Cerchiamo d’immaginarci come fosse una città, una campagna, un paese italiano negli anni terribili fra il ‘43 e il ‘45, quando la minaccia della morte e della repressione gravava sull’intera comunità nazionale.
(Alberto Asor Rosa)
Perché il 25 aprile?
Ed inevitabilmente: che cosa è stata la Resistenza e quale significato assume oggi, a distanza di un sessantennio?
Sono in molti a chiederselo (speriamo non troppi).
Il capitolo della Resistenza più difficile da scrivere è paradossalmente quello legato all’insurrezione nelle giornate di aprile: il rischio è quello di sacrificare nella narrazione di questo folgorante punto di arrivo tutto ciò che lo ha preceduto nel tempo, di vedere le giornate d’aprile staccate dal resto degli avvenimenti di cui rappresentano invece soltanto il culmine. Era questa la preoccupazione di Roberto Battaglia, il primo grande storico della Resistenza 1.
Sembra che la potenza militare nazifascista sia stata travolta di colpo con un unico improvviso slancio; in realtà non è mancato, né poteva mancare, questo aspetto subitaneo dell’insurrezione, questo clima generoso d’ardimento popolare che accomuna ancora una volta la Resistenza al Risorgimento, ma è stato solo uno slancio finale, che ha avuto come premessa indispensabile l’intero corso della guerra di liberazione.
Circa 45.000 partigiani sono caduti sulla strada dell’insurrezione, oltre 20.000 sono rimasti mutilati ed invalidi su un esercito di 300.000 combattenti, a 10.000 ammonta il numero dei civili sterminati dalla rappresaglia nazifascista.
Il riscatto del Paese iniziato dai martiri dell’antifascismo è stato interamente pagato con un prezzo di sangue assai elevato e con inenarrabili sacrifici.
Ma lo sbocco finale della Resistenza non corrisponde alle premesse gettate dall’insurrezione nazionale, poiché c’è ovunque l’occupazione angloamericana a smorzarne l’impeto e a rendere difficile l’affermazione della volontà popolare.
L’azione armata della Resistenza non fu fine a se stessa; si tradusse malgrado tutte le difficoltà nell’instaurazione della Repubblica italiana e nella promulgazione della Carta fondamentale del nuovo Stato: la Costituzione. La strada dell’avvenire passa ancora oggi per la Resistenza, le forze popolari hanno messo nel Paese quelle radici profonde che erano mancate nel primo Risorgimento, ed a riprova di ciò a tanti anni di distanza la lotta di liberazione si sottrae a qualsiasi facile schema celebrativo, nonostante i continui tentativi di massificazione a proposito dei quali viene da chiedersi fino a che punto questa tendenza omologatrice sia spontanea ed in quale misura sia piuttosto guidata ad arte, in modo da rendere la memoria della Resistenza incapace di nuocere ancora.
La lotta contro i nazifascisti ha contribuito a ridare al nostro Paese la libertà, a favorire un regime di democrazia, al fine di impedire qualsiasi forma di tirannia ed autoritarismo, e proprio per questo, per non dimenticare, tra gli scopi fondanti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia v’è quello di mettere in rilievo l’importanza della guerra partigiana ai fini del riscatto del Paese dalla servitù tedesca e delle riconquiste della libertà, di battersi affinché i principi informatori della guerra di liberazione divengano elementi essenziali nella formazione delle giovani generazioni.
Contro le tesi revisioniste, contro coloro i quali hanno oggi il coraggio di equiparare i combattenti dell’una e dell’altra parte e gli ideali per cui caddero, noi rispondiamo rifuggendo dalla retorica prerogativa di coloro i quali ricordano il tre febbraio, e celebriamo la nostra giornata ricordando le parole di Italo Calvino.
Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta […] Da noi niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, mi intendi? Tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti degli inutili furori perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare, ma a perpetuare quel furore e quell’odio finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, è l’uomo contro l’uomo…
1: a questa preoccupazione, tutt’ora valida, al giorno d’oggi ne va considerata un’altra, ovvero il rischio che il 25 aprile possa perdere le sue connotazioni e trasformarsi nell’ennesima festa consumistica al pari dell’8 marzo.
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