Lettera di adesione al partito dell’ex senatrice Lidia Menapace‘Ci dichiariamo nipoti politici’.  Video intervista a Lidia Menapace

Lidia Menapace su Wikipedia 


Cari compagni, carissime compagne (al cuore non si comanda),
 
chiedo l’iscrizione a Rifondazione comunista. Non muto la mia opinione sull’esaurimento della forma del partito politico: ma poichè esso è stato la più straordinaria invenzione della politica  soprattutto come partito di massa (ma oggi dei soggetti), di massa -dicevo- non popolare nè populista, il suo superamento richiede analisi discussione e l’avviamento di un processo preciso concordato pensato praticato, non certo slogan improvvisati.
 
 Del resto
- come ho detto una volta suscitando più stizza che approvazione -  a me Rifondazione è sempre piaciuta perchè piuttosto che un partito tradizionale è un’Arca di Noè: più d’uno e una ha forse creduto che fosse una definizione sarcastica e offensiva; invece io penso che l’arca è una nave ben costruita, tanto che riesce a passare attraverso il più tremendo tsunami della storia, il diluvio universale ricordato in tutte le mitologie. E su quella nave certo adatta per mettersi in salvo, si pensa al futuro, dato che vengono imbarcate tutte le specie animali conosciute in coppia. E chi si è imbarcato non sta lì ad aspettare che sia passata la tempesta passivamente con le mani in mano. Vanno di frequente in coperta a scrutare l’orizzonte, sicchè appena vedono una colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco e un arcobaleno in cielo, capiscono che un po’ di terra è emersa e la cercano  e finiscono per approdare sul monte Ararat, non certo nel recinto delle facili certezze fideistiche, ma su una cima dai grandi orizzonti. 
 
 Comunque anche per uscire dalle difficoltà delle forme politiche serve più organizzazione, non meno e più organizzazione collettiva, non elitaria oligarchica o leaderistica, specialmente oggi, quando l’egemonia di una cultura politica populista e autoritaria da parte di Berlusconi arriva fino dentro la testa o la pancia di tutti, tutte noi, persino inquinandoci sotto li profilo della  moralità politica.
 
  Mi sento di poter continuare questa ricerca
dentro Rifondazione comunista.
 
  So già che quanto affermo è stato apprezzato in alcuni incontri cui ho partecipato su invito di Paolo Ferrero, inoltre con Grassi e Burgio verso i quali avevo sempre avuto una distanza, mi pare che sia possibile e interessante una interlocuzione e un lavoro comune sulla base di una reciproca fiducia e affidabilità, Giannini lo conosco bene e ambedue sappiamo quanta è la stima  e l’affetto nonostante tutte le differenze profonde di cultura politica, Pegolo lo conosco (se mi permette di dirlo) da piccolo e ho trovato molto interessanti le sue dichiarazioni durante  il congresso, molto calibrate pensate serie (anche troppo). Questo vale per tutti i compagni e le compagne che ho ascoltato con grande attenzione durante il dibattito e che sono confluiti sulla mozione 1.  Ho ascoltato molti altri appassionati interventi in appoggio alla mozione 2  e penso che bisognerà avere la capacità di una interlocuzione unitaria e una gestione aperta verso tutti e tutte; dato che nessuno in una organizzazione che si fregia di comunista può avere una opinione proprietaria o un rapporto feudale coi propri seguaci.
 
  Forse a voi non sembra, ma sono convinta che la più grande innovazione che tutta la sinistra comunista ha affrontato da quando esiste è stato di scrivere nel preambolo dello statuto allo stesso livello come avversari  cui ci si oppone in modo antagonistico,  il capitalismo e il patriarcato. Su questa affermazione approvata all’unanimità  penso che dovrebbe essere possibile predisporre un convegno, incontro, dibattito generale, seminario di tutto il partito e anche di altro fuori di noi (se posso ormai dire “noi”)
 
  Altri temi certamente non mancheranno, soprattutto quelli sociali già enunciati.
 
  Insomma vi prego di darmi il benvenuto e cercherò anche di essere saggia e misurata perchè non è tempo di effettacci,
vi abbraccio tutti e tutte

Lidia Menapace

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Precari, 6 mila contratti a rischio

tratto da www.repubblica.it

Dalle Poste ai call center: gli effetti in Sicilia della norma stoppa vertenze

di Alberto Tundo

Duemila lavoratori delle Poste, tra portalettere e sportellisti, più una cifra che si aggira tra i tremila e i quattromila precari dei call-center. Seimila persone circa, alle quali bisogna aggiungere gli stagionali, gli apprendisti, coloro che hanno contratti a progetto o a termine in tutti gli altri settori. Insomma, il precariato declinato in tutte le sue molteplici forme. Migliaia di lavoratori in Sicilia che, per effetto dell´emendamento alla manovra in discussione alla Camera, già ribattezzato “anti-precari”, adesso vedono l´assunzione a tempo indeterminato come un miraggio sempre più lontano. Nel lunedì di passione in cui i giornali danno notizia della scelta del governo, a parlare con i vertici siciliani di Cgil e Cisl si ricava l´impressione di un sindacato colto di sorpresa. Non esita, ad esempio, a parlare di «colpo di mano» il segretario della Cisl Sicilia Maurizio Bernava: «Come altro definire un provvedimento del genere? Non c´era nessuna urgenza, ma la cosa più grave è che non è stato concordato con le parti sociali». Altrettanto secco il commento di Emilio Miceli, segretario generale di Slc-Cgil: «In questa vicenda si vede tutta la disinvoltura etica di Confindustria, perché sono gli imprenditori ad aver sollecitato la norma».
Il provvedimento in questione consentirà alle imprese di non dover più assumere in pianta stabile lavoratori a tempo determinato che ne abbiano maturato le condizioni. Basterà che paghino una cifra tra le due e le sei mensilità per liquidare la questione. La norma, inoltre, ha valore retroattivo, cioè riguarda anche i contratti stipulati in precedenza.

Ieri, il governo ha ribadito che non ritirerà l´emendamento anti - precari. E così resta sul tappeto il destino di migliaia di lavoratori a termine in Sicilia. Ma quanti sono i contratti a tempo che rischiano di non venir mai trasformati in assunzioni stabili? E in quali settori, nell´Isola, la norma contenuta nella manovra di Tremonti rischia di fare più male? «Se il governo non farà un passo indietro - dice Bernava - saremo costretti a quantificare e ad aggregare i dati». La risposta di Miceli, però, non lascia molte speranze: «Non sarà secondario, perché ovunque il mercato del lavoro è debole, è il precariato a farsi largo. Sono queste le tipologie contrattuali alle quali si ricorre di più». Ancora più esplicito Nicola Leanza, segretario regionale dell´Mpa: «Le nuove norme sul precariato in discussione al Senato sembrano fatte apposta per penalizzare i lavoratori siciliani».

Grandi società di servizi come Enel e Ferrovie, ma anche imprese che operano nel turismo, nel commercio e nelle telecomunicazioni: queste sono quelle che potrebbero avvalersi di più della nuova regolamentazione. Ma la situazione più critica, al momento, appare quella dei lavoratori delle Poste e dei call center. In particolare, su circa 20 mila ricorsi di precari contro l´amministrazione postale, circa 2 mila sono quelli che riguardano la Sicilia: un decimo del totale. Conferma la stima Giuseppe Lanzafame, segretario provinciale Cisl - Poste Catania: «Ci sono circa duemila lavoratori che rischiano di finire per strada». Davide Sulis, segretario regionale della Slc-Cgil, teme gli effetti sulle vertenze: «Circa il 90 per cento delle cause in corso sono già arrivate o in procinto di arrivare in Cassazione. E sono quasi tutte vinte. Con questa norma i ricorsisti si ritroverebbero con poco o niente in mano e le spese processuali da sostenere».

L´altro settore a rischio è quello dei call center. Il quadro tracciato da Francesco Assise, segretario regionale della Fistel Cisl, è a tinte fosche: «Soltanto a Palermo ci sono un migliaio di precari nei circa settanta call center in funzione, altrettanti nel Catanese, circa seicento nel Trapanese. Sono anni che noi lavoriamo con queste società per favorire la loro stabilizzazione, anche facendo ricorso ad ispezioni. Questa norma ci taglia le gambe, è un incentivo allo sfruttamento del precariato. Finora, nonostante i tempi lunghi delle cause, le aziende erano incentivate a trattare con i sindacati. Adesso questa leva non ci sarebbe più».

(29 luglio 2008)

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By Carmelo | Luglio 28, 2008 - 2:21 pm - Categorie: Petizioni, Economia, Rifondazione
Petizione
 
 
APPELLO AI CITTADINI MESSINESI
CONTRO LA CHIUSURA DELLA
MOLINI GAZZI SPA
E IL LICENZIAMENTO DEI SUOI 27 LAVORATORI DIPENDENTI
 
La MOLINI GAZZI SpA lavora nel comparto della produzione di farine e semola per uso alimentare da circa 120 anni. Si hanno le prime notizie dello stabilimento già nel lontano 1884 come “Molino e Pastificio Pulejo” poi col nome di MOLINI GAZZI SpA dal 1926.

Un azienda che produce la farina con cui si sforna quasi tutto il pane di Messina, le “briosce” con cui gustiamo le nostre granite, e la semola per la pasta dei nostri primi piatti, dei noti marchi messinesi TRIOLO e PUGLISI

Un’azienda che ha resistito alla devastazione del terremoto del 1908, ai bombardamenti della seconda guerra mondiale… ancora nel cantinato dello stabilimento una lapide ricorda quei duri e tristi giorni.

Un’azienda che ha saputo sempre risorgere grazie al sacrificio e all’impegno di persone come il fu Senatore, Onorevole, Cavaliere del Lavoro, Imprenditore, Uomo, UBERTO BONINO a cui è intitolata la via sulla quale si affaccia lo stabilimento. Persona di grande caratura e carattere che guidò l’azienda per circa 50 anni fin nel letto di morte. Dal frutto del suo lavoro sono nate “La Gazzetta del Sud”, il Centro Studi Neurolesi, la Fondazione “Bonino-Pulejo” …Una persona che ha fatto molto per la città e soprattutto per la MOLINI GAZZI SpA, fiore all’occhiello dell’industria messinese.

Oggi, il presente, è la CHIUSURA dello storico stabilimento a seguito di una gestione poco oculata delle risorse dell’azienda ad opera degli eredi.
Si rischia di buttare via con un colpo di mano 120 anni di STORIA, con la S maiuscola, Messinese, Siciliana e Imprenditoriale. Unico stabilimento in Sicilia con due impianti distinti dalla capacità produttiva complessiva di 300 TONNELLATE/GIORNO per la macinazione del grano duro e tenero (esistono solo due impianti in Sicilia per la lavorazione del tenero).
Una tradizione che si è perpetuata per 120 anni dove l’esperienza lavorativa veniva tramandata da Padre in Figlio.

NOI Dipendenti della MOLINI GAZZI SPA siamo indignati e delusi dalla Direzione Aziendale
che ha dimostrato poca chiarezza nelle sue intenzioni.
Così facendo la Direzione ha tradito la secolare fiducia dei suoi Dipendenti !!!

IERI la BIRRA MESSINA, ADESSO la MOLINI GAZZI !!!
IERI IL MIRACOLO C’E’ STATO….OGGI ???

VI STIAMO CHIEDENDO AIUTO…CON UNA FIRMA.

I Dipendenti della MOLINI GAZZI SpA sentitamente ringraziano tutti coloro che parteciperanno alla loro battaglia

   
  i risultati ->
   
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Desidero essere informato tramite e-mail sull’iniziativa sottoscritta
   
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By Carmelo | Luglio 27, 2008 - 10:49 pm - Categorie: Aborti, SD, Congresso, cronaca, politica nazionale

Dopo l’intervento di apertura di Vendola, seguito con attenzione dai segretari che composero la sinistra arcobaleno, Claudio Fava dichiara di essere rimasto “deluso” dal discorso di Vendola, troppo attento a calibrare i termini, e, secondo l’attuale coordinatore Nazionale di Sinistra Democratica, poco “spinto” verso la costituente della sinistra. La “fretta” di Fava nel fare un nuovo patito della sinistra è palpabile, e basterebbe vedere i pezzi persi strada facendo da Sd a favore di altre forze politiche, la strutturale debolezza che non permette di costituire il movimento in partito, e soprattutto, l’ansia di riciclo di alcuni leader “storici” della Sinistra italiana.  I numeri a proposito di Sd parlano chiaro, ed ancora più chiaro nel caso specifico del suo coordinatore: candidato alle comunali a Catania, sua città di origine, Claudio Fava, Coordinatore di Sd, Eurodeputato del Partito Socialista Europeo, nella “sua” Catania ha preso 170 voti. Io, prima di parlare, farei autocritica. Ma quelli sono metodi comunisti, non da “dirigenti”…

P.S.

Vendola ha dichiarato che non ci ha nemmeno pensato di abbandonare il PRC: forse anche lui ha “fiutato” il vuoto che c’è in una certa “sinistra diffusa” italiana.

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By Pasquale | - 8:31 pm - Categorie: suicidio

CHIANCIANO - Paolo Ferrero diventa segretario di Rifondazione comunista con otto voti di vantaggio (142 sì, 134 no), davanti a una sala con i pugni alzati che intona “Bandiera Rossa”, spaccando il partito e lasciando macerie. Nichi Vendola e i bertinottiani, da sempre la maggioranza, sono sconfitti con il 47,7 per cento dei delegati. “Questa scelta è un grave errore per questo partito che diventa un guazzabuglio” dice il governatore della Puglia. E annuncia: “Noi non ce ne andiamo, continuiamo la nostra battaglia, non ci sarà scissione ma non entriamo in segreteria”. E a settembre nascerà, dentro il partito, l’area “Rifondazione da sinistra”.

Il VII congresso di RC, quello che in un modo o nell’altro avrebbe lasciato il segno nella storia del partito che più di tutti ha perso le elezioni di aprile, è raccontato da numeri e alcune istantanee: cinque mozioni; quattro giorni di liti e accuse furibonde; due mesi di recriminazioni e tiri mancini; riunioni notturne e agguati; i dieci minuti di applausi per Bertinotti e la speranza lunga un pugno di ore di una ricomposizione; i cori “Bella ciao” e “Bandiera rossa” urlati da una parte come se fossero di quella sola invece che di tutti. Un delegato anziano, di Firenze, che ancora poche ore prima dello sfacelo prende per un braccio Gennaro Migliore e Paolo Ferrero, li mette uno di fronte all’altro, e li prega: “Smettete di litigare, che ci avete fatto piangere”. L’ex cossuttiano Claudio Grassi, per giorni l’uomo della mediazione che ancora ieri diceva, dal palco: “Nichi, Paolo, parlatevi perché se Rifondazione si divide in due, Rifondazione finisce”. Non si sono parlati. Non a sufficienza. Momenti e situazioni che difficilmente saranno superati e digeriti. Come la votazione, oggi all’ora di pranzo, dei due documenti contrapposti avvenuta con chiamata nominale: per tre ore i 646 “compagni” e “compagne” che non si fidano più l’uno dell’altro, sono sfilati davanti al microfono per dire nome, cognome e numero del documento votato. Qualcosa di surreale. Esercizio di democrazia, si dirà. Ma poteva immaginare Rifondazione di cadere così in basso?


La squadra vincente. Ha vinto, alla fine, Ferrero, arrivato qui col 40 per cento dei voti, a ribaltare storia, numeri, tradizione e prospettive di un partito diventato “verticistico e leaderistico”. Lui, invece, che è stato l’unico ministro di Rc nel governo Prodi, è l’uomo della ripartenza “dal basso, a sinistra”, che non parla col Pd, di lotta dura e pura e non di governo, che fa della lotta di classe e dell’anticapitalismo i cardini del programma e giudica “l’unità a sinistra” il più grave errore degli ultimi anni. Insieme a lui, tanto da arrivare a una maggioranza del 50 per cento e poco più, un gruppo di trotzkisti e di duri e puri della falce e del martello; Ramon Mantovani “nostalgico del partito del ‘95 che non ha espulso Nichi”; il giovane Maurizio Acerbo, ex deputato dell’Unione; il cossuttiano Claudio Grassi, che fino all’ultimo ha cercato una mediazione, e Giovanni Russo Spena, capogruppo al Senato nel governo Prodi. Curioso destino: Russo Spena e Ferrero sono ex di Democrazia proletaria. Chi si rivede, vent’anni dopo.

Il segretario incoronato. E’ stanco Ferrero, barba lunga, occhiaie, voce bassa ma quella è una sua cifra. È anche preoccupato. Fedele al principio “prima la linea politica, poi il leader”, è diventato candidato alla segreteria poche ore prima del voto e solo perché indicato dai suoi nel Cpn, il parlamentino del partito. Precisa che “il congresso è stato vinto da una coalizione che ha un accordo su una base politica basata su tre elementi: Rifondazione c’è oggi e domani; c’è bisogno del rilancio di un’opposizione sociale al governo Berlusconi e infine maggiore autonomia dal Pd anche se non usciremo dalle giunte locali”. Non è vero che “siamo un fortino” e “staremo più col popolo e meno in tv”.

E dire che quella del candidato segretario opposto a Vendola è stato per giorni un tormentone. La mozione 1, infatti, quella poi vincente, è rimasta senza candidato segretario fino alle 18 e 30 di oggi. Ogni giorno Ferrero era annunciato candidato alla segreteria, ma non avveniva mai. Una dimostrazione di “purezza” da parte dell’ex ministro della Solidarietà sociale che tiene molto a un punto: prima la linea politica, “chiara, netta, senza ambiguità”, poi il segretario che “deve essere indicato dal basso, dal congresso e dall’assemblea”. Candidarsi sarebbe stata una formale ma clamorosa contraddizione. La lascia fare a Ramon Mantovani dal palco del Cpn.

Vendola: “Questa è la fine del partito”. Il governatore della Puglia lascia il congresso prima che la conta finisca. Dopo un giorno di speculazioni sulla sua rinuncia alla segreteria, rilanciate fin dalla mattina da quelli dell’area Ferrero, Vendola resta candidato fino alla riunione del Comitato politico nazionale, il parlamentino che vota il segretario. Solo in quella sede, le sei del pomeriggio, con i numeri nero su bianco, si ritira. Annuncia che voteranno contro Ferrero e che non entreranno in segreteria “per evitare qualsiasi compromissione con una linea che non ha il fiato per risollevare la sinistra”. E’ stata, dice, una battaglia “importante, appassionata e durissima”. Per la sinistra “non è un colpo mortale ma una battuta d’arresto. Noi non abbandoniamo questa battaglia”.

Prima della votazione dei due documenti - 1 per Ferrero-Russo Spena; 2 per Vendola-Migliore - il governatore era stato ancora più duro. E sanguigno. “Sono sconfitto ma sereno - aveva detto- Considero questo congresso il compimento della sconfitta politica di aprile, la ratifica di un arretramento culturale perché ho sentito cose di una volgarità straordinaria, ben oltre la decenza e la fine del partito della Rifondazione comunista”. Poi, per mettere a tacere voci di una scissione, “noi, con il nostro 47,7 per cento, non ce ne andiamo, stiamo qua a costruire la nostra battaglia”. Quella che vince oggi, precisa, è “una maggioranza ricreata con alchimie”. E a proposito dei voti dei congressi locali annullati “a sud dai compagni del nord”: “Venite, compagni del nord, a vedere come è organizzato questo partito al sud, venite a vedere cosa significa fare partito sfidando la mafia tutti i giorni con nomi e cognomi”.

La notte dei lunghi coltelli. Il dramma politico dentro Rifondazione, evidente da settimane, esplode in mattinata ma è chiaro dalla notte. Una notte, tra sabato e domenica, fitta di riunioni e incontri per cercare una mediazione. Ci prova

la Commissione statuto che avrebbe potuto ripristinare la figura del Presidente del partito accanto a quella del segretario, un modo per dare rappresentanza ad entrambe le principali mozioni facendo, ad esempio, Vendola segretario e Grassi o Ferrero presidente. Nulla da fare.

Mentre

la Statuto lavora (fino alle tre del mattino), si riunisce

la Commissione politica, dove sono rappresentate tutte e cinque le mozioni. Gennaro Migliore (2) si presenta con un documento di possibile mediazione ma si trova davanti una situazione già predefinita: Ferrero ha riunito in un solo documento altre due posizioni. Pegolo-Giannini (documento 3, “per rilanciare il conflitto sociale”) e Bellotti (mozione 4, “per la falce e il martello”). Sommando minoranze, la maggioranza Vendola finisce sotto. Un colpo di scena. Una mossa temuta ma inaspettata specie dopo il trionfo del compagno Fausto tornato a parlare all’assemblea del suo ex partito. Sono le tre di notte. Finiscono qui quasi tutte le speranze.

Mascia: “Vi prendete un simbolo ma buttate un partito”. Le tensioni della notte si replicano pari pari in mattinata, nell’assemblea che deve votare le mozioni. Restano due soli documenti. Il primo lo legge Giovanni Russo Spena (1-3-4), ex capogruppo al Senato, maggioranza del partito fino a due mesi fa: dice “no alla Costituente di sinistra”, “no a qualsiasi alleanza con il Pd”, parla di “ricostruzione dal basso e da sinistra”, di “lotta di classe e al capitalismo”, di “lanciare nuovi referendum sul sociale”, soprattutto che la nuova Rifondazione “dovrà decidere non da posizioni di vertice ma in nome del pluralismo interno”. Qualche fischio, molti applausi, sala divisa come sempre. Poi prende la parola Graziella Mascia, per la piattaforma 2. E si arriva a un passo dalla rissa. “Nel documento appena letto - contesta Mascia - ci sono cose molto gravi rispetto alla storia di Rifondazione. La mozione 2 (Vendola ndr) presenta un altro documento e afferma che in questo congresso si è impedito di cercare una soluzione unitaria. Sapete, si può tenere il simbolo di un partito e insieme buttarne via la storia”. Fischi, applausi, cori, due distinte tifoserie.

Il congresso finisce così, non il modo migliore, non solo per Rifondazione ma per tutta l’area della sinistra. Cosa succede adesso a sinistra del Pd è domanda con difficile risposta. Di sicuro oltre a Sinistra democratica di Mussi e Fava, c’è un gruppo di Verdi che fanno capo allo sconfitto Marco Boato e a un pugno di socialisti. E c’è l’area “Rifondazione da sinistra”: la guida Vendola, Bertinotti darà più che una mano, ha molti giovani (Migliore, De Palma, De Cristoforo, Fratoianni) e donne lucide e agguerrite (Deiana). Farà sentire la sua voce e il suo peso. Andrà in piazza molto presto. Avrà gli artigli. E non solo quelle poesie così citate e così dileggiate durante il congresso.

                                                                                                                                                                       Repubblica.it

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