Non c'è bisogno di mettere collegamenti ad altri siti con riferimento alla notizia, si tratta di qualcosa che tutti in zona tristemente sanno e magari qualcuno ci ha anche perso delle persone care.
Mentre scrivo sono 18 le persone la cui morte è accertata, travolte dalle conseguenze del nubifragio dei giorni scorsi, e altre trenta circa risultano disperse.
Le immagini mostrano una città spaccata in due, con terra che dalla montagna è franata fino a immergersi nel Mediterraneo.
Messina, si sa, è costruita in un posto strano: da una parte i monti, dall'altra subito accanto il mare, e in mezzo una striscia di terra che è la città.
Nulla di più normale che le inondazioni abbiano qui un effetto più forte che altrove, soprattutto quando si tratta di piogge di portata vasta come quella dei giorni scorsi. Qui a Barcellona penso che tutti ricordino il risultato delle precipitazioni dell'ultimo inverno, e non c'è chi non sappia come si ritrasformi in torrente la via Medici ad ogni temporale abbastanza grosso.

Il tempo, però è un fenomeno naturale, su cui non abbiamo potere di influenza (non è vero, ma supponiamolo). Per questo vogliamo puntare il dito piuttosto sulle concause legate a questo fenomeno naturale, su quelle più immediatamente gestibili dall'uomo.

Le case, per esempio. Fare la casa abusiva fa figo, quando hai abbastanza soldi, ed è quasi una necessità quando non ne hai abbastanza per poterti permettere di essere in regola. In più si può sempre sperare in una delle continue sanatorie che periodicamente vengono regalate dal governo (a proposito, le case edificate su tutta la costa del barcellonese proprio a ridosso della spiaggia, alcune evidentemente in territorio demaniale, apparterranno a chi ha abbastanza soldi o a chi non ne ha abbastanza?).
Però, posto che il fenomeno dell'abusivismo esiste da sempre e ovunque pur con le opportune differenze in termini di qualità e quantità dello stesso, consideriamo che è da incoscienti comportarsi da abusivi in certi luoghi. Per esempio costruire una casa a ridosso di un vulcano attivo, o sul greto di un fiume soggetto ogni anno a rischio di esondazione.
Pericoloso per chi costruisce, per chi ci abita, ma spesso anche per chi senza alcuna colpa e decine o centinaia di metri più giù si ritrova esposto a un rischio maggiore perché qualche intelligentone ha piazzato un edificio dove doveva esserci, che so, un albero secolare di quelli giganteschi o un bosco.

Idem per quelli che edificano in maniera risparmiosa prelevando quando gli pare la sabbia dal greto dei torrenti. Torrenti che poi non avranno sabbia da portare al mare, mare che poi sottrarrà sabbia alla spiaggia, spiaggia che poi sparendo mese dopo mese porterà allo scoperto le fondamenta delle case e strade più vicine.

Poi, consideriamo che se i privati cittadini hanno fino a un certo punto motivo di fare i furbi/fessi, e parimenti architetti e ingegneri possono valutare di arrotondare lo stipendio con progetti che non dovrebbero esistere, ma ci si domanda quale giustificazione possano apportare gli enti locali e i loro rappresentanti di carne, che in teoria dovrebbero vigilare su tutto questo e magari anche approvare o non i progetti presentati…

Insomma, quello che vorremmo è che i morti e i feriti di questi giorni ai quali va il nostro inutile cordoglio lascino nella testa di ognuno un ricordo e un monito: che alle volte se la legge proibisce o prescrive qualcosa un senso c'è.

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Il nostro cordoglio e la nostra solidarietà alle famiglie delle vittime della guerra in Afghanistan sono reali e sentiti, perché noi proponiamo l’unica cosa che avrebbe salvato la vita ai soldati italiani: ritirarli dalla guerra. Invece la solidarietà e il cordoglio di chi ha condiviso e condivide la guerra in Afghanistan e la missione italiana (cioè sia il Pdl che il Pd e l’Idv), preda di una pericolosa retorica nazionalista e militarista, è falsa e ipocrita: prima mandano a morire “i nostri ragazzi” e poi piangono lacrime di coccodrillo.
La guerra in Afghanistan non è fatta per una causa nobile come “la guerra contro il terrorismo”, così come la guerra in Iraq non fu iniziata per la bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. La guerra in Afghanistan è una ignobile operazione imperialista che serve agli USA per installarsi con soldati, armamenti e basi militari in un’area del mondo di importanza strategica per i destini del mondo, in Asia centrale, ai confini della Cina e della Russia, per tentare di impedire con la forza delle armi il declino dell’impero americano e l’avvento di un mondo multipolare.
Il governo italiano deve fare solo una cosa: rispettare l’articolo 11 della Costituzione antifascista, ritirare i propri militari, schierarsi per la fine della guerra e per il ritiro di tutte le truppe di occupazione e devolvere le risorse economiche così risparmiate per la vita dei cittadini italiani e dell’umanità intera.

Leonardo Masella
Direzione nazionale del Prc

 

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“L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone”. di Antonio MazzeoÈ il cuore di una delle aree della provincia di Messina a maggiore densità eversiva e mafiosa. Barcellona Pozzo di Gotto, comune ad una quarantina di chilometri dal capoluogo dello Stretto, per affinità storiche, politiche e criminali è definita la “Corleone del XXI secolo”. Gli ultimi trent’anni hanno visto l’ascesa delle organizzazioni criminali locali ai vertici dei traffici internazionali di armi e droga; l’alleanza con i ceti borghesi dominanti ne ha garantito la capacità di penetrazione nella politica e nelle istituzioni. Amministratori e consiglieri comunali avrebbero ricevuto pesantissimi condizionamenti. Un “buco nero” nella storia della Sicilia che solo a partire dalla fine degli anni ’90 ha richiamato l’attenzione dell’Antimafia e degli organi di stampa nazionali. Poi, nel giugno 2006, quella che sembrava potesse essere una svolta per riportare legalità e agibilità democratica: l’allora prefetto di Messina, Stefano Scammacca, disponeva un’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel Comune. Sindaco è Candeloro Nania, cugino di primo grado e appartenente allo stesso partito di Domenico Nania, capogruppo al Senato di An. Ed è il Polo ad avere una maggioranza bulgara in consiglio. Per un anno quattro ispettori (il prefetto Antonio Nunziante, il vicequestore Giuseppe Anzalone, il capitano dei carabinieri Domenico Menna e il comandante della Guardia di Finanza Domenico Rotella), spulciano centinaia di delibere ed atti amministrativi ed analizzano contratti e visure camerali. La valutazione finale è unanime: troppe scelte amministrative sono state subordinate agli interessi della criminalità locale. Altrettanto unanime è la richiesta di scioglimento dell’organo elettivo. La relazione ispettiva, centoquarantasei pagine, viene inviata a Roma, ma inspiegabilmente il ministro degli Interni Giuliano Amato decide di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Amministrazione e consiglio comunale possono concludere regolarmente la legislatura e alla tornata elettorale del 2007 Candeloro Nania e il Polo si ripresentano uniti ottenendo un successo di voti e consensi ancora più consistente. La giunta bis consolida il suo potere in una città dove pure l’aria che respiri sembra stagnante; vige l’“ordinaria amministrazione” sino allo scatto di orgoglio della Commissione edilizia urbanistica che i primi giorni d’agosto di quest’anno approva definitivamente il piano particolareggiato di quello che sarà il più grande Parco commerciale dell’intera provincia di Messina. L’unico, come annunciato dai vertici di Palazzo Longano, che «sarà realizzato, in conformità alle leggi e alla pianificazione urbanistica e commerciale della Regione». Non poco in un’area dove sorgono come funghi megastore e centri commerciali, tutti in deroga o in aperta violazione alle normative in materia. Quello di Barcellona sarà un Parco di dimensioni faraoniche: le infrastrutture s’insedieranno in un’area di 184.000 metri quadri in contrada Siena, accanto al nuovo centro artigianale e al vecchio tracciato della linea ferroviaria Messina-Palermo, strategicamente integrato all’asse stradale che l’Area di Sviluppo Industriale (Asi) chiede di realizzare in collegamento con la vicina area industriale di Milazzo-San Filippo del Mela, nella prospettiva di insediare l’autoporto originariamente programmato a Milazzo. All’interno del Parco saranno insediati sei diverse strutture destinate alla grande distribuzione, una serie di locali commerciali e per il tempo libero, un parco giochi per bambini e alcuni alberghi e ristoranti. A presentare nel giugno 2007 l’ambizioso progetto, la “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), un’azienda che gestisce nel sud Italia numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market, più gli ipermercati della transnazionale francese Carrefour di Porto Bolaro (Reggio Calabria), San Cataldo (Caltanissetta), Castrofilippo (Agrigento) e Milazzo. Nel 2005 l’azienda calabrese aveva stipulato un contratto di comodato d’uso con la Dibeca S.a.s. di Barcellona, proprietaria di buona parte dei terreni di contrada Siena, con relativa promessa di vendita. La stesura del piano particolareggiato fu affidata invece all’architetto barcellonese Mario Nastasi. Nel maggio del 2008, la G.d.m. decise però di farsi da parte. «L’acquisto dei terreni della Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla stipula del contratto, sia dell’approvazione del progetto, sia del rilascio della relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita», ha spiegato Piergiorgio Sacco, presidente della società di Campo Calabro. «Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse della nostra società alla iniziativa urbanistica». Anche la non brillante esperienza del centro Carrefour di Milazzo può aver influito sulla decisione dei manager della G.s.m.: nello stesso anno, a causa della flessione delle vendite e l’assoluta deregulation del mercato, la società era stata costretta a mettere in cassa integrazione quasi la metà del personale impiegato. Poco conveniente, dunque, tentare l’apertura di un altro centro commerciale in zona. Ma a Barcellona c’è però chi la pensa in maniera differente, al punto d’impegnarsi energicamente perchè il piano concludesse positivamente l’iter istruttorio ed approdare in consiglio comunale per l’approvazione finale. Dato il dietrofront della società proponente si è dovuto ricorrere ad un escamotage: presentare una domanda di cambio di titolarità della concessione edilizia. Ci ha pensato il 5 gennaio 2009 proprio la Dibeca, proprietaria dell’area di contrada Siena. E la commissione edilizia ha fatto valere allora quella che si sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». Una “continuità” affermata pure dalla scelta della Dibeca di affidare la direzione dei lavori per il Parco commerciale all’ingegnere Santino Nastasi, fratello dell’estensore del piano particolareggiato.   Alla società barcellonese la commissione ispettiva della Prefettura di Messina aveva dedicato un intero paragrafo (il terzo) della propria relazione sulle “anomalie” amministrative dell’Ente comunale. Per insediare gli uffici dell’Acquedotto e degli Impianti Sportivi, il 18 ottobre 2001 il Comune aveva preso in locazione dalla Dibeca un immobile di Via Operai 72. L’unico contratto sottoscritto con soggetti privati, un «rapporto economico» da cui - secondo gli ispettori prefettizi - «discendono forti elementi sintomatici che contraddistinguono, in termini di permeabilità, una gestione amministrativa che sembra privilegiare, non appena gli è possibile, rapporti economici con soggetti che, direttamente o indirettamente, risultano contigui, se non intranei, ad ambienti criminali locali di natura mafiosa». L’affitto per la durata di sei anni era stato stipulato con Alessandro Cattafi, «amministratore unico della Dibeca, in sostituzione della proprietaria, Nicoletta Di Benedetto», dietro corresponsione di un canone annuo di 27.888,67 euro. Il giudizio degli ispettori è lapidario. «È da evidenziare – si legge nella loro relazione - come l’amministrazione comunale, sia al momento della stipula del contratto di locazione che durante l’intera durata del contratto stesso, non abbia esperito i dovuti accertamenti e, soprattutto, non abbia posto in essere le iniziative atte ad evitare che l’Ente locale potesse avere rapporti economici con la società gestita dai familiari di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ai sensi della Legge antimafia 575/65». Alessandro Cattafi e Nicoletta Di Benedetto sono infatti rispettivamente figlio e madre dell’avvocato «pluripregiudicato» Rosario Pio Cattafi, personaggio «ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese». E sarebbe poi bastata una capatina alla Camera di commercio per verificare come la società in questione non occultasse per nulla il dominus: alla costituzione il nome completo era infatti “Dibeca S.n.c. di Cattafi Rosario & C”, oggetto la gestione di lavori edili, stradali, marittimi e ferroviari. Sino al 1987 amministratore unico il farmacista Agostino Cattafi, fratello di Rosario, poi sindaco del comune tirrenico di Furnari (Messina). Nel dicembre 2004, la società prende invece il nome di “Dibeca S.a.s. di Corica Ferdinanda e C.”. Oggi i suoi soci sono ancora la madre del legale, Nicoletta Di Benedetto, il figlio, Alessandro, la sorella, Maria Cattafi, e Ferdinanda Corica.   Secondo l’organo ispettivo, Rosario Pio Cattafi «rappresenta una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona Pozzo di Gotto, diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano». Egli sarebbe cioè uno dei «soggetti di livello superiore» che si muovono per mediare i contatti tra i vertici di Cosa Nostra e «taluni membri delle istituzioni operanti specialmente nel settore della politica, della giustizia e delle pubbliche amministrazioni». Le vicende giudiziarie che hanno interessato il legale barcellonese sono condensate nelle motivazioni della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni, emessa nei suoi confronti dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, in epoca ampiamente antecedente alla stipula della locazione con l’ente locale. Di Cattafi vengono evidenziati in particolare i rapporti con numerosi esponenti della criminalità organizzata provinciale e regionale, con particolare riferimento a Francesco Rugolo, ai vertici del gruppo barcellonese, ucciso il 26 febbraio 1987. L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone, la moglie e la scorta il 23 maggio 1992 a Capaci. «Di assoluto rilievo sono anche i rapporti prolungati nel tempo che vedono legato Rosario Cattafi al boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo», si legge ancora nella relazione sulle infiltrazioni criminali nella vita amministrativa di Barcellona. «Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca “Santapaola”, le famiglie “Carollo”, “Fidanzati”, “Ciulla” e “Bono”». Sin da giovane Rosario Cattafi aveva militato nelle file della destra eversiva «rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi». Particolarmente rilevante la vicenda inerente le «raffiche di mitra sparate dal Cattafi in una camera della Casa dello studente nell’aprile 1973, a seguito del quale è stato tratto in arresto». Successivamente il barcellonese fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle “famiglie” mafiose siciliane. Nei primi anni ’80, Cattafi si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni svizzeri “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura di Milano interessata a verificare se dietro un viaggio del Cattafi a Saint Raffael c’era l’obiettivo di «stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con la famiglia dei Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti». Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto «non meglio chiariti» rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti. Nell’agosto del 1993 Cattafi fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed «uno dei maggiori esponenti del clan». L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi e materiale bellico, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al cittadino italo-peruviano Filippo Battaglia, di cui proprio Cattafi era stato testimone di nozze. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’operazione relativa all’autoparco Salesi di via Salomone di Milano nella quale rimasero coinvolti alcuni soggetti ritenuti legati alla criminalità organizzata lombarda e siciliana. Dopo una pesante condanna in primo grado per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco milanese. Del barcellonese si occupò poi la Procura della Repubblica di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi delle società costruttrici Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Sul suo conto i magistrati spezzini scrivono «essere inserito a pieno titolo nel commercio illegale delle armi e degli armamenti nella sua qualità di appartenente alla famiglia mafiosa capeggiata da Nitto Santapaola». Nel 1998 il barcellonese fu infine sottoposto ad indagini da parte della D.D.A. di Caltanissetta nell’ambito del procedimento riguardante i mandanti “occulti” della strage di Capaci. Anche stavolta la sua posizione fu archiviata. Nel curriculum vitae di Rosario Cattafi ci sono infine due denuncie (una in data 9 agosto 2000, l’altra il 14 luglio 2001) per violazione degli obblighi della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza; una denuncia, il 20 luglio 2001, da parte del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Barcellona, per «minaccia nei confronti di un medico e per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale di P.S.»; la revoca da parte del Prefetto di Messina della patente di guida (8 gennaio 2001). Il sindaco Candeloro Nania ha più volte ribadito che sarebbe stata la precedente giunta di centrosinistra a stipulare nel giugno 2000 il contratto di affitto con la società della famiglia Cattafi. «L’atto di affitto è stato sottoscritto materialmente il 18 ottobre 2001 dall’allora Commissario regionale, dott. Zaccone», ha replicato l’ex sindaco Pd. Negli archivi del Municipio è depositata una delibera del Consiglio comunale del 9 maggio 2000 che approvava una proposta di emendamento a firma dei capigruppo dei partiti del centrodestra che elevava a 70.000 euro il capitolo di bilancio riservato annualmente all’affitto dei nuovi locali di via Operai 72. Un regalo bipartisan che continua sino ad oggi: gli uffici comunali (e la sede locale della Croce Rossa Italiana) sono infatti ancora ospitati nello stabile di proprietà della Dibeca e centinaia di migliaia di euro sono già stati incassati dalla famiglia Cattafi. Briciole al confronto del business multimilionario che ruota attorno al mega Parco commerciale di Barcellona. Stavolta si fa veramente sul serio.

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Secondo “La Repubblica”, giornale molto vicino al Partito Democratico, le candidature siciliane di Rosario Crocetta e Rita Borsellino hanno dato “nuova Linfa” al crepuscolare Pd dell’Isola. Tuttavia, ci chiediamo: ma questi candidati, quanto potranno incidere sulla linea politica di un partito? Quanto, cioè, le loro candidature testimoniano un vero e proprio cambiamento  di rotta e quanto, invece, rappresentano solo un’operazione di maquillage politico, una “lavata di faccia”, come si dice dalle nostre parti, per coprire un’azione politica deleteria e poco progressista? Ci chiediamo questo dopo aver visto cos’ha fatto il Partito democratico in Sicilia in quest’ultimo anno: dal consociativismo a “volto scoperto” con l’MPA di Lombardo, con cui si è andati d’amore e d’accordo su un’insieme di provvedimenti (dalla legge elettorale con sbarramento negli enti locali, fino al bilancio della sanità siciliana, che ha messo tutti d’accordo sul mantenimento dei manager e sul taglio dei posti letto e reparti), fino ad accordi “trasversali” (non si possono più chiamare anomali per l’alta frequenza con cui avvengono) con pezzi del centrodestra. Così non è diventato un tabù per un sindaco in quota Pd avere l’appoggio di Alleanza Nazionale (come avviene a Terme Vigliatore ed in altri comuni del messinese), oppure per un sindaco Udc (il parito del cuffarismo, è bene ricordarlo) avere come sostegno le liste del Partito Democratico. Ma non è tutto;  Ad Enna, l’associazione “Pompeo Colajanni”, “gemella” del Partito Democratico Locale, targata Vladimiro Crisafulli, che in quel territorio fa rima con consociativismo, sarebbe destinataria di 68 mila euro dalla regione per..non si sa cosa, visto che questa associazione non sviluppa alcun tipo di attività. Farebbe piacere sapere cosa delle persone che hanno fatto della legalità e della trasparenza il loro vessillo politico pensano di tali pratiche. E, cosa più importante al fine delle loro candidature, come pensano, “personalmente”, di incidere sulla linea  del Pd siciliano? Le candidature personali, se inserite in un progetto di segno diverso, che fagocita e sclerotizza la storia individuale dei propri candidati, sono solo un’operazione di facciata tendente a nascondere l’azione politica condotta fin qui dai responsabili siciliani del Pd. Siamo sicuri che il giorno dopo delle elezioni si continuerà a praticare tra Partito Democratico e destra ogni pratica di accordo, dalle giunte locali alle scelte di politica economica che poi ricadranno sui siciliani.

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Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla CGIL di Barcellona P. G. sulla disoccupazione nella città del Longano, la percentuale dei non aventi lavoro è passata nel giro di qualche anno dal 48% al 54%. Questi dati mettono in evidenza un problema drammatico che rende solo in parte il quadro catastrofico complessivo che è oggi la situazione politica sociale economica barcellonese. Aggravare sui cittadini oltre a una cronica mancanza di lavoro ed un lavoro nero diffusissimo e sotto pagato, anche la cattiva gestione dei servizi di smaltimento e raccolta rifiuti che si è tradotta in un raddoppio delle bollette; la questione Gesenu – Ato ha più risvolti negativi: dal già citato costo delle bollette alla mancanza di pagamento degli stipendi dei lavoratori fino all’emergenza socio sanitario che si verifica ogni qualvolta questo sistema gestito da Comuni e Provincia va in tilt.Anche l’Ospedale di Barcellona P. G. sta subendo dei ridimensionamenti con la perdita di posti letto e la chiusura di reparti importanti: il nostro presidio ospedaliero più che di tagli avrebbe bisogno di risorse, investimenti e controlli sull’operato dei dirigenti sanitari.La stazione ferroviaria di Barcellona P. G. non viene meno a questo quadro a tinte fosche: dopo essere stata privata inizialmente dello scalo merce trasferito a Giammoro adesso è stata definitivamente meccanizzata con conseguente taglio di posti di lavoro, oltre che collegamenti con altre città della Provincia e non solo, creando disagi a chi si sposta per lavoro o per studio.Si potrebbe proseguire parlando della mancata realizzazione del teatro Mandanici, l’eterna opera incompiuta, con una bassa qualità della vita dovuta all’assenza di spazi verdi e luoghi di ritrovo adeguati, ma preferiamo fermarci qui………In tutto ciò l’Amministrazione Nania che governa a Barcellona insieme alla destra che occupa tutti gli spazi di potere, dalla Provincia fino al Governo nazionale, ha altre priorità. Si pensa alla costruzione di un aeroporto, mentre basta un lieve temporale per isolare i collegamenti con i comuni vicini; si pensa alla costruzione del ponte sullo stretto mentre si chiude la stazione ferroviaria. Gli uomini della destra al governo ovunque pensano a gestire i loro affari privati a discapito del bene pubblico con le conseguenze sopra descritte.Come Rifondazione Comunista, Circolo Ottobre Rosso di Barcellona P. G. crediamo che i piani di intervento siano: lotta alla precarietà sempre e ovunque con una politica del lavoro che limiti sempre di più da parte degli Enti di governo locali l’uso di contratti atipici; potenziamento dei collegamenti locali e delle “ piccole opere “ in grado di far fronte ai disagi creati dalla mancanza di vie di comunicazioni sul territorio; una nuova politica di intervento pubblico che crei lavoro e servizi.

I segnali positivi sul territorio sono emersi da parte della cittadinanza con la massiccia partecipazione all’iniziativa antiracket: si tratta ora di trasformare delle buone intenzioni in realtà politiche.

Barcellona Pozzo di Gotto, 02/05/2009

 

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Nella notte tra giovedì 16 Aprile e venerdì 17 mani ignote ed infami hanno strappato, bruciato ed esposto in una piazza frequentata da molti giovani (piazza Trento) le bandiere esposte nel balcone del nostro Circolo. Questo non è un atto isolato: segue una serie di attentati, intimidazioni, rappresaglie che nella Città del Longano vengono perpetuate per “normalizzare” la situazione politica e mettere nell’angolo “l’anomalia” di questo partito, comunista e frequentato da molti giovani, che, senza compromessi e sempre a testa alta, da alcuni anni a questa parte sta conducendo una seria e coerente, per alcuni fastidiosa, attività politica sul proprio territorio.  A tal proposito, riguardando le foto lugubri delle nostre bandiere, vorremmo rispondere agli autori ed ai mandanti di tali atti: non scenderemo mai al vostro barbaro livello. Se qualcuno vuol fare della politica cittadina una mega rissa tra opposte fazioni, rimarrà deluso: la nostra risposta sarà politica. Ad altri il compito di vigilare su questi atti di inciviltà. Circolo “Ottobre Rosso” Rifondazione Comunista- Barcellona Pozzo di Gotto 

Barcellona P.G.    20/04/09

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di Dino Greco

 Liberazine

Oltre tre milioni di lavoratori e di lavoratrici, partecipando in massa al referendum indetto dalla Cgil, hanno dimostrato di non volersi piegare ad una pratica sindacale che li espropria del diritto di decidere con il voto su questioni destinate a incidere profondamente sulla loro condizione di vita e di lavoro. Questo è il primo, fondamentale messaggio che emerge prepotentemente dalla consultazione sul nuovo modello contrattuale sottoscritto da Cisl, Uil ed Ugl con la Confindustria. Una così cospicua adesione manda a dire che fa i conti senza l’oste chi pensa che un accordo consumato nella rottura sindacale e nell’assenza di qualsivoglia rapporto con coloro che ne sono i destinatari, possa chiudersi senza contraccolpi. Fuor di retorica, l’Italia del lavoro, pur tramortita da una crisi che sta falcidiando occupazione e redditi, pur indebolita dal ricorso a dosi massicce di cassa integrazione, licenziamenti, processi di delocalizzazione reali o minacciati, non si è rassegnata a subire passivamente l’espugnazione di ogni diritto, non è stata ridotta - come molti auspicavano ed altri temevano - alla passività e al silenzio.
E questo riaccende una speranza. Per le sorti del lavoro e della stessa democrazia. Il secondo segnale, non meno importante, riguarda il fatto che quell’intesa clandestinamente pattuita da sindacati che hanno ormai manifestamente rinunciato ad una autonoma rappresentanza del lavoro, è stata solennemente ripudiata nel merito. Vale a dire per ciò che afferma, per la vulnerazione irreversibile del contratto nazionale di lavoro, per la cronicizzazione del sottosalario che è intrinsecamente connessa al modello pattuito, per l’immiserimento della stessa contrattazione di secondo livello, ridotta ad una variabile dipendente della redditività di impresa, per il sistema derogatorio che rende labile e revocabile ogni diritto conquistato. E, non ultimo, per la comprensione che le nuove regole, nell’imbalsamare ogni autonomo potere negoziale del sindacato e delle Rsu, rappresentano il misconoscimento di ogni soggettività del lavoro. Che la risposta sia stata poi di queste stupefacenti proporzioni è cosa che restituisce speranza e stimolo a tutto il sindacalismo non corrivo con la prepotenza padronale: uno sprone ad essere sino in fondo all’altezza della sfida che i lavoratori sembrano voler raccogliere. Un’ultima cosa. Vedrete che in queste ore il governo - interessato sensale della edificazione di un modello sociale neocorporativo, funzionale allo scardinamento istituzionale preannunciato da Berlusconi - rinnoverà il consunto repertorio di contumelie contro la Cgil. Ma vedrete anche che i padroni, come sempre molto attenti ai rapporti di forza, valuteranno per bene sino a che punto conviene loro spingersi. Ancora una volta, saranno l’intensità e la continuità della lotta a decidere. A partire da sabato prossimo. Sette anni fa, una grande risposta operaia fu capace di fermare l’attacco all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Malgrado un governo ostile ed un accordo separato che di quel diritto faceva strame. Da quel sussulto prese poi corpo un possente movimento di popolo che riuscì ad alimentare speranze di grande cambiamento politico e sociale. E’ noto come esse furono poi in gran parte deluse. Ma non è detto che non ci si possa riprovare. Lavorando per un esito diverso.

 

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Sabato 21 Marzo corrente anno, nei locali dell’Arci di Furnari, la festa organizzata dal circolo Ottobre Rosso- Rifondazione Comunista di Barcellona P.G. è stata interrotta alle 12.30 dall’intervento massiccio delle forze dell’ordine che facevano irruzione nei locali dell’Arci, interrompendo musica e momenti di socialità. L’intervento in gran numero dei carabinieri – fuori dai locali erano parcheggiate 5 jeep appartenenti all’Arma – sembrava un vero e proprio blitz, risoltosi in un niente di fatto, in quanto nessuno dei partecipanti, dopo che l’Arma ha preso i nominativi di tutti i presenti in quel momento nel locale, apparteneva a reti terroristiche o cosche mafiose. Il blitz si è risolto, quindi, col risultato di ribadire che alle nostre feste non si fanno riti satanici, massonici, orge o droga party. C’è però da dire che, come partito,come forza politica, paghiamo il pregiudizio di chi crede che i comunisti siano tutti dei drogati, dei poco di buono, e questo lo avvertiamo proprio in questo genere di pressioni. L’unico risultato ottenuto da questo intervento è stato quello del danno d’immagine,  verso di noi e verso quei ragazzi che partecipano alle nostre iniziative, facendo credere chissà cosa a chi ci conosce appena o solo superficialmente. Ci deprime pensare che lo scorso sabato sera, mentre quel gran numero di carabinieri era presente a Furnari a chiedere i documenti a dei ragazzini di 14 anni e poco più, intere zone erano scoperte dalla presenza vigile delle forze dell’Ordine. E ci deprime pensare che la parte politica opposta gode di trattamenti diametralmente opposti ai nostri da parte degli stessi. Così come, proprio il sabato sera, non si pensa mai a fare dei “blitz” in discoteche della zona, magari per controllare cosa succede. Come circolo, speriamo soltanto che questo intervento così vistoso non sia per demoralizzare noi, partito Rosso e Controcorrente in una marea nera e conformista, che recentemente ha ribadito l’interesse della mafia barcellonese sull’affare Ponte sullo stretto. Ci auguriamo che lo stesso trattamento riservatoci dall’Arma venga preso anche verso criminali, mafiosi, corrotti e tutta la bella risma che agisce sul nostro territorio. Circolo Ottobre Rosso Rifondazione Comunista- Barcellona Pozzo di GottoBarcellona P.G. 23/03/2009                                      

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Come Circolo Ottobre Rosso – Rifondazione Comunista – condividiamo l’appello lanciato, tramite lettera aperta, dai sacerdoti di Barcellona P.G. Crediamo che i principi della difesa della nostra terra, della valorizzazione, del senso comunitario di ricerca del bene comune e delle soluzioni  collettive ai problemi contrapposto ai modelli individuali di ricerca del profitto a discapito del prossimo, non siano solo delle frasi da pronunciare la domenica, ma modi di vivere e di agire sul territorio, sempre. Bisogna con coerenza perseguire quanto detto in questa lettera: bisogna spezzare il “clientelismo umiliante” praticato da politici locali per la gestione del potere. E questo va portato avanti con coerenza dai nostro politici, specie sotto campagna elettorale. Inoltre, la nascita del movimento antiracket è un evento che potremmo definire storico per il nostro Comune: queste energie non vanno disperse o strumentalizzate. Crediamo che vadano rafforzate, attraverso una cultura della legalità nelle scuole e nei centri di socializzazione; si creino legami forti con la lotta al lavoro nero, alla speculazione, al precariato, all’emigrazione, allo sfruttamento abusivo del territorio: a tal fine crediamo giusto far spazio al lavoro dei sindacati sul territorio. I primi raggi di sole primaverile iniziano a splendere su Barcellona P.G.  

Circolo Ottobre Rosso – Partito della Rifondazione Comunista Barcellona P.G.  

Barcellona Pozzo di Gotto, lì 24/03/09   

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Interrogazione del consigliere di Rifondazione Andaloro. Risposta in aula dell’Assessore provinciale Bisignano: quanto è stato fatto fino ad oggi e le prossime mosse per evitare il commissariamento

da www.tempostretto.it

Negli ultimi mesi qualche passo avanti è stato fatto, ma appare ancora distante l’effettiva operatività di un sistema idrico integrato nella provincia di Messina. Ritardi lunghi anni e costati parecchi euro all’Ente di via Cavour, mentre oggi l’Amministrazione Ricevuto prova a premere sull’accelleratore per cercare di scongiurare il rischio commissarimento della gestione delle acque che pende sulla testa dei comuni del Messinese. Un’interrogazione sull’argomento, presentata dal consigliere provinciale Francesco Andaloro lo scorso ottobre 2008, è stata discussa oggi in aula alla presenza dell’assessore alle Partecipate Michele Bisignano (nella foto).

La costituzione dell’Ato 3 idrico della Provincia di Messina è stata stabilita nell’Agosto del 2001 dal Presidente della Regione Siciliana e nello stesso anno il Consiglio Provinciale scelse la convenzione di cooperazione tra gli enti locali appartenenti all’Ato 3 e la Provincia, come forma di accordo (oggi si punta al Consorzio), con l’assemblea dei sindaci dei 108 comuni delegata ad organo decisionale. Da allora però, poche le riunioni valide in virtù della carenza del numero legale, anche se nella seconda parte del 2008, grazie all’impegno del presidente Nanni Ricevuto, si sono tenute tre sessioni che hanno portato anche a deliberazioni importanti. Ma cinque anni di silenzio non possono essere superati con un po’ di baccano, soprattutto se mentre tutto risultava fermo, il personale che costituisce l’Ato idrico percepiva uno stipendio senza che nessun servizio effettivo venisse erogato. Paradossi posti come quesiti dall’esponente di Rifondazione comunista Andaloro all’assessore Bisignano: “A quanto ammontano le spese annuali per i componenti del Consiglio d’Amministrazione dell’Ato 3 e per la Segreteria tecnico operativa dello stesso? Quanti e quali sono i Comuni che non hanno ancora versato le quote di propria spettanza? Se siano stati nominati i relativi Revisori dei Conti e, in caso affermativo, a quanto ammonta la cifra spesa per questo organismo? Quale programma ha l’Amministrazione Provinciale in relazione alla gestione dell’acqua, bene primario che non può essere dato in gestione a privati, poiché ciò comporterebbe un aumento indiscriminato delle tariffe come già verificatosi con l’Ato Rifiuti Solidi Urbani?”

Bisignano ha risposto punto per punto alle varie domande poste dal consigliere dell’opposizione, cominciando dalla struttura organizzativa: “Non esiste un consiglio d’amministrazione mentre c’è una Segreteria tecnico operativa, prevista dalla legge Galli, il cui personale è legato per la maggior parte ai comuni. Ma ne fanno parte anche due tecnici della Provincia che si occupano di informatica. Personale che tra l’altro è stato già ridotto e dovrebbe presto passare a 6 unità. Poi ci sono i due dirigenti ‘necessari’ per dare esecutività alle scelte dell’assemblea. Interrotto il rapporto con coloro che sono rimasti in carica per cinque anni fino al 2008, - c’è in atto un ricorso - fino al 31 marzo 2009 sono stati designati Carditello e Sidoti”.

I numeri: “Molti comuni dopo il versamento iniziale, datato 2003-2004, non hanno più versato. Secondo una stima stilata dal commissario ad acta Mario Cassarà, i comuni morosi dovrebbero versare oltre 4 milioni di euro dal 2003 al 2008. Somma che la Provincia Regionale ha fin qui anticipato”. Per procedere alla riscossione dei debiti, ha poi spiegato Bisignano, sarà necessario procedere alla nomina dei Revisori dei Conti. Nomina che non è mai arrivata nel corso degli anni, né da parte dell’assemblea né dai vari commissari che si sono susseguiti. Alla mancata nomina dei Revisori è legata anche la mancata approvazione dei bilanci, che non consente di rivolgersi ai comuni per chiedere le quote non versate. Sarà questo il prossimo punto all’ordine del giorno dell’assemblea dei sindaci, con a seguire l’affidamento del servizio idrico integrato.

A riguardo è stato ricordato che per l’affidamento del servizio era stata decisa la strada della società in house, gestita con capitale pubblico, la “Messinacque Spa”. Al momento dell’approvazione della concessione però, solo 72 comuni su 108 erano risultarono presenti in una votazione che richiedeva l’unanimità. Dunque attualmente la società risulta non operativa, ma non è stata fatta alcuna delibera di revoca.

“Il presidente della Provincia non può fare da solo - ha commentato infine Bisignano. Anche i sindaci devono fare la loro parte. Piani d’ambito? Si deve capire che il piano d’ambito è unico”. E sul commissariamento: “La relazione dettagliata sulla ripresa dei lavori presentata dalla Provincia all’assessorato regionale ai Lavori Pubblici, ha per il momento bloccato questa ipotesi. Ma bisogna fare in fretta per evitare questo rischio”.

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