Autore: Alberto Burgio

Testata/Fonte: Il Manifesto del 15 ottobre 2009

 

«Sarebbe sbagliato trarre conseguenze politiche dalla sentenza della Consulta». Tradotto: le vicende giudiziarie di Berlusconi non riguardano il governo, casualmente da lui presieduto. Quindi tutto deve filare liscio (si fa per dire) indipendentemente dalla bocciatura del lodo Alfano. Che questa sia la linea del governo e della Confindustria si capisce. Ma perché la sostiene anche il principale partito dell’opposizione (le parole tra virgolette sono state pronunciate da Massimo D’Alema e riflettono la posizione di tutto il gruppo dirigente democratico)?
Potrebbe trattarsi di un’astuzia tattica: un affondo precipitoso potrebbe attenuare i contraccolpi della bocciatura del lodo, meglio che Berlusconi si sotterri da solo, vittima del proprio incontrollato furore. Un’altra risposta è quella formulata da Andrea Fabozzi qualche giorno fa sul manifesto: il Pd sostiene il governo perché, nonostante tutto, teme le elezioni anticipate. Forse è possibile anche una terza ipotesi. Per argomentare la quale è necessario ragionare su quanto accadde nei primi anni Novanta.
Come è noto, dalle inchieste di Mani pulite trasse vigore una spinta «riformatrice» che da una parte modificò la legge elettorale in chiave maggioritaria, avviando la semplificazione bipolare, dall’altra determinò la personalizzazione della contesa politica, inoculando nel sistema il germe del presidenzialismo e favorendo l’aumento di potere dell’esecutivo e del suo «capo» rispetto agli altri organi costituzionali. In quel clima, quindici anni fa, mosse i primi passi la «seconda Repubblica».
Il presidenzialismo all’italiana avviò lo svuotamento della Costituzione, concepita a garanzia della centralità del parlamento e dell’equilibrio tra poteri indipendenti. E il processo è andato così in là che oggi nessuno si stupisce se il presidente della Camera teorizza l’illegittimità costituzionale di un cambio di maggioranza (presto detto «ribaltone») e persino di un cambio di premiership. Sospinto da possenti interessi, il «nuovo» ha vinto, benché la riduzione del parlamento a organo consultivo del governo (o di ratifica delle sue decisioni) costituisca un palese stravolgimento della lettera e dello spirito della Carta.
Ora, finché è la destra ad affermare la centralità dell’esecutivo e a spingere verso il presidenzialismo, i conti tornano. Ma quelle «riforme» - questo è il punto - vennero sostenute anche dalle forze del centro-sinistra, che si batterono con ardore per la trasformazione del sistema in senso bipolare-presidenzialistico. Se tale circostanza è di per sé sorprendente, comprendere l’adesione entusiastica del centro-sinistra al modello bipolare-presidenziale appare addirittura improbo ove si tenga presente un aspetto cruciale del panorama politico italiano dei primi anni Novanta. Questo aspetto si chiama precisamente Silvio Berlusconi. Il quale, già protagonista della scena economica e mediatica, irruppe sulla scena politica del Paese nel ‘93 con un fragoroso endorsement a favore di Fini in corsa per il Campidoglio. E subito dopo mobilitò la sua possente macchina comunicativa per dare la scalata a palazzo Chigi.
Al cospetto di un personaggio con queste caratteristiche, in particolare l’opzione del gruppo dirigente del Pds a favore di «riforme» che accrescevano il potere di un «capo del governo» in qualche modo eletto direttamente dal popolo è a prima vista inspiegabile. Sembra frutto di diabolica pervicacia o di marchiani errori di previsione. Può essere. Come può darsi che oggi, di fronte alle conseguenze di tanto avventurismo, la paura paralizzi quanti allora imboccarono quella strada. Ma tale ipotesi non spiega perché non si sia mai voluto riconsiderare quelle scelte, nonostante i loro disastrosi effetti. Non spiega perché, già nel ‘94, il Pds abbia salvato una prima volta Berlusconi, impedendo l’applicazione della legge che lo dichiarava ineleggibile; perché l’on. D’Alema abbia poi imbastito la partita della Bicamerale per cementare un’intesa privilegiata con il capo della destra (come farà ancora nel 2007 Veltroni, decretando la brusca fine della scorsa legislatura); perché - stando alle candide ammissioni dell’on. Violante - siano state subito date a Berlusconi piene garanzie circa la proprietà e il controllo delle sue reti televisive; e infine perché, in sette anni di governo, il centro-sinistra non abbia trovato il tempo di legiferare in materia di conflitti d’interesse.
Dare una risposta a questi interrogativi è difficile, ma è indispensabile per capire la (mancata) reazione del Pd alla sentenza della Consulta. È difficile, ma non impossibile, purché si rinunci a dare per scontato che i principali avversari di Berlusconi siano sempre e comunque impegnati nel tentativo di sconfiggerlo e di impedirgli di governare. Non occorre evocare raptus masochistici né vicende corruttive. È sufficiente ipotizzare che per vincere la guerra si sia ritenuto utile perdere qualche battaglia: un calcolo arrischiato, ma non necessariamente irragionevole. Soprattutto quando non ci si combatte in nome di progetti tra loro incompatibili.
Su quest’ultimo aspetto, si converrà che emerge un insieme di obiettivi «modernizzanti» che in questi quindici anni i due schieramenti hanno perseguito in sostanziale concordia: sul piano sociale, l’imposizione della «Costituzione neoliberista» e la redistribuzione di ricchezza a vantaggio del capitale; sul piano istituzionale, il bipolarismo dell’alternanza e il taglio delle estreme; in politica estera, l’adesione al paradigma di Maastricht e la partecipazione alle «guerre democratiche». La condivisione di questo programma, nel quadro di quello che potremmo definire un bipolarismo consociativo, abolisce forse il conflitto tra destra e centro-sinistra? No, ma lo ridefinisce nei termini di una competizione tra settori di classe dirigente (tra «nomi propri»), che contempla una sorta di torbida solidarietà. Si compete, ma non si mira alla secca sconfitta dell’avversario. Si vuol vincere ma non stravincere, non escludere l’altro, senza il quale crollerebbe il prezioso impianto bipolare (con la spiacevole conseguenza di rafforzare posizioni non «compatibili»). Si tiene a svolgere un ruolo determinante, ma in un contesto di collaborazione. Che non consente di affondare il colpo sull’avversario in difficoltà, anzi impone di farsi carico della sua salvezza.
Alla luce dei disastri verificatisi in questi non lievi lustri, tale ipotesi appare indubbiamente bizzarra. Se guardiamo allo stato comatoso dell’Italia e alla rovina della sua immagine internazionale, stentiamo a credere che i gruppi dirigenti del centro-sinistra abbiano potuto anche solo prendere in considerazione l’idea di collaborare con la destra, con questa destra, guidata da questo personale politico. Ma i fatti che abbiamo ricordato vanno pur spiegati, tenendo presente che sull’ultimo quindicennio e sull’attuale condizione del Paese il giudizio del centro-sinistra non è certo altrettanto severo quanto quello che si suole formulare da parte della sinistra di alternativa. Del resto, non meraviglia che noi «genti meccaniche» si stenti ad apprezzare una strategia tanto sofisticata. L’alta politica è un’arte esoterica. Richiede fantasia e creatività, e doti non comuni di intuito e di lungimiranza. Qualcuno ricorda, per caso, il «dalemone»?

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“L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone”. di Antonio MazzeoÈ il cuore di una delle aree della provincia di Messina a maggiore densità eversiva e mafiosa. Barcellona Pozzo di Gotto, comune ad una quarantina di chilometri dal capoluogo dello Stretto, per affinità storiche, politiche e criminali è definita la “Corleone del XXI secolo”. Gli ultimi trent’anni hanno visto l’ascesa delle organizzazioni criminali locali ai vertici dei traffici internazionali di armi e droga; l’alleanza con i ceti borghesi dominanti ne ha garantito la capacità di penetrazione nella politica e nelle istituzioni. Amministratori e consiglieri comunali avrebbero ricevuto pesantissimi condizionamenti. Un “buco nero” nella storia della Sicilia che solo a partire dalla fine degli anni ’90 ha richiamato l’attenzione dell’Antimafia e degli organi di stampa nazionali. Poi, nel giugno 2006, quella che sembrava potesse essere una svolta per riportare legalità e agibilità democratica: l’allora prefetto di Messina, Stefano Scammacca, disponeva un’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel Comune. Sindaco è Candeloro Nania, cugino di primo grado e appartenente allo stesso partito di Domenico Nania, capogruppo al Senato di An. Ed è il Polo ad avere una maggioranza bulgara in consiglio. Per un anno quattro ispettori (il prefetto Antonio Nunziante, il vicequestore Giuseppe Anzalone, il capitano dei carabinieri Domenico Menna e il comandante della Guardia di Finanza Domenico Rotella), spulciano centinaia di delibere ed atti amministrativi ed analizzano contratti e visure camerali. La valutazione finale è unanime: troppe scelte amministrative sono state subordinate agli interessi della criminalità locale. Altrettanto unanime è la richiesta di scioglimento dell’organo elettivo. La relazione ispettiva, centoquarantasei pagine, viene inviata a Roma, ma inspiegabilmente il ministro degli Interni Giuliano Amato decide di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Amministrazione e consiglio comunale possono concludere regolarmente la legislatura e alla tornata elettorale del 2007 Candeloro Nania e il Polo si ripresentano uniti ottenendo un successo di voti e consensi ancora più consistente. La giunta bis consolida il suo potere in una città dove pure l’aria che respiri sembra stagnante; vige l’“ordinaria amministrazione” sino allo scatto di orgoglio della Commissione edilizia urbanistica che i primi giorni d’agosto di quest’anno approva definitivamente il piano particolareggiato di quello che sarà il più grande Parco commerciale dell’intera provincia di Messina. L’unico, come annunciato dai vertici di Palazzo Longano, che «sarà realizzato, in conformità alle leggi e alla pianificazione urbanistica e commerciale della Regione». Non poco in un’area dove sorgono come funghi megastore e centri commerciali, tutti in deroga o in aperta violazione alle normative in materia. Quello di Barcellona sarà un Parco di dimensioni faraoniche: le infrastrutture s’insedieranno in un’area di 184.000 metri quadri in contrada Siena, accanto al nuovo centro artigianale e al vecchio tracciato della linea ferroviaria Messina-Palermo, strategicamente integrato all’asse stradale che l’Area di Sviluppo Industriale (Asi) chiede di realizzare in collegamento con la vicina area industriale di Milazzo-San Filippo del Mela, nella prospettiva di insediare l’autoporto originariamente programmato a Milazzo. All’interno del Parco saranno insediati sei diverse strutture destinate alla grande distribuzione, una serie di locali commerciali e per il tempo libero, un parco giochi per bambini e alcuni alberghi e ristoranti. A presentare nel giugno 2007 l’ambizioso progetto, la “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), un’azienda che gestisce nel sud Italia numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market, più gli ipermercati della transnazionale francese Carrefour di Porto Bolaro (Reggio Calabria), San Cataldo (Caltanissetta), Castrofilippo (Agrigento) e Milazzo. Nel 2005 l’azienda calabrese aveva stipulato un contratto di comodato d’uso con la Dibeca S.a.s. di Barcellona, proprietaria di buona parte dei terreni di contrada Siena, con relativa promessa di vendita. La stesura del piano particolareggiato fu affidata invece all’architetto barcellonese Mario Nastasi. Nel maggio del 2008, la G.d.m. decise però di farsi da parte. «L’acquisto dei terreni della Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla stipula del contratto, sia dell’approvazione del progetto, sia del rilascio della relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita», ha spiegato Piergiorgio Sacco, presidente della società di Campo Calabro. «Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse della nostra società alla iniziativa urbanistica». Anche la non brillante esperienza del centro Carrefour di Milazzo può aver influito sulla decisione dei manager della G.s.m.: nello stesso anno, a causa della flessione delle vendite e l’assoluta deregulation del mercato, la società era stata costretta a mettere in cassa integrazione quasi la metà del personale impiegato. Poco conveniente, dunque, tentare l’apertura di un altro centro commerciale in zona. Ma a Barcellona c’è però chi la pensa in maniera differente, al punto d’impegnarsi energicamente perchè il piano concludesse positivamente l’iter istruttorio ed approdare in consiglio comunale per l’approvazione finale. Dato il dietrofront della società proponente si è dovuto ricorrere ad un escamotage: presentare una domanda di cambio di titolarità della concessione edilizia. Ci ha pensato il 5 gennaio 2009 proprio la Dibeca, proprietaria dell’area di contrada Siena. E la commissione edilizia ha fatto valere allora quella che si sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». Una “continuità” affermata pure dalla scelta della Dibeca di affidare la direzione dei lavori per il Parco commerciale all’ingegnere Santino Nastasi, fratello dell’estensore del piano particolareggiato.   Alla società barcellonese la commissione ispettiva della Prefettura di Messina aveva dedicato un intero paragrafo (il terzo) della propria relazione sulle “anomalie” amministrative dell’Ente comunale. Per insediare gli uffici dell’Acquedotto e degli Impianti Sportivi, il 18 ottobre 2001 il Comune aveva preso in locazione dalla Dibeca un immobile di Via Operai 72. L’unico contratto sottoscritto con soggetti privati, un «rapporto economico» da cui - secondo gli ispettori prefettizi - «discendono forti elementi sintomatici che contraddistinguono, in termini di permeabilità, una gestione amministrativa che sembra privilegiare, non appena gli è possibile, rapporti economici con soggetti che, direttamente o indirettamente, risultano contigui, se non intranei, ad ambienti criminali locali di natura mafiosa». L’affitto per la durata di sei anni era stato stipulato con Alessandro Cattafi, «amministratore unico della Dibeca, in sostituzione della proprietaria, Nicoletta Di Benedetto», dietro corresponsione di un canone annuo di 27.888,67 euro. Il giudizio degli ispettori è lapidario. «È da evidenziare – si legge nella loro relazione - come l’amministrazione comunale, sia al momento della stipula del contratto di locazione che durante l’intera durata del contratto stesso, non abbia esperito i dovuti accertamenti e, soprattutto, non abbia posto in essere le iniziative atte ad evitare che l’Ente locale potesse avere rapporti economici con la società gestita dai familiari di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ai sensi della Legge antimafia 575/65». Alessandro Cattafi e Nicoletta Di Benedetto sono infatti rispettivamente figlio e madre dell’avvocato «pluripregiudicato» Rosario Pio Cattafi, personaggio «ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese». E sarebbe poi bastata una capatina alla Camera di commercio per verificare come la società in questione non occultasse per nulla il dominus: alla costituzione il nome completo era infatti “Dibeca S.n.c. di Cattafi Rosario & C”, oggetto la gestione di lavori edili, stradali, marittimi e ferroviari. Sino al 1987 amministratore unico il farmacista Agostino Cattafi, fratello di Rosario, poi sindaco del comune tirrenico di Furnari (Messina). Nel dicembre 2004, la società prende invece il nome di “Dibeca S.a.s. di Corica Ferdinanda e C.”. Oggi i suoi soci sono ancora la madre del legale, Nicoletta Di Benedetto, il figlio, Alessandro, la sorella, Maria Cattafi, e Ferdinanda Corica.   Secondo l’organo ispettivo, Rosario Pio Cattafi «rappresenta una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona Pozzo di Gotto, diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano». Egli sarebbe cioè uno dei «soggetti di livello superiore» che si muovono per mediare i contatti tra i vertici di Cosa Nostra e «taluni membri delle istituzioni operanti specialmente nel settore della politica, della giustizia e delle pubbliche amministrazioni». Le vicende giudiziarie che hanno interessato il legale barcellonese sono condensate nelle motivazioni della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni, emessa nei suoi confronti dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, in epoca ampiamente antecedente alla stipula della locazione con l’ente locale. Di Cattafi vengono evidenziati in particolare i rapporti con numerosi esponenti della criminalità organizzata provinciale e regionale, con particolare riferimento a Francesco Rugolo, ai vertici del gruppo barcellonese, ucciso il 26 febbraio 1987. L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone, la moglie e la scorta il 23 maggio 1992 a Capaci. «Di assoluto rilievo sono anche i rapporti prolungati nel tempo che vedono legato Rosario Cattafi al boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo», si legge ancora nella relazione sulle infiltrazioni criminali nella vita amministrativa di Barcellona. «Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca “Santapaola”, le famiglie “Carollo”, “Fidanzati”, “Ciulla” e “Bono”». Sin da giovane Rosario Cattafi aveva militato nelle file della destra eversiva «rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi». Particolarmente rilevante la vicenda inerente le «raffiche di mitra sparate dal Cattafi in una camera della Casa dello studente nell’aprile 1973, a seguito del quale è stato tratto in arresto». Successivamente il barcellonese fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle “famiglie” mafiose siciliane. Nei primi anni ’80, Cattafi si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni svizzeri “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura di Milano interessata a verificare se dietro un viaggio del Cattafi a Saint Raffael c’era l’obiettivo di «stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con la famiglia dei Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti». Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto «non meglio chiariti» rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti. Nell’agosto del 1993 Cattafi fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed «uno dei maggiori esponenti del clan». L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi e materiale bellico, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al cittadino italo-peruviano Filippo Battaglia, di cui proprio Cattafi era stato testimone di nozze. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’operazione relativa all’autoparco Salesi di via Salomone di Milano nella quale rimasero coinvolti alcuni soggetti ritenuti legati alla criminalità organizzata lombarda e siciliana. Dopo una pesante condanna in primo grado per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco milanese. Del barcellonese si occupò poi la Procura della Repubblica di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi delle società costruttrici Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Sul suo conto i magistrati spezzini scrivono «essere inserito a pieno titolo nel commercio illegale delle armi e degli armamenti nella sua qualità di appartenente alla famiglia mafiosa capeggiata da Nitto Santapaola». Nel 1998 il barcellonese fu infine sottoposto ad indagini da parte della D.D.A. di Caltanissetta nell’ambito del procedimento riguardante i mandanti “occulti” della strage di Capaci. Anche stavolta la sua posizione fu archiviata. Nel curriculum vitae di Rosario Cattafi ci sono infine due denuncie (una in data 9 agosto 2000, l’altra il 14 luglio 2001) per violazione degli obblighi della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza; una denuncia, il 20 luglio 2001, da parte del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Barcellona, per «minaccia nei confronti di un medico e per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale di P.S.»; la revoca da parte del Prefetto di Messina della patente di guida (8 gennaio 2001). Il sindaco Candeloro Nania ha più volte ribadito che sarebbe stata la precedente giunta di centrosinistra a stipulare nel giugno 2000 il contratto di affitto con la società della famiglia Cattafi. «L’atto di affitto è stato sottoscritto materialmente il 18 ottobre 2001 dall’allora Commissario regionale, dott. Zaccone», ha replicato l’ex sindaco Pd. Negli archivi del Municipio è depositata una delibera del Consiglio comunale del 9 maggio 2000 che approvava una proposta di emendamento a firma dei capigruppo dei partiti del centrodestra che elevava a 70.000 euro il capitolo di bilancio riservato annualmente all’affitto dei nuovi locali di via Operai 72. Un regalo bipartisan che continua sino ad oggi: gli uffici comunali (e la sede locale della Croce Rossa Italiana) sono infatti ancora ospitati nello stabile di proprietà della Dibeca e centinaia di migliaia di euro sono già stati incassati dalla famiglia Cattafi. Briciole al confronto del business multimilionario che ruota attorno al mega Parco commerciale di Barcellona. Stavolta si fa veramente sul serio.

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quando si avvicina il periodo di riapertura delle scuole, una delle principali preoccupazioni di milioni di famiglie è quella dell’acquisto dei libri di testo per il nuovo anno scolastico. Una grossa spesa (si arriva fino ai 500 euro annui per studente) che incide molto sui bilanci familiari, spesso già in rosso per altre uscite come mutuo, affitto, bollette, beni alimentari, bollo, assicurazioni, etc. Inoltre, in una fase di crisi le difficoltà economiche si moltiplicano e il diritto allo studio, che andrebbe garantito universalmente, viene percepito paradossalmente quasi come un peso per molte famiglie.Le cause di un costo così eccessivo sono riconducibili sia all’innalzamento dei prezzi dei testi da parte delle grandi case editrici, che sfornano ogni anno nuove edizioni ingiustificate (magari cambiando solo l’impostazione grafica o l’ordine delle pagine), sia al mancato rispetto da parte delle scuole dei tetti massimi al costo dei libri. Inoltre, se si considerano anche i testi “consigliati”, tra i quali atlanti e dizionari, i costi lievitano a dismisura.Per questa ragione vogliamo che il sapere, l’istruzione non siano merce, ma un bene gratuito e che non pesi sulle tasche delle persone, specie chi non può permettersi il “lusso” dell’istruzione.Vogliamo che l’istruzione sia gratuita, per tutti e di qualità: ci uniamo alla protesta, che appoggiamo in ogni sua forma, degli insegnanti precari e del personale scolastico contro la riforma Gelmini; contrastiamo qualsiasi forma di ridimensionamento della scuola pubblica, gravemente minata dalla prima citata ministro dell’istruzione. Chiediamo più fondi ed investimenti per la scuola e l’università pubblica, per il personale docente ed amministrativo, una politica di contrasto al “caro libro” con servizi gratuiti alle famiglie in difficoltà; accesso gratuito all’università per gli studenti in difficoltà economica; fornitura del materiale didattico da parte delle strutture educative ed a spese della Regione. Riteniamo che l’istruzione pubblica e gratuita debba essere diritto inalienabile per la formazione umana, civile e professionale di ogni cittadino.

Barcellona P.G., 09/09/2009

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  Agosto 19, 2009

Tratto da http://www.affaritaliani.it/politica/ferrero-rifondazione-comunista-manager-innse-francia-crisi170809.html

“Costruire una federazione della sinistra di alternativa, al contrario delle scissioni fatte da Vendola”

Lunedí 17.08.2009 22:54

“Per noi il problema è riuscire a rendere la questione sociale centrale… anche se per farlo serve mettere sotto chiave un manager”. Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, sceglie Affaritaliani.it per annunciare la svolta autunnale nelle forme di lotta della sinistra radicale. “Bisogna imparare dai francesi”.
 
“Dobbiamo lavorare per costruire il conflitto sociale. Non solo manifestazioni di piazza, ma bisogna anche rendere più incisive le lotte perché Berlusconi sta prendendo in giro l’Italia. Abbiamo la peggiore performance e lui sta continuando a non fare nulla per uscire dalla crisi e per aiutare i lavoratori. Stiamo perdendo una barca di posti di lavoro e il governo non sta facendo nulla. Quindi l’unico modo è farsi sentire con metodi molto più forti. Quelli dell’Innse hanno detto che cosa bisognava fare e in parte occorre imparare anche dai francesi”.
 
Il leader del Prc non usa mezzi termini e parla apertamente delle “forme di lotta che riescano ad attirare l’attenzione dei media sul problema sociale e a obbligare le aziende a contrattare“. Rapimento dei manager come è accaduto in Francia? “Non mi sembra che abbiano rapito nessuno… li hanno chiusi in un sottoscala o in una stanza”.
 
L’ex ministro della Solidarietà Sociale spiega: “Siccome quando ci sono 100mila persone in piazza i mass media spesso non fanno nemmeno il passaggio al telegiornale - invece si parla del colore delle mutande di Berlusconi o delle stupidaggini della Lega che ne spara una al giorno (molto meno rilevanti del dramma sociale di centinaia di migliaia di persone che perdono il posto di lavoro) - noi ci impegneremo a far risultare le forme di lotta evidenti almeno quanto le stupidaggini di Calderoli. Perché l’assenza di democrazia passa anche da qui. Per noi il problema è riuscire a rendere la questione sociale centrale… anche se per farlo serve mettere sotto chiave un manager”.
 
Ferrero parla anche dei problemi della sinistra comunista e radicale. “Bisogna costruire una federazione della sinistra di alternativa tra tutte le forze politiche, sociali e culturali che ci sono. Quindi dare un segno di unità, al contrario delle scissioni fatte da Vendola”.

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di Antonio Sciotto

su Il Manifesto del 14/01/2009

Confermata alla Ue l’idea di Brunetta. Protesta Cgil

Il governo ha raggiunto un accordo sull’innalzamento dell’età di pensione per le donne, e questa settimana ha risposto all’Unione europea: l’aumento verrà fatto - ha scritto lunedì a Bruxelles il ministro Andrea Ronchi, mettendo un primo punto fermo sulla questione. Prima di Natale, la boutade del ministro Renato Brunetta era stata frenata dalle perplessità del collega Maurizio Sacconi, ma adesso - come confermano le dichiarazioni di quest’ultimo - si è arrivati a un primo compromesso di massima, che per il momento esclude dalla «riforma» il settore privato (competenza di Sacconi) e include solo le impiegate pubbliche. D’altra parte, la Commissione europea nei mesi scorsi ha minacciato sanzioni solo riguardo alle presunte «discriminazioni» che opererebbe l’Inpdap (istituto dei dipendenti statali), e invece sull’Inps (cassa privati) non si è pronunciata. Ma se andiamo al di là dei distinguo dell’ultima ora, l’alibi offerto dall’Europa rischia di offrire al governo un ottimo «cavallo di Troia» per riformare tutto il sistema pensionistico, e portare così il minimo di età di uscita a 62 anni, e la pensione di vecchiaia fino a 67.
E’ l’idea, quest’ultima, proposta ieri da Giuliano Cazzola, del Pdl: «Il problema vero è quello di elevare la soglia minima almeno a 62 anni, nell’ambito di un pensionamento flessibile e unificato per genere e tipologia». Insomma, avendone la possibilità, la maggioranza potrebbe imporre una nuova riforma dopo quella degli «scalini» di Prodi, del 2007, che già in prospettiva innalzano l’età minima rispetto al passato. Lo stesso Brunetta, ieri ha confermato che per ora varie strade sono aperte: «A breve verranno proposte una serie di ipotesi», ha spiegato.
Sacconi ha esplicitato il suo ok alla proposta di Brunetta, ribadendo i paletti infissi intorno al lavoro privato: «Nel settore pubblico l’equiparazione potrà avvenire perché anche in presenza di un’elevamento dell’età di pensione, la donna non corre il rischio di dovere a tutti i costi attendere l’età di vecchiaia da disoccupata, come può accadere nel settore privato. Quindi la scelta è stata sì nel pubblico, con flessibilità e gradualità, e no nel privato».
Dal fronte dell’opposizione un sì deciso viene da Emma Bonino, radicale eletta nelle liste del Pd, che già da tempo combatte in modo attivo la «battaglia» per parificare l’età di uomini e donne. Vittoria Franco, che interpreta l’area più diessina del Pd, invece mette l’accento sulle «ombre» della proposta: «Innalzare l’età pensionabile delle donne senza intervenire sui servizi di conciliazione e sulle pari opportunità nel lavoro, finisce per essere un’ulteriore penalizzazione di genere». Come dire, se ne può discutere, a patto però che vi sia «parità lungo tutto l’arco della vita, eguaglianza sul mercato del lavoro, superamento delle disparità salariali, riconoscimento della maternità: un welfare più amico delle donne».
Netto no, invece, dall’area Rifondazione-Sinistra democratica: un documento a firma Roberta Fantozzi e Lidia Menapace, siglato tra le altre da Luciana Castellina e Franca Rame, compendia le ragioni del rifiuto.
Dal fronte sindacale arriva l’ok della Cisl: Antonio Uda, della Fnp Cisl, spiega che «il sindacato non può eludere la questione: l’innalzamento dell’età pensionabile dovrebbe interessare anche le donne, a patto che ciò si faccia con gradualità e adottando il criterio della libera scelta; il che vuol dire introdurre fattori premianti per quante decidono di lavorare fino al limite dei 65 anni». Uda lancia poi la consueta stoccata al sindacato rivale, la Cgil: si augura «che anche la Cgil al momento impegnata in una opposizione ideologica al governo si sieda a ragionare sul tema del potere d’acquisto delle pensioni e sulla situazione dei giovani precari».
La risposta dalla Cgil non tarda, per bocca della segretaria dello Spi Carla Cantone: «Unirsi al coro di chi pensa di risolvere i problemi della crisi o della difesa dei salari e delle pensioni, ricercando le risorse attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile è puerile e strumentale». «Piuttosto - continua - è necessario discutere come difendere la piattaforma unitaria dei pensionati con iniziative di mobilitazione, contro misure del governo, come la Carta acquisti, che sono una vera e propria presa in giro». Contro l’aumento dell’età si esprime anche la segretaria confederale Cgil Morena Piccinini: «La crisi non si risolve così: non si può scaricare sulle donne tutto il peso, disconoscendo che hanno un accesso ritardato al mercato del lavoro e una frammentazione della vita lavorativa». La Cgil «ha da sempre sostenuto la necessità di ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile». Contrario anche il leader della Fp Cgil Carlo Podda: «Come spesso accade con questo governo, tutto è avvenuto senza che le parti sociali prendessero parte alla discussione - spiega - Non vogliamo subire un’ennesima scelta dirigista. Ma se così fosse, la risposta della Fp-Cgil verrà data in piazza, con la mobilitazione dei dipendenti pubblici del 13 febbraio».

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Miliardi di euro per le banche e gli speculatori finanziari, 40 euro per le famiglie.
Il piano anticrisi del governo è sconcertante: fiumi di denaro pubblico a chi già possiede miliardi di euro e le briciole elargite ai più bisognosi.
Al di là dei proclami, questa è elemosima e non è certo con l’elemosina che si risolvono i drammi sociali nel nostro paese: c’è piuttosto bisogno di un reddito sociale garantito per tutti i precari e i disoccupati, come già avviene in gran parte dell’Unione Europea.
1000 euro al mese ci potrebbero anche bastare, altrochè la miseria dei 40 euro del governo.
Aspettiamo di vedere questa social card, per capire se e come sia possibile clonarla, per distribuirne non una ma qualche centinaia di tessere ad ogni precario, pensionato, disoccupato.
Tremonti, in nome del comune richiamo a Robin Hood, non si scandalizzerà certo per quest’azione di risarcimento sociale.

Francesco Caruso

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Tutto avviene a San Cipirello: un comune di 5 mila abitanti a mezz’ora da Palermo e un minuto da San Giuseppe Jato. Qui c’è l’Istituto tecnico per programmatori Beccadelli, scuola privata con aule minuscole e direzione nel seminterrato. Aldo Cimino, l’amministratore unico, chiude la porta e si siede alla scrivania. Così può parlare con riservatezza. La questione è delicata: davanti ha un professionista milanese che si è trasferito in Sicilia e ha un problema da risolvere. Il figlio vive in Lombardia con l’ex moglie e non vuole studiare. Ha frequentato il primo anno di liceo scientifico rimediando una bocciatura. Poi è arrivato in seconda ed è stato bocciato ancora. Adesso è in terza con voti disastrosi. “A questo punto”, dice il padre, “vorrei un percorso accelerato”. Insomma: recuperare anni, a tutti i costi. “Considerando che il ragazzo abita a più di mille chilometri da qui”. Un’impresa in apparenza disperata: ma solo in apparenza. “Possiamo fare così”, spiega Cimino, “il ragazzo si ritira, si presenta il prossimo settembre da noi e gli facciamo prendere i primi quattro anni”. “Passa sicuramente?”, chiede sfacciato il padre. “Passa, passa…”, sorride Cimino, “non c’è problema”. Non serve neppure che il ragazzo si faccia vedere: può starsene tranquillo a Milano. “Gli diamo noi i programmi, tanto è scolarizzato”, dice. Quanto all’anno successivo, quello della maturità, la strada è in discesa: “Suo figlio prende la residenza a Palermo, lo iscriviamo da interno e ce ne usciamo!”. Anche in questo caso, assicura Cimino, si va sul sicuro. È sufficiente che il giovane frequenti la scuola “una volta la settimana”, al resto ci pensa l’istituto tecnico Beccadelli. Costo dell’operazione: “1.500 euro per l’idoneità al quinto anno e 2 mila per il diploma”. Senza un depliant, senza un foglio con le caratteristiche della scuola. “A noi ci conoscono per passaparola”, ammicca l’amministratore. Bisogna accontentarsi del suo biglietto da visita. “Agghiacciante”, commenta Elio Formosa, coordinatore nazionale di Cisl scuola. “Siamo al mercato delle vacche, allo svilimento dell’istruzione”. E non è la prima volta, per le scuole non statali. Nel 2004 la procura di Verona ha indagato 23 gestori, presidi e insegnanti di istituti privati in 11 regioni, con l’accusa di associazione a delinquere mirata “al conseguimento di maturità con falsi in atto pubblico”. Due anni dopo, a Palermo, altri arresti per diplomi falsi in scuole private. E ancora, nel 2007, la procura di Modica (Ragusa) ha spedito 93 avvisi di garanzia per diplomi facili in istituti paritari. Fino alle ‘Iene’ di Italia 1 che, in piena bagarre per i tagli alla scuola statale, hanno mostrato come comprare un diploma in una privata di Caserta. “Mele marce”, dice Luigi Sepiacci, presidente nazionale dell’Aninsei (Associazione nazionale istituti non statali di educazione e istruzione): “Noi per primi cacciamo i mascalzoni, ma c’è chi gode a denigrare le nostre strutture”. La verità, a suo avviso, è che “le scuole non statali offrono uno straordinario servizio”. Di più: “Hanno sviluppato metodologie che non tutti gli istituti pubblici hanno”. Per questo, aggiunge, è paradossale che la Finanziaria prevedesse un taglio ai fondi per le private di 133 milioni 393 mila euro (su un totale di 540 milioni 461 mila). E doverosa, per tutti i gestori degli istituti non statali, è stata la retromarcia del governo di venerdì 5 dicembre (vedi box a pag. 79). Un fatto è certo: presa in blocco, l’espressione ‘non statale’ significa poco. Bisogna aggiungere che in Italia le scuole si dividono in due macro categorie: statali (41.603) e non statali (15.946). E che le non statali si dividono, a loro volta, in strutture gestite da enti pubblici (3.414) o da soggetti privati (12.532). In entrambi i casi, è essenziale un’ultima suddivisione: quella in scuole paritarie (laiche o religiose) e non paritarie. “Le prime”, ricorda Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd alla commissione Cultura della Camera, “sono codificate dalla legge 62 del 2000, ed equivalgono sotto ogni profilo alle scuole statali”. Nel senso che rilasciano titoli di studio validi rispettando precisi obblighi: come l’offerta di corsi dal primo all’ultimo anno, l’assunzione di docenti abilitati e il rispetto dei contratti di lavoro. Diverso il discorso per le non paritarie, che possono avere corsi di studio incompleti, non applicare i contratti nazionali e assumere personale non abilitato. Un mondo scivoloso, ma seducente per chi voglia recuperare due, tre, anche quattro anni in un colpo. “Il problema”, dice Mimmo Pantaleo, segretario nazionale Flc (Federazione lavoratori della conoscenza) Cgil, “è che per legge queste strutture mandano gli allievi a fare le idoneità nelle paritarie. Così il cerchio si chiude, creando un sistema scolastico dove agli onesti professionisti si affiancano elementi spregiudicati”. Quanto sia vero, lo si capisce dall’incredibile testimonianza di P. V., amministratore di un istituto non paritario romano specializzato in “preparazione degli esami universitari, scuola superiore con recupero anni scolastici, corsi di lingua, corsi per esame di Stato e preparazione ai concorsi pubblici”. Tutto, in pratica. “Quando presentiamo alle paritarie i candidati per l’abilitazione alla quinta superiore”, dice, “non vengono mai bocciati. Garantito”. Il meccanismo è semplice: “La nostra scuola è frequentata da gente che vuole diplomarsi alla svelta: ci sono ragazzi ultraripetenti e lavoratori con la terza media che per ragioni di carriera inseguono il diploma. Li portiamo al le paritarie per gli esami di idoneità, e nel 90 per cento dei casi li lasciamo impreparati. Completamente. Non gli facciamo fare niente. Gli diciamo: ‘Leggiti Ugo Foscolo, o qualcosa del genere, e vai a fare l’esame’”. Eppure il rischio bocciatura è inesistente, spiega P. V. I ragazzi pagano 3 mila 500 euro, e lui ne versa una parte alle paritarie: “Dagli 800 ai mille euro. Soldi che “le scuole ci restituiscono se, dopo l’idoneità, gli studenti si iscrivono da interni”. Un catena di illegalità “schifosa”, la definisce P. V. Tanto che ultimamente ha avviato un’altra procedura, comunque anomala: “Ho individuato una specie di agenzia; un gestore di scuole private, nel napoletano, a cui passiamo gli studenti. Lui segue gli allievi agli esami e noi prendiamo la provvigione”. Scandalizzarsi è lecito. Ma non bocciare, per questa storia, tutte le strutture private. Non sempre funziona così, nelle non statali italiane. Non sempre vince il malaffare. La risposta all’illegalità, ai traffici occulti, ai docenti improvvisati di certe strutture non statali, esiste e non è un’eccezione. Si trova, per esempio, al Collegio San Carlo a Milano, nella sede storica di corso Magenta, dove dal 1990 rettore è don Aldo Geranzani: un ex prete di periferia che non si perde in diplomazie. “Premetto”, dice, “che sbaglia chi chiede con il piattino in mano l’elemosina al governo”. E aggiungo: “Non facciamo la retorica delle scuole paritarie. Alcune sono fantastiche, altre per niente. Dipende: se lo fai per affari, l’obiettivo è il profitto; se lo fai per missione, pensi alla qualità”. Nel suo caso, spiega, “l’impegno è costruire solide identità sociali, figure mentalmente libere nel solco della tradizione cattolica”. Al San Carlo, aggiunge, tra i 1.400 studenti ci sono ragazzi di religione indù, ebraica e musulmana. A parte questo, tutti i ragazzi sono bilingui, svezzati all’inglese da insegnanti madrelingua. E tutti vengono supportati con tecnologie all’avanguardia. “Guardi”, dice don Aldo entrando in una classe. Un ragazzino sta scrivendo con il dito sulla smart board, una lavagna intelligente che si collega a Internet, scarica testi e foto, e invia il tutto alla mail di casa. Bello. Bellissimo. Costoso (6 mila 500 euro di retta annua) ma affascinante. Più discutibile, invece, è per alcuni l’altra faccia della medaglia: l’impostazione troppo ideologica di certe paritarie cattoliche. Il punto è: in che misura un insegnante laico può esprimersi liberamente in una scuola religiosa? “Tra i requisiti dell’assunzione”, risponde padre Francesco Ciccimarra, presidente dell’Agidae (Associazione gestori istituti dipendenti dall’autorità ecclesiastica), “c’è l’accettazione dei valori cattolici. Ma esiste pure la libertà personale”. Ovvero? Cosa succede se un docente, in classe, dice che contro l’Aids bisogna usare il preservativo? “Si crea un conflitto tra la carta dei valori scolastici e l’opzione ideologica del singolo”, dice Ciccimarra. In altre parole: “Se l’insegnante non si adegua, deve andarsene. È una questione di armonia”. Anche per questo, la sinistra radicale combatte il finanziamento pubblico agli istituti confessionali. “Poi c’è l’articolo 33 della Costituzione”, sottolinea Piero Castello dei Cobas, “dove c’è scritto che gli enti privati hanno diritto a istituire scuole, ma senza oneri per lo Stato. Perché, dunque, si taglia sull’istruzione pubblica e si difende quella non statale?”. Domanda che scatena polemiche. Come l’altra, proposta dallo scrittore e docente (in passato anche nelle private) Marco Lodoli: “Perché le congregazioni religiose, invece di pensare agli ultimi, educano a caro prezzo i primi?”. Valentina Aprea (Pdl), presidente della commissione Cultura alla Camera, non ha dubbi: “Le scuole paritarie sono spesso attaccate”, dice, “ma ottengono ottimi risultati”. Di più: “Sono un patrimonio fondamentale per tutti”. “La verità”, media da destra Marcello Veneziani, “è che nelle strutture private si trova il meglio e il peggio in circolazione. Per questo preferisco la fascia media della scuola statale. E auspico, in generale, controlli sulla qualità dell’istruzione”. Appunto: i controlli. A detta di tutti, il punto è questo. Capire in che misura, nella galassia delle non statali, si riesca a vigilare sui legami illegittimi tra paritarie e non paritarie, sul gioco dei diplomi facili e le responsabilità dei gestori. Situazioni più volte denunciate da Augusto Pozzoli, titolare del sito ScuolaOggi.org. “Un fatto è certo”, dice Massimo Mari della Flc Cgil: “Il decreto 83 del 10 ottobre 2008, firmato dal ministro Mariastella Gelmini, spiega che “il mantenimento della parità dipende dalla ‘permanenza dei requisiti prescritti’. Ma non indica scadenze per le verifiche: le definisce ‘periodiche’”. D’altro canto, girando per scuole non statali, capitano situazioni curiose. Basta entrare, un pomeriggio di dicembre, nell’istituto tecnico Labor di Milano, ed esporre al gestore Domenico Nappo le ansie di un genitore con il figlio in crisi: bocciato in prima ragioneria e ora di nuovo a rischio. Da parte sua, Nappo garantisce che la sua scuola è serissima. Ha anche predisposto un sistema on line per consentire alle famiglie di sorvegliare l’andamento dei figli. Quanto alle sedi esterne di esame, indica tra le altre “l’istituto paritario Freud di via Gustavo Modena, sempre a Milano, dove il ragazzo potrebbe fare l’idoneità se passasse alla scuola informatica”. Quando il padre chiede se c’è un legame, tra Labor e Freud, la risposta è netta: “Non abbiamo niente in comune: sarebbe conflitto d’interessi!”. Salvo scoprire, poi, che il direttore amministrativo dell’istituto Freud si chiama Daniele Nappo. E non solo è figlio del signor Domenico, ma ha anche la stessa residenza. Niente che stupisca l’ispettore Franco De Anna, dell’ufficio scolastico regionale Marche. “Il problema”, dice, “è il modo in cui la parità è stata concessa dopo la legge del 2000. I controlli approfonditi dovevano esserci allora. Ora è un lavoro improbo, gestito da volenterosi che spesso devono fermarsi alle verifiche di base: sugli edifici scolastici, sull’abilitazione dei docenti e sul piano di offerta formativa. Ideale, invece, sarebbe seguire le lezioni, vedere quanto le valutazioni sono veritiere e sondare gli intrecci societari”. Propositi frenati da una realtà sfuggente. Lo si verifica a Bergamo, dove operano la Centro studi superiori srl, proprietaria dell’istituto paritario Leonardo Da Vinci (vari corsi, tra i quali scientifico e linguistico) e il non paritario Centro scolastico Bergamo srl, che al Leonardo invia i suoi studenti per gli esami di fine anno. Le due strutture, mostrano le carte, hanno palesi punti di contatto. Gianfranco Bresciani, consigliere e socio in usufrutto della Centro studi superiori srl (bilancio 2007), amministra con Cristina Capelli (responsabile amministrativa del Centro scolastico Bergamo) una terza società: la B&C srl. Mentre lo stesso Bresciani e Giovanna Capitanio (amministratore della Centro scolastico Bergamo srl) si trovano nell’elenco soci della Consulenze e progetti srl: il primo con il 99 per cento in usufrutto, la seconda con l’1 per cento di proprietà (bilancio 2007). Una ragnatela accettabile? La legge 27 del febbraio 2006 dice che “le paritarie non possono svolgere esami di idoneità per alunni che hanno frequentato non paritarie che dipendano dallo stesso gestore, o da altro con cui il gestore abbia comunanza d’interessi”. Addirittura, i titolari e i responsabili didattici degli istituti paritari, devono dichiarare alla presentazione di ogni candidato che non esiste questa ‘comunanza’ (”la mancanza o falsità delle dichiarazioni porta alla nullità degli esami sostenuti e dei titoli rilasciati”). Ma nell’Italia delle non statali, capita che le regole diventino optional. Anche sul fronte della didattica. Molti insegnanti, anonimi per paura, denunciano che “nelle paritarie capita di pagare invece di essere pagati, pur di incassare i 12 punti per la graduatoria statale”. E altrettanto pesante, sotto il profilo professionale, è la testimonianza di un tutor della Cepu-Grandi scuole, celeberrima struttura per la preparazione di esami universitari (Cepu) e recupero anni alle superiori (Grandi scuole). “Il guaio”, spiega, “è che la pressione commerciale danneggia gli studenti. È capitato, l’anno scorso, di preparare una ragazza bocciata in seconda liceo classico per l’idoneità alla terza. Arrivata agli esami, l’allieva ha visto che il programma svolto a Grandi Scuole era incompleto”. Per un motivo pazzesco: “Abbiamo ricevuto all’ultimo il programma dal liceo statale e siamo stati zitti per non perdere la cliente”. Morale: “La ragazza è stata ribocciata”. Vero? Falso? Impossibile verificarlo. Alla sede centrale di Cepu-Grandi Scuole, chiamata più volte, dirottano sulla dottoressa Roberta Burini. Che non richiama e non è raggiungibile. Come pure Mario Dutto, il direttore generale per gli ordinamenti scolastici al ministero dell’Istruzione, non disponibile a un faccia a faccia sulle non statali: “Domande concordate e scritte”, insiste l’ufficio stampa. Peccato. Era l’occasione per approfondire una vicenda che lo riguarda, e che risale a quando era direttore generale all’ufficio scuola Lombardia. L’8 maggio 2008, infatti, il pm Fabio De Pasquale ha chiesto il suo rinvio a giudizio per avere concesso nel 2002 “riconoscimenti di parità scolastica” a una serie di scuole “nonostante l’istruttoria avesse evidenziato situazioni ostative”. L’udienza era fissata per il 26 giugno scorso, ma a chiudere il discorso è arrivata la prescrizione. Continua, invece, un’altra storia spiacevole: quella delle paritarie che non accettano disabili. “Un fatto censurabile per due ragioni”, dice Adriano Enea Belardini, responsabile Uil delle scuole non statali: “Le paritarie hanno gli stessi obblighi delle statali, quindi devono accogliere i disabili. Inoltre, nel documento 2007/2008 sui criteri per l’assegnazione dei contributi, è indicato che per ogni disabile le paritarie ricevono un contributo statale. Dunque non ci sono scuse”. Questo sulla carta. Nei fatti, una verifica su paritarie a caso dà risultati amari. L’Istituto scuole pie napoletane, per esempio, risponde al padre che vorrebbe iscrivere il figlio disabile che “deve parlarne il consiglio di amministrazione, perché non è mai capitato”. Al San Leone Magno di Roma, il preside delle medie inferiori sospira: “Vorremmo ma non possiamo… Non ci concedono le sovvenzioni di Stato, le classi sono numerose e non abbiamo un insegnante specializzato: lo chiediamo sempre ma non ci sono i fondi”. Più secca l’elementare torinese Principessa Clotilde di Savoia: “Non abbiamo alunni disabili”. Infine c’è Bologna, dove il padre del disabile telefona alla media inferiore Cerreta, che sarebbe disponibile se non fosse femminile: “Si rivolga alle Figlie del sacro cuore di Gesù”, consigliano. Inutilmente. L’ultimo no è accompagnato da questa spiegazione: “Non abbiamo tutte le attrezzature”. Parole poco paritarie.

RICCARDO BOCCA - ESPRESSO.IT

Siamo di fronte ad una casta di speculatori  che succhia il sangue di chi non arriva a fine mese. E’ una vergogna nazionale vedere ancora crescere in maniera ingiustificata il prezzo del pane e della pasta nello stesso giorno in cui la FIAT manda in cassa integrazione 48000 operai.Solo con questi aumenti la Misery Card di Tremonti è di fatto annullata!
Come Rifondazione Comunista con i Gruppi di Acquisto Popolari, stiamo dimostrando da mesi che è possibile distribuire il pane ad un euro al kg (60 Tonnellate distribuite), e dal prossimo sabato oltre al pane distribuiremo anche la pasta (10.000 kg) dimezzandone il prezzo.

L’iniziativa di Rifondazione dimostra che si può far scendere i prezzi dei generi alimentari di largo consumo e questo dimostra ancora una volta il fatto che il governo Berlusconi non fa nulla contro gli speculatori e invece di fissare il prezzo politico per i beni di prima necessità - come noi chiediamo da mesi - difende gli speculatori.

www.rifondazione.it

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Siamo di fronte ad una casta di speculatori  che succhia il sangue di chi non arriva a fine mese. E’ una vergogna nazionale vedere ancora crescere in maniera ingiustificata il prezzo del pane e della pasta nello stesso giorno in cui la FIAT manda in cassa integrazione 48000 operai.

Solo con questi aumenti la Misery Card di Tremonti è di fatto annullata!
Come Rifondazione Comunista con i Gruppi di Acquisto Popolari, stiamo dimostrando da mesi che è possibile distribuire il pane ad un euro al kg (60 Tonnellate distribuite), e dal prossimo sabato oltre al pane distribuiremo anche la pasta (10.000 kg) dimezzandone il prezzo.

L’iniziativa di Rifondazione dimostra che si può far scendere i prezzi dei generi alimentari di largo consumo e questo dimostra ancora una volta il fatto che il governo Berlusconi non fa nulla contro gli speculatori e invece di fissare il prezzo politico per i beni di prima necessità - come noi chiediamo da mesi - difende gli speculatori.

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         Partito della Rifondazione Comunista – Sinisra Europea      Federazione di Messina  

C O M U N I C A T O  S T A M P A

Dichiarazione di Filippo Giunta, Segretario Provinciale di Messina La Federazione di Messina del PRC parteciperà al corteo che si terrà il prossimo venerdì 12 dicembre (Corteo con  Concentramento Messina - Piazza Antonello ore 9,30) organizzato dalla CGIL in occasione dello sciopero generale. Esprimiamo piena condivisione sulle finalità dello sciopero medesimo, considerando efficace la piattaforma programmatica su cui è stato indetto. Essa è importante per lo sviluppo economico e sociale, per la salvaguarda dell’occupazione e la tutela delle condizioni di vita dei lavoratori, dei precari, dei pensionati e di tutti coloro che “non arrivano alla terza settimana”. Occorre evitare che siano i lavoratori a pagare gli effetti della drammatica crisi economica mondiale.Ecco perchè facciamo proprio lo slogan dell’Onda studentesca “la vostra crisi non la vogliamo pagare!”.Inoltre il ruolo del Comuni è messo in queste settimane, fortemente in discussione dal taglio dei trasferimenti e dal patto di stabilità decisi dai recenti provvedimenti del Governo Nazionale e Regionale di Centrodestra: infatti, “l’insieme di queste disposizioni – recita una recente nota del direttivo nazionale ANCI – determina un sostanziale blocco dell’entrate comunali ed un necessario contenimento della spesa pubblica locale con effetti conseguenti sul livello delle prestazione dei servizi erogati”.

Tali provvedimenti rendono quindi difficile approvare positivamente il bilancio non solo evitando tagli ma anzi mettendo in campo, come è invece necessario, una politica di tutela dei beni pubblici e di salvaguardia dei redditi più bassi, sia attraverso politiche attive sul versante dei prezzi al consumo e sia non approvando aumenti delle tariffe dei servizi, salvaguardando o ampliando la fascia di esenzione, o di riduzione, delle tariffe per le famiglie monoreddito di lavoratori, pensionati, precari e disoccupati.

Rifondazione Comunista, ha impegnato i propri Circoli  territoriali in una attività capillare di pubblicizzazione delle ragioni dello Sciopero attraverso volantinaggi davanti alle poche fabbriche rimaste, nei luoghi di lavoro e nei mercati della provincia.

Messina, 10 dicembre 2009

                                                                                                    Filippo Giunta   -    Segretario Provinciale di Messina

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