Odg della Direzione nazionale dell’11.2.2009  Le prossime elezioni europee avvengono proprio mentre è evidente, in tutto il mondo, il fallimento del modello del capitalismo globalizzato. Siamo di fronte ad una crisi di carattere sistemico, non solo economica e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica, ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi della globalizzazione capitalista conferma la scelta riaffermata al Congresso di Chianciano del PRC , ovvero quella del  rilancio del progetto strategico della rifondazione comunista e di ripresa del percorso cominciato a Genova e proseguito con la grande esperienza partecipativa dei Social Forum, quello della sua internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e la crisi economica che questa ha prodotto.  

In Europa ciò richiede il rafforzamento dell’unità della sinistra antiliberista, anticapitalista e delle forze comuniste, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica. L’Europa di Maastricht mostra oggi tutti i limiti di una costruzione fondata sul primato del mercato sulla democrazia, sul dogma monetarista che ha imposto politiche finanziarie ed economiche che hanno prodotto aumento delle disuguaglianze, privatizzazioni dei servizi pubblici e controriforme dei sistemi di welfare su tutto il continente, congiuntamente alla precarizzazione del lavoro, alla deregolamentazione dei mercati e alla discriminazione dei migranti. Una discriminazione che si è tradotta nell’accentuarsi della guerra tra poveri, nel perpetuarsi di condizioni di subalternità giuridica nell’accesso ai diritti di cittadinanza reale, nell’approvazione di vere e proprie “leggi razziali”. Quest’Europa è quella che viene confermata dai contenuti del Trattato di Lisbona e contro cui si sono espressi i popoli europei che hanno potuto pronunciarsi. Neoliberista e allo stesso tempo ademocratica. Un’ Europa a misura delle banche e non dei popoli. Dove il potere è sempre di più nei governi e sempre meno in assemblee democraticamente elette.  Un’Europa che è stata fin qui subalterna alla Nato e complice della guerra preventiva, incapace di proporre una politica di pace e di disarmo. Questa Europa si è retta su una grande coalizione, formata dai più grandi partiti europei, in primis popolari e socialisti, che sono responsabili di queste politiche liberiste e che hanno praticato una costruzione mercantile e non politica dell’Europa. E’ dunque necessario contrastare fortemente questa grande coalizione e costruire l’alternativa alla lunga stagione del neoliberismo. La Direzione Nazionale decide quindi di dar vita ad un percorso di costruzione della lista in vista delle elezioni europee, aperto e in relazione con i soggetti e le forze del movimento altermondialista, anticapitalista, comunista, femminista, LGBTQ, ambientalista, sindacale. Sulla base del Documento Congressuale, la Direzione nazionale decide pertanto di promuovere una lista da presentare alle prossime elezioni europee che, partendo dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista-SE, condivida la scelta di appartenenza al GUE-NGL,  unisca tutte le forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti alternativi al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e militarista dell’ Unione Europea. La proposta che avanziamo è quella di una lista, che si ponga l’obiettivo di rovesciare queste politiche economiche e sociali antipopolari, che hanno prodotto la crisi, a partire dal programma elaborato dal Partito della Sinistra Europea. Con un percorso partecipato, vogliamo quindi costruire, riconoscendo la non autosufficienza di Rifondazione Comunista, una lista che sia un concreto segnale di unità della sinistra di alternativa; lista di cui siano protagonisti tutti i soggetti che stanno pagando la crisi e tutti i movimenti che si stanno battendo contro le politiche neoliberiste che l’hanno causata: lavoratori, precari, donne, giovani, studenti, pensionati e migranti. Una lista che faccia sue le ragioni di chi in questi anni e in questi mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro, per la giustizia sociale e la libertà femminile, che sappia opporsi al razzismo e all’offensiva clericale del Vaticano. Che si batta per un intervento pubblico finalizzato alla riconversione sociale e ambientale dell’economia, per la redistribuzione del reddito, contro la guerra, le spese militari e per il disarmo europeo. Una proposta che rivolgiamo ai tanti e alle tante che da Genova in poi hanno animato l’esperienza dei Fori sociali e che hanno contribuito a dare gambe e sostanza all’idea di un’altra Europa possibile. Una lista da costruire attraverso una grande partecipazione di tutti coloro che decideranno di farne parte e di sostenerla, al fine di unire e consolidare le forze che in Europa si battono per una uscita da sinistra dalla crisi, per un’alternativa al liberismo e alle fallimentari politiche della grande coalizione fra popolari e socialisti europei. Una lista per un’altra Europa possibile: dell’uguaglianza, della pace, della giustizia sociale ed ambientale , dei diritti e delle libertà.   In questa prospettiva è necessario sviluppare il massimo di iniziativa per evidenziare il percorso politico e di lotta per l’altra Europa, sostenendo e partecipando alle iniziative di movimento già in cantiere e decise dal forum Sociale di Belem, fra le quali il 28 marzo a Londra contro il G20, il 4 aprile a Strasburgo contro la NATO, l’8-10 luglio in Sardegna contro il G8.   Approvato con 3 astensioni

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di Paolo Ferrero


Vi sono epoche storiche in cui il tempo sembra scorrere più veloce, in cui si producono cambiamenti repentini, in cui ciò che due mesi prima appariva impossibile viene considerato normale. Vi sono epoche in cui i giorni valgono anni. Io penso che oggi stiamo attraversando una di queste epoche. La crisi che ha investito il sistema capitalistico a livello mondiale è destinata a modificare pesantemente le nostre vite. In Italia questa crisi sarà particolarmente pesante e oggi cominciamo ad averne una qualche consapevolezza.


In Italia più di un milione di persone perderanno il proprio posto di lavoro. Di questi la metà non avranno alcuna forma di sostegno del reddito. Molti stavano pagando il mutuo per la prima casa e la perderanno. La paura per il futuro tende a sostituire l’incertezza e l’insicurezza che già caratterizzavano gli ultimi anni.


La crisi non durerà pochi mesi, ma è destinata a durare a lungo perché non è frutto di un incidente di percorso degli speculatori finanziari ma è il frutto maturo della globalizzazione capitalistica. In questi venti anni è raddoppiato il numero di lavoratori salariati a livello mondiale e parallelamente è sceso il salario relativo. In questi anni ovunque nel mondo e in particolare in Italia sono aumentati i profitti e le rendite ed è diminuita la massa salariale e le pensioni. Questa iniqua distribuzione del reddito è all’origine della crisi: i lavoratori non hanno i soldi per comprare le merci che producono. I padroni non hanno nuovi mercati verso cui indirizzare la produzione eccedente. Da questa crisi non si esce senza un rovesciamento della distribuzione del reddito e senza una radicale messa in discussione delle tipologie di produzione e della stessa mercificazione dei valori d’uso.

Nello stesso tempo, il sistema politico italiano vive una crisi irrisolta. Il passaggio dalla prima alla seconda repubblica non ha dato luogo ad una costruzione stabile, ma piuttosto ad una costruzione fragile. Il ricorso sempre più diffuso al populismo e il continuo scontro tra poteri dello stato ne è un chiaro indizio. Quella italiana, più che una lunga transizione, sembra alludere ad una sorta di crisi della repubblica di Weimar al rallentatore.

Una crisi costituente
Per queste ragioni io penso che ci troviamo di fronte ad una crisi “costituente”, ad un punto di passaggio che modificherà radicalmente il quadro dei rapporti sociali, delle culture dominanti, delle rappresentanze politiche. La crisi - questa è la mia tesi - ha una valenza qualitativa simile alla crisi del ‘29 e - in scala ridotta - alle guerre mondiali. Questa crisi non è un passaggio ma una fucina da cui il materiale che entra viene radicalmente trasformato.


In questa situazione, potenti forze operano per una uscita da destra dalla crisi. Oltre a Confindustria, il governo nel suo impasto di populismo reazionario e politiche economiche antisociali propone nei fatti come sbocco la guerra tra i poveri, o meglio, una gestione autoritaria della frantumazione del conflitto sociale. Il Pd non va oltre alcune suggestioni da borghesia illuminata; accetta la riforma della contrattazione e il peggioramento dell’iniqua distribuzione del reddito isolando la Cgil e risponde alla sua crisi strategica - non è in grado di assumere una posizione chiara su nessun tema - forzando il carattere bipartitico della politica italiana e provando a distruggere la sinistra.


Le altre forze politiche presenti certo non sono in grado di rovesciare questa tendenza. Di Pietro ha accumulato consensi agitando l’antiberlusconismo e costruendosi una posizione di rendita sull’ignavia veltroniana, ma non propone alcun elemento progettuale in grado di prefigurare una uscita dalla crisi. Una parte della sinistra di alternativa - tra cui i compagni e le compagne usciti dal Prc - ha piegato il tema dell’alternativa all’interno della gabbia dell’alternanza, condannandosi così all’impotenza.

Il nostro progetto

Il nostro progetto al contrario propone una uscita da sinistra dalla crisi. Visto il carattere delle classi dominanti e delle rappresentanze politiche, proponiamo una uscita in basso a sinistra dalla crisi, perché non è all’orizzonte nulla di simile a quanto si è prodotto negli Stati Uniti con la vittoria di Obama. In altri termini non è alla portata un governo che persegua un New Deal comunque inteso, per cui la costruzione di uscita da sinistra dalla crisi deve necessariamente passare per una costruzione dal basso, in termini di conflitto, di vertenzialità, di progettualità, di costruzione di relazioni sociali solidali ed egualitarie.


Il nostro progetto si può così declinare: ridistribuire reddito, ridistribuire potere, riconvertire l’economia in senso ambientale e sociale attraverso un intervento pubblico forzato dal conflitto sociale. Questo progetto, per potersi realizzare, deve muoversi su più livelli: il conflitto sociale, la battaglia culturale, la pratica mutualistica della solidarietà, la riproposizione sul terreno della politica della prospettiva dell’alternativa.


A tal fine dobbiamo ripensare completamente il modo di essere e di agire del nostro partito. Occorre evitare qualsiasi continuismo e burocratismo interno. Il peggior ostacolo che oggi noi abbiamo è costituito dall’incapacità di capire che la realtà si è rimessa in movimento e nel pensare che si tratta di resistere, di aspettare che “passi la nottata”. Noi non siamo impegnati a fare una traversata del deserto in cui si tratta di resistere. Non siamo gli ultimi sopravvissuti di un esercito sconfitto chiamati a far la guardia a cosa resta di un passato glorioso dopo che la guerra è finita. Siamo dentro una guerra di movimento in cui le identità sociali, politiche e culturali che abbiamo ereditato sono messe pesantemente in discussione, disarticolate dalla crisi, ma anche disponibili al conflitto ed a cercare una via di uscita. Il problema oggi è la capacità di abbandonare completamente un atteggiamento di testimonianza e di propaganda per assumere una linea di massa che sappia interagire con la novità introdotta dalla crisi e su questa costruire le opportune alleanze e convergenze.


Questo, a mio parere, significa fare tre cose. In primo luogo essere costruttori di conflitto. Lo sciopero di Fiom e Funzione pubblica del 13 febbraio e il percorso di lotte pensato dalla Cgil così come le lotte che metterà in piedi il sindacalismo di base, non sono fatti sindacali. Sono la principale risorsa di mobilitazione su cui innervare un tentativo di uscita a sinistra dalla crisi. Dobbiamo lavorare a generalizzare queste lotte e a costruire mille punti di aggregazione, mille vertenze sul territorio. La rivendicazione di estendere gli ammortizzatori sociali a tutti coloro che perdono il lavoro - qualsiasi sia il lavoro, dai precari, ai dipendenti delle aziende artigiane, a tutta la platea del lavoro subordinato - è, da questo punto di vista, obiettivo centrale della piattaforma.


In secondo luogo essere costruttori di pratiche mutualistiche e di solidarietà, di vertenzialità con gli enti locali, per combattere la solitudine delle persone, dare risposte concrete a problemi concreti e creare legami comunitari solidali. Nessuno deve essere lasciato solo nella crisi.


In terzo luogo dobbiamo dare forma al progetto, dobbiamo trasformarlo in bandiere, slogan, ideali, proposta politica. Dobbiamo demistificare il carattere non naturale della crisi e unire le rivendicazioni materiali con la lotta al razzismo e al sessismo. Dobbiamo unire la richiesta della redistribuzione del reddito con la proposta dell’intervento pubblico per la riconversione ecologica e sociale dell’economia. Dobbiamo cioè avere chiaro che il nostro “essere comunisti” deve essere oggi completamente piegato al nostro “fare i comunisti”, cioè al nostro costruire qui ed ora il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Non è poco ma non è impossibile. Soprattutto è indispensabile.

1 Febbraio 2009

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di Claudio Grassi

su la Rinascita della Sinistra del 11/12/2008

 

L’interrogativo posto dall’editoriale di rinascita dello scorso 6 novembre è chiaro e impone una risposta non elusiva. Esistono oggi – ci chiede Manuela Palermi – le condizioni per riunificare i due partiti comunisti presenti nel nostro Paese?
La nostra risposta è: sì, ma ad alcune condizioni, che provo qui di seguito ad argomentare.
La prima condizione riguarda la natura necessariamente processuale dell’impresa. Concerne però soltanto a prima vista la tempistica, e cioè la necessità che non si alterino – in nome dell’improvvisazione di un’alleanza elettorale – i tempi naturali per la ricomposizione di una frattura che è stata, nella storia recente della sinistra italiana, obiettivamente traumatica. Per processuale intendo che sarebbe fondamentale provare a non dare per scontati gli esiti di un confronto e di un riavvicinamento che anche soltanto sei mesi fa, prima dei nostri rispettivi congressi, erano semplicemente improponibili; e provare, sulla base di questo assunto, a coinvolgere le nostre strutture territoriali, i nostri circoli e le nostre sezioni, imparando da loro le forme di una auspicabile convergenza.
La seconda condizione attiene anch’essa al carattere della proposta che è in campo: l’unità che dobbiamo costruire è il coordinamento programmatico delle due forze comuniste più consistenti. Quelle che, seppure vivano entrambe la crisi drammatica della sinistra, mantengono una discreta rilevanza e presenza sia elettoralmente sia sul piano del radicamento sociale, dell’insediamento nel sindacato e nelle vertenze diffuse. Non quindi l’unità declamata (astrattamente) come un a priori ideologico tra tutti coloro i quali si definiscono comunisti. Ma l’unità praticata (concretamente) nelle lotte contro gli effetti della crisi del capitale, per il salario e per le tutele del lavoro, per i diritti sociali e civili, per la pace e contro la guerra. Una unità che si costruisce intorno ad un progetto politico serio, mettendo in fila quei contenuti che hanno portato in piazza, in questi ultimi anni, Prc e Pdci con le stesse parole d’ordine e le stesse rivendicazioni. Il che è oggettivamente altro rispetto ad una proposta politica (quella della «unità dei comunisti») a nostro avviso illusoria, perché fondata sull’idea (tutta politicista) che sia possibile dividere, d’emblée, comunisti e non comunisti e quindi smembrare e ricomporre partiti, associazioni, gruppi e collettivi ricostruendo a tavolino il campo della sinistra e le rispettive appartenenze.
La terza condizione si intreccia con questa: il riavvicinamento dei due partiti comunisti è un valore a patto che non ostacoli l’unità della sinistra complessivamente intesa, e cioè a patto che non sia un freno al necessario coordinamento delle forze a sinistra del Partito democratico. All’indomani di una sconfitta così dolorosa, l’errore più imperdonabile sarebbe infatti quello di ritenere risolutiva l’alleanza tra i due partiti. Abbiamo, al contrario, sempre sostenuto la nostra non-autosufficienza: per costruire una forte opposizione al governo Berlusconi e alla Confindustria sono essenziali i comunisti ma anche gli altri soggetti della sinistra d’alternativa. È questo il senso della proposta di un coordinamento delle forze della sinistra avanzata nelle scorse settimane dal nostro partito: non un nuovo soggetto politico né un aggregato di ceti politici, ma un patto di unità d’azione per intensificare, nel Paese, la lotta politica e sociale.
La quarta condizione, infine, riguarda il contenuto dell’identità che vogliamo porre alla base di questo progetto. Quando nel 1991, insieme, decidemmo di rifiutare lo scioglimento del Pci e di non aderire al nuovo partito di Achille Occhetto (che oggi, non a caso, è tra i più grandi promoter della «costituente della sinistra»), scegliemmo un sostantivo ben preciso da affiancare all’aggettivo «comunista». In quel «rifondazione» c’era (e c’è tuttora), per noi, il senso di una ricerca e l’urgenza di un profondo rinnovamento delle nostre pratiche e del nostro pensiero, che ritenevamo (e riteniamo tuttora) indispensabile adeguare ad un mondo in profonda evoluzione. La nostra ambizione è essere comunisti del nuovo secolo, ricostruire un partito con basi di massa (che investa sulla trasformazione molecolare della società) ma che faccia i conti con coordinate profondamente mutate, dentro i confini nazionali e al di fuori di essi. Per questo abbiamo bisogno di ridefinire una nuova identità comunista, che viva nel concreto dei conflitti sociali e nelle lotte e non si appaghi di coordinate ideologiche schematiche e irrigidite. La sfida che dovremmo porci è di provare a farlo insieme. Daremmo un contributo importante, non soltanto per noi stessi e la nostra comune impresa politica, ma soprattutto per milioni di lavoratrici e di lavoratori italiani, le cui condizioni materiali di vita dicono, oggi più forte che mai, che il comunismo è necessario.

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di Anna Maria Bruni

su Prc del 15/09/2008

“Blocco dei prezzi e delle tariffe, no alla riforma del contratto, difesa dei beni comuni. Tessiamo un filo che tenga insieme le vertenze in tutto il paese, costruiamo comunità, solidarietà, mutualismo”. Ferrero lancia la campagna d’autunno del Prc. Un migliaio i partecipanti all’assemblea del Brancaccio

Un’assemblea che è riuscita a creare coesione. Questa è la prima cosa che si può dire. Quella tensione comune che non si sentiva da tempo e che invece è cresciuta in modo esponenziale nel corso della mattinata, mentre gli interventi dei lavoratori, dei precari, della scuola, del movimento no tav, no dal molin e tanti altri si susseguivano uno dopo l’altro, e veniva restituita nei saluti, nei sorrisi e negli abbracci che i compagni si scambiavano incontrandosi fra tanti in una platea stracolma. Quella del Brancaccio, dove stamattina Rifondazione Comunista, con il nuovo segretario Paolo Ferrero, ha lanciato la campagna d’autunno.

E lo ha fatto con un primo passo concreto, quello di fare un’assemblea di lavoratori, e non per i lavoratori. Certo non basta, Ferrero è stato il primo a dirlo, che “non bastano le assemblee o le manifestazioni se poi si torna a casa e non si arriva alla fine del mese”, ma di certo dare la parola a chi sta lottando nei posti di lavoro, nella scuola, per la difesa di un tenore di vita decente, per la casa, contro l’espropriazione del proprio territorio, vuol dire mettersi in condizione di non decidere per loro, ma piuttosto di ascoltare le necessità, i bisogni le richieste e fare di queste il punto di riferimento per decidere insieme come tornare a fare opposizione e a costruire società.

Non a caso dopo la bella introduzione di Roberta Fantozzi, riconfermata in segreteria al cpn di ieri, il primo intervento è stato quello di un lavoratore Alitalia, Marco Trasciani. Non a caso, perché la vertenza Alitalia, come ha poi tenuto a definirla Paolo Sabbadini dell’Sdl, “perché di vertenza e non di trattativa si tratta”, è cruciale, e non solo perché sono in gioco 20mila posti di lavoro, che già basterebbe, ma perché così come è stata condotta, per le scelte di politica di scambio tra ‘governo’ (con un presidente del consiglio imprenditore) e imprenditori, addossando le colpe del fallimento delle precedenti trattative e ora di questa ai sindacati, mentre smantella posti di lavoro e senza battere ciglio pretende “il 40% di posti di lavoro in meno con il 25% in più di produttività”, precisa Trasciani, disegna il nuovo modello di rapporti industriali.
“Un sindacato di mercato e partner di impresa” denuncia Nicola Nicolosi di Lavoro-Società, riprendendo la questione Alitalia, “un modello chiaramente definito nella proposta di modifica del contratto nazionale presentata da Confindustria che va bocciata”, ha detto Nicolosi, al quale ha fatto eco Dino Greco, Cgil, denunciando “il paradigma sociale e politico” che la riforma del contratto, la vertenza Alitalia, la riforma Gemini sulla scuola, rappresentano oggi. Peccato per l’assenza della Rete 28 Aprile, rilevata da Santorelli di Napoli, che peraltro ha appena concluso una tre giorni molto partecipata dai lavoratori, dunque una presenza fondamentale in questo momento. Un disegno autoritario, dove la massa degli esclusi si moltiplica e paga in termini economici e repressivi la ‘colpa’ di essere povera, ha detto Ferrero.

Ma tutti gli interventi a questa esclusione hanno già risposto: cominciando da Dante de Angelis, macchinista ferroviere, licenziato per aver denunciato i problemi della sicurezza nelle ffss, dai precari della scuola per bocca di Maria Cristina Rossi, insegnante precaria, a Nicoletta Dosio del movimento no-tav, Claudia Rancati del no dal molin, gli operatori socio-sanitari di Napoli venuti in massa, Andrea Alzetta di Action, tutti, hanno avuto la capacità di dire che la propria condizione individuale o la lotta della propria categoria o del proprio territorio non possono e non devono essere vissuti come casi isolati, ma devono costituire l’ossatura comune di una nuova opposizione, la cui sostanza deve essere proprio la ricostruzione di comunità, solidarietà, mutualismo.

L’associazione utenti e consumatori, presente stamattina il presidente Gianni Cabinato, ha organizzato per il 18 settembre una giornata di boicottaggio di prodotti e servizi in tutte le piazze italiane “contro aumenti che offendono le condizioni di vita delle persone – ha detto – e per tornare ad usare lo strumento del boicottaggio, che come lo sciopero, quando in tanti si riconoscono insieme nella condivisione di una condizione comune, rafforza la coscienza di sé”.

Un punto di forza su cui Paolo Ferrero è tornato nell’intervento conclusivo. “Dobbiamo lavorare alla costruzione della mobilitazione generale – ha detto – abbiamo aderito alla manifestazione dell’11 ottobre e lavoreremo perché riesca, e diamo la piena adesione allo sciopero dei sindacati di base del 17, così come all’iniziativa del 18. Ma una manifestazione nazionale non risolve i problemi - ha continuato il segretario – dobbiamo costruire concretamente vertenze nei territori, contro l’aumento delle tariffe, per alloggi pubblici, o perché un supermercato blocchi l’aumento dei prezzi, continuiamo in Val di Susa, a Vicenza perché vinca il referendum che restituisce l’uso pubblico del territorio”. Ma di più, “dobbiamo costruire la capacità di stare nei territori per ricostruire vertenze, per costruire percorsi di lotta che cambino concretamente le condizioni di vita”.

E riferendosi al partito ha sottolineato la necessità di “creare un filo tra le federazioni, i circoli, un filo che tenga insieme i conflitti in tutto il paese”. Ha ribadito la proposta fatta all’assemblea nazionale dei ferrovieri di creare una cassa di resistenza per cominciare a sostenere i licenziamenti politici che si stanno moltiplicando, perché la solidarietà a parole non basta per arrivare a fine mese, e costituire forme di solidarietà materiale, di mutualità, per sconfiggere l’impotenza maturata con la pervasività di una cultura che dà la colpa ai poveri di essere poveri in questo modello di sviluppo che sembra ormai naturale nell’immaginario collettivo”.

La coscienza del clima autoritario è chiara per tutti, e la notizia dell’uccisione a sprangate del ragazzo originario del Burkina Faso a Milano, arrivata alla fine dell’assemblea, ne è il segno tragico e inequivocabile. Ed è ben sottolineata da Matteo Iannitti, segretario del circolo Tienanmen di Catania, la città dove un compagno del Prc viene strappato alla madre accusata di non essere una buona educatrice se permette al figlio di far parte di “un gruppo di estremisti”, una città dove sono proprio le istituzioni locali ad imporre sudditanza e clientelismo, o dalla brava e spiritosa Lidia Menapace, che ha denunciato la “ricostruzione dell’ancien régime nello scambio di poteri tra governo e Chiesa, anche criminale, con l’ipocrisia sociale come modello di comportamento”.

E’ la mancanza di un’opposizione, ha detto Ferrero riprendendo questi concetti, che consente per la prima volta ad un governo Berlusconi di peggiorare le condizioni di vita e di lavoro e di rispondere alle lotte in modo autoritario. E Sabbadini dell’Sdl, ma anche l’intervento dell’operatore sociosanitario di Napoli accusano la connivenza l’uno dei sindacati confederali, nuovo collocamento nei posti di lavoro, l’altro della politica anche del centrosinistra, dopo l’esperienza fallimentare di Bassolino e Jervolino. E’ una storia che dura da troppo, e che ci ha portato dove siamo ora. E’ il momento di cambiare, di sterzare verso quella cultura che storicamente ha accompagnato i comunisti e che è stata accantonata credendo così di fare i conti con l’esistente.

“Dobbiamo avere la capacità di uscire dal dominio del presente – ha detto Ferrero - perché essere comunisti vuol dire sapere che siamo nati uguali, e che la libertà di ogni individuo è la sua irriducibilità in un percorso di liberazione, è l’eguaglianza e il rispetto delle differenze, è costruire l’alternativa di cambiamento”. “E allora ripartiamo dall’opposizione – ha concluso, costruiamo la mobilitazione generale nel segno dell’unità. Nessun settarismo, ma questo è quello che vogliamo, e chiamiamo tutti a starci”.

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Lettera di adesione al partito dell’ex senatrice Lidia Menapace‘Ci dichiariamo nipoti politici’.  Video intervista a Lidia Menapace

Lidia Menapace su Wikipedia 


Cari compagni, carissime compagne (al cuore non si comanda),
 
chiedo l’iscrizione a Rifondazione comunista. Non muto la mia opinione sull’esaurimento della forma del partito politico: ma poichè esso è stato la più straordinaria invenzione della politica  soprattutto come partito di massa (ma oggi dei soggetti), di massa -dicevo- non popolare nè populista, il suo superamento richiede analisi discussione e l’avviamento di un processo preciso concordato pensato praticato, non certo slogan improvvisati.
 
 Del resto
- come ho detto una volta suscitando più stizza che approvazione -  a me Rifondazione è sempre piaciuta perchè piuttosto che un partito tradizionale è un’Arca di Noè: più d’uno e una ha forse creduto che fosse una definizione sarcastica e offensiva; invece io penso che l’arca è una nave ben costruita, tanto che riesce a passare attraverso il più tremendo tsunami della storia, il diluvio universale ricordato in tutte le mitologie. E su quella nave certo adatta per mettersi in salvo, si pensa al futuro, dato che vengono imbarcate tutte le specie animali conosciute in coppia. E chi si è imbarcato non sta lì ad aspettare che sia passata la tempesta passivamente con le mani in mano. Vanno di frequente in coperta a scrutare l’orizzonte, sicchè appena vedono una colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco e un arcobaleno in cielo, capiscono che un po’ di terra è emersa e la cercano  e finiscono per approdare sul monte Ararat, non certo nel recinto delle facili certezze fideistiche, ma su una cima dai grandi orizzonti. 
 
 Comunque anche per uscire dalle difficoltà delle forme politiche serve più organizzazione, non meno e più organizzazione collettiva, non elitaria oligarchica o leaderistica, specialmente oggi, quando l’egemonia di una cultura politica populista e autoritaria da parte di Berlusconi arriva fino dentro la testa o la pancia di tutti, tutte noi, persino inquinandoci sotto li profilo della  moralità politica.
 
  Mi sento di poter continuare questa ricerca
dentro Rifondazione comunista.
 
  So già che quanto affermo è stato apprezzato in alcuni incontri cui ho partecipato su invito di Paolo Ferrero, inoltre con Grassi e Burgio verso i quali avevo sempre avuto una distanza, mi pare che sia possibile e interessante una interlocuzione e un lavoro comune sulla base di una reciproca fiducia e affidabilità, Giannini lo conosco bene e ambedue sappiamo quanta è la stima  e l’affetto nonostante tutte le differenze profonde di cultura politica, Pegolo lo conosco (se mi permette di dirlo) da piccolo e ho trovato molto interessanti le sue dichiarazioni durante  il congresso, molto calibrate pensate serie (anche troppo). Questo vale per tutti i compagni e le compagne che ho ascoltato con grande attenzione durante il dibattito e che sono confluiti sulla mozione 1.  Ho ascoltato molti altri appassionati interventi in appoggio alla mozione 2  e penso che bisognerà avere la capacità di una interlocuzione unitaria e una gestione aperta verso tutti e tutte; dato che nessuno in una organizzazione che si fregia di comunista può avere una opinione proprietaria o un rapporto feudale coi propri seguaci.
 
  Forse a voi non sembra, ma sono convinta che la più grande innovazione che tutta la sinistra comunista ha affrontato da quando esiste è stato di scrivere nel preambolo dello statuto allo stesso livello come avversari  cui ci si oppone in modo antagonistico,  il capitalismo e il patriarcato. Su questa affermazione approvata all’unanimità  penso che dovrebbe essere possibile predisporre un convegno, incontro, dibattito generale, seminario di tutto il partito e anche di altro fuori di noi (se posso ormai dire “noi”)
 
  Altri temi certamente non mancheranno, soprattutto quelli sociali già enunciati.
 
  Insomma vi prego di darmi il benvenuto e cercherò anche di essere saggia e misurata perchè non è tempo di effettacci,
vi abbraccio tutti e tutte

Lidia Menapace

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By Carmelo | Luglio 27, 2008 - 10:49 pm - Categorie: Aborti, SD, Congresso, cronaca, politica nazionale

Dopo l’intervento di apertura di Vendola, seguito con attenzione dai segretari che composero la sinistra arcobaleno, Claudio Fava dichiara di essere rimasto “deluso” dal discorso di Vendola, troppo attento a calibrare i termini, e, secondo l’attuale coordinatore Nazionale di Sinistra Democratica, poco “spinto” verso la costituente della sinistra. La “fretta” di Fava nel fare un nuovo patito della sinistra è palpabile, e basterebbe vedere i pezzi persi strada facendo da Sd a favore di altre forze politiche, la strutturale debolezza che non permette di costituire il movimento in partito, e soprattutto, l’ansia di riciclo di alcuni leader “storici” della Sinistra italiana.  I numeri a proposito di Sd parlano chiaro, ed ancora più chiaro nel caso specifico del suo coordinatore: candidato alle comunali a Catania, sua città di origine, Claudio Fava, Coordinatore di Sd, Eurodeputato del Partito Socialista Europeo, nella “sua” Catania ha preso 170 voti. Io, prima di parlare, farei autocritica. Ma quelli sono metodi comunisti, non da “dirigenti”…

P.S.

Vendola ha dichiarato che non ci ha nemmeno pensato di abbandonare il PRC: forse anche lui ha “fiutato” il vuoto che c’è in una certa “sinistra diffusa” italiana.

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SCHEDA / Chi è il nuovo segretario di Rifondazione

Paolo Ferrero, il valdese comunista

 

Paolo Ferrero

PAOLO Ferrero, vincitore al congresso del Prc, ha 47 anni ed è nato nel 1960 in Piemonte a Pomaretto, un piccolo comune di montagna, zona di fede valdese vicina a Torre Pellice. Dopo le scuole elementari si trasferisce a Villar Perosa, la cittadina eletta a luogo di relax dalla famiglia Agnelli.

La passione per la politica e l’ideologia comunista arriva presto. A 17 anni si iscrive a Democrazia Proletaria, una piccola e combattiva formazione politica nata negli anni Settanta a sinistra del Pci. Dopo essersi diplomato all’Istituto Tecnico Industriale inizia, nel 1978, a lavorare come operaio, allo stabilimento Fiat di Villar Perosa MVP.

La sua passione per la politica si fonde con l’impegno nella Chiesa valdese: ha fatto parte della Federazione Giovanile Evangelica Italiana (FGEI), di cui è stato segretario nazionale dal 1985 al 1986. “Ci sono molte superfici di contatto con la politica, questi sono i due luoghi in cui mi sono formato e ho iniziato a fare attività di base” dirà anni dopo per spiegare il connubio tra fede e politica nella sua giovinezza.

Dai 27 anni in poi entra in politica a tempo pieno dopo aver conosciuto la Cassa integrazione alla Fiat e occupa ruoli direttivi in Dp. In quegli anni, il cassaintegrato Fiat Ferrero si dà da fare anche fuori dalla politica e costituisce la cooperativa agro-forestale “Coop Agrovalli”, ancora attiva.

Dopo lo scioglimento di Dp nel Prc, Ferrero ne diviene capogruppo consiliare a Torino e guida una corrente di minoranza del partito, erede della vecchia maggioranza di Democrazia Proletaria (con lui ci sono Luigi Vinci e l’ex segretario di Dp, Giovanni Russo Spena), che nel IV Congresso del 1996 del Prc sostiene la mozione del segretario, Fausto Bertinotti.


Dal 1995 al 2006 fa parte della Segreteria del Prc ed è responsabile del Dipartimento associazionismo e movimenti e poi dell’Area lavoro, economia e diritti sociali. Alle politiche del 2006 viene eletto per la prima volta deputato del Prc, carica che però lascia a giugno dopo esser entrato a far parte del governo Prodi come ministro della Solidarietà sociale.

Ferrero diventa famoso per la sua opposizione, in Consiglio dei ministri, ad alcuni provvedimenti voluti da Prodi, soprattutto quelli sul Welfare, fino ad esser definito negli ambienti della presidenza una “testa dura”.

Dopo la caduta del governo si candida alla Camera ma come tutti gli altri candidati della sinistra radicale è travolto dalla debacle elettorale.

(27 luglio 2008)

Tratto da www.repubblica.it

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«E io sarei il conservatore?». Claudio Grassi, coordinatore dell’area Essere comunisti e principale alleato di Paolo Ferrero nella battaglia politica che si è aperta nel Prc dopo la sconfitta elettorale, ci tiene a precisarlo: «Quando nel 1991 lottavo per far nascere Rifondazione comunista ero conservatore? Direi di no, visto che abbiamo dato vita ad una forza politica che è servita proprio a portare avanti quegli elementi di innovazione di cui alcuni oggi si vantano. E non ero conservatore un anno fa, a Carrara, quando insieme con Giordano abbiamo costruito, senza contrapposizioni, un documento di rilancio del partito. Dunque, eviterei di usare, specie nella fase precongressuale e in modo strumentale, le categorie “innovatori e conservatori”». Grassi è senatore uscente ed è, appunto, tra i fondatori del Prc che non ha più lasciato, anche a costo di rompere un lungo sodalizio con Armando Cossutta. Secondo lui, sulla sinistra, «pesa un ciclo di sconfitte del movimento operaio, che risale alla fine degli anni ‘70. Sconfitte dalle quali non ci siamo mai risollevati».

Ma per quanto riguarda il nostro risultato elettorale, ha pesato di più il voto utile, la presenza al governo o ci sono cause più profonde?

Più di tutto ha contato il bilancio del governo. La considero la causa prioritaria della sconfitta elettorale. Una volta battuto Berlusconi, tutte le forze che erano state all’opposizione hanno fatto promesse che però hanno completamente disatteso. Suscitando grande malcontento, una grande delusione. La gente ha pensato: ecco, quando stanno all’opposizione fanno promesse e poi al governo si comportano come gli altri. E noi del Prc abbiamo pagato più degli altri. In diciotto mesi abbiamo votato il rifinanziamento della missione in Afghanistan quando precedentemente avevamo votato contro; Prodi ha dato il via libero alla base di vicenza, quando nel programma si parlava di riduzione delle spese militari. Per non parlare dei temi sociali: basta pensare al protocollo sul welfare.

E come si fa, adesso, a ridare fiducia a militanti ed elettori?

Non è certamente un lavoro di breve periodo. Per risalire la china, innanzitutto, abbiamo bisogno di un partito, che oggi invece è in grave difficoltà. Negli ultimi anni è stato gestito male, sono state alimentate le divisioni interne. Ora dobbiamo rilanciarlo e insediarlo nel territorio. In secondo luogo, dobbiamo riconnetterci con la società. E le due cose sono connesse: per tornare in contatto con la società ci serve uno strumento, il partito, minimamente funzionante. Il Cpn di domenica scorsa, in questo senso, costituisce un punto chiaro: abbiamo ribadito che prima di tutto viene Rifondazione. E’ un elemento di chiarezza fondamentale per i compagni e le compagne chiamati ad uno sforzo enorme nei prossimi anni. Si lavorerà per l’unità a sinistra, ma il Prc c’è e resta. Questo è il tema su cui il congresso dovrà decidere. Perché è innegabile che, in campagna elettorale, si sia indicata una strada sulla quale incamminare il partito, alla fine della quale Rifondazione non c’era più.

Perché dite no alla proposta di Diliberto di tornare insieme?

Perché noi siamo impegnati prima di tutto in un’altra impresa, quella di rilanciare il Prc, che si dibatte in una crisi profonda e che, invece, ha grandi potenzialità di espansione. Siamo convinti che senza Rifondazione qualsiasi processo di aggregazione a sinistra sia destinato al fallimento (come dimostrano i fatti).

Ma anche molti esponenti della ex maggioranza dicono di non voler sciogliere Rifondazione.

Beh, quando si dice che il progetto dell’aggregazione darà vita ad un soggetto unico; quando si parla di comunismo come tendenza culturale, io capisco che si vuole partire dal Prc ma per arrivare ad un’altra cosa.

Per voi, invece, cosa significa unità a sinistra?

Per noi unità a sinistra significa che Rifondazione mantiene la sua autonomia, aumenta il proprio radicamento sul territorio, si rafforza e si unisce non solo con partiti, ma anche con associazioni, comitati, singoli, attorno ad iniziative comuni (manifestazioni e mobilitazioni, campagne referendarie e raccolte di firme) che insieme si giudichino necessarie. Mi auguro che al congresso tutti dicano veramente ciò che pensano: le ambiguità sarebbero di impedimento ad una scelta chiara da parte dei compagni e delle compagne.

E i movimenti?

Non sono per ridiscutere l’importanza dei movimenti. Anzi, credo sia necessario ricostruire una relazione con loro. E qui ritorna il tema del governo: non a caso sono stati i primi a criticarci. Pensiamo al movimento per la pace e al fallimento della manifestazione di piazza del Popolo. Abbiamo pagato la nostra incoerenza votando per l’Afghanistan.

Gli operai hanno votato Lega. Come si recupera un simile risultato?

Si recupera ricostruendo la nostra credibilità, oggi piuttosto ridotta. Cioè ritornando, anche fisicamente, a contatto con il mondo del lavoro e praticando, umilmente, ciò che sosteniamo. Soprattutto, costruendo mobilitazioni, lotte, iniziative, attività sul territorio di opposizione al governo Berlusconi e alle sue politiche tese a ridimensionare il sindacato e il contratto nazionale.

Ma come si fa a fare tutto questo stando fuori dal parlamento?

Bisogna fare di necessità virtù. Io non penso che il livello istituzionale sia più importante del radicamento nella società e del rapporto con i movimenti. Però, certo, stando fuori dal parlamento hai poche possibilità di incidere nelle scelte. Non possiamo far altro che investire nella costruzione delle lotte e riorganizzarci per puntare a rientrare presto nelle istituzioni. Ci sono scadenze elettorali a breve (amministrative e europee); ci sono le riforme istituzionali e, soprattutto quella elettorale (ricordo che incombe il referendum). Dobbiamo mettere in piedi iniziative, movimenti di opinione come quelli che ci hanno permesso di bocciare la riforma costituzionale del precedente governo Berlusconi. Oltre che, naturalmente, tenere alta l’attenzione su temi decisivi come il risarcimento sociale o l’immigrazione.

Ma intanto il partito è profondamente lacerato: avete litigato pure nel comitato di gestione…

C’è una discussione. Vedremo quale linea sceglieranno i compagni. In questo senso mi piacerebbe se provassimo a fare un congresso a tesi, invece che a documenti contrapposti. E’ un mio vecchio pallino, che a Venezia fu respinto, causando divisioni che sono, a mio parere, tra le cause dei guai successivi. Siccome non tutto mi divide da Giordano, non vedo perché io non possa votare quelle parti del documento che mi trovano d’accordo e proporre invece una tesi alternativa laddove le opinioni divergono, come sul destino di Rifondazione. Non cambia nulla: la tesi che prende più voti prevale, ma almeno teniamo unito il partito ed evitiamo di spaccarlo in correnti cristallizzate. Lo proporrò nella commissione politica. Anche se, leggendo certe interviste, mi pare che di capire che si voglia andare in un’altra direzione.

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