di Laura Eduati

su Liberazione del 29/11/2008

Intervista alla professoressa Chiara Saraceno, sociologa della famiglia

Professoressa Saraceno, il bonus alle famiglie aiuterà davvero a combattere la povertà?
E’ un bene che il governo si sia accorto che la povertà esiste, ma credo che il bonus incoraggerà semplicemente le famiglie a risparmiare mentre questa misura ha come obiettivo, immagino, il rilancio dei consumi. In tempi difficili come questi, le famiglie temono la recessione e dunque metteranno da parte il bonus o lo useranno per pagare qualche debito.

Non così con la social card o “carta acquisti”, concepita per fare la spesa e pagare le bollette.
La social card è un embrione di reddito minimo e dunque va nella direzione giusta, ma non si capisce perché venga limitata unicamente agli anziani e alle famiglie con bambini al di sotto dei tre anni come se soltanto queste persone avessero bisogno di aiuto economico. Voglio dire che servono interventi strutturali, misure buone per tutti a prescindere dall’età anagrafica o dalla condizione famigliare e questo vale anche per gli ammortizzatori sociali per i lavoratori atipici: questo Paese ha bisogno di un reddito minimo garantito per i bisognosi e una indennità di disoccupazione, e non importa se si proviene da un contratto atipico o meno.

Il governo ha pensato anche a chi deve pagare il mutuo a tasso variabile: lo Stato si accollerà la parte della rata che eccede il 4%. Criticabile?
Purtroppo è come l’Ici, una misura che sostiene anche chi non ne ha bisogno. Pur apprezzando lo sforzo del governo, avrei concentrato l’aiuto alle famiglie più povere tenendo conto che molte non riescono nemmeno a pagare l’affitto. Con questo aiuto per i mutui, in realtà il governo sta trasferendo soldi alle banche. Così come trovo ingiusto prolungare la detrazione degli straordinari: siamo in periodo di licenziamenti e cassintegrazioni e l’industria non si troverà dunque di fronte a molte richieste di straordinario. Tanto più che molte persone, penso alle donne con famiglia, non si possono permettere di fare un orario più lungo. Bisognerebbe restituire ai lavoratori il fiscal drag, poiché all’aumento nominale della busta paga non corrisponde un maggiore potere d’acquisto.

Tremonti dice che non si sono soldi, ha persino cancellato l’idea di detassare le tredicesime.
Insisto, meglio poche misure concentrate nei settori più deboli piuttosto che una pioggia di piccoli aiuti.

Tornando al bonus per le famiglie, non le sembra che escludano a priori i single senza figli e dunque i giovani, spesso precari?
Certo, questa misura non spingerà certo i ragazzi ad uscire di casa. Sceglieranno di rimanere con mamma e papà, magari per raggiungere i requisiti per ottenere il bonus. E nemmeno servirà a incentivare le nascite il prestito a tasso agevolato alle famiglie con nuove nascite, visto che un bimbo è un costo prolungato nel tempo. Mentre accolgo positivamente il blocco o la riduzione delle tariffe per le forniture di gas ed elettricità, e il blocco delle tariffe per i pendolari del treno e dell’autostrada.

Il governo spiega che social card e bonus sono strumenti adottati in molti Paesi. Il welfare può esistere anche in questo modo?
La social card esiste in molti Paesi, ma viene nascosta una verità fondamentale e cioè che nell’Europa a 15 soltanto l’Italia e la Grecia non prevedono l’indennità di disoccupazione a prescindere. Purtroppo pare che anche questa volta il governo abbia concepito un provvedimento ad hoc, limitato nel tempo, perdendo ancora una volta l’occasione di intervenire seriamente riformando il welfare. Ripeto, destinare piccoli aiuti di volta in volta a categorie diverse, siano gli anziani o le famiglie con bambini molto piccoli, non serve a combattere la povertà.

Converti in pdf

Anche a Messina, come in altre sedi di ateneo nazionali, è nato un movimento studentesco con l’obiettivo di “sensibilizzare gli studenti sulla legge Gelmini, lottare affinchè anche l’ateneo di Messina partecipi alla mobilitazione che coinvolge tutti gli atenei italiani”, con iniziative di lotta, come il blocco della didattica per alcuni giorni, scioperi, cortei, dibattiti pubblici con professori e mondo della cultura e della formazione. Oggi iniziativa al Rettorato, dove si riuniva il senato accademico e dove i rappresentanti del movimento hanno avanzato due richieste: blocco della didattica e pronunciamento sull’eventualità di trasformare l’ateneo dello Stretto in una fondazione, come voluto dalla ministra dell’istruzione. Mentre la prima richiesta è stata quasi del tutto ignorata, la seconda ha avuto un pronunciamento negativo in merito, chiarendo così che l’ateneo messinese è contro la propria trasformazione in fondazione, cioè finanziato dai privati. “sono contro la fondazione perchè sanno che nessuno lo comprerebbe o pagherebbe per mantenere l’Ateneo”, dice una studentessa che oggi ha partecipato alla mobilitazione. In effetti, i mali dell’Università messinese sono ben altri e rischiano di aggravarsi, e non di risolversi a causa della riforma….Intanto il movimento si struttura: oggi gli studenti che hanno partecipato all’iniziativa, un centinaio sotto una pioggia ad intermittenza, con particolare adesione di lettere e scienze politiche, hanno lanciato l’idea di coordinameti nelle varie facoltà, corsi di lauea, in maniera tale da entrare “in rete” con il resto dell’università in lotta. Per Messina e per tutto il mondo studentesco che ruota attorno, è un gran passo avanti rispetto agli anni grigi dell’anonimato e dell’abulia.

Converti in pdf

di Daniela Preziosi

su Il Manifesto del 30/10/2008

Parola d’ordine: referendum. La dicono gli studenti, lo promuove il Pd e chiama a raccolta tutti, persone e forze politiche. Veltroni: sarà una grande battaglia civile. Coro di sì dall’Idv al Prc. No di Casini. Qualche perplessità fra i ragazzi

«Referendum, referendum». Intorno alle 10 e mezza, quando sotto Palazzo Madama si diffonde la notizia che il decreto sulla scuola è legge, gli studenti che stringono l’edificio di un pacifico variopinto assedio scandiscono così. «Referendum» è già la parola d’ordine di qualche cartello a Corso Rinascimento. «Se passa la Gelmini: referendum» dice uno striscione dell’Italia dei Valori, aperto in aula. E «referendum» strilla il dipietrista Stefano Pedica, scavalcando le transenne e buttandosi a discutere con i ragazzi. «E’ una buona idea», dice Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, più senatorialmente aggirando lo sbarramento per raggiungere i manifestanti, «per rispondere con uno strumento di democrazia diretto contro un governo che si tappa orecchie e bocca». Dopo un paio d’ore, in una conferenza stampa convocata in fretta e furia a Montecitorio, Walter Veltroni pronuncia per la volta definitiva la parola: il Pd promuoverà la consultazione popolare contro il provvedimento, «il governo non ha voluto ascoltare nessuno di quanti chiedevano il ritiro del decreto», ha «rifiutato il confronto con il mondo della scuola», «ha ignorato un movimento civile». Dunque: «Quando delle forze politiche ritengono che delle decisioni del governo ledono gli interessi del paese, esse si avvalgono di un altro strumento previsto dalla Costituzione che è il referendum». Evviva, cade dunque l’ultimo tabù democratico, se la riderà più tardi Arturo Parisi, promotore del quesito contro il Lodo Alfano, fieramente osteggiato da Veltroni: «sarebbe puro sadismo» ricordare che fin qui ha sostenuto che «i referendum si fanno solo se si ha già la vittoria in tasca». Il leader Pd anticipa l’obiezione: l’istituto «va usato con parsimonia, ma la scuola e l’università sono temi importantissimi e le misure volute dal governo lasceranno effetti seri sul sistema informativo». Di qui la decisione «di promuovere un referendum abrogativo» della parte più estesa possibile del decreto Gelmini e l’appello «al mondo politico e tutto il mondo della scuola affinché questo referendum non sia l’espressione di una iniziativa di un partito politico ma il più grande referendum partito dalla società civile».
Da giorni al Nazareno l’idea circolava. La prima entusiasta è stata Finocchiaro, poi uno alla volta tutti i ‘big’ hanno detto sì. Ieri, dopo l’approvazione della Gelmini, una riunione del coordinamento ha sancito la posizione del partito (e infatti in Transatlantico, alla Camera, i cronisti hanno intercettato un’adesione freddina di Massimo D’Alema, che dell’organismo non fa parte). Fuori dal Pd adesioni fioccano, intorno al principale azionista del vecchio centrosinistra si ricompongono le forze sparpagliate della defunta Unione. E tutte insieme tendono una mano verso il mondo della scuola, che nel frattempo ha messo in piedi una colossale opposizione autonoma al governo. Per Massimo Donadi «l’Idv raddoppia: dalla settimana prossima staremo nelle piazze non solo contro il Lodo Alfano ma anche per la raccogliere le firme contro la legge Gelmini. Mandiamo a casa due leggi vergogna. Possiamo sommergere questo paese con 4 milioni di firme», per Manuela Palermi del Pdci «sarà una passeggiata, vinceremo alla grande». Sì dai verdi e da Sinistra democratica, dal Prc scatta l’adesione del segretario Paolo Ferrero («Il governo è stato sordo alle proteste. Gli vanno sturate le orecchie») e del leader della minoranza Nichi Vendola («All’arroganza di chi ha voluto sbattere la porta in faccia allo straordinario e pacifico movimento» è «sacrosanto replicare»). Nelle scuole in movimento non tutti sono persuasi, in realtà. Michele Corsi, del coordinamento Retescuole di Milano, per esempio, è incerto: «Se ne potrà parlare, ma non prima di aver percorso ogni possibilità di mobilitazione. Nel frattempo le forze dell’opposizione istituzionale possono adeguare le loro proposte. Quella del Pd è ancora tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi?».
Del resto ci sarà tempo per discutere, persino troppo. Non sarà un lavoro facile, tant’è che l’Udc, per questa ragione, si sfila. Dice Pierferdinando Casini: «Andrà in votazione nel 2010, mi sembra che sia una presa di posizione di valore simbolico, quella di Veltroni, alla quale guardiamo con rispetto. Ma non aderiamo». In effetti il referendum non potrà essere convocato prima del 2010, visto che è già scaduto il termine per la presentazione del quesito (il 30 settembre ). Nei prossimi giorni il Pd incaricherà un gruppo di esperti. Il primo a fare «una ricognizione tecnica» è il costituzionalista Stefano Ceccanti: i quesiti, ragiona, debbono fare lo slalom fra i commi delle leggi, evitando di toccare materie tributarie e di bilancio, per le quali il referendum non è ammesso. Dalla legge 137, la Gelmini, si può abrogare la figura del maestro unico; dalla 133, la finanziaria anticipata del ministro Tremonti, si può scorporare qualche indicazione ‘politica’ sui tagli. Tutto questo per svuotare la controriforma ‘di fatto’.

Converti in pdf

Le mobilitazioni contro il progetto di dismissione dell’Università pubblica portato avanti dal Governo

Berlusconi fanno registrare giorno dopo giorno salti di qualità sul piano quantitativo e qualitativo. Studenti,

docenti, ricercatori, tecnici e amministrativi unitariamente dicono No allo svuotamento della struttura

pubblica dell’alta formazione. Da Nord a Sud in quasi tutti gli Atenei italiani si svolgono cortei spontanei,

o