Il nostro cordoglio e la nostra solidarietà alle famiglie delle vittime della guerra in Afghanistan sono reali e sentiti, perché noi proponiamo l’unica cosa che avrebbe salvato la vita ai soldati italiani: ritirarli dalla guerra. Invece la solidarietà e il cordoglio di chi ha condiviso e condivide la guerra in Afghanistan e la missione italiana (cioè sia il Pdl che il Pd e l’Idv), preda di una pericolosa retorica nazionalista e militarista, è falsa e ipocrita: prima mandano a morire “i nostri ragazzi” e poi piangono lacrime di coccodrillo.
La guerra in Afghanistan non è fatta per una causa nobile come “la guerra contro il terrorismo”, così come la guerra in Iraq non fu iniziata per la bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. La guerra in Afghanistan è una ignobile operazione imperialista che serve agli USA per installarsi con soldati, armamenti e basi militari in un’area del mondo di importanza strategica per i destini del mondo, in Asia centrale, ai confini della Cina e della Russia, per tentare di impedire con la forza delle armi il declino dell’impero americano e l’avvento di un mondo multipolare.
Il governo italiano deve fare solo una cosa: rispettare l’articolo 11 della Costituzione antifascista, ritirare i propri militari, schierarsi per la fine della guerra e per il ritiro di tutte le truppe di occupazione e devolvere le risorse economiche così risparmiate per la vita dei cittadini italiani e dell’umanità intera.

Leonardo Masella
Direzione nazionale del Prc

 

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Da mesi i precari della scuola, docenti e ATA, si stanno mobilitando per la difesa del diritto al lavoro e della qualità dela scuola della Repubblica.
Sul Governo grava la responsabilità di tagli feroci che mirano a distruggere la scuola pubblica a tutto vantaggio delle scuole private.
A farne le spese sono i precari, licenziati in tronco dopo anni di servizio, gli insegnanti tutti, costretti a lavorare in aule sovraffollate e in condizioni impossibili, gli studenti, ai quali nella sostanza si nega il diritto costituzionale all’istruzione.

Lo stesso Governo artefice del massacro sociale e civile a danno della scuola in questi giorni sta dando luogo alla messinscena dei cosiddetti “contratti di disponibilità”.
Una vera e propria truffa che punta alla pacificazione in cambiio di pochi spiccioli, che discrimina tra precari di serie A e di serie B, che produce trattamenti diversi tra precari di diverse regioni, che non da alcuna risposta né sul piano dell’occuazione né su quello della qualità della scuola.
Rifondazione Comunista chiede perciò che gli assessori regionali al Lavoro e all’Istruzione abbandonino questa strada e si impegnino concretamente a sostenere le rivendicazioni dei precari per il ritiro dei tagli, il ripristino dei finanziamenti alla scuola statale e l’assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti.
Nell’immediato, il PRC chiede che venga garantito il lavoro a tutti i docenti e gli ATA licenziati attraverso la costituzione nelle scuole di un organico funzionale, necessario per ripristinare gli standard qualitativi pregiudicati dagli interventi del governo.

Le Regioni non devono rendersi complici dell’inganno dei contratti di disponibilità.
La solidarietà con i precari della scuola richiede posizioni nette e atti concreti.

 
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Dipartimento Nazionale Scuola

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  Agosto 19, 2009

Tratto da http://www.affaritaliani.it/politica/ferrero-rifondazione-comunista-manager-innse-francia-crisi170809.html

“Costruire una federazione della sinistra di alternativa, al contrario delle scissioni fatte da Vendola”

Lunedí 17.08.2009 22:54

“Per noi il problema è riuscire a rendere la questione sociale centrale… anche se per farlo serve mettere sotto chiave un manager”. Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, sceglie Affaritaliani.it per annunciare la svolta autunnale nelle forme di lotta della sinistra radicale. “Bisogna imparare dai francesi”.
 
“Dobbiamo lavorare per costruire il conflitto sociale. Non solo manifestazioni di piazza, ma bisogna anche rendere più incisive le lotte perché Berlusconi sta prendendo in giro l’Italia. Abbiamo la peggiore performance e lui sta continuando a non fare nulla per uscire dalla crisi e per aiutare i lavoratori. Stiamo perdendo una barca di posti di lavoro e il governo non sta facendo nulla. Quindi l’unico modo è farsi sentire con metodi molto più forti. Quelli dell’Innse hanno detto che cosa bisognava fare e in parte occorre imparare anche dai francesi”.
 
Il leader del Prc non usa mezzi termini e parla apertamente delle “forme di lotta che riescano ad attirare l’attenzione dei media sul problema sociale e a obbligare le aziende a contrattare“. Rapimento dei manager come è accaduto in Francia? “Non mi sembra che abbiano rapito nessuno… li hanno chiusi in un sottoscala o in una stanza”.
 
L’ex ministro della Solidarietà Sociale spiega: “Siccome quando ci sono 100mila persone in piazza i mass media spesso non fanno nemmeno il passaggio al telegiornale - invece si parla del colore delle mutande di Berlusconi o delle stupidaggini della Lega che ne spara una al giorno (molto meno rilevanti del dramma sociale di centinaia di migliaia di persone che perdono il posto di lavoro) - noi ci impegneremo a far risultare le forme di lotta evidenti almeno quanto le stupidaggini di Calderoli. Perché l’assenza di democrazia passa anche da qui. Per noi il problema è riuscire a rendere la questione sociale centrale… anche se per farlo serve mettere sotto chiave un manager”.
 
Ferrero parla anche dei problemi della sinistra comunista e radicale. “Bisogna costruire una federazione della sinistra di alternativa tra tutte le forze politiche, sociali e culturali che ci sono. Quindi dare un segno di unità, al contrario delle scissioni fatte da Vendola”.

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QUESTO DICEVANO DEGLI ITALIANI NEL 1912 NEGLI STATI UNITI

Immigrati italiani in Usa

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".
La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione."

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912
FONTE: RAINEWS 24

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di Dino Greco

 Liberazine

Oltre tre milioni di lavoratori e di lavoratrici, partecipando in massa al referendum indetto dalla Cgil, hanno dimostrato di non volersi piegare ad una pratica sindacale che li espropria del diritto di decidere con il voto su questioni destinate a incidere profondamente sulla loro condizione di vita e di lavoro. Questo è il primo, fondamentale messaggio che emerge prepotentemente dalla consultazione sul nuovo modello contrattuale sottoscritto da Cisl, Uil ed Ugl con la Confindustria. Una così cospicua adesione manda a dire che fa i conti senza l’oste chi pensa che un accordo consumato nella rottura sindacale e nell’assenza di qualsivoglia rapporto con coloro che ne sono i destinatari, possa chiudersi senza contraccolpi. Fuor di retorica, l’Italia del lavoro, pur tramortita da una crisi che sta falcidiando occupazione e redditi, pur indebolita dal ricorso a dosi massicce di cassa integrazione, licenziamenti, processi di delocalizzazione reali o minacciati, non si è rassegnata a subire passivamente l’espugnazione di ogni diritto, non è stata ridotta - come molti auspicavano ed altri temevano - alla passività e al silenzio.
E questo riaccende una speranza. Per le sorti del lavoro e della stessa democrazia. Il secondo segnale, non meno importante, riguarda il fatto che quell’intesa clandestinamente pattuita da sindacati che hanno ormai manifestamente rinunciato ad una autonoma rappresentanza del lavoro, è stata solennemente ripudiata nel merito. Vale a dire per ciò che afferma, per la vulnerazione irreversibile del contratto nazionale di lavoro, per la cronicizzazione del sottosalario che è intrinsecamente connessa al modello pattuito, per l’immiserimento della stessa contrattazione di secondo livello, ridotta ad una variabile dipendente della redditività di impresa, per il sistema derogatorio che rende labile e revocabile ogni diritto conquistato. E, non ultimo, per la comprensione che le nuove regole, nell’imbalsamare ogni autonomo potere negoziale del sindacato e delle Rsu, rappresentano il misconoscimento di ogni soggettività del lavoro. Che la risposta sia stata poi di queste stupefacenti proporzioni è cosa che restituisce speranza e stimolo a tutto il sindacalismo non corrivo con la prepotenza padronale: uno sprone ad essere sino in fondo all’altezza della sfida che i lavoratori sembrano voler raccogliere. Un’ultima cosa. Vedrete che in queste ore il governo - interessato sensale della edificazione di un modello sociale neocorporativo, funzionale allo scardinamento istituzionale preannunciato da Berlusconi - rinnoverà il consunto repertorio di contumelie contro la Cgil. Ma vedrete anche che i padroni, come sempre molto attenti ai rapporti di forza, valuteranno per bene sino a che punto conviene loro spingersi. Ancora una volta, saranno l’intensità e la continuità della lotta a decidere. A partire da sabato prossimo. Sette anni fa, una grande risposta operaia fu capace di fermare l’attacco all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Malgrado un governo ostile ed un accordo separato che di quel diritto faceva strame. Da quel sussulto prese poi corpo un possente movimento di popolo che riuscì ad alimentare speranze di grande cambiamento politico e sociale. E’ noto come esse furono poi in gran parte deluse. Ma non è detto che non ci si possa riprovare. Lavorando per un esito diverso.

 

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Sabato 21 Marzo corrente anno, nei locali dell’Arci di Furnari, la festa organizzata dal circolo Ottobre Rosso- Rifondazione Comunista di Barcellona P.G. è stata interrotta alle 12.30 dall’intervento massiccio delle forze dell’ordine che facevano irruzione nei locali dell’Arci, interrompendo musica e momenti di socialità. L’intervento in gran numero dei carabinieri – fuori dai locali erano parcheggiate 5 jeep appartenenti all’Arma – sembrava un vero e proprio blitz, risoltosi in un niente di fatto, in quanto nessuno dei partecipanti, dopo che l’Arma ha preso i nominativi di tutti i presenti in quel momento nel locale, apparteneva a reti terroristiche o cosche mafiose. Il blitz si è risolto, quindi, col risultato di ribadire che alle nostre feste non si fanno riti satanici, massonici, orge o droga party. C’è però da dire che, come partito,come forza politica, paghiamo il pregiudizio di chi crede che i comunisti siano tutti dei drogati, dei poco di buono, e questo lo avvertiamo proprio in questo genere di pressioni. L’unico risultato ottenuto da questo intervento è stato quello del danno d’immagine,  verso di noi e verso quei ragazzi che partecipano alle nostre iniziative, facendo credere chissà cosa a chi ci conosce appena o solo superficialmente. Ci deprime pensare che lo scorso sabato sera, mentre quel gran numero di carabinieri era presente a Furnari a chiedere i documenti a dei ragazzini di 14 anni e poco più, intere zone erano scoperte dalla presenza vigile delle forze dell’Ordine. E ci deprime pensare che la parte politica opposta gode di trattamenti diametralmente opposti ai nostri da parte degli stessi. Così come, proprio il sabato sera, non si pensa mai a fare dei “blitz” in discoteche della zona, magari per controllare cosa succede. Come circolo, speriamo soltanto che questo intervento così vistoso non sia per demoralizzare noi, partito Rosso e Controcorrente in una marea nera e conformista, che recentemente ha ribadito l’interesse della mafia barcellonese sull’affare Ponte sullo stretto. Ci auguriamo che lo stesso trattamento riservatoci dall’Arma venga preso anche verso criminali, mafiosi, corrotti e tutta la bella risma che agisce sul nostro territorio. Circolo Ottobre Rosso Rifondazione Comunista- Barcellona Pozzo di GottoBarcellona P.G. 23/03/2009                                      

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Il diritto di sciopero è un diritto fondamentale previsto dalla Costituzione, basata, non a caso sul

lavoro. Lo sciopero è uno strumento che serve a tutelarsi da chi ha il potere: i padroni ed il governo stesso.

I lavoratori non vi ricorrono allegramente come vuol far crede il governo: ci rimettono i già magri salari.

Contro il diritto di sciopero sono intervenute varie leggi: non per regolamentarlo ma per renderlo

inefficace ed inutile. A tal fine ha operato anche la cosiddetta Commissione di Garanzia.

Confindustria e Governo hanno sempre voluto allontanare la possibilità di scioperare dal

momento in cui nasceva il bisogno da licenziamenti, riorganizzazioni aziendali, privatizzazioni, cattivo

andamento delle trattative aziendali. Ciò al fine di vanificarne l’efficacia e l’utilità e scoraggiare i

lavoratori.

I dati mettono in evidenza che gran parte degli scioperi sono indetti per crisi e ristrutturazioni

aziendali, per il non rispetto di accordi stipulati, per contratti non rinnovati da tempo. La colpa è dunque

delle controparti private e pubbliche. Motivo per cui tendono a restringere il diritto.

ORA Il GOVERNO INTERVIENE ANCHE PER TUTELARE I SINDACATI COMPLICI: CISL,

UIL, UGL con cui hanno siglato il nuovo modello contrattuale che prevede la riduzione di salari e

stipendi, la deroga in peggio al contratto nazionale, la sospensione dei conflitto proprio durante le

trattative, l’arbitrato e la conciliazione obbligatoria .

A questo serve il referendum preventivo: ci voglio mesi per poter dichiarare lo sciopero e lo

sciopero virtuale. Ciò avviene per altro mentre le aziende sono sempre più aggressive e autoritarie,

soprattutto quelle pubbliche e dei servizi privatizzati ed esternalizzati.

ORA TOCCA ALLE LAVORATRICI E AI LAVORATORI PUBBLICI

DOMANI TOCCHERA’ A TUTTI!

DIFENDERE IL DIRITTO DI SCIOPERO PER DIFENDERE

OCCUPAZIONE, SALARI, PENSIONI

www.rifondazione.it

www.rifondazionemessina.it

www.gcbarcellona.netsons.org

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di Paolo Ferrero

Ottantantotto anni fa nasceva a Livorno il partito Comunista d’Italia, sezione dell’internazionale comunista. Dopo la sconfitta del biennio rosso e del movimento di occupazione delle fabbriche, l’incapacità del partito Socialista di dirigere positivamente il movimento di massa veniva sancito da questa rottura. Il movimento operaio italiano non nasceva in quel passaggio, ma li si decise una svolta, si decise il cambiamento del nome: da li in poi, anche in Italia, i rivoluzionari si sarebbero chiamati comunisti. Il cambio del nome nacque dalla necessità di distinguersi dai partiti socialisti. Questi erano stati travolti; prima dall’incapacità di tenere una posizione autonoma dalle varie borghesie nazionali nella gigantesca carneficina che fu la prima guerra mondiale; poi dall’incapacità a definire uno sbocco rivoluzionario alla crisi post bellica. I partiti socialisti si erano rivelati una guida fallimentare per i lavoratori e così, i rivoluzionari, dopo la vittoria in Russia, decisero di segnare nettamente la differenza, addirittura con il cambio del nome.

Quaranta anni fa Jan Palach si dava fuoco in piazza Venceslao a Praga per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Quel’invasione, che seguiva di 12 anni l’invasione dell’Ungheria, metteva la parola fine alla primavera di Praga. Chiudeva brutalmente il più importante tentativo di autoriforma avvenuto nei paesi a socialismo reale. I sistemi politici nati con la rivoluzione russa evidenziavano in modo drammatico di essere entrati in contraddizione totale con le aspirazioni che li avevano generati. La speranza di trasformazione sociale che il comunismo aveva portato al punto più alto nel mondo moderno, con una rivoluzione che aveva sovvertito completamente l’ordine sociale, veniva annichilita sotto i cingoli dei carri armati.

Per questo il nostro partito oggi si chiama Partito della Rifondazione Comunista. Perché ci sentiamo in piena sintonia con quei rivoluzionari che assaltarono il palazzo d’inverno e che diedero vita al Partito Comunista d’Italia e perché siamo consapevoli che i sogni e le speranze di quei rivoluzionari sono stati negati, calpestati ed offesi a Praga, a Bucarest come a Berlino nel 1953. Rifondazione Comunista, due termini che si sostengono e si qualificano a vicenda. L’uno senza l’altro perdono di significato, non possono esprimere il senso del nostro progetto,sono muti. Rifondazione Comunista non è solo il nome del partito ma il nostro progetto strategico: rendere attuale il comunismo attraverso il suo processo di rifondazione, che matura e cresce interagendo con le soggettività antagoniste.

Da qui ripartiamo oggi. Nella consapevolezza che gli ultimi tempi il progetto della rifondazione comunista è stato pesantemente attaccato e messo in discussione da chi ha proposto di abbandonare ogni riferimento al Comunismo. La rifondazione senza il comunismo non è l’approdo naturale della nostra storia ma la negazione radicale della nostra ragione di esistenza. La rifondazione senza il comunismo è la pura riedizione dell’occhettismo, cioè l’innovazione senza principi e la perdita di ogni autonomia politica.

Ricordiamo quindi oggi quel lontano 21 gennaio 1921, nella piena consonanza di ideali e di propositi, per proporre il rilancio del progetto della rifondazione comunista. Questo non avviene nel vuoto pneumatico, non avviene nel cielo delle ideologie; avviene nel bel mezzo di una gravissima crisi economica che mostra, una volta di più, il volto distruttivo del capitalismo. Quella in cui siamo entrati è una crisi pesantissima, che durerà a lungo e che cambierà profondamente il nostro modo di vivere. E’ una crisi “costituente” in cui si intrecciano crisi economica, crisi sociale e crisi della politica. Il parallelo storico che salta agli occhi è quello con la Germania della repubblica di Weimar, in cui identità sociali e politiche consolidate si sfaldarono e il disagio e le paure sociali vennero egemonizzate dalla barbarie razzista.

Ricostruire una speranza. Ricostruire un efficace conflitto di classe, forme di solidarietà e di mutualismo, evitare le guerre tra i poveri. Far vivere nel conflitto la lotta per le libertà e per l’eguaglianza. Prospettare una uscita da sinistra da questa crisi, in termini di intervento pubblico per la ristrutturazione ambientale e sociale dell’economia e di redistribuzione del reddito e del potere. Queste sono le sfide a cui dobbiamo saper rispondere nella costruzione dell’opposizione. Non si tratta di proseguire come ieri. Rifondazione Comunista non si salva conservandola ma spendendola nella capacità di dare una risposta alla crisi, sommando spirito unitario e determinazione, nella forte sintonia che ci lega alle esperienze latinoamericane. Il Partito Comunista Italiano seppe costruire il suo ruolo e la sua ragion d’essere politica nella lotta partigiana, nell’abbattimento del regime fascista e nella costruzione della democrazia in Italia. Noi oggi vogliamo rilanciare il nostro progetto di rifondazione comunista nella capacità di dare una risposta, in basso a sinistra, a questa crisi.

www.rifondazione.it

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giovedì 08 gennaio 2009

Il decreto Legge 180, una delle più grandi beffe della storia della ricerca e dell’alta formazione in Italia, è stato convertito in legge. È stato approvato a maggioranza senza modifiche e in maniera autoritaria, cioè privando il Parlamento della possibilità di discuterne il merito. Così un governo reazionario risponde a mesi di mobilitazioni democratiche e di massa, cioè rifiutando il confronto con chi materialmente è destinato a subire le conseguenze di un provvedimento legislativo.

di Fabio de Nardis, Responsabile Nazionale Università e Ricerca Prc-Se 

 

 

Sull’Università si matura dunque la crisi della democrazia rappresentativa che mostra il suo lato élitista. Come fu per il decreto legge 112, poi legge 133, il governo fa approvare il provvedimento in fretta e furia durante un periodo di feste, quando le aule sono deserte e il popolo dell’Università non può esprimere la sua opposizione democratica.


Il 5 gennaio, un giorno prima dell’Epifania, il ministro per i rapporti con il Parlamento ha posto, a nome del Governo, la questione di fiducia sull’approvazione del decreto, consapevole che una discussione attenta ne avrebbe mostrato le contraddizioni imponendone uno stravolgimento. Si rivendicano norme contro il nepotismo e le baronie, ma in realtà nulla si toglie al localismo concorsuale che genera o quantomeno sollecita certi elementi di devianza. Si riproduce di fatto il blocco dei concorsi limitandosi a posticipare i tagli al finanziamento pubblico che peseranno come un macigno sul bilancio degli atenei italiani. Per l’ennesima volta le deficienze amministrative e gestionali delle Università italiane verranno fatte ricadere sulle spalle degli studenti, che si vedranno ristretti gli spazi del diritto allo studio, e dei ricercatori precari, ai quali si promette più precarietà e meno garanzie.


Nel frattempo rimane incerto il futuro dei concorsi già banditi che avrebbero garantito la collocazione in ruolo di 1800 docenti, tra ricercatori, associati e ordinari, a causa di un cambio in itinere delle regole del gioco attraverso una modifica tutta propagandistica dei regolamenti concorsuali, perlopiù di impossibile applicazione, che lasciano presagire un’ondata di ricorsi al TAR. Rimane infatti nelle commissioni il membro locale nominato dalle facoltà banditrici mentre gli altri commissari saranno sorteggiati da una rosa comunque eletta, dunque inquinata da pratiche poco trasparenti, in un numero che in molti casi è superiore all’effettiva disponibilità di ordinari eleggibili.


Se i tagli venissero cancellati, ma così non è, sarebbe quantomeno interessante la riduzione posta ai limiti sul turn over con il vincolo del 60% delle risorse da destinare a concorsi per il reclutamento di nuovi ricercatori. Ma consentire alle Università “virtuose” di utilizzare quelle risorse anche per contratti precari vuol dire regalare agli Atenei un nuovo strumento di ricatto e precarizzazione riducendo i posti in ruolo. Le Università preferiranno bandire concorsi per contratti a termine che non vengono contabilizzati all’interno di quel famigerato 90% dei costi per il personale sul fondo di finanziamento ordinario che serve a stabilire il livello di “virtuosità” degli atenei.

Insomma. Tranne qualche spicciolo destinato a finanziarie borse di studio e nuove residenze per gli studenti, la nuova legge del Governo Berlusconi si configura come una presa per i fondelli che non dice nulla sui problemi strutturali dell’Università, anzi li peggiora. Diritto allo studio, precarietà della ricerca, trasparenza dei concorsi, valutazione seria della qualità della produzione scientifica e dell’offerta didattica degli atenei. Su nulla di tutto ciò la nuova legge sembra offrire risposte concrete. Per questa ragione Rifondazione Comunista, nell’ambito di un salto di qualità nelle attività di movimento, annuncia una campagna di mobilitazioni per una Università che sia veramente un luogo di emancipazione sociale attraverso il libero accesso alla conoscenza e a una ricerca libera dal ricatto della precarietà e dal condizionamento dei mercati. Il tutto sarà connesso a una più ampia battaglia nelle università e nella società per una radicale democratizzazione della politica e delle coscienze.

Roma, 8 Gennaio 2009

www.rifondazione.it

 

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Tutto avviene a San Cipirello: un comune di 5 mila abitanti a mezz’ora da Palermo e un minuto da San Giuseppe Jato. Qui c’è l’Istituto tecnico per programmatori Beccadelli, scuola privata con aule minuscole e direzione nel seminterrato. Aldo Cimino, l’amministratore unico, chiude la porta e si siede alla scrivania. Così può parlare con riservatezza. La questione è delicata: davanti ha un professionista milanese che si è trasferito in Sicilia e ha un problema da risolvere. Il figlio vive in Lombardia con l’ex moglie e non vuole studiare. Ha frequentato il primo anno di liceo scientifico rimediando una bocciatura. Poi è arrivato in seconda ed è stato bocciato ancora. Adesso è in terza con voti disastrosi. “A questo punto”, dice il padre, “vorrei un percorso accelerato”. Insomma: recuperare anni, a tutti i costi. “Considerando che il ragazzo abita a più di mille chilometri da qui”. Un’impresa in apparenza disperata: ma solo in apparenza. “Possiamo fare così”, spiega Cimino, “il ragazzo si ritira, si presenta il prossimo settembre da noi e gli facciamo prendere i primi quattro anni”. “Passa sicuramente?”, chiede sfacciato il padre. “Passa, passa…”, sorride Cimino, “non c’è problema”. Non serve neppure che il ragazzo si faccia vedere: può starsene tranquillo a Milano. “Gli diamo noi i programmi, tanto è scolarizzato”, dice. Quanto all’anno successivo, quello della maturità, la strada è in discesa: “Suo figlio prende la residenza a Palermo, lo iscriviamo da interno e ce ne usciamo!”. Anche in questo caso, assicura Cimino, si va sul sicuro. È sufficiente che il giovane frequenti la scuola “una volta la settimana”, al resto ci pensa l’istituto tecnico Beccadelli. Costo dell’operazione: “1.500 euro per l’idoneità al quinto anno e 2 mila per il diploma”. Senza un depliant, senza un foglio con le caratteristiche della scuola. “A noi ci conoscono per passaparola”, ammicca l’amministratore. Bisogna accontentarsi del suo biglietto da visita. “Agghiacciante”, commenta Elio Formosa, coordinatore nazionale di Cisl scuola. “Siamo al mercato delle vacche, allo svilimento dell’istruzione”. E non è la prima volta, per le scuole non statali. Nel 2004 la procura di Verona ha indagato 23 gestori, presidi e insegnanti di istituti privati in 11 regioni, con l’accusa di associazione a delinquere mirata “al conseguimento di maturità con falsi in atto pubblico”. Due anni dopo, a Palermo, altri arresti per diplomi falsi in scuole private. E ancora, nel 2007, la procura di Modica (Ragusa) ha spedito 93 avvisi di garanzia per diplomi facili in istituti paritari. Fino alle ‘Iene’ di Italia 1 che, in piena bagarre per i tagli alla scuola statale, hanno mostrato come comprare un diploma in una privata di Caserta. “Mele marce”, dice Luigi Sepiacci, presidente nazionale dell’Aninsei (Associazione nazionale istituti non statali di educazione e istruzione): “Noi per primi cacciamo i mascalzoni, ma c’è chi gode a denigrare le nostre strutture”. La verità, a suo avviso, è che “le scuole non statali offrono uno straordinario servizio”. Di più: “Hanno sviluppato metodologie che non tutti gli istituti pubblici hanno”. Per questo, aggiunge, è paradossale che la Finanziaria prevedesse un taglio ai fondi per le private di 133 milioni 393 mila euro (su un totale di 540 milioni 461 mila). E doverosa, per tutti i gestori degli istituti non statali, è stata la retromarcia del governo di venerdì 5 dicembre (vedi box a pag. 79). Un fatto è certo: presa in blocco, l’espressione ‘non statale’ significa poco. Bisogna aggiungere che in Italia le scuole si dividono in due macro categorie: statali (41.603) e non statali (15.946). E che le non statali si dividono, a loro volta, in strutture gestite da enti pubblici (3.414) o da soggetti privati (12.532). In entrambi i casi, è essenziale un’ultima suddivisione: quella in scuole paritarie (laiche o religiose) e non paritarie. “Le prime”, ricorda Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd alla commissione Cultura della Camera, “sono codificate dalla legge 62 del 2000, ed equivalgono sotto ogni profilo alle scuole statali”. Nel senso che rilasciano titoli di studio validi rispettando precisi obblighi: come l’offerta di corsi dal primo all’ultimo anno, l’assunzione di docenti abilitati e il rispetto dei contratti di lavoro. Diverso il discorso per le non paritarie, che possono avere corsi di studio incompleti, non applicare i contratti nazionali e assumere personale non abilitato. Un mondo scivoloso, ma seducente per chi voglia recuperare due, tre, anche quattro anni in un colpo. “Il problema”, dice Mimmo Pantaleo, segretario nazionale Flc (Federazione lavoratori della conoscenza) Cgil, “è che per legge queste strutture mandano gli allievi a fare le idoneità nelle paritarie. Così il cerchio si chiude, creando un sistema scolastico dove agli onesti professionisti si affiancano elementi spregiudicati”. Quanto sia vero, lo si capisce dall’incredibile testimonianza di P. V., amministratore di un istituto non paritario romano specializzato in “preparazione degli esami universitari, scuola superiore con recupero anni scolastici, corsi di lingua, corsi per esame di Stato e preparazione ai concorsi pubblici”. Tutto, in pratica. “Quando presentiamo alle paritarie i candidati per l’abilitazione alla quinta superiore”, dice, “non vengono mai bocciati. Garantito”. Il meccanismo è semplice: “La nostra scuola è frequentata da gente che vuole diplomarsi alla svelta: ci sono ragazzi ultraripetenti e lavoratori con la terza media che per ragioni di carriera inseguono il diploma. Li portiamo al le paritarie per gli esami di idoneità, e nel 90 per cento dei casi li lasciamo impreparati. Completamente. Non gli facciamo fare niente. Gli diciamo: ‘Leggiti Ugo Foscolo, o qualcosa del genere, e vai a fare l’esame’”. Eppure il rischio bocciatura è inesistente, spiega P. V. I ragazzi pagano 3 mila 500 euro, e lui ne versa una parte alle paritarie: “Dagli 800 ai mille euro. Soldi che “le scuole ci restituiscono se, dopo l’idoneità, gli studenti si iscrivono da interni”. Un catena di illegalità “schifosa”, la definisce P. V. Tanto che ultimamente ha avviato un’altra procedura, comunque anomala: “Ho individuato una specie di agenzia; un gestore di scuole private, nel napoletano, a cui passiamo gli studenti. Lui segue gli allievi agli esami e noi prendiamo la provvigione”. Scandalizzarsi è lecito. Ma non bocciare, per questa storia, tutte le strutture private. Non sempre funziona così, nelle non statali italiane. Non sempre vince il malaffare. La risposta all’illegalità, ai traffici occulti, ai docenti improvvisati di certe strutture non statali, esiste e non è un’eccezione. Si trova, per esempio, al Collegio San Carlo a Milano, nella sede storica di corso Magenta, dove dal 1990 rettore è don Aldo Geranzani: un ex prete di periferia che non si perde in diplomazie. “Premetto”, dice, “che sbaglia chi chiede con il piattino in mano l’elemosina al governo”. E aggiungo: “Non facciamo la retorica delle scuole paritarie. Alcune sono fantastiche, altre per niente. Dipende: se lo fai per affari, l’obiettivo è il profitto; se lo fai per missione, pensi alla qualità”. Nel suo caso, spiega, “l’impegno è costruire solide identità sociali, figure mentalmente libere nel solco della tradizione cattolica”. Al San Carlo, aggiunge, tra i 1.400 studenti ci sono ragazzi di religione indù, ebraica e musulmana. A parte questo, tutti i ragazzi sono bilingui, svezzati all’inglese da insegnanti madrelingua. E tutti vengono supportati con tecnologie all’avanguardia. “Guardi”, dice don Aldo entrando in una classe. Un ragazzino sta scrivendo con il dito sulla smart board, una lavagna intelligente che si collega a Internet, scarica testi e foto, e invia il tutto alla mail di casa. Bello. Bellissimo. Costoso (6 mila 500 euro di retta annua) ma affascinante. Più discutibile, invece, è per alcuni l’altra faccia della medaglia: l’impostazione troppo ideologica di certe paritarie cattoliche. Il punto è: in che misura un insegnante laico può esprimersi liberamente in una scuola religiosa? “Tra i requisiti dell’assunzione”, risponde padre Francesco Ciccimarra, presidente dell’Agidae (Associazione gestori istituti dipendenti dall’autorità ecclesiastica), “c’è l’accettazione dei valori cattolici. Ma esiste pure la libertà personale”. Ovvero? Cosa succede se un docente, in classe, dice che contro l’Aids bisogna usare il preservativo? “Si crea un conflitto tra la carta dei valori scolastici e l’opzione ideologica del singolo”, dice Ciccimarra. In altre parole: “Se l’insegnante non si adegua, deve andarsene. È una questione di armonia”. Anche per questo, la sinistra radicale combatte il finanziamento pubblico agli istituti confessionali. “Poi c’è l’articolo 33 della Costituzione”, sottolinea Piero Castello dei Cobas, “dove c’è scritto che gli enti privati hanno diritto a istituire scuole, ma senza oneri per lo Stato. Perché, dunque, si taglia sull’istruzione pubblica e si difende quella non statale?”. Domanda che scatena polemiche. Come l’altra, proposta dallo scrittore e docente (in passato anche nelle private) Marco Lodoli: “Perché le congregazioni religiose, invece di pensare agli ultimi, educano a caro prezzo i primi?”. Valentina Aprea (Pdl), presidente della commissione Cultura alla Camera, non ha dubbi: “Le scuole paritarie sono spesso attaccate”, dice, “ma ottengono ottimi risultati”. Di più: “Sono un patrimonio fondamentale per tutti”. “La verità”, media da destra Marcello Veneziani, “è che nelle strutture private si trova il meglio e il peggio in circolazione. Per questo preferisco la fascia media della scuola statale. E auspico, in generale, controlli sulla qualità dell’istruzione”. Appunto: i controlli. A detta di tutti, il punto è questo. Capire in che misura, nella galassia delle non statali, si riesca a vigilare sui legami illegittimi tra paritarie e non paritarie, sul gioco dei diplomi facili e le responsabilità dei gestori. Situazioni più volte denunciate da Augusto Pozzoli, titolare del sito ScuolaOggi.org. “Un fatto è certo”, dice Massimo Mari della Flc Cgil: “Il decreto 83 del 10 ottobre 2008, firmato dal ministro Mariastella Gelmini, spiega che “il mantenimento della parità dipende dalla ‘permanenza dei requisiti prescritti’. Ma non indica scadenze per le verifiche: le definisce ‘periodiche’”. D’altro canto, girando per scuole non statali, capitano situazioni curiose. Basta entrare, un pomeriggio di dicembre, nell’istituto tecnico Labor di Milano, ed esporre al gestore Domenico Nappo le ansie di un genitore con il figlio in crisi: bocciato in prima ragioneria e ora di nuovo a rischio. Da parte sua, Nappo garantisce che la sua scuola è serissima. Ha anche predisposto un sistema on line per consentire alle famiglie di sorvegliare l’andamento dei figli. Quanto alle sedi esterne di esame, indica tra le altre “l’istituto paritario Freud di via Gustavo Modena, sempre a Milano, dove il ragazzo potrebbe fare l’idoneità se passasse alla scuola informatica”. Quando il padre chiede se c’è un legame, tra Labor e Freud, la risposta è netta: “Non abbiamo niente in comune: sarebbe conflitto d’interessi!”. Salvo scoprire, poi, che il direttore amministrativo dell’istituto Freud si chiama Daniele Nappo. E non solo è figlio del signor Domenico, ma ha anche la stessa residenza. Niente che stupisca l’ispettore Franco De Anna, dell’ufficio scolastico regionale Marche. “Il problema”, dice, “è il modo in cui la parità è stata concessa dopo la legge del 2000. I controlli approfonditi dovevano esserci allora. Ora è un lavoro improbo, gestito da volenterosi che spesso devono fermarsi alle verifiche di base: sugli edifici scolastici, sull’abilitazione dei docenti e sul piano di offerta formativa. Ideale, invece, sarebbe seguire le lezioni, vedere quanto le valutazioni sono veritiere e sondare gli intrecci societari”. Propositi frenati da una realtà sfuggente. Lo si verifica a Bergamo, dove operano la Centro studi superiori srl, proprietaria dell’istituto paritario Leonardo Da Vinci (vari corsi, tra i quali scientifico e linguistico) e il non paritario Centro scolastico Bergamo srl, che al Leonardo invia i suoi studenti per gli esami di fine anno. Le due strutture, mostrano le carte, hanno palesi punti di contatto. Gianfranco Bresciani, consigliere e socio in usufrutto della Centro studi superiori srl (bilancio 2007), amministra con Cristina Capelli (responsabile amministrativa del Centro scolastico Bergamo) una terza società: la B&C srl. Mentre lo stesso Bresciani e Giovanna Capitanio (amministratore della Centro scolastico Bergamo srl) si trovano nell’elenco soci della Consulenze e progetti srl: il primo con il 99 per cento in usufrutto, la seconda con l’1 per cento di proprietà (bilancio 2007). Una ragnatela accettabile? La legge 27 del febbraio 2006 dice che “le paritarie non possono svolgere esami di idoneità per alunni che hanno frequentato non paritarie che dipendano dallo stesso gestore, o da altro con cui il gestore abbia comunanza d’interessi”. Addirittura, i titolari e i responsabili didattici degli istituti paritari, devono dichiarare alla presentazione di ogni candidato che non esiste questa ‘comunanza’ (”la mancanza o falsità delle dichiarazioni porta alla nullità degli esami sostenuti e dei titoli rilasciati”). Ma nell’Italia delle non statali, capita che le regole diventino optional. Anche sul fronte della didattica. Molti insegnanti, anonimi per paura, denunciano che “nelle paritarie capita di pagare invece di essere pagati, pur di incassare i 12 punti per la graduatoria statale”. E altrettanto pesante, sotto il profilo professionale, è la testimonianza di un tutor della Cepu-Grandi scuole, celeberrima struttura per la preparazione di esami universitari (Cepu) e recupero anni alle superiori (Grandi scuole). “Il guaio”, spiega, “è che la pressione commerciale danneggia gli studenti. È capitato, l’anno scorso, di preparare una ragazza bocciata in seconda liceo classico per l’idoneità alla terza. Arrivata agli esami, l’allieva ha visto che il programma svolto a Grandi Scuole era incompleto”. Per un motivo pazzesco: “Abbiamo ricevuto all’ultimo il programma dal liceo statale e siamo stati zitti per non perdere la cliente”. Morale: “La ragazza è stata ribocciata”. Vero? Falso? Impossibile verificarlo. Alla sede centrale di Cepu-Grandi Scuole, chiamata più volte, dirottano sulla dottoressa Roberta Burini. Che non richiama e non è raggiungibile. Come pure Mario Dutto, il direttore generale per gli ordinamenti scolastici al ministero dell’Istruzione, non disponibile a un faccia a faccia sulle non statali: “Domande concordate e scritte”, insiste l’ufficio stampa. Peccato. Era l’occasione per approfondire una vicenda che lo riguarda, e che risale a quando era direttore generale all’ufficio scuola Lombardia. L’8 maggio 2008, infatti, il pm Fabio De Pasquale ha chiesto il suo rinvio a giudizio per avere concesso nel 2002 “riconoscimenti di parità scolastica” a una serie di scuole “nonostante l’istruttoria avesse evidenziato situazioni ostative”. L’udienza era fissata per il 26 giugno scorso, ma a chiudere il discorso è arrivata la prescrizione. Continua, invece, un’altra storia spiacevole: quella delle paritarie che non accettano disabili. “Un fatto censurabile per due ragioni”, dice Adriano Enea Belardini, responsabile Uil delle scuole non statali: “Le paritarie hanno gli stessi obblighi delle statali, quindi devono accogliere i disabili. Inoltre, nel documento 2007/2008 sui criteri per l’assegnazione dei contributi, è indicato che per ogni disabile le paritarie ricevono un contributo statale. Dunque non ci sono scuse”. Questo sulla carta. Nei fatti, una verifica su paritarie a caso dà risultati amari. L’Istituto scuole pie napoletane, per esempio, risponde al padre che vorrebbe iscrivere il figlio disabile che “deve parlarne il consiglio di amministrazione, perché non è mai capitato”. Al San Leone Magno di Roma, il preside delle medie inferiori sospira: “Vorremmo ma non possiamo… Non ci concedono le sovvenzioni di Stato, le classi sono numerose e non abbiamo un insegnante specializzato: lo chiediamo sempre ma non ci sono i fondi”. Più secca l’elementare torinese Principessa Clotilde di Savoia: “Non abbiamo alunni disabili”. Infine c’è Bologna, dove il padre del disabile telefona alla media inferiore Cerreta, che sarebbe disponibile se non fosse femminile: “Si rivolga alle Figlie del sacro cuore di Gesù”, consigliano. Inutilmente. L’ultimo no è accompagnato da questa spiegazione: “Non abbiamo tutte le attrezzature”. Parole poco paritarie.

RICCARDO BOCCA - ESPRESSO.IT