«E io sarei il conservatore?». Claudio Grassi, coordinatore dell’area Essere comunisti e principale alleato di Paolo Ferrero nella battaglia politica che si è aperta nel Prc dopo la sconfitta elettorale, ci tiene a precisarlo: «Quando nel 1991 lottavo per far nascere Rifondazione comunista ero conservatore? Direi di no, visto che abbiamo dato vita ad una forza politica che è servita proprio a portare avanti quegli elementi di innovazione di cui alcuni oggi si vantano. E non ero conservatore un anno fa, a Carrara, quando insieme con Giordano abbiamo costruito, senza contrapposizioni, un documento di rilancio del partito. Dunque, eviterei di usare, specie nella fase precongressuale e in modo strumentale, le categorie “innovatori e conservatori”». Grassi è senatore uscente ed è, appunto, tra i fondatori del Prc che non ha più lasciato, anche a costo di rompere un lungo sodalizio con Armando Cossutta. Secondo lui, sulla sinistra, «pesa un ciclo di sconfitte del movimento operaio, che risale alla fine degli anni ‘70. Sconfitte dalle quali non ci siamo mai risollevati».

Ma per quanto riguarda il nostro risultato elettorale, ha pesato di più il voto utile, la presenza al governo o ci sono cause più profonde?

Più di tutto ha contato il bilancio del governo. La considero la causa prioritaria della sconfitta elettorale. Una volta battuto Berlusconi, tutte le forze che erano state all’opposizione hanno fatto promesse che però hanno completamente disatteso. Suscitando grande malcontento, una grande delusione. La gente ha pensato: ecco, quando stanno all’opposizione fanno promesse e poi al governo si comportano come gli altri. E noi del Prc abbiamo pagato più degli altri. In diciotto mesi abbiamo votato il rifinanziamento della missione in Afghanistan quando precedentemente avevamo votato contro; Prodi ha dato il via libero alla base di vicenza, quando nel programma si parlava di riduzione delle spese militari. Per non parlare dei temi sociali: basta pensare al protocollo sul welfare.

E come si fa, adesso, a ridare fiducia a militanti ed elettori?

Non è certamente un lavoro di breve periodo. Per risalire la china, innanzitutto, abbiamo bisogno di un partito, che oggi invece è in grave difficoltà. Negli ultimi anni è stato gestito male, sono state alimentate le divisioni interne. Ora dobbiamo rilanciarlo e insediarlo nel territorio. In secondo luogo, dobbiamo riconnetterci con la società. E le due cose sono connesse: per tornare in contatto con la società ci serve uno strumento, il partito, minimamente funzionante. Il Cpn di domenica scorsa, in questo senso, costituisce un punto chiaro: abbiamo ribadito che prima di tutto viene Rifondazione. E’ un elemento di chiarezza fondamentale per i compagni e le compagne chiamati ad uno sforzo enorme nei prossimi anni. Si lavorerà per l’unità a sinistra, ma il Prc c’è e resta. Questo è il tema su cui il congresso dovrà decidere. Perché è innegabile che, in campagna elettorale, si sia indicata una strada sulla quale incamminare il partito, alla fine della quale Rifondazione non c’era più.

Perché dite no alla proposta di Diliberto di tornare insieme?

Perché noi siamo impegnati prima di tutto in un’altra impresa, quella di rilanciare il Prc, che si dibatte in una crisi profonda e che, invece, ha grandi potenzialità di espansione. Siamo convinti che senza Rifondazione qualsiasi processo di aggregazione a sinistra sia destinato al fallimento (come dimostrano i fatti).

Ma anche molti esponenti della ex maggioranza dicono di non voler sciogliere Rifondazione.

Beh, quando si dice che il progetto dell’aggregazione darà vita ad un soggetto unico; quando si parla di comunismo come tendenza culturale, io capisco che si vuole partire dal Prc ma per arrivare ad un’altra cosa.

Per voi, invece, cosa significa unità a sinistra?

Per noi unità a sinistra significa che Rifondazione mantiene la sua autonomia, aumenta il proprio radicamento sul territorio, si rafforza e si unisce non solo con partiti, ma anche con associazioni, comitati, singoli, attorno ad iniziative comuni (manifestazioni e mobilitazioni, campagne referendarie e raccolte di firme) che insieme si giudichino necessarie. Mi auguro che al congresso tutti dicano veramente ciò che pensano: le ambiguità sarebbero di impedimento ad una scelta chiara da parte dei compagni e delle compagne.

E i movimenti?

Non sono per ridiscutere l’importanza dei movimenti. Anzi, credo sia necessario ricostruire una relazione con loro. E qui ritorna il tema del governo: non a caso sono stati i primi a criticarci. Pensiamo al movimento per la pace e al fallimento della manifestazione di piazza del Popolo. Abbiamo pagato la nostra incoerenza votando per l’Afghanistan.

Gli operai hanno votato Lega. Come si recupera un simile risultato?

Si recupera ricostruendo la nostra credibilità, oggi piuttosto ridotta. Cioè ritornando, anche fisicamente, a contatto con il mondo del lavoro e praticando, umilmente, ciò che sosteniamo. Soprattutto, costruendo mobilitazioni, lotte, iniziative, attività sul territorio di opposizione al governo Berlusconi e alle sue politiche tese a ridimensionare il sindacato e il contratto nazionale.

Ma come si fa a fare tutto questo stando fuori dal parlamento?

Bisogna fare di necessità virtù. Io non penso che il livello istituzionale sia più importante del radicamento nella società e del rapporto con i movimenti. Però, certo, stando fuori dal parlamento hai poche possibilità di incidere nelle scelte. Non possiamo far altro che investire nella costruzione delle lotte e riorganizzarci per puntare a rientrare presto nelle istituzioni. Ci sono scadenze elettorali a breve (amministrative e europee); ci sono le riforme istituzionali e, soprattutto quella elettorale (ricordo che incombe il referendum). Dobbiamo mettere in piedi iniziative, movimenti di opinione come quelli che ci hanno permesso di bocciare la riforma costituzionale del precedente governo Berlusconi. Oltre che, naturalmente, tenere alta l’attenzione su temi decisivi come il risarcimento sociale o l’immigrazione.

Ma intanto il partito è profondamente lacerato: avete litigato pure nel comitato di gestione…

C’è una discussione. Vedremo quale linea sceglieranno i compagni. In questo senso mi piacerebbe se provassimo a fare un congresso a tesi, invece che a documenti contrapposti. E’ un mio vecchio pallino, che a Venezia fu respinto, causando divisioni che sono, a mio parere, tra le cause dei guai successivi. Siccome non tutto mi divide da Giordano, non vedo perché io non possa votare quelle parti del documento che mi trovano d’accordo e proporre invece una tesi alternativa laddove le opinioni divergono, come sul destino di Rifondazione. Non cambia nulla: la tesi che prende più voti prevale, ma almeno teniamo unito il partito ed evitiamo di spaccarlo in correnti cristallizzate. Lo proporrò nella commissione politica. Anche se, leggendo certe interviste, mi pare che di capire che si voglia andare in un’altra direzione.

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La sconfitta elettorale che abbiamo subito nelle elezioni del 13 e 14 aprile ha dimensioni storiche. Per la prima volta nell’Italia repubblicana la sinistra non è rappresentata in Parlamento. Tutto questo mentre la destra populista di Berlusconi vince con grande consenso popolare e al suo interno una forza xenofoba come la Lega raddoppia i suoi consensi cambiando ulteriormente il panorama politico del nord Italia. Le cause della nostra sconfitta vanno indagate a fondo perché riguardano l’essenziale, cioè il nostro rapporto con la società, con i mutamenti sociali di fondo. Non si esce dalla situazione in cui siamo senza un approfondito lavoro di inchiesta, di lettura partecipata delle dinamiche sociali. Questo lavoro dovrà caratterizzare il nostro impegno politico nella prossima fase. Riteniamo infatti che il punto centrale che ha pesato sul negativo risultato elettorale è il fatto che nel concreto contesto politico, istituzionale e sociale, non è stata riconosciuto l’utilità sociale della sinistra. E’ quindi sulla nostra utilità sociale, sul ruolo che la sinistra ha nella società che occorre riflettere e proporre per rientrare in gioco. Nell’immediato non si può non vedere come abbia pesato negativamente la nostra incapacità di utilizzare la presenza in maggioranza e la partecipazione al governo per dare una risposta ai principali problemi sociali del paese. La risicata vittoria del 2006 non chiedeva solo, per avere un senso, la sconfitta di Berlusconi, ma anche la sconfitta delle politiche berlusconiane. Il governo e la maggioranza nel loro operare concreto non hanno risposto a questa esigenza e si sono al contrario piegati alle esigenze dei poteri forti su tutte le principali questioni sociali: redistribuzione del reddito, lotta alla precarietà, tassazione delle rendite, laicità dello stato per non fare che alcuni esempi. La nostra azione politica si è mostrata inefficace e in questo contesto è maturata la non percezione dell’utilità sociale della sinistra. Si è così consumata una crisi, la cui profondità non abbiamo saputo vedere, del nostro rapporto con il paese reale e in particolare con i movimenti e con le lotte. L’utilità dell’esperienza di governo come possibilità per invertire le politiche degli ultimi quindici anni si è rivelata, alla luce dei fatti, impossibile da realizzare e la nostra permanenza nel governo si è trasformata in un problema sia per noi che per i movimenti. A questo si è sommato il sistema elettorale bipolare e la campagna mediatica sul voto utile portata avanti non solo dai PD e PdL ma dal complesso dei mezzi di comunicazione di massa. Le elezioni sono state cioè un punto di passaggio per la costruzione di quel bipolarismo tra simili che è l’obiettivo delle classi dominanti di questo paese da almeno un quindicennio. Rendere le istituzioni impermeabili al conflitto sociale e rendere la politica uno strumento inservibile per l’emancipazione degli strati subalterni è l’obiettivo di questo bipolarismo che ha agito pesantemente nella campagna elettorale. E’ evidente inoltre che il modo in cui ci siamo presentati alle elezioni non ha funzionato. Di questo mancato funzionamento si danno letture tra di loro diverse e persino diametralmente opposte, ma il punto politico fondamentale è che comunque l’operazione è fallita, e che agli occhi di tutti è risultata una operazione politicista che non ha intercettato la crisi sociale. Il complesso di questi elementi, l’incapacità a trasmettere l’utilità sociale di una nostra affermazione, ha fatto si che noi abbiamo perso voti in tutte le direzioni: verso il non voto da parte di chi pensa che “siete tutti uguali”. Verso il PD da parte di chi, pur condividendo i nostri contenuti, ha ritenuto quello un voto più utile per battere Berlusconi. Addirittura verso la Lega da parte di ceti proletari che sentendosi non difesi dalla sinistra hanno pensato che visto che non si riescono a cambiare con un’azione generale le cose più importanti, almeno si migliorano le cose “a casa propria”. Ripartire dal sociale Questa sconfitta storica non è avvenuta in una fase di stabilizzazione economica e sociale. Noi non siamo dentro un ciclo di crescita economica che riduce le contraddizioni sociali. Al contrario siamo in una fase di crisi, con una insicurezza sociale e personale che sfiora l’angoscia. In quel sentirsi soli di fronte al pericolo è stato sconfitto il nostro progetto e la destra ha vinto le elezioni. Il punto è però che queste contraddizioni nella prossima fase sono destinate ad aumentare. Problemi di salario, precarietà, casa, ristrutturazione mercantile del welfare, aggressione del territorio e sua militarizzazione, sono destinati ad aumentare. Il nodo è se di fronte a questo inasprirsi della crisi sociale sarà la destra populista a farla da padrona con la proposta della guerra tra i poveri e la costruzione di capri espiatori, oppure se saremo in grado di ricostruire forme di solidarietà, di conflitto, di movimento, capaci di ricostruire una identità e una utilità sociale della sinistra. A partire da questo punto di fondo occorre definire attraverso quali strumenti si riorganizza il campo politico della sinistra. E’ infatti evidente che il rischio che stiamo correndo è che, dopo la sconfitta nella società, ci sia la disgregazione del tessuto militante e l’ evaporazione della sinistra politica in una babele di linguaggi e di proposte. Il punto non è quindi l’accelerazione non si sa bene vero che cosa, ma la definizione di percorsi concreti, che ridiano un senso di appartenenza ad una comunità e che siano efficaci socialmente. 1 - In primo luogo occorre rilanciare il PRC come corpo collettivo. Il tema della rifondazione comunista non sta dietro di noi ma dinnanzi a noi nella sua dimensione di progetto politico, culturale, sociale e nella sua dimensione comunitaria. Riattivare il Partito della Rifondazione Comunista come progetto politico necessario alla sinistra in Italia per l’oggi e per il domani è un punto decisivo da cui non si può prescindere, in tutti i suoi aspetti, dal tesseramento all’iniziativa sociale, politica e culturale. Riattivare il Partito della Rifondazione Comunista dando certezze alle donne e agli uomini che hanno scelto di appartenere a questa comunità e dunque sgombrando il campo dalle ipotesi di dissolvenza e superamento, che hanno connotato la fase che abbiamo alle spalle, si sono esplicitate durante la campagna elettorale, contribuendo al disorientamento e alla demotivazione. Riattivare Rifondazione Comunista, riaffermando un’etica della politica, nella coerenza tra ciò che si enuncia e ciò che si pratica come nel quotidiano esercizio e rafforzamento della democrazia interna, rilanciando il percorso di Carrara. Riattivare il conflitto di genere dentro il partito, perché diventi realmente un soggetto sessuato in cui le donne non siano né fiori all’occhiello, né quote. Un partito che assuma il femminismo come punto di vista da cui rileggere il mondo e si faccia attraversare quotidianamente dalla critica delle donne alla politica. Occorre sapere con precisione che il PRC è strumento indispensabile ma non sufficiente per la ricostruzione di una ampia sinistra anticapitalista in questo paese. Indispensabile e non sufficiente: i due termini non delineano uno spazio geometrico ma una cultura politica da cui siano banditi tanto il settarismo quanto il liquidazionismo. 2 - Contemporaneamente occorre porsi il compito di riaggregare il campo della sinistra. La domanda di unità che è emersa nel corso della campagna elettorale e che emerge oggi va raccolta perché è una grande risorsa per uscire dalla sconfitta. Il PRC è indispensabile ma non sufficiente, sia perché la sinistra politica è più ampia dei soli comunisti, sia perché le forme concrete di impegno a sinistra vanno ben oltre quelle codificate dall’appartenenza ad un partito. Movimenti, comitati, collettivi, associazioni, militanza sindacale, vertenze territoriali ed ambientali: mille sono i modi in cui si fa politica oggi a sinistra. Pensiamo solo a cos’è il No Dal Molin a Vicenza o il No TAV in Val di Susa. Aggregare quindi il campo della sinistra a partire dalla valorizzazione di ciò che, a tutti i livelli, esiste e delle esperienze innovative che in questi anni ci sono state: basti pensare alla Sinistra Europea che proprio su questa idea è nata e ha fatto i suoi primi passi in questi anni. Ripartire dalla costruzione di spazi comuni della sinistra, di forme concrete di lavoro di inchiesta, di lavoro politico sociale e culturale sul territorio per costruire un percorso, non fagocitato da scadenze elettorali, che punti alla costruzione. dell’unità possibile di tutte le forze disponibili sulla base di contenuti, obiettivi, pratiche realmente condivisi. Un percorso unitario rivolto a tutti coloro che hanno sostenuto la Sinistra Arcobaleno e non solo. Un processo di aggregazione unitario che eviti la spaccatura tra chi propone la costituente della sinistra e chi propone la costituente comunista. Sono due proposte che frammenterebbero ulteriormente la sinistra, avrebbero effetti disgregatori nello stesso corpo di Rifondazione, il cui progetto politico è per noi prioritario rilanciare, dividerebbero la nostra gente sulla base di riferimenti ideologici privi di una consistente base politica. Due proposte che non affrontano il nodo principale: come ricostruire l’utilità sociale della sinistra. Occorre partire subito con un percorso di riaggregazione, le cui forme e modalità saranno riconsegnate alla libera discussione di tutte e di tutti nel percorso congressuale, che non commetta gli errori di politicismo e di verticismo che abbiamo avuto nella fase precedente. La sinistra può nascere solo come strumento di partecipazione, solo se le sue organizzazioni sono guidate dai principi democratici e dalla trasparenza, senza il predominio degli apparati, con le loro logiche di cooptazione. Per questo indichiamo la costruzione di una discussione, sia interna al partito che coinvolgente tutta l’area della sinistra arcobaleno, come priorità politica delle prossime settimane. Occorre riprendere la discussione. Indichiamo parimenti la partecipazione a tutte le manifestazioni del 25 aprile e del 1° maggio presenti sul territorio con u messaggio chiaro: La destra populista cresce sui bassi salari, sulla precarietà, sulla mancanza di case e di servizi. Costruiamo l’opposizione sociale al governo Berlusconi. Imma Barbarossa, Roberta Fantozzi, Loredana Fraleone, Fabio Amato, Ugo Boghetta, Bianca Bracci Torsi, Stefania Brai, Alberto Burgio, Maria Campese, Giovanna Capelli, Guido Cappelloni, Carlo Cartocci, Bruno Casati, Aurelio Crippa, Paolo Ferrero, Eleonora Forenza, Claudio Grassi, Ramon Mantovani, Laura Marchetti, Citto Maselli, Giovanni Russo Spena, Bruno Steri, Luigi Vinci

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ROMA - Cala il sipario sulla stagione del Prc segnata da Fuasto Bertinotti. Nel giorno della resa dei conti in Rifondazione, va in scena l’ultimo atto della tragedia politica iniziata con la batosta elettorale. Si dimette il gruppo dirigente guidato da Franco Giordano, prevale una nuova maggioranza capitanata da Paolo Ferrero d’intesa con Claudio Grassi, leader di Essere comunisti. A guidare il partito, in vista del congresso straordinario fissato per il 17-20 luglio, sarà un comitato di garanzia, frutto di un compromesso tra le diverse anime del Prc, dove ad avere la maggioranza di rappresentanti è il duo Ferrero-Grassi. Il d-day di Rifondazione inizia molto presto. Anzi, a vedere le facce stanche di molti dirigenti, la discussione non si è mai interrotta. Dopo il nulla di fatto di ieri, la trattativa per evitare la spaccatura è proseguita nella notte. In una lunga riunione a cui hanno partecipato rappresentanti delle due fazioni si è cercato fino a un attimo prima del voto di trovare un accordo. Ma senza successo. A tentare l”ultima mediazione ci ha provato alla fine lo stesso segretario uscente, chiamando in un angolo Ferrero. Venti minuti di discussione e l’ennesimo nulla di fatto. L’unico compromesso raggiunto tra i contendenti riguarda il dispositivo comune ai due documenti, con le regole per la gestione del partito fino al congresso di luglio. Poi, arriva il momento del moto, che consegna la vittoria alla nuova maggioranza di Ferrero, 98 voti contro 70. Un risultato meno netto di quanto non dicano i numeri, visto che a pesare sull’esito della conta è il contributo dato da Claudio Grassi, leader della minoranza di Essere Comunisti: 38 voti sui 98 totali. E così i ‘bertinottiani’, malgrado i 70 voti ottenuti, vedono il bicchiere mezzo pieno: “Sono fiducioso per il congresso - dice Giordano - il documento di Ferrero non contiene i capisaldi della nostra cultura, mi sembra più un cartello elettorale”. Il vincitore preferisce mettere uno stop alle polemiche e concentrarsi sul risultato: “Da oggi il partito ha una linea politica. Dobbiamo lavorare per rilanciare Rifondazione”. Per la neo maggioranza però il cammino si preannuncia in salita. Grassi ci tiene a sottolineare il contributo di Essere Comunisti, ma Alfio Nicotra, uomo vicino a Ferrero, mette le mani avanti: “Noi puntiamo al dialogo e il risultato di oggi non delinea l’alleanza del congresso. Credo che sia difficile un’alleanza con Grassi perché proveniamo da culture diverse”. Prima di lasciare la prima linea, è però Giordano a togliersi qualche sassolino. Il segretario che lascia difende la linea politica dettata da Bertinotti al congresso di Venezia e respinge al mittente le accuse che nel corso della giornata sono rivolte all’ex candidato premier della Cosa rossa, assente alla riunione e da giorni in un silenzio assoluto. “Io mi dimetto per la sconfitta elettorale”, dice emozionato dal palco Giordano. E poi, rivolgendosi a Ferrero, attacca: “Paolo, te lo dico con sincerità: non posso dimettermi a causa di una cultura del sospetto”. Bocciata l’idea di una costituente comunista con Oliviero Diliberto, Giordano invita a un’ultima riflessione: “Il problema non è conservare l’esistente ma investire in un progetto nuovo a partire dal Prc”. La battaglia quindi è rinviata a luglio, quando a sfidare Ferrero ci sarà con ogni probabilità il governatore della Puglia Nichi Vendola. Un passaggio di consegne che Giordano sottolinea dal palco, al momento dell’addio, quando dedica a Vendola l’abbraccio più lungo.

fonte ANSA

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By Pasquale | Aprile 17, 2008 - 7:03 pm - Categorie: La cosa rotta, Rifondazione, politica nazionale

Anche se, ormai chiaramente, non ne condivido i termini nè le prospettive, pubblico questo post inviatoci dal PdCI:

Dopo il crollo della Sinistra Arcobaleno, ci rivolgiamo ai militanti e ai dirigenti del Pdci e del Prc e a tutte le comuniste/i ovunque collocati in Italia

Siamo comuniste e comunisti del nostro tempo. Abbiamo scelto di stare nei movimenti e nel conflitto sociale. Abbiamo storie e sensibilità diverse: sappiamo che non è il tempo delle certezze. Abbiamo il senso, anche critico, della nostra storia, che non rinneghiamo; ma il nostro sguardo è rivolto al presente e al futuro. Non abbiamo nostalgia del passato, semmai di un futuro migliore. Il risultato della Sinistra Arcobaleno è disastroso: non solo essa ottiene un quarto della somma dei voti dei tre partiti nel 2006 (10,2%) - quando ancora non vi era l’apporto di Sinistra Democratica - ma raccoglie assai meno della metàdei voti ottenuti due anni fa dai due partiti comunisti (PRC e PdCI), che superarono insieme l’8%. E poco più di un terzo del miglior risultato dell’8,6% di Rifondazione, quando essa era ancora unita. Tre milioni sono i voti perduti rispetto al 2006. E per la prima volta nell’Italia del dopoguerra viene azzerata ogni rappresentanza parlamentare: nessun comunista entra in Parlamento. Il dato elettorale ha radici assai più profonde del mero richiamo al “voto utile”:risaltano la delusione estesa e profonda del popolo della sinistra e dei movimenti per la politica del governo Prodi e l’emergere in settori dell’Arcobaleno di una prospettiva di liquidazione dell’autonomia politica, teorica e organizzativa dei comunisti in una nuova formazione non comunista, non anticapitalista, orientata verso posizioni e culture neo-riformiste. Una formazione che non avrebbe alcuna valenza alternativa e sarebbe subalterna al progetto moderato del Partito Democratico e ad una logica di alternanza di sistema.

E’ giunto il tempo delle scelte: questa è la nostra
Non condividiamo l’idea del soggetto unico della sinistra di cui alcuni chiedono ostinatamente una “accelerazione”, nonostante il fallimento politico-elettorale. Proponiamo invece una prospettiva di unità e autonomia delle forze comuniste in Italia, in un processo di aggregazione che, a partire dalle forze maggiori (PRC e PdCI), vada oltre coinvolgendo altre soggettività politiche e sociali, senza settarismi o logiche auto-referenziali. Rivolgiamo un appello ai militanti e ai dirigenti di Rifondazione, del PdCI, di altre associazioni o reti, e alle centinaia di migliaia di comuniste/i senza tessera che in questi anni hanno contribuito nei movimenti e nelle lotte a porre le basi di una società alternativa al capitalismo, perché non si liquidino le espressioni organizzate dei comunisti ed anzi si avvii un processo aperto e innovativo, volto alla costruzione di una “casa comune dei comunisti”. Ci rivolgiamo: -alle lavoratrici, ai lavoratori e agli intellettuali delle vecchie e nuove professioni, ai precari, al sindacalismo di classe e di base, ai ceti sociali che oggi “non ce la fanno più” e per i quali la “crisi della quarta settimana” non è solo un titolo di giornale: che insieme rappresentano la base strutturale e di classe imprescindibile di ogni lotta contro il capitalismo; -ai movimenti giovanili, femministi, ambientalisti, per i diritti civili e di lotta contro ogni discriminazione sessuale, nella consapevolezza che nel nostro tempo la lotta per il socialismo e il comunismo può ritrovare la sua carica originaria di liberazione integrale solo se è capace di assumere dentro il proprio orizzonte anche le problematiche poste dal movimento femminista; -ai movimenti contro la guerra, internazionalisti, che lottano contro la presenza di armi nucleari e basi militari straniere nel nostro Paese, che sono a fianco dei paesi e dei popoli (come quello palestinese) che cercano di scuotersi di dosso la tutela militare, politica ed economica dell’imperialismo; -al mondo dei migranti, che rappresentano l’irruzione nelle società più ricche delle terribili ingiustizie che l’imperialismo continua a produrre su scala planetaria, perchè solo dall’incontro multietnico e multiculturale può nascere - nella lotta comune - una cultura ed una solidarietà cosmopolita, non integralista, anti-razzista, aperta alla “diversità”, che faccia progredire l’umanità intera verso traguardi di superiore convivenza e di pace. Auspichiamo un processo che fin dall’inizio si caratterizzi per la capacità di promuovere una riflessione problematica, anche autocritica. Indagando anche sulle ragioni per le quali un’esperienza ricca e promettente come quella originaria della “rifondazione comunista” non sia stata capace di costruire quel partito comunista di cui il movimento operaio e la sinistra avevano ed hanno bisogno; e come mai quel processo sia stato contrassegnato da tante divisioni, separazioni, defezioni che hanno deluso e allontanato dalla militanza decine di migliaia di compagne/i. Chiediamo una riflessione sulle ragioni che hanno reso fragile e inadeguato il radicamento sociale e di classe dei partiti che provengono da quella esperienza, ed anche gli errori che ci hanno portati in un governo che ha deluso le aspettative del popolo di sinistra: il che è pure all’origine della ripresa delle destre. Ci vorrà tempo, pazienza e rispetto reciproco per questa riflessione. Ma se la eludessimo, troppo precarie si rivelerebbero le fondamenta della ricostruzione. Il nostro non è un impegno che contraddice l’esigenza giusta e sentita di una più vasta unità d’azione di tutte le forze della sinistra che non rinunciano al cambiamento. Né esclude la ricerca di convergenze utili per arginare l’avanzata delle forze più apertamente reazionarie. Ma tale sforzo unitario a sinistra avrà tanto più successo, quanto più incisivo sarà il processo di ricostruzione di un partito comunista forte e unitario, all’altezza dei tempi. Che - tanto più oggi - sappia vivere e radicarsi nella società prima ancora che nelle istituzioni, perché solo il radicamento sociale può garantire solidità e prospettive di crescita e porre le basi di un partito che abbia una sua autonoma organizzazione e un suo autonomo ruolo politico con influenza di massa, nonostante l’attuale esclusione dal Parlmento e anche nella eventualità di nuove leggi elettorali peggiorative. La manifestazione del 20 ottobre 2007, nella quale un milione di persone sono sfilate con entusiasmo sotto una marea di bandiere rosse coi simboli comunisti, dimostra – più di ogni altro discorso – che esiste nell’Italia di oggi lo spazio sociale e politico per una forza comunista autonoma, combattiva, unita ed unitaria, che sappia essere il perno di una più vasta mobilitazione popolare a sinistra, che sappia parlare - tra gli altri - ai 200.000 della manifestazione contro la base di Vicenza, ai delegati sindacali che si sono battuti per il NO all’accordo di governo su Welfare e pensioni, ai 10 milioni di lavoratrici e lavoratori che hanno sostenuto il referendum sull’art.18. Auspichiamo che questo appello – anche attraverso incontri e momenti di discussione aperta - raccolga un’ampia adesione in ogni città, territorio, luogo di lavoro e di studio, ovunque vi siano un uomo, una donna, un ragazzo e una ragazza che non considerano il capitalismo l’orizzonte ultimo della civiltà umana.

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Segreteria burrascosa per Rifondazione. Convocati gli organismi dirigenti: venerdì la direzione, fine settimana Cpn, a luglio il congresso. Al quale il Prc arriva diviso. Giordano: proseguire nella costruzione del soggetto unico. Ferrero: non sciogliere il partito

di Romina Velchi


Cinque ore di discussione: tanto è durata, nella sede nazionale, la segreteria più difficile di Rifondazione comunista, convocata già lunedì sera quando la dimensione del disastro elettorale era ormai evidente. Facce scure e volti tirati di chi non ha dormito. Lo tsunami che ha spazzato via la Sinistra arcobaleno, una tragedia umana oltre che politica, ha conseguenze immediate: la convocazione urgente degli organismi dirigenti (direzione venerdì e comitato politico sabato e domenica), e congresso anticipato a luglio.

Sul tavolo numeri impietosi: 3,2% al Senato; 3,1% alla Camera. Cioè zero senatori e zero deputati: tre milioni di voti spariti nel nulla. Ma non è solo (si fa per dire) questo. E’ che il disastro è omogeneo, da Nord a Sud; non si è salvata, praticamente, nessuna roccaforte rossa, né vecchia né nuova, né piccola, né grande. Anche se, va detto, il voto locale (comuni e province) sta restituendo una fotografia meno drammatica. Una debacle tale da suscitare, a destra e a sinistra, reazioni di stupore e preoccupazione per l’assenza dal parlamento di un forza “estrema”. Goffredo Bettini, braccio destro di Veltroni, sostiene che «il fatto che la sinistra non sia in Parlamento non è positivo per la dialettica democratica. Un pezzo dell’Italia non è rappresentata e questo è un problema» (davvero curioso che lo dica lui); c’è persino chi evoca scenari di nuovo terrorismo. Ma intanto la Lega può vantarsi di essere «il partito nuovo dei lavoratori».

C’è di che discutere: colpa del voto utile? Della partecipazione al governo Prodi? Il segretario Franco Giordano non ha dubbi: le cause della sconfitta sono principalmente due, «la morsa bipolare» e, soprattutto, «il prezzo altissimo pagato al governo Prodi» che si è rivelato «impermeabile» alle nostre istanze. Per non dire «delle resistenze» che sono venute dal Partito democratico. C’è spazio anche per stigmatizzare il «processo di americanizzazione» della politica italiana da parte di un Pd che però non ha sfondato al centro, né scalfito il dominio della Lega e di Berlusconi.

Ma il tema della discussione, a viale del Policlinico, ieri era un altro: e ora? Sarà anche vero che «anche i comunisti sono capaci di discutere civilmente» (è l’unico commentato fatto da Paolo Ferrero), ma il gruppo dirigente è ormai diviso a metà e lo scontro è stato acceso. «Abbiamo avviato una discussione - spiega “neutro” Giordano - e vogliamo che sia collettiva, aperta anche alle altre forze della Sinistra arcobaleno». Allo scopo si individueranno anche momenti ad hoc. Non ci saranno dimissioni - chieste a gran voce dal deputato uscente Ramon Mantovani, ma su cui si è dibattuto a lungo anche nella riunione della segreteria - anche se, assicura Giordano, «c’è bisogno di un bagno di umiltà: l’intero gruppo dirigente si metterà in discussione». Per altro la richiesta di dimissioni potrebbe essere avanzata nel prossimo Cpn. Giordano, tentato di lasciare, è rimasto al suo posto convinto da Bertinotti, il quale, come per altro aveva già annunciato, invece si è dimesso dal ruolo di leader dell’Arcobaleno: «A lui, che è un protagonista importante nella sinistra italiana - afferma Giordano - va tutta la nostra solidarietà».

Nel gruppo dirigente si vanno delineando, in modo netto, linee diverse su come uscire dall’impasse. Linee che, alla luce del risultato elettorale e col congresso alle porte, fatalmente si radicalizzeranno, tanto che nessuno più dubita che le mozioni saranno almeno due. Da una parte c’è la posizione di Giordano: insistere sulla strada di un partito unico della sinistra, sulla fase costituente con chi ci sta. «E’ necessario trovare una modalità di aggregazione delle forze di sinistra - spiega il segretario del Prc - persino coinvolgendo quei singoli che hanno votato per il Pd», convinti di frenare la riscossa di Berlusconi. Secondo Giordano, anche se il Pdci ha deciso di sottrarsi, il «processo dell’unità a sinistra è irreversibile». Solo che «va radicato nel territorio, va costruito nei luoghi di lavoro; insomma, va riempito, va reso denso». Viceversa, tornare «a quello che eravamo prima», significa non reggere la sfida». D’accordo con lui Gennaro Migliore e Alfonso Gianni: «Il progetto della Sinistra unitaria vuole riaffermare la presenza della sinistra nel Paese - dice il primo - Rifondazione può e deve mettersi al servizio di questo progetto, che va oltre la discussione interna, e che invece deve parlare direttamente a tutta la società italiana»; «Dobbiamo pensare ad un percorso - concorda il secondo - da iniziarsi subito, di rifondazione della sinistra, nel quale le forze partitiche superino le loro specifiche forme organizzate ed alla quale concorrano le esperienze e i protagonismi della sinistra diffusa nel nostro territorio».

Dall’altra parte la linea che fa capo a Paolo Ferrero e a Giovanni Russo Spena, contraria al partito unico e allo scioglimento del Prc. Bisogna «partire dal conflitto sociale», spiega Russo Spena, il quale pensa ad «un soggetto unitario e plurale», anzi «un coordinamento delle diverse realtà e soggettività, con due portavoce, un uomo e una donna», anche prevedendo un «doppio tesseramento». Insomma, sul «modello della Sinistra europea» con l’obiettivo di costruire «una sinistra di ispirazione sociale». E se Roberta Fantozzi, Imma Barbarossa e Loredana Fraleone sottolineano che «non si può prescindere da un rafforzamento di Rifondazione», Russo Spena invita a schivare i due pericoli: il «”ridateci la falce e martello”, errore ideologico e “sciogliamo tutti i partiti e andiamo al partito unico” errore politicista. Per altro senza il Pdci, e magari i Verdi, non capirei cosa voglia dire partito unico». Nell’immediato, siccome non si deve «sostituire un leader sconfitto con un altro leader», Russo Spena si augura che sia «il segretario a prendere la guida del percorso» verso una sinistra unitaria e plurale. Se, invece, «la discussione sarà da un lato il partito unico e dall’altro un percorso più articolato, io sicuramente scriverò una mozione per il percorso più articolato».

E’ convocata per sabato 19 aprile alle ore 17.00 la riunione del Cpn al Centro Frentani, Via dei Frentani 4, Roma. I lavori proseguiranno nella giornata di domenica con inizio alle 9.30


16 Aprile 2008

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Vorrei fare questa riflessione, ancora scioccato dal risultato elettorale che ho di fronte. Per la prima volta nella storia della Repubblica, non ci saranno i comunisti in parlamento. Due partiti, hanno totalizzato insieme l’80% dei voti. L’Udc entra alla camera con 34 deputati. La Destra totalizza il 2,4%. E noi, che abbiamo unito 4 partiti, nella speranza di un buon risultato, ci ritroviamo adesso fuori dal parlamento, senza neanche un rappresentante. Non va neanche meglio in Sicilia, dove la nostra lista si è fermata poco sopra il 3%, la Finocchiaro al 31, e nuovo presidente di regione è Raffaele Lombardo, gemello siamese di Cuffaro. Evidentemente, c’è da ricominciare tutto da capo. Ma proprio tutto. Qui bisogna fare una sorta di azzeramento, ripartire proprio dall’assunzione di responsabilità di chi ci ha condotto in questa situazione, e fare contemporaneamente una seria analisi di quello che è successo in questi due anni, dove Rifondazione Comunista è passata dal suo “Solo” 7.5% al senato allo striminzito 3.1% di oggi, insieme alle altre forze della sinistra. Cosa si è sbagliato?chi si assumerà la responsabilità del tracollo? e chi, soprattutto, si assumerà il compito ingrato di ricostruire?Come nelle migliori tradizioni, infatti, la nostra parte politica contempla elementi che gioiscono delle vittorie e scanzano le sconfitte. “abbiamo vinto - avete perso”, insomma. E non è un gran guadagno per l’analisi politica. intanto, però, proviamo a ricostruire una Nuova Rifondazione…

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FRANCESCO MANCUSO–
Continua la guerra delle cifre. I sondaggi impazzano. Secondo alcuni Berlusconi ha una corazzata imbattibile, vincerebbe anche in Russia, alle presidenziali contro Putin. Altri sono possibilisti, Veltroni è indietro ma il vantaggio si assottiglia sempre più. Si lamentano i partitini, che stando sotto l’uno per cento, spesso e volentieri vengono inseriti in quella “odiosa” voce: altri. Si lamentano perché vorrebbero che perfino i sondaggi rispettassero la par condicio, “dobbiamo essere citati anche noi”, chiedono ad un seccato Renato Mannheimer, che già ha il suo bel da fare con gli ospiti di Vespa. Proprio di questo si è lamentato nella puntata di ieri il sondaggista di ‘Porta a Porta’, alla quale ha partecipato anche il candidato premier della Sinistra – Arcobaleno, Fausto Bertinotti. Tutto questo discutere su cifre verosimili, alla fine, qualcosa di concludente lo ha portato. Ieri è passato un messaggio ben preciso: che , a prescindere dai sondaggi, l’unico modo per togliere i senatori al Pdl di Berlusconi è votare al Senato per la Sinistra Arcobaleno, come ha precisato lo stesso Bertinotti. Il superamento della soglia dell’otto per cento su base regionale, consentirebbe alla Sinistra di conquistare seggi al Senato, ma il dato, quello importante, che ciascun elettore con il cuore a sinistra dovrebbe tenere presente, è che i seggi tolti al Cavaliere, potrebbero rendere impossibile la vittoria al Senato della coalizione delle destre con la Lega. Dunque, come sostiene lo stesso Bertinotti “l’appello al ‘voto utile’ al Pd per arginare la destra è un imbroglio”. “Noi abbiamo rispettato la scelta del Pd di andare da solo – ricorda Bertinotti - ma allora il confronto sia sui programmi e non un tentativo distorto di annientare la sinistra”. Ribadendo che “il vero voto utile è un voto per la Sinistra Arcobaleno: un voto per la sinistra - ha sottolineato - sarebbe in grado anche, successivamente, di condizionare le scelte del Pd e spostarne il baricentro più a sinistra”.
Facciamo un esempio chiaro ed esplicativo: l’Emilia Romagna. Se la Sinistra – Arcobaleno resterà sotto la soglia dell’8 per cento, Pdl più Lega Nord conquisteranno nove senatori. Ma se, invece, si superasse la soglia di sbarramento dell’8 per cento, i seggi per il centrodestra sarebbero sette, due in meno. Persino l’ultimo sondaggio di Crespi Ricerche, non certo vicino alla sinistra, dice chiaramente che la formazione di Fausto Bertinotti potrebbe superare lo sbarramento necessario per entrare a palazzo Madama, proprio in Emilia Romagna. E i seggi non li sottrarrebbe al Pd, che avrebbe il premio di maggioranza regionale, ma, appunto, al Pdl.

26/03/2008

Tratto dal sito www.rossodisera.info

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