . A, dimenticavo, in barba anche al Pd, che qualche giorno prima cercava il dialogo con tale forza politica, ed a Nania, dedito ad aggiustre il fazzoletto verde del Senatur.

La differenza tra un italiano e un terrone spiegata all’università

Scrivo per raccontare una vicenda successami oggi (15 aprile 2008).
Mi chiamo Elena, ho 23 anni, sono laureata in matematica all’università La Sapienza di Roma; sto frequentando la Specialistica in Ingegneria Matematica presso il Politecnico di Milano.
Oggi ero in aula, erano le 14:00 del pomeriggio, attendevo l’inizio della mia lezione, leggevo il giornale con i risultati (sconcertanti) delle elezioni di questi giorni; ed ecco che un ragazzo (mio coetaneo) sale sulla pedana della cattedra e davanti ad una platea di circa 30 persone (tutti uomini, la mia facoltà è a dominio maschile) sentenzia:
“Ragazzi, allora un attimo di attenzione; oggi vi spiegherò la differenza tra un italiano e un terrone”.
Io in silenzio sconcertata; la classe in tripudio.
Aspetto, mi dico di non partire prevenuta, di stare ad ascoltare, potrebbero essere le solite battute alle quali, oramai da due anni, non si scappa; che con leggerezza ti rivolgono e che con altrettanta leggerezza devi accettare (”Roma ladrona”, “Milano produce, Roma spreca”, “Milano capitale economica e morale d’Italia” ecc ecc.).
Il ragazzo persevera: “Dicevamo, il terrone, miei cari, è il tipico uomo bassottello, grassoccio e decisamente sporco.”
Dal fondo urla un voce d’uomo indistinta: “Olivastro, dimentichi olivastro.”
“Vero”, si scusa l’oratore, “Decisamente OLIVASTRO”.
Queste parole e il tono che sta assumendo la beffa cominciano a spaventarmi.
Non capisco il confine del gioco.
Uno di loro dice sottovoce ad un altro:”Oh, anche lui ha votato Lega vero?”
L’altro annuisce con fare fiero.
Continua il ragazzo alla cattedra: “Il terrone è caratterizzato da un atteggiamento tipicamente parassita ed è per questo, miei cari, che vi invito semplicemente a tracciare una linea sulle varie cartine dell’Italia. Una semplice linea di demarcazione”.
A questo punto schizza con il gesso uno stivale sulla lavagna e traccia con fare deciso una linea orizzontale all’altezza del Po’.
Ovazione. Urla e applausi.
Resto lì ancora incredula e mi balza alla mente la scena del film “La vita è bella”.
Benigni sulla cattedra con la fascia di sindaco in mezzo alle gambe e il suo beffardo sproloquio sulle caratteristiche della razza ariana.
Ricordo che, quando avevo visto “La vita è bella” per la prima volta, avevo immediatamente notato come Benigni mettesse l’accento sul fatto che certe idee, apparentemente bizzarre (come le superiorità fisiche della razza ariana), si erano diffuse in modo, potremmo dire, “proverbiale”, quasi come facessero parte di una cultura popolare, un modo di dire, un qualcosa di semplice che passa di bocca in bocca, una battuta scherzosa o un gioco tra amici, che alla fine diviene scontato, di dominio pubblico e indiscusso.
Ma è su questo tacito passaparola, quasi burlesco, che si sono fondate, successivamente, leggi e le loro tragiche conseguenze che segnarono un solco profondo e violento nel secolo scorso.
Torno a casa con la paura di aver assistito a una di questi simpatici “moti proverbiali”; porto sotto braccio il mio giornale che decreta milioni di voti alla Lega.  

Elena Di Bernardino

Converti in pdf
By reverendo production | Luglio 20, 2008 - 11:07 pm - Categorie: politica locale

Non si può sentire che una ragazzina di 16 anni, muore x aver assunto ecstasy, tutto ciò e accaduto a Rovigo in un rave party. x sballarti non c’è bisogno di drogarti ci sono altri modi x raggiungere l’estasi, non sto qui ad elencare. notizia ansa di 3 ore fa’ ecco l’articolo.

VENEZIA. Una sedicenne di Rovigo è morta dopo essere andata in coma per aver assunto una dose di Mdma, principio attivo dell’ecstasy.

La giovane era con due amiche ad un “rave party” sulla spiaggia, organizzato la scorsa notte per la “Festa del Redentore”, ma non autorizzato dalla Questura, a cui partecipavano circa duemila persone. Le ragazze hanno acquistato la droga da uno spacciatore e l’hanno sciolta in alcune bevande. Ad un certo punto, la sedicenne ha cominciato a barcollare, per poi cadere a terra priva di sensi. Immediato l’intervento dei sanitari del 118, che l’hanno trasportata in un primo momento all’ospedale di Mestre; poi, causa l’assenza di posti nel reparto di rianimazione, è stata trasferita d’urgenza all’ospedale di Dolo n dove ha trascorso ore di agonia assieme ai propri genitori, ma per lei non c’è stato nulla da fare. E’ deceduta nel pomeriggio di domenica. Il padre della sedicenne, impiegato a Rovigo, si è limitato a dire ai giornalisti: “Non ho voglia di parlare, cercate di capire, siamo distrutti”. Sul caso indaga la Polizia di Venezia. Le due amiche della ragazza hanno ammesso di aver assunto l’ecstasy, ma dicono di non ricordare nemmeno se il pusher fosse uomo o donna. Il sostituto procuratore di Venezia,  Lucia D’Alessandro, ha disposto l’autopsia e il relativo esame tossicologico per accertare quali sostanze la ragazza abbia in effetti assunto, per stabilire l’esatta causa della morte e verificarne l’eventuale nesso con l’assunzione dell’ecstasy.


 http://www.pupia.tv/notizie/0003541.html

Converti in pdf