L’indagine che ha portato alla scoperta della loggia massonica “Ausonia” grazie alle rilevazioni del pentito Maurizio Marchetta porta l’opinione pubblica ad una seria riflessione su tali forme associative. Secondo il pentito Marchetta grazie a questa loggia sarebbero stati condizionati pubblici appalti e assunzioni, con il coinvolgimento (oltre a medici, imprenditori e funzionari pubblici) anche dell’attuale sindaco di Barcellona Candeloro Nania  e del suo potente cugino senatore; il primo – sostiene Marchetta – per aver imposto a privati proprietari di terreni, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, l’affidamento delle progettazioni e successive costruzioni a professionisti da lui stesso scelti. Il Senatore Nania, invece – sempre secondo il pentito – sarebbe coinvolto per il suo potere ed il suo ruolo. Mentre la magistratura inquirente sta facendo le dovute indagini, come Rifondazione Comunista- Circolo “Ottobre Rosso”, chiediamo che si faccia chiarezza con una vera e propria operazione trasparenza sulla Città: che vengano resi pubblici i nomi e le logge massoniche operanti a Barcellona P.G., che si verifichino le possibili infiltrazioni nelle amministrazioni locali ed i condizionamenti su appalti e assunzioni pubbliche. Qualche mese fa, Monsignor La Piana aveva denunciato pubblicamente il condizionamento massonico “asfissiante” sulla società e sull’economia del nostro territorio: consideriamo ancora valide quelle parole e vorremmo mettere in pratica un processo di liberazione da tutte le forze “occulte” che governano il nostro territorio.

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Autore: Alberto Burgio

Testata/Fonte: Il Manifesto del 15 ottobre 2009

 

«Sarebbe sbagliato trarre conseguenze politiche dalla sentenza della Consulta». Tradotto: le vicende giudiziarie di Berlusconi non riguardano il governo, casualmente da lui presieduto. Quindi tutto deve filare liscio (si fa per dire) indipendentemente dalla bocciatura del lodo Alfano. Che questa sia la linea del governo e della Confindustria si capisce. Ma perché la sostiene anche il principale partito dell’opposizione (le parole tra virgolette sono state pronunciate da Massimo D’Alema e riflettono la posizione di tutto il gruppo dirigente democratico)?
Potrebbe trattarsi di un’astuzia tattica: un affondo precipitoso potrebbe attenuare i contraccolpi della bocciatura del lodo, meglio che Berlusconi si sotterri da solo, vittima del proprio incontrollato furore. Un’altra risposta è quella formulata da Andrea Fabozzi qualche giorno fa sul manifesto: il Pd sostiene il governo perché, nonostante tutto, teme le elezioni anticipate. Forse è possibile anche una terza ipotesi. Per argomentare la quale è necessario ragionare su quanto accadde nei primi anni Novanta.
Come è noto, dalle inchieste di Mani pulite trasse vigore una spinta «riformatrice» che da una parte modificò la legge elettorale in chiave maggioritaria, avviando la semplificazione bipolare, dall’altra determinò la personalizzazione della contesa politica, inoculando nel sistema il germe del presidenzialismo e favorendo l’aumento di potere dell’esecutivo e del suo «capo» rispetto agli altri organi costituzionali. In quel clima, quindici anni fa, mosse i primi passi la «seconda Repubblica».
Il presidenzialismo all’italiana avviò lo svuotamento della Costituzione, concepita a garanzia della centralità del parlamento e dell’equilibrio tra poteri indipendenti. E il processo è andato così in là che oggi nessuno si stupisce se il presidente della Camera teorizza l’illegittimità costituzionale di un cambio di maggioranza (presto detto «ribaltone») e persino di un cambio di premiership. Sospinto da possenti interessi, il «nuovo» ha vinto, benché la riduzione del parlamento a organo consultivo del governo (o di ratifica delle sue decisioni) costituisca un palese stravolgimento della lettera e dello spirito della Carta.
Ora, finché è la destra ad affermare la centralità dell’esecutivo e a spingere verso il presidenzialismo, i conti tornano. Ma quelle «riforme» - questo è il punto - vennero sostenute anche dalle forze del centro-sinistra, che si batterono con ardore per la trasformazione del sistema in senso bipolare-presidenzialistico. Se tale circostanza è di per sé sorprendente, comprendere l’adesione entusiastica del centro-sinistra al modello bipolare-presidenziale appare addirittura improbo ove si tenga presente un aspetto cruciale del panorama politico italiano dei primi anni Novanta. Questo aspetto si chiama precisamente Silvio Berlusconi. Il quale, già protagonista della scena economica e mediatica, irruppe sulla scena politica del Paese nel ‘93 con un fragoroso endorsement a favore di Fini in corsa per il Campidoglio. E subito dopo mobilitò la sua possente macchina comunicativa per dare la scalata a palazzo Chigi.
Al cospetto di un personaggio con queste caratteristiche, in particolare l’opzione del gruppo dirigente del Pds a favore di «riforme» che accrescevano il potere di un «capo del governo» in qualche modo eletto direttamente dal popolo è a prima vista inspiegabile. Sembra frutto di diabolica pervicacia o di marchiani errori di previsione. Può essere. Come può darsi che oggi, di fronte alle conseguenze di tanto avventurismo, la paura paralizzi quanti allora imboccarono quella strada. Ma tale ipotesi non spiega perché non si sia mai voluto riconsiderare quelle scelte, nonostante i loro disastrosi effetti. Non spiega perché, già nel ‘94, il Pds abbia salvato una prima volta Berlusconi, impedendo l’applicazione della legge che lo dichiarava ineleggibile; perché l’on. D’Alema abbia poi imbastito la partita della Bicamerale per cementare un’intesa privilegiata con il capo della destra (come farà ancora nel 2007 Veltroni, decretando la brusca fine della scorsa legislatura); perché - stando alle candide ammissioni dell’on. Violante - siano state subito date a Berlusconi piene garanzie circa la proprietà e il controllo delle sue reti televisive; e infine perché, in sette anni di governo, il centro-sinistra non abbia trovato il tempo di legiferare in materia di conflitti d’interesse.
Dare una risposta a questi interrogativi è difficile, ma è indispensabile per capire la (mancata) reazione del Pd alla sentenza della Consulta. È difficile, ma non impossibile, purché si rinunci a dare per scontato che i principali avversari di Berlusconi siano sempre e comunque impegnati nel tentativo di sconfiggerlo e di impedirgli di governare. Non occorre evocare raptus masochistici né vicende corruttive. È sufficiente ipotizzare che per vincere la guerra si sia ritenuto utile perdere qualche battaglia: un calcolo arrischiato, ma non necessariamente irragionevole. Soprattutto quando non ci si combatte in nome di progetti tra loro incompatibili.
Su quest’ultimo aspetto, si converrà che emerge un insieme di obiettivi «modernizzanti» che in questi quindici anni i due schieramenti hanno perseguito in sostanziale concordia: sul piano sociale, l’imposizione della «Costituzione neoliberista» e la redistribuzione di ricchezza a vantaggio del capitale; sul piano istituzionale, il bipolarismo dell’alternanza e il taglio delle estreme; in politica estera, l’adesione al paradigma di Maastricht e la partecipazione alle «guerre democratiche». La condivisione di questo programma, nel quadro di quello che potremmo definire un bipolarismo consociativo, abolisce forse il conflitto tra destra e centro-sinistra? No, ma lo ridefinisce nei termini di una competizione tra settori di classe dirigente (tra «nomi propri»), che contempla una sorta di torbida solidarietà. Si compete, ma non si mira alla secca sconfitta dell’avversario. Si vuol vincere ma non stravincere, non escludere l’altro, senza il quale crollerebbe il prezioso impianto bipolare (con la spiacevole conseguenza di rafforzare posizioni non «compatibili»). Si tiene a svolgere un ruolo determinante, ma in un contesto di collaborazione. Che non consente di affondare il colpo sull’avversario in difficoltà, anzi impone di farsi carico della sua salvezza.
Alla luce dei disastri verificatisi in questi non lievi lustri, tale ipotesi appare indubbiamente bizzarra. Se guardiamo allo stato comatoso dell’Italia e alla rovina della sua immagine internazionale, stentiamo a credere che i gruppi dirigenti del centro-sinistra abbiano potuto anche solo prendere in considerazione l’idea di collaborare con la destra, con questa destra, guidata da questo personale politico. Ma i fatti che abbiamo ricordato vanno pur spiegati, tenendo presente che sull’ultimo quindicennio e sull’attuale condizione del Paese il giudizio del centro-sinistra non è certo altrettanto severo quanto quello che si suole formulare da parte della sinistra di alternativa. Del resto, non meraviglia che noi «genti meccaniche» si stenti ad apprezzare una strategia tanto sofisticata. L’alta politica è un’arte esoterica. Richiede fantasia e creatività, e doti non comuni di intuito e di lungimiranza. Qualcuno ricorda, per caso, il «dalemone»?

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“L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone”. di Antonio MazzeoÈ il cuore di una delle aree della provincia di Messina a maggiore densità eversiva e mafiosa. Barcellona Pozzo di Gotto, comune ad una quarantina di chilometri dal capoluogo dello Stretto, per affinità storiche, politiche e criminali è definita la “Corleone del XXI secolo”. Gli ultimi trent’anni hanno visto l’ascesa delle organizzazioni criminali locali ai vertici dei traffici internazionali di armi e droga; l’alleanza con i ceti borghesi dominanti ne ha garantito la capacità di penetrazione nella politica e nelle istituzioni. Amministratori e consiglieri comunali avrebbero ricevuto pesantissimi condizionamenti. Un “buco nero” nella storia della Sicilia che solo a partire dalla fine degli anni ’90 ha richiamato l’attenzione dell’Antimafia e degli organi di stampa nazionali. Poi, nel giugno 2006, quella che sembrava potesse essere una svolta per riportare legalità e agibilità democratica: l’allora prefetto di Messina, Stefano Scammacca, disponeva un’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel Comune. Sindaco è Candeloro Nania, cugino di primo grado e appartenente allo stesso partito di Domenico Nania, capogruppo al Senato di An. Ed è il Polo ad avere una maggioranza bulgara in consiglio. Per un anno quattro ispettori (il prefetto Antonio Nunziante, il vicequestore Giuseppe Anzalone, il capitano dei carabinieri Domenico Menna e il comandante della Guardia di Finanza Domenico Rotella), spulciano centinaia di delibere ed atti amministrativi ed analizzano contratti e visure camerali. La valutazione finale è unanime: troppe scelte amministrative sono state subordinate agli interessi della criminalità locale. Altrettanto unanime è la richiesta di scioglimento dell’organo elettivo. La relazione ispettiva, centoquarantasei pagine, viene inviata a Roma, ma inspiegabilmente il ministro degli Interni Giuliano Amato decide di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Amministrazione e consiglio comunale possono concludere regolarmente la legislatura e alla tornata elettorale del 2007 Candeloro Nania e il Polo si ripresentano uniti ottenendo un successo di voti e consensi ancora più consistente. La giunta bis consolida il suo potere in una città dove pure l’aria che respiri sembra stagnante; vige l’“ordinaria amministrazione” sino allo scatto di orgoglio della Commissione edilizia urbanistica che i primi giorni d’agosto di quest’anno approva definitivamente il piano particolareggiato di quello che sarà il più grande Parco commerciale dell’intera provincia di Messina. L’unico, come annunciato dai vertici di Palazzo Longano, che «sarà realizzato, in conformità alle leggi e alla pianificazione urbanistica e commerciale della Regione». Non poco in un’area dove sorgono come funghi megastore e centri commerciali, tutti in deroga o in aperta violazione alle normative in materia. Quello di Barcellona sarà un Parco di dimensioni faraoniche: le infrastrutture s’insedieranno in un’area di 184.000 metri quadri in contrada Siena, accanto al nuovo centro artigianale e al vecchio tracciato della linea ferroviaria Messina-Palermo, strategicamente integrato all’asse stradale che l’Area di Sviluppo Industriale (Asi) chiede di realizzare in collegamento con la vicina area industriale di Milazzo-San Filippo del Mela, nella prospettiva di insediare l’autoporto originariamente programmato a Milazzo. All’interno del Parco saranno insediati sei diverse strutture destinate alla grande distribuzione, una serie di locali commerciali e per il tempo libero, un parco giochi per bambini e alcuni alberghi e ristoranti. A presentare nel giugno 2007 l’ambizioso progetto, la “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), un’azienda che gestisce nel sud Italia numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market, più gli ipermercati della transnazionale francese Carrefour di Porto Bolaro (Reggio Calabria), San Cataldo (Caltanissetta), Castrofilippo (Agrigento) e Milazzo. Nel 2005 l’azienda calabrese aveva stipulato un contratto di comodato d’uso con la Dibeca S.a.s. di Barcellona, proprietaria di buona parte dei terreni di contrada Siena, con relativa promessa di vendita. La stesura del piano particolareggiato fu affidata invece all’architetto barcellonese Mario Nastasi. Nel maggio del 2008, la G.d.m. decise però di farsi da parte. «L’acquisto dei terreni della Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla stipula del contratto, sia dell’approvazione del progetto, sia del rilascio della relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita», ha spiegato Piergiorgio Sacco, presidente della società di Campo Calabro. «Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse della nostra società alla iniziativa urbanistica». Anche la non brillante esperienza del centro Carrefour di Milazzo può aver influito sulla decisione dei manager della G.s.m.: nello stesso anno, a causa della flessione delle vendite e l’assoluta deregulation del mercato, la società era stata costretta a mettere in cassa integrazione quasi la metà del personale impiegato. Poco conveniente, dunque, tentare l’apertura di un altro centro commerciale in zona. Ma a Barcellona c’è però chi la pensa in maniera differente, al punto d’impegnarsi energicamente perchè il piano concludesse positivamente l’iter istruttorio ed approdare in consiglio comunale per l’approvazione finale. Dato il dietrofront della società proponente si è dovuto ricorrere ad un escamotage: presentare una domanda di cambio di titolarità della concessione edilizia. Ci ha pensato il 5 gennaio 2009 proprio la Dibeca, proprietaria dell’area di contrada Siena. E la commissione edilizia ha fatto valere allora quella che si sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». Una “continuità” affermata pure dalla scelta della Dibeca di affidare la direzione dei lavori per il Parco commerciale all’ingegnere Santino Nastasi, fratello dell’estensore del piano particolareggiato.   Alla società barcellonese la commissione ispettiva della Prefettura di Messina aveva dedicato un intero paragrafo (il terzo) della propria relazione sulle “anomalie” amministrative dell’Ente comunale. Per insediare gli uffici dell’Acquedotto e degli Impianti Sportivi, il 18 ottobre 2001 il Comune aveva preso in locazione dalla Dibeca un immobile di Via Operai 72. L’unico contratto sottoscritto con soggetti privati, un «rapporto economico» da cui - secondo gli ispettori prefettizi - «discendono forti elementi sintomatici che contraddistinguono, in termini di permeabilità, una gestione amministrativa che sembra privilegiare, non appena gli è possibile, rapporti economici con soggetti che, direttamente o indirettamente, risultano contigui, se non intranei, ad ambienti criminali locali di natura mafiosa». L’affitto per la durata di sei anni era stato stipulato con Alessandro Cattafi, «amministratore unico della Dibeca, in sostituzione della proprietaria, Nicoletta Di Benedetto», dietro corresponsione di un canone annuo di 27.888,67 euro. Il giudizio degli ispettori è lapidario. «È da evidenziare – si legge nella loro relazione - come l’amministrazione comunale, sia al momento della stipula del contratto di locazione che durante l’intera durata del contratto stesso, non abbia esperito i dovuti accertamenti e, soprattutto, non abbia posto in essere le iniziative atte ad evitare che l’Ente locale potesse avere rapporti economici con la società gestita dai familiari di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ai sensi della Legge antimafia 575/65». Alessandro Cattafi e Nicoletta Di Benedetto sono infatti rispettivamente figlio e madre dell’avvocato «pluripregiudicato» Rosario Pio Cattafi, personaggio «ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese». E sarebbe poi bastata una capatina alla Camera di commercio per verificare come la società in questione non occultasse per nulla il dominus: alla costituzione il nome completo era infatti “Dibeca S.n.c. di Cattafi Rosario & C”, oggetto la gestione di lavori edili, stradali, marittimi e ferroviari. Sino al 1987 amministratore unico il farmacista Agostino Cattafi, fratello di Rosario, poi sindaco del comune tirrenico di Furnari (Messina). Nel dicembre 2004, la società prende invece il nome di “Dibeca S.a.s. di Corica Ferdinanda e C.”. Oggi i suoi soci sono ancora la madre del legale, Nicoletta Di Benedetto, il figlio, Alessandro, la sorella, Maria Cattafi, e Ferdinanda Corica.   Secondo l’organo ispettivo, Rosario Pio Cattafi «rappresenta una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona Pozzo di Gotto, diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano». Egli sarebbe cioè uno dei «soggetti di livello superiore» che si muovono per mediare i contatti tra i vertici di Cosa Nostra e «taluni membri delle istituzioni operanti specialmente nel settore della politica, della giustizia e delle pubbliche amministrazioni». Le vicende giudiziarie che hanno interessato il legale barcellonese sono condensate nelle motivazioni della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni, emessa nei suoi confronti dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, in epoca ampiamente antecedente alla stipula della locazione con l’ente locale. Di Cattafi vengono evidenziati in particolare i rapporti con numerosi esponenti della criminalità organizzata provinciale e regionale, con particolare riferimento a Francesco Rugolo, ai vertici del gruppo barcellonese, ucciso il 26 febbraio 1987. L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone, la moglie e la scorta il 23 maggio 1992 a Capaci. «Di assoluto rilievo sono anche i rapporti prolungati nel tempo che vedono legato Rosario Cattafi al boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo», si legge ancora nella relazione sulle infiltrazioni criminali nella vita amministrativa di Barcellona. «Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca “Santapaola”, le famiglie “Carollo”, “Fidanzati”, “Ciulla” e “Bono”». Sin da giovane Rosario Cattafi aveva militato nelle file della destra eversiva «rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi». Particolarmente rilevante la vicenda inerente le «raffiche di mitra sparate dal Cattafi in una camera della Casa dello studente nell’aprile 1973, a seguito del quale è stato tratto in arresto». Successivamente il barcellonese fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle “famiglie” mafiose siciliane. Nei primi anni ’80, Cattafi si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni svizzeri “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura di Milano interessata a verificare se dietro un viaggio del Cattafi a Saint Raffael c’era l’obiettivo di «stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con la famiglia dei Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti». Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto «non meglio chiariti» rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti. Nell’agosto del 1993 Cattafi fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed «uno dei maggiori esponenti del clan». L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi e materiale bellico, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al cittadino italo-peruviano Filippo Battaglia, di cui proprio Cattafi era stato testimone di nozze. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’operazione relativa all’autoparco Salesi di via Salomone di Milano nella quale rimasero coinvolti alcuni soggetti ritenuti legati alla criminalità organizzata lombarda e siciliana. Dopo una pesante condanna in primo grado per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco milanese. Del barcellonese si occupò poi la Procura della Repubblica di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi delle società costruttrici Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Sul suo conto i magistrati spezzini scrivono «essere inserito a pieno titolo nel commercio illegale delle armi e degli armamenti nella sua qualità di appartenente alla famiglia mafiosa capeggiata da Nitto Santapaola». Nel 1998 il barcellonese fu infine sottoposto ad indagini da parte della D.D.A. di Caltanissetta nell’ambito del procedimento riguardante i mandanti “occulti” della strage di Capaci. Anche stavolta la sua posizione fu archiviata. Nel curriculum vitae di Rosario Cattafi ci sono infine due denuncie (una in data 9 agosto 2000, l’altra il 14 luglio 2001) per violazione degli obblighi della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza; una denuncia, il 20 luglio 2001, da parte del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Barcellona, per «minaccia nei confronti di un medico e per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale di P.S.»; la revoca da parte del Prefetto di Messina della patente di guida (8 gennaio 2001). Il sindaco Candeloro Nania ha più volte ribadito che sarebbe stata la precedente giunta di centrosinistra a stipulare nel giugno 2000 il contratto di affitto con la società della famiglia Cattafi. «L’atto di affitto è stato sottoscritto materialmente il 18 ottobre 2001 dall’allora Commissario regionale, dott. Zaccone», ha replicato l’ex sindaco Pd. Negli archivi del Municipio è depositata una delibera del Consiglio comunale del 9 maggio 2000 che approvava una proposta di emendamento a firma dei capigruppo dei partiti del centrodestra che elevava a 70.000 euro il capitolo di bilancio riservato annualmente all’affitto dei nuovi locali di via Operai 72. Un regalo bipartisan che continua sino ad oggi: gli uffici comunali (e la sede locale della Croce Rossa Italiana) sono infatti ancora ospitati nello stabile di proprietà della Dibeca e centinaia di migliaia di euro sono già stati incassati dalla famiglia Cattafi. Briciole al confronto del business multimilionario che ruota attorno al mega Parco commerciale di Barcellona. Stavolta si fa veramente sul serio.

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Da mesi i precari della scuola, docenti e ATA, si stanno mobilitando per la difesa del diritto al lavoro e della qualità dela scuola della Repubblica.
Sul Governo grava la responsabilità di tagli feroci che mirano a distruggere la scuola pubblica a tutto vantaggio delle scuole private.
A farne le spese sono i precari, licenziati in tronco dopo anni di servizio, gli insegnanti tutti, costretti a lavorare in aule sovraffollate e in condizioni impossibili, gli studenti, ai quali nella sostanza si nega il diritto costituzionale all’istruzione.

Lo stesso Governo artefice del massacro sociale e civile a danno della scuola in questi giorni sta dando luogo alla messinscena dei cosiddetti “contratti di disponibilità”.
Una vera e propria truffa che punta alla pacificazione in cambiio di pochi spiccioli, che discrimina tra precari di serie A e di serie B, che produce trattamenti diversi tra precari di diverse regioni, che non da alcuna risposta né sul piano dell’occuazione né su quello della qualità della scuola.
Rifondazione Comunista chiede perciò che gli assessori regionali al Lavoro e all’Istruzione abbandonino questa strada e si impegnino concretamente a sostenere le rivendicazioni dei precari per il ritiro dei tagli, il ripristino dei finanziamenti alla scuola statale e l’assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti.
Nell’immediato, il PRC chiede che venga garantito il lavoro a tutti i docenti e gli ATA licenziati attraverso la costituzione nelle scuole di un organico funzionale, necessario per ripristinare gli standard qualitativi pregiudicati dagli interventi del governo.

Le Regioni non devono rendersi complici dell’inganno dei contratti di disponibilità.
La solidarietà con i precari della scuola richiede posizioni nette e atti concreti.

 
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Dipartimento Nazionale Scuola

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  Agosto 19, 2009

Tratto da http://www.affaritaliani.it/politica/ferrero-rifondazione-comunista-manager-innse-francia-crisi170809.html

“Costruire una federazione della sinistra di alternativa, al contrario delle scissioni fatte da Vendola”

Lunedí 17.08.2009 22:54

“Per noi il problema è riuscire a rendere la questione sociale centrale… anche se per farlo serve mettere sotto chiave un manager”. Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, sceglie Affaritaliani.it per annunciare la svolta autunnale nelle forme di lotta della sinistra radicale. “Bisogna imparare dai francesi”.
 
“Dobbiamo lavorare per costruire il conflitto sociale. Non solo manifestazioni di piazza, ma bisogna anche rendere più incisive le lotte perché Berlusconi sta prendendo in giro l’Italia. Abbiamo la peggiore performance e lui sta continuando a non fare nulla per uscire dalla crisi e per aiutare i lavoratori. Stiamo perdendo una barca di posti di lavoro e il governo non sta facendo nulla. Quindi l’unico modo è farsi sentire con metodi molto più forti. Quelli dell’Innse hanno detto che cosa bisognava fare e in parte occorre imparare anche dai francesi”.
 
Il leader del Prc non usa mezzi termini e parla apertamente delle “forme di lotta che riescano ad attirare l’attenzione dei media sul problema sociale e a obbligare le aziende a contrattare“. Rapimento dei manager come è accaduto in Francia? “Non mi sembra che abbiano rapito nessuno… li hanno chiusi in un sottoscala o in una stanza”.
 
L’ex ministro della Solidarietà Sociale spiega: “Siccome quando ci sono 100mila persone in piazza i mass media spesso non fanno nemmeno il passaggio al telegiornale - invece si parla del colore delle mutande di Berlusconi o delle stupidaggini della Lega che ne spara una al giorno (molto meno rilevanti del dramma sociale di centinaia di migliaia di persone che perdono il posto di lavoro) - noi ci impegneremo a far risultare le forme di lotta evidenti almeno quanto le stupidaggini di Calderoli. Perché l’assenza di democrazia passa anche da qui. Per noi il problema è riuscire a rendere la questione sociale centrale… anche se per farlo serve mettere sotto chiave un manager”.
 
Ferrero parla anche dei problemi della sinistra comunista e radicale. “Bisogna costruire una federazione della sinistra di alternativa tra tutte le forze politiche, sociali e culturali che ci sono. Quindi dare un segno di unità, al contrario delle scissioni fatte da Vendola”.

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Secondo “La Repubblica”, giornale molto vicino al Partito Democratico, le candidature siciliane di Rosario Crocetta e Rita Borsellino hanno dato “nuova Linfa” al crepuscolare Pd dell’Isola. Tuttavia, ci chiediamo: ma questi candidati, quanto potranno incidere sulla linea politica di un partito? Quanto, cioè, le loro candidature testimoniano un vero e proprio cambiamento  di rotta e quanto, invece, rappresentano solo un’operazione di maquillage politico, una “lavata di faccia”, come si dice dalle nostre parti, per coprire un’azione politica deleteria e poco progressista? Ci chiediamo questo dopo aver visto cos’ha fatto il Partito democratico in Sicilia in quest’ultimo anno: dal consociativismo a “volto scoperto” con l’MPA di Lombardo, con cui si è andati d’amore e d’accordo su un’insieme di provvedimenti (dalla legge elettorale con sbarramento negli enti locali, fino al bilancio della sanità siciliana, che ha messo tutti d’accordo sul mantenimento dei manager e sul taglio dei posti letto e reparti), fino ad accordi “trasversali” (non si possono più chiamare anomali per l’alta frequenza con cui avvengono) con pezzi del centrodestra. Così non è diventato un tabù per un sindaco in quota Pd avere l’appoggio di Alleanza Nazionale (come avviene a Terme Vigliatore ed in altri comuni del messinese), oppure per un sindaco Udc (il parito del cuffarismo, è bene ricordarlo) avere come sostegno le liste del Partito Democratico. Ma non è tutto;  Ad Enna, l’associazione “Pompeo Colajanni”, “gemella” del Partito Democratico Locale, targata Vladimiro Crisafulli, che in quel territorio fa rima con consociativismo, sarebbe destinataria di 68 mila euro dalla regione per..non si sa cosa, visto che questa associazione non sviluppa alcun tipo di attività. Farebbe piacere sapere cosa delle persone che hanno fatto della legalità e della trasparenza il loro vessillo politico pensano di tali pratiche. E, cosa più importante al fine delle loro candidature, come pensano, “personalmente”, di incidere sulla linea  del Pd siciliano? Le candidature personali, se inserite in un progetto di segno diverso, che fagocita e sclerotizza la storia individuale dei propri candidati, sono solo un’operazione di facciata tendente a nascondere l’azione politica condotta fin qui dai responsabili siciliani del Pd. Siamo sicuri che il giorno dopo delle elezioni si continuerà a praticare tra Partito Democratico e destra ogni pratica di accordo, dalle giunte locali alle scelte di politica economica che poi ricadranno sui siciliani.

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By Carmelo | Aprile 2, 2009 - 3:16 pm - Categorie: CASTA, comunicati stampa

Barcellona P.G. 01/04/2009

Comunicato Stampa

Si all’antiracket: no alle strumentalizzazioni politiche da parte dell’amministrazione  Lo sviluppo in città del movimento antiracket ed il futuro costituirsi dell’Associazione sono elementi estremamente positivi per il nostro territorio, che vanno incoraggiati e sostenuti. Per troppo tempo si è rimasti scoperti, su tale fronte, senza un vero e proprio strumento di lotta e di contrasto al fenomeno; i segnali che provengono in tal senso possono far ben sperare. Tuttavia, Come Italia del Valori, Rifondazione Comunista, Sinistra Democratica, crediamo che questo movimento debba fare un percorso autonomo ed inclusivo: autonomo dalla politica, specie quella istituzionale, quella dell’attuale nostra amministrazione comunale che, vorremmo ricordare, fino a qualche anno fa, rischiava di essere sciolta per mafia perché presentava una lista di 17 indagati in consiglio comunale. Inclusiva delle varie realtà sociali che agiscono sul territorio, organizzati o meno. Vorremmo ricordare che il racket si combatte con scelte coraggiose, coerenti nel tempo, come quelle dei ragazzi di Addio Pizzo di Palermo o di imprenditori onesti che hanno detto no al racket, rischiando la propria vita e quella dei propri familiari: non bastano parole di rito e gonfaloni, insomma, per dire che si è dalla parte giusta. Come forze del Centrosinistra, lavoreremo affinchè anche in città ci sia un antiracket vigile: lavoriamo per far sì che la nostra città si liberi realmente di tale fenomeno, non per ripulirci la coscienza o rifarci una verginità politica. I nostri migliori auspici allo sviluppo di questo movimento.

Italia Dei Valori - Barcellona P.G.

Rifondazione Comunista Circolo “Ottobre Rosso” -  Barcellona P.G.

Sinistra Democratica - Barcellona P.G.

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Cara Sonia Alfano,

Dopo quello che è successo a Barcellona P.G. in tema di mafia e di lotta alla mafia, vedi l’ inchiesta “Pozzo” con tutto quello che ne consegue, crediamo sia sentire comune di buona parte della cittadinanza barcellonese la necessità dell’impegno sul territorio di tutto e tutti quelli che si definiscono “Antimafia” per contrastare, in maniera costante e radicale il fenomeno in un comprensorio come il nostro.

Noi crediamo che non si possa fare antimafia semplicemente con conferenze e convegni, ricorrenze che il giorno dopo lasciano il tempo che trovano, oppure con semplici campagne elettorali, che durano quel periodo lasciando un vuoto tra un’elezione ed un’altra.

Crediamo ci sia bisogno della massima attenzione, anche per certi fenomeni che sono quantomeno ambigui sul nostro territorio: ci riferiamo ad esempio a quanto riportato nell’articolo di IMGPRESS “Maurizio Marchetta parla: Barcellona non trema”. Ma non solo questo.

L’indagine “Pozzo” ha rivelato come le varie cosche mafiose si stanno spartendo la torta del Ponte sullo stretto: alla mafia barcellonese è toccata quella del movimento terra. Non le sembra anomala la presenza in un paese di 41.000 abitanti e con quasi la metà degli abitanti attivi disoccupati la presenza di 140 aziende e ditte che si occupano di tale settore?

La questione del Ponte, poi, è stata riaperta dall’attuale governo che, incurante dei tagli alle “piccole” infrastrutture, che collegano un paese ad un altro, con i danni che abbiamo visto tutti durante il periodo di maltempo perdurante, sta stanziando miliardi di euro per la realizzazione: lei sarà con noi, magari a rischiare le manganellate, a protestare contro la costruzione di quest’opera, che farà ricche le cosche mafiose?

Noi viviamo a Barcellona. Ne respiriamo l’aria, sentiamo la pressione addosso dei “picciotti” ogni qual volta tocchiamo un tema “scomodo”, ogni qual volta lottiamo per le nostre idee confrontandoci con un territorio “controllato” ed “irreggimentato”, dove non è difficile trovare “uomini d’onore” ai vari angoli delle strade. Dove molti nostri compagni, per la loro attività politica, non riescono a trovar lavoro.

La situazione sociale e civile a Barcellona, oggi, è decisamente bassa: basti pensare che, a seguito di furti, scassi o incendi, segue nel giro di 24 ore una calma piatta. Ma di questi elementi ce ne accorgiamo noi, che viviamo a Barcellona P.G.

Con Rispetto

 

 

Il Circolo “Ottobre Rosso”-  Rifondazione Comunista Barcellona P.G.

Barcellona P.G. 03/03/2009

 

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da Liberazione di domenica 8 febbraio 2009

Battere l’offensiva clerico-fascista

Ieri è stata una grande giornata di mobilitazione contro il governo Berlusconi e l’offensiva clerico fascista che il presidente del consiglio ha aperto. Berlusconi non è rimasto con le mani in mano e ha puntato dritto all’obiettivo dicendo a proposito della Costituzione quello che lui considera l’insulto peggiore e cioè che è sovietica.
Berlusconi ha cioè deciso una offensiva in grande stile, in cui il destino della povera Eluana è evidentemente un puro pretesto. L’obiettivo di Berlusconi è lo sfondamento del quadro di regole in cui vive il nostro paese; questo al fine di poter modificare in modo duraturo i rapporti di forza tra le classi e determinare una uscita da destra dalla crisi. L’offensiva di questi giorni va ad aprire nuovi contenziosi in una situazione che vede già numerosi fronti aperti. Principalmente quattro.

In primo luogo, in sintonia con Confindustria, ha aperto il fronte sindacale, come nel 2002, puntando ad isolare la Cgil e a distruggere il sindacato come espressione autonoma della classe.
In secondo luogo Berlusconi ha aperto il fronte con la Magistratura cercando di metterle la mordacchia, sia sulla riforma della giustizia che sulla vicenda delle intercettazioni.
In terzo luogo il governo ha approvato un decreto sicurezza che radicalizza l’estremismo della Bossi Fini e costruisce sul piano legislativo il migrante come capro espiatorio.
Da ultimo, in sintonia con il Vaticano, ha aperto l’offensiva contro il Presidente della Repubblica, mettendo definitivamente in discussione ogni parvenza di laicità dello Stato e l’equilibrio dei poteri che ci consegna la nostra Costituzione.

Nella concezione fascista che caratterizza la cultura di Berlusconi, il potere derivante dal popolo deve essere assoluto, privo di vincoli e di regole: un potere sovrano per l’appunto, come ci ha insegnato il teorico Carl Schmitt, tanto caro ai nazisti. Il tutto avviene in un contesto di crisi economica pesantissima, destinata a durare a lungo, in cui milioni di persone vedono peggiorare la propria condizione di vita e guardano al futuro con paura. La mia opinione è che Berlusconi abbia aperto troppi fronti e che le reazioni ad ognuno di questi si possano sommare. Taluni pensano che Berlusconi stia facendo una manovra diversiva, per nascondere i problemi della crisi economica. A me non pare. Sia perché la logica che lo guida è una linea politica compiuta, espressione aggiornata del Piano di Rinascita democratica di Licio Gelli. Sia perché mi pare possibile nella concreta situazione italiana lavorare a sommare questi fronti, facendo si che le questioni democratiche non nascondano quelle sociali e viceversa.

E’ del tutto evidente che il principale vantaggio di cui gode Berlusconi è dato dall’ignavia dell’opposizione parlamentare. Il PD guidato da Veltroni ha nei confronti di Berlusconi un atteggiamento a dir poco schizofrenico: oggi dice che è un fascista ma ieri ci si è accordato per riscrivere le regole del Paese, dalla legge elettorale contro la sinistra alla riscrittura dei regolamenti parlamentari per permettere al governo di operare in modo più spedito. Come se non bastasse, sui contenuti sociali, il PD chiama alla mobilitazione contro il governo ma parallelamente lascia completamente isolata la Cgil, una cosa che non era mai accaduta nell’Italia repubblicana. Da parte sua, Di Pietro agisce il suo populismo giustizialista unicamente per lucrare sulla crisi del PD, ma non costruisce nulla a positivo. E’ una forma di estremismo di centro che ci presenta un Berlusconismo rovesciato. Si può affermare con chiarezza che la principale forza di Berlusconi è data dall’inconsistenza dell’opposizione. Va anche registrato che tra le forze della sinistra ex parlamentare il grado di consapevolezza dei problemi non mi pare altissimo se è vero com’è vero che le nostre proposte di costruire un coordinamento delle opposizioni di sinistra è regolarmente caduto nel vuoto.

In questo contesto noi dobbiamo fare due cose.
La prima è lavorare a massimizzare il conflitto, la denuncia, l’aggregazione su ogni singolo problema. Dalla questione sociale alla giustizia alla laicità dello stato alla democrazia. Costruire su ognuno di questi terreni il massimo di iniziativa politica, culturale, di mobilitazione, sia nazionale che sui territori. Tutti i fronti vanno agiti cercando il massimo di allargamento dei medesimi, il massimo di coinvolgimento di tutti gli interlocutori disponibili, il massimo di efficacia.
La seconda è costruire una opposizione efficace, che padroneggi i diversi fronti di lotta e proponga una alternativa complessiva, evitando ogni scorciatoia frontista che in nome della difesa della democrazia lasci indietro le altre questioni, a partire dalla questione sociale. Non può essere il PD la spina dorsale di questa opposizione. Oggi per difendere la democrazia occorre difendere i salari e per battere il razzismo occorre bloccare i licenziamenti e generalizzare gli ammortizzatori sociali.
Agire consapevolmente su due livelli evitando cortocircuiti frontisti è la vera sfida che oggi devono ingaggiare i comunisti per sconfiggere il clericalismo fascistoide di Berlusconi.

 

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Il più entusiasta alla fine era il Procuratore Capo Guido Lo Forte (nella foto di Dino Sturiale). Il suo nome, il suo passato, la sua integrità morale, la sua proverbiale testardaggine nella lotta alla mafia ai tempi della Procura di Palermo ne fanno una garanzia assoluta di successo. Ed alla prima uscita in una conferenza stampa Lo Forte, sorridente e soddisfatto, non perde l’occasione per sottolineare l’importanza dell’operazione: “E’ la prima volta, da quando mi sono insediato a settembre, che prendo parte ad un incontro con la stampa. Era giusto farlo perché considero questa operazione di straordinaria importanza nella lotta alla mafia della provincia di Messina. E un grazie particolare va ai Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale che hanno lavorato duramente per due anni. Il riconoscimento è venuto anche dal gip che nell’ordinanza ha definito imponente la mole di lavoro svolta”.

- Lei ha definito Cosa Nostra barcellonese all’altezza di quella palermitana per struttura e pericolosità.

“Sicuramente si, è un’organizzazione che non ha nulla da invidiare a Cosa Nostra palermitana della quale ha ereditato anche la struttura. E lasciatelo dire ad uno che la mafia di Palermo la conosce bene per averla combattuta a lungo. Possiamo dire che le organizzazioni mafiose della provincia di Messina si sono riunite ed hanno creato un gruppo unitario con una ferrea divisione territoriale. In ogni zona c’è un rappresentante che fa poi riferimento alla famiglia centrale. Ed anche le attività svolte sono più o meno identiche a quelle di Cosa Nostra palermitana: il racket delle estorsioni, l’usura, il controllo degli appalti pubblici e la tendenza ad acquisire un controllo egemonico delle attività del territorio, sia illegali ma, soprattutto, quelle legali”.

- Avete, dunque, appurato rapporti di collaborazione con Cosa Nostra palermitana?

“Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali emergono strutture e terminologie identiche fra le due grandi organizzazioni mafiosi. Si parla così di “famiglia”, di “mandamento”, di “rappresentanti”. Del resto ormai da più di 30 anni Cosa Nostra barcellonese gode la massima fiducia di quella palermitana ed ha stretti rapporti di collaborazione con quella catanese”.

- Avete appurato anche infiltrazioni mafiose nel mondo della politica locale?

“Si sa che Cosa Nostra attinge spesso nel mondo della politica. Qualcosa è emerso anche in questo caso. Nell’ordinanza si parla del voto di scambio fra l’ex sindaco di S.Lucia del Mela ed un rappresentante mandamentale della zona che, in cambio di voti, ha ottenuto una sanatoria per un fabbricato abusivo. Ma le indagini non sono ancora concluse”.

- Dall’operazione Pozzo esce l’immagine di un territorio completamente in mano alla mafia.

“Beh, nel barcellonese c’è tanta gente onesta che lavora e che non ha nulla a che fare con la mafia. Purtroppo c’è una forte organizzazione di stampo mafioso che è fortemente radicata nel territorio e ne condiziona la vita e le attività, che ha avviato rapporti con altre famiglie e si fa forte di una omertà che deriva dalla paura dei cittadini”.

- E’ possibile quantificare il giro d’affari di Cosa Nostra barcellonese?

“Impossibile fare delle cifre ma posso garantire che si tratta di milioni e milioni di euro”.

www.tempostretto.it

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