Il 31 gennaio saremo in piazza per dire “No” al Pacchetto sicurezza, in discussione in Parlamento, ed esprimere il nostro dissenso al modello autoritario, repressivo e razzista che, anche attraverso questo strumento normativo, ci stanno imponendo. Le norme contenute nel Pacchetto prevedono una politica fondata su misure segregazioniste e razziste per le persone migranti, le prime ad essere additate come figure pericolose, e nuove e ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto o non rientri dentro le strette maglie del controllo e della disciplina.
Saremo in piazza, come abbiamo già fatto il 19 gennaio scorso con un sit-in sotto al Senato, per rifiutare tutto questo. Attraverseremo Roma con un corteo di rumoroso dissenso, che toccherà il cuore pulsante della città, travolgendo anche le ultime frontiere della metropoli, quelle stesse frontiere che il sindaco di Roma vorrebbe imporre impedendo i cortei in centro.
Romperemo il muro dell’indifferenza e della paura, attraversando i luoghi dove troppo spesso “riqualificazione” ha significato esclusione, emarginazione, abusi di potere e sottrazione di spazi: Porta Maggiore, Piazza Vittorio, Termini, Esquilino. Punti vitali della città, snodo di flussi, di merci, capitali e comunicazione, ma anche di persone e idee. Occuperemo temporaneamente la città con musica e performance da tutto il mondo, riqualificheremo i nostri muri con graffiti e stencil. Grideremo la nostra rabbia in tutte le lingue, consapevoli del fatto che questo delirio securitario esplode proprio mentre i governi varano “piani anti-crisi” dove si decide di sostenere le aziende e le banche in difficoltà e si stanziano fondi per la costruzione di nuove carceri, invece di pensare a nuove politiche sociali di sostegno alla cittadinanza.
La difesa dell’esistente è una lotta che non ci interessa. La piattaforma che proponiamo si spinge oltre il terreno del conflitto, verso una sfida più radicale: respingiamo il Pacchetto sicurezza al mittente, insieme all’intero di modello di società che rappresenta, quella dei recinti e delle Zone Rosse; contro il controllo e la repressione delle nostre vite, contro la militarizzazione dei territori e delle città. Vogliamo l’abolizione immediata della legge Bossi-Fini, perché è una legge razzista e perchè perdere il lavoro a causa della crisi rappresenta per le persone migranti una condanna alla clandestinità. Vogliamo la regolarizzazione di tutte e tutti e la rottura legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, dispositivo di controllo che imprigiona le persone migranti. Rifiutiamo la criminalizzazione di chi fugge da guerre e persecuzioni, le classi separate per i bambini e le bambine straniere. In questo rinnovato clima di caccia allo straniero stupratore ribadiamo, insieme a femministe e lesbiche, che “L’assassino ha le chiavi di casa”, che la violenza avviene in famiglia, per mano di compagni, mariti, padri e amici. Il DdL Carfagna e le ordinanze dei sindaci sceriffo rientrano in questo schema, che vorrebbe dividere in base alla condotta, in un sistema che esclude e punisce chi non si adegua ai parametri del “decoro urbano”.
Tante le iniziative organizzate contro il “Pacchetto” in altre città: da Firenze a Brescia, da Torino a Catania. Un coro di voci per dire no alla società dei recinti, alla “Fortezza Europa” ed alle Isole Lager.
Tante le tematiche che porteremo in piazza a Roma, come tante sono le realtà che hanno attraversato il percorso di costruzione della mobilitazione. Dalle partecipate assemblee, alle numerose iniziative organizzate in varie parti della città, in occupazioni, centri sociali e università, fino ai volantinaggi nei mercati, l’ambizione è stata quella di parlare alla metropoli, ognuno con i propri linguaggi. Quello del 31 gennaio sarà un corteo di migranti, occupanti, precari, studenti, attivisti, writer, di femministe e lesbiche, di centri sociali e associazioni, ma speriamo soprattutto un momento di riconoscimento per tutti e tutte quelli che, giorno dopo giorno, costruiscono a partire dalla propria esistenza un’”altra città”. Un corteo di chiunque pensi che la libertà sia un bene prezioso da difendere e che quello che è in gioco sia il futuro delle persone. “I diritti non si chiedono, si strappano”, dice un proverbio egiziano: mentre a Lampedusa ci si conquista il diritto di fuga, pure noi proviamo a fare la nostra parte.
Rete contro il Pacchetto Sicurezza

Da Liberazione del 30/01/2009

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Questo è un paese per vecchi, di vecchi, governato da vecchi. Inamovibili.
Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919) è lì a dircelo ogni santo giorno che dio manda in terra, stando saldamente ancorato nelle stanze dove si trama il potere dal 1946. Lui era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel primo governo di Alcide De Gasperi, quando la più parte di noi non era ancora nata o aveva qualche mese di vita. Idem Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928) che continua a insegnarci da quarant’anni come qualmente si organizzi l’eversione da dentro le istituzioni.
Il settantaduenne Silvio Berlusconi (Milano, 29 settembre 1936) al confronto è appena uno sbarbatello, ma dotato di tessera numero 1816 della loggia massonica deviata P2, tirato dentro assieme a tanti altri soci di partito, come ad esempio Fabrizio Cicchitto, dal “maestro venerabile” Licio Gelli, oggi quasi novantenne essendo nato a Pistoia il 21 aprile 1919.
Vecchio arnese, il Gelli, che ha rimestato in tutte le pignatte del potere e dell’eversione, tra le file fasciste, tra le bande partigiane, come raccordo con i servizi segreti americani, poi con i regimi sudamericani, nelle trame del terrorismo, nel mezzo di Tangentopoli, nei giri della finanza nera dello Ior di Marcinkus e del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nella Prima Repubblica e nella Seconda. Benché con il cuore a ramengo, cosa che gli ha consentito di evitare la galera, sopravvissuto ai suoi stessi figli e a una caterva di rinvii a giudizio, condanne, incarcerazioni, evasioni, estradizioni.
Arrestato in Svizzera nel 1985 mentre stava prelevando 180 miliardi di lire da un suo conto coperto presso l’Unione di Banche Svizzere (Ubs), Gelli riusci a evadere dal carcere di Ginevra corrompendo una guardia carceraria e a fuggire in Sudamerica. Il “gran maestro” è stato tirato dentro in tutte le indagini dell’eversione nera e rossa, finanziaria e mafiosa: dal delitto Pecorelli al crack Sindona, dal finanziamento ai superlatitanti neri alla condanna a dieci anni «per aver ispirato un raffinato depistaggio» nelle indagini per l’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, che provocò 85 morti 200 feriti e una lacerazione democratica tuttora aperta nel cuore della città.
Così si legge nelle cronache dell’epoca, quando il procuratore generale del primo e del secondo processo di appello Franco Quadrini chiese 18 anni di carcere per Gelli, 15 per il “faccendiere” Francesco Pazienza e per il capo del Sismi Pietro Musumeci, e 13 per l’ufficiale del servizio segreto militare Giuseppe Belmonte. La condanna, confermata nel 1995 dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, si ridurrà a 10 anni per Gelli e Pazienza, 8 anni e 5 mesi per Musumeci e 7 anni e 11 mesi per Belmonte. Ma il “venerabile” non sconterà un solo giorno di carcere perché le autorità svizzere avevano concesso l’estradizione soltanto per il crack del Banco Ambrosiano.
Figlio di un mugnaio di Montale, curriculum degli studi da vero scapestrato, autodidatta, padrone ad Arezzo di Villa Wanda dove vennero ritrovati i fascicoli e gli elenchi con i nomi degli iscritti alla P2, un appunto sul versamento di 3,5 milioni di dollari dell’Eni sul conto corrente 633369 “Protezione” della filiale Ubs di Lugano nella disponibilità di Bettino Craxi, e 32 chili d’oro in lingotti e gioielli seppelliti nel giardino di Castiglion Fibocchi.
Amico dei generali argentini e uruguaiani negli anni neri delle torture e dei desaparecidos, sodale degli alti papaveri dei corpi militari e dei servizi segreti italiani deviati, molti dei quali risulteranno iscritti alla loggia massonica “coperta” Propaganda 2, oggetto di un’inchiesta da parte della Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi.
Adesso il “maestro” riprenderà a imperversare dagli schermi di Odeon Tv, essendo stato “prescelto” per far conoscere “il verbo” della “Venerabile Italia”, trasmissione in otto puntate che lo vedrà “guest star” per “ricostruire” la storia del Novecento in Italia, dalla guerra di Spagna agli Anni Ottanta, dalla P2 al crack del Banco Ambrosiano.
La conduttrice Lucia Leonessi prevede di raccogliere assieme a Gelli le “testimonianze” di Giulio Andreotti, Marcello Veneziani e Marcello Dell’Utri, prescelto per essere l’invitato della prima puntata a proposito del quale, proprio ieri, nella conferenza stampa di presentazione del programma, Gelli ha detto: «E’ una bravissima persona, non credo sia mafioso».
La riapparizione di Gelli in tivvù e sulla scena pubblica è un segno dei tempi, nel momento in cui a capo del governo c’è il piduista Berlusconi, uno dei suoi portavoce più assidui il piduista ex socialista Cicchitto, il “consigliere del principe” più ascoltato quel senatore Dell’Utri condannato in primo grado a nove anni per associazione mafiosa e in via definitiva in Cassazione a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frode fiscale.
Il “revival” ha provocato una ridda di proteste, perché il “venerabile” si è già lasciato andare a dichiarazioni del tipo: «In Italia non ci sono poteri forti. L’unico potere forte è la magistratura, che quando sbaglia non risarcisce il danno e che non funziona: il pubblico ministero dovrebbe arrivare da un concorso diverso rispetto al giudice».
Come si vede Licio Gelli non ha abbandonato il suo «piano di rinascita democratica» a cui, sostiene, «tutti si sono abbeverati. Avrei dovuto depositarlo alla Siae e chiedere i diritti d’autore. Ma l’unico che può portarlo avanti adesso è Berlusconi. E’ lui il mio erede, non perché era iscritto alla P2 ma perché ha la tempra del grande uomo» anche se, ha precisato Gelli, «non condivido il governo, perché se uno ha la maggioranza deve usarla senza interessarsi della minoranza. Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese. Ci sono provvedimenti che non vengono presi perché sono impopolari, e invece andrebbero presi: bisogna affondare il bisturi o non si può guarire il malato».
Belfagor è di nuovo tra noi, anzi, al governo.

Gemma Contin, Liberazione del 01/11/2008

 

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 D.l. n. x dell’anno 2008
Data l’urgenza di tagliare tutto quel che è rimasto della scuola pubblica, il governo, vista l’attuale crisi dei mercati mondiali, ha deciso di:

1) Istituire l’insegnante unico nelle scuole medie

2) Licenziare tutti i collaboratori scolastici

3) Inserire nuovi insegnamenti più moderni e sopprimerne altri non più attuali
In altre parole, ecco come si svolgeranno le lezioni:

In classi di 120-130 persone, un’unico insegnante istruirà i ragazzi su tutte le discipline, da cui però bisogna eliminare: la musica (tempo perso), la matematica (così nessuno potrà dire che a fine mese non ci si arriva), l’italiano (non serve per fare carriera).
Verranno istituite:
grande fratello scolastico; sfilata di moda; corso di apertura degli arti inferiori; revisionismo storico; corso zen limitatamente all’attività di svuotamento della mente, al fine di non pensare a niente basta chi c’è a saluti; corso di playstation avanzato; gazzetta dello sport.
Alla fine delle lezioni, l’insegnante dovrà pulire l’aula, così da risparmiare su numerosi bidelli.
A provvedere che la legge venga attuata verrà mandato l’esercito, che ormai il governo invia dappertutto (per il bene della collettività!!!!)
Se i tempi dovessero stringere e occorrerà tagliare sul personale di segreteria, l’insegnante potrebbe provvedere a regolarizzare un contratto con ogni genitore.

Il presente decreto non necessita di essere convertito in legge, ma è già operante. Infatti, il parlamento è uno spreco e si può abolire. Però, data la magnanimità e la democraticità del governo, in considerazione dei dissidi nella maggioranza, si è deciso di abolire solo l’opposizione, con un notevole risparmio di risorse.

In nome del popolo sovrano, ghe pensi mi
Silvio Berlusconi
Il ministro ombra Gelmini

Roma ottobre 2008 (anniversario della marcia su Roma)

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Pubblichiamo alcune riflessioni del Compagno Francesco Lipari, del Circolo “Ottobre Rosso”, su temi di stretta attualità

Un popolo, quando è unito, è forte e compatto, invincibile.Lo ha capito bene l’attuale governo,  la cui cosa più importante è dividere, in modo subdolo.Tutto è legato da fili che hanno una loro logica intrinseca: bisogna soddisfare i poteri forti, pertanto bisogna tagliare sui servizi pubblici. Ma come fare per evitare che la gente si ribelli? Può capitare che vedendosi tagliare un servizio ci si irriti. Quindi occorre convincere la gente che si sta facendo il loro interesse, indifferentemente al fatto se ciò sia vero.Il ministro Brunetta sa che la pubblica amministrazione è in Italia spesso inefficiente. Perché? Secondo lui per colpa dei fannulloni, cioè persone che impiegate in una pubblica amministrazione si assentano frequentemente oppure oziano facendo fare ai colleghi il doppio lavoro.Ciò è solo una parte della verità. Noi siamo contro i fannulloni. Ma il problema, come al solito, è di fondo. Ciò che contraddistingue la destra dalla sinistra è proprio individuare le cause alla radice del problema (da qui il termine radicale, che invece nel sentire comune viene resa da chi manovra la comunicazione di massa, come “estremista”). Quindi, laddove i principi di fondo sono uguali tra destra e sinistra, diversi sono analisi e soluzioni del problema.La destra utilizza storicamente la strategia di colpire tutti indifferentemente. Giusto, si può obiettare: tutti siamo uguali. E invece no. Lo afferma l’art 3 della nostra Costituzione. Il quale, nel sancire il principio di uguaglianza formale al primo comma, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, si premura, di seguito a stabilire che, poiché non tutti partono dalle stesse condizioni di vantaggio sociale ed economico, sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.Quindi, in parole semplici (ma anche se

la Costituzione è lineare come linguaggio, semplice e comprensibile), trattamento disuguali al fine di dare a tutti la possibilità di avere dei diritti.Quindi togliere le tasse ai ricchi e poi far pagare i servizi ai cittadini è anticostituzionale e, pertanto, violando un principio fondamentale, è persino criminale.Nel caso dei fannulloni, colpire tutti indifferentemente è il metodo.M. G. è impiegata come personale ATA in una scuola pubblica. Mai un giorno di malattia se non la comune influenza invernale. Disgraziatamente un mese fa si è fratturata entrambe le gambe in un incidente stradale. Con la nuova legge percepirà solo il 50% della retribuzione, nonostante sia di ruolo. Vale a dire che una donna non fannullona di 44 anni, madre di famiglia, per un incidente di cui non ha colpa, dovrà vivere con 500 euro al mese!Tutti siamo contro i falsi malati, anche noi di Sinistra. Ma si assumano medici fiscali a rotazione di cui si ignora il nome e il servizio prima del tempo, si eliminino i certificati medici emessi dal medico di famiglia: quando ci si ammala lo si comunica al datore di lavoro che manderà obbligatoriamente il medico fiscale. Può essere una soluzione.Lo si dica a Brunetta, che percepisce 6 stipendi come docente universitario. Non sarà un fannullone ma lasci spazio ad altri cinque suoi colleghi (fintanto che sarà il ministro, sei).Un’altra operazione di immagine è stato l’esercito a Napoli per la spazzatura. L’esercito per la criminalità, come un paese allo sbando. Forze armate nei cantieri. Tutte operazioni di facciata!Si assumano più poliziotti, più ispettori del lavoro… Già, dimenticavamo che occorre tagliare. Quindi un militare fa da ispettore del lavoro. E i corsi che organizzano per formazione professionale proprio per ispettori del lavoro? Esiste o no in questo paese la competenza?No: competenza e cultura sono la carta igienica di questo paese, rappresentato da un governo incompetente.

Altra strategia: scatenare la guerra tra poveri

Tra lavoratori pubblici e privati; tra immigrati e italiani; tra nord e sud.I clandestini arrivano sulle nostre coste. Per il governo non contano i dolori che ci sono dietro queste persone: conta solo che sono un problema. La gente li vede male, perché molti di loro, non avendo poi di che vivere vengono arruolate in bande criminali e compiono reati. La gente ha paura di loro, quindi perché non scatenare un odio contro di essi?Le prostitute ledono la morale bigotta e perbenista delle persone. Noi siamo contro la prostituzione. Ma in modo radicale: eliminare la tratta di esseri umani. Poniamo un esempio: io sono un cliente che mi reco da una prostituta e faccio qualcosa di sbagliato. In breve tempo verrò rintracciato dal protettore e potrebbe essere uno schifio.Perché non vengono mandati dei poliziotti in borghese a fare ciò e individuare i protettori e arrestarli e tramite loro arrivare al vertice?(?)Non sono sotto gli occhi di tutti le prostitute in città? Non hanno un’anima oltre che un corpo che spesso è vittima dello sfruttamento di esseri umani? Confinarli in un  ghetto significa solo fare in modo che questo scempio non sia evidente. Per l’opinione pubblica equivale a dimenticare che esiste questo dramma in molte persone.

 

La scuola: il “capolavoro”

Tagliare. A qualunque costo. Per poi, chissà, trasformare la scuola in un’azienda a gestione privata. Anche qui, chi di noi è a favore del bullismo? Nessuno, soprattutto noi di Sinistra, che lottiamo contro ogni tipo di sopruso, grande o piccolo. Ma mi spiegate a cosa serve il sette in condotta in scuole dove mancano le aule? E su alunni che vengono difesi a spada tratta da genitori distratti o troppo occupati a stare dietro alla nostra frenetica e disumana società contemporanea dai ritmi insostenibili, dove siamo macchine e i sentimenti vengono relegati solo in gesti adulatori tra genitori e figli del tipo “guai a chi me lo tocca! Mio figlio è il più bravo ragazzo del mondo e la colpa è degli insegnanti”.Quest’ultima frase non sarà passata inosservata al ministro della pubblica distruzione Gelmini che ha pensato bene di dire che gli insegnati, specie del sud, lì dove il disagio sociale è alto, sono degli incompetenti per cui fare dei corsi professionali (bisogna fare contento Bossi).“Non ho mai detto che gli insegnanti del Sud abbassano la qualità della scuola italiana” e “Chi riporta il mio pensiero in questo modo è in grave malafede e vuole creare una polemica che chi conosce il mio pensiero sa che non ha fondamento” ha detto il ministro Gelmini e ha poi aggiunto: “Ho sempre ritenuto che esistono bravi professori sia al Nord che al Sud, ma il Sud ha oggi un deficit strutturale e di progettualità che non è certo imputabile al corpo docente. In occasione di un incontro a Cortina d’Ampezzo, mi sono limitata a segnalare che la scuola nelle regioni meridionali è colpita da una grave crisi. Sfido chiunque a sostenere il contrarioOvviamente, quando si dicono stronzate e si capisce che fanno troppa puzza, la smentita è un tipico rimedio della politica (in generale).Caro ministro, per tagliare la testa al toro, perché non viene una settimana a fare l’insegnante in una scuola a rischio del sud? Buon lavoro. Non sia troppo severa, altrimenti dovrà cambiare i copertoni alla sua auto tutti i giorni. Ma già, vero, lei è ministro e pure se le distruggessero una macchina al giorno potrebbe ricomprarla. Ma un insegnate non può.Se gli insegnanti del sud, più chi è emigrato al nord, aggiungendo gli immigrati, se ne tornassero a casa, il nord diventerebbe il mezzogiorno d’Italia. Purtroppo non si creerebbe di riflesso il contrario, ahinoi!È ovvio che assetati di punteggi, gli insegnanti del sud non lasciano le scuole del nord. Ma se lo facessero…E poi, il maestro unico: avere un unico insegnante non rischia di plasmare la formazione dell’alunno? Il pluralismo è alla base del nostro ordinamento: pluralità di metodi, opinioni, religioni, che convivono per il perseguimento del bene comune.Inoltre non si rischia, come un tempo, che gli insegnanti curino maggiormente alcune aree disciplinari, tralasciando il resto? Non meno importante: le riforme che investono i cittadini tutti, non vanno discusse, oltre che con le opposizioni, con le parti sociali e con gli interessati? Non è quello che un democratico dovrebbe fare? O la libertà è solo un modo per sciacquarsi la bocca? È un lassativo o la libertà quella di cui si nutrono i nostri ministri?Infine, persone mandate a casa, precari in rivolta, ma in modo “italiano”.Se fossimo stati in Francia, gli insegnanti e i precari, forse, avrebbero messo in ginocchio questo governo anti-lavoratori ed il ministro si sarebbe dimesso con vergogna, come accadrebbe ad un  qualsiasi ministro del lavoro di un paese responsabile.È questo che bisogna fare. 

Anti-fascismo. 

È in corso un’opera di rispolvero del fascismo. Non osiamo immaginare il giorno in cui Berlusconi mettesse piede al Quirinale, cosa direbbe per il 25 aprile. Forse che i ragazzi di Salò avevano le loro “buone” ragioni, che i comunisti, prima e dopo il 25 aprile hanno compiuto delitti sanguinari. Purtroppo per allora i partigiani saranno quasi tutti morti data l’età. Gli storici saranno bollati come comunisti e i revisionisti saranno gli storici di regime.Potrebbero non essere supposizioni, dato le notizie recenti. Alemanno che è nostalgico del “primo fascismo”, Azione giovani dichiara con i propri  rappresentanti che “mai  si dichiareranno anti-fascisti; Gasparri giustifica i giovani di Salò.Chi è fascista, è libero di esserlo e di esternare il proprio pensiero. Sono i paradossi del sistema democratico. Ma vada via dalle istituzioni imperniate sulla Costituzione repubblicana, fondata sulla Resistenza e sull’antifascismo, perché la loro politica non è di questo sistema politico. Il fascismo potrebbe esistere solo se l’attuale sistema venisse rovesciato con un colpo di stato. Fascismo significa brutalità e violenza sulle persone e sulle strutture democratiche, tra cui il nostro ordinamento.E a chi dichiara che comunismo e fascismo sono sullo stesso piano, diciamo di distinguere tra la pratica dei comunisti in Italia e quella in alcuni altri paesi. Quella pratica “diversa” che fece avvicinare al comunismo importanti personalità come Fromm e Camus, per citarne alcuni. Anche lo statuto di Rifondazione Comunista parla di una prassi nuova, rinnovata nei mezzi.E basti ricordare a lor “signori” che in Italia, la firma dei comunisti è sulla Costituzione. E questo basta. 

ConclusioniQuesti discorsi accomunano parte della chiesa, seppure con i dovuti distinguo. Ho ascoltato discorsi simili, che scavano nel problema, in omelie domenicali. Persino un prete, un francescano tutt’altro che comunista, scagliarsi contro il neoliberismo! Perché le oscillazioni in borsa incidono su chi vive con meno di un dollaro al giorno, cioè qualche miliardo (miliardo) di personeParte della chiesa fa un analisi radicale del problema, come noi. Non vogliamo strumentalizzare la chiesa dicendo che è formata da comunisti. Ma il fatto che questa analisi fa parte del dibattito di cattolici che amano il bene sociale, deve fare riflettere.Non è ideologia, quindi, ma idee.Occorre farle vivere, circolare.La cultura è carta straccia? Facciamo nei nostri Circoli dei cineforum, delle biblioteche, delle mostre dei concerti anche di musica colta. Creiamo cultura e facciamo vivere cultura! Non lasciamola a loro.

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di Marco Sferini 

Continua nel suo avverarsi la profezia secondo la quale ad ogni riunione del Consiglio dei Ministri i nostri spazi di libertà si restringono e si ampliano i margini dei divieti, di ciò che un tempo non era reato e che oggi lo diventa.
A questo giro tocca al ministro Mara Carfagna: “Non capisco chi vende il proprio corpo”, ha detto la giovane componente del governo riferendosi al mondo della prostituzione. Una frase che non è solamente semplice da dire e che porta con sé un carico di ipocrisia notevole, ma di più: è una assoluta sottovalutazione delle condizioni di vita che costringono molte ragazze a scendere sui marciapiede e a fare i favori delle varie mafie che si ritagliano una abbondante fetta di mercato nello sfruttamento della prostituzione.
A dire il vero Mara Carfagna ha citato nelle interviste questi aspetti delinquenziali, ma ha dimenticato di isolare i fenomeni criminali dal fenomeno millenario della prostituzione. “C’è chi l’amore lo fa per noia…” cantava De Andrè, e c’è chi lo fa per professione e chi per passione. E’ del tutto evidente che la nostra ministra esclude che ci si possa prostiture per passione e che lo si possa fare, oltretutto, poi anche come professione.

Secondo il governo, dunque, chi si prostituisce lo fa solo per costrizione. Certo che la fetta di presenze femminili (o maschili) nell’alveo dell’amore a pagamento è legata in larga parte, purtroppo, ai fenomeni delle clientele mafiose, camorriste e ai traffici di ragazze dall’Est asiatico, dall’Africa. Certo che la disperazione è un motore potente per i guadagni di queste organizzazioni criminali che tengono anche in regime di schiavitù moltissime povere ragazze minorenni violentate per una vita, non per qualche ora, da atteggiamenti, frasi e comportamenti che non possono che indignare.
Ma come al solito, il governo del Mercante in fiera di Arcore non ricerca una soluzione sociale ad un problema che ha molte sfaccettature, ma introduce un elemento di protezione dei cittadini dal “pericolo” e, con una associazione moralistica e clericaleggiante, mira ad eliminare dalle strade del nostro Paese quelle che sono interpretate solamente come “cose oscene”, come “indegnità” da celare.
Il corpo delle donne, le donne da proteggere sono solamente una patina di falso colore su un grigio quadro fatto di repressione e legato ad una concezione perbenista del sesso che non porta alcun aiuto alle ragazze che vengono dagli altri continenti, che sino ad oggi sono state sotto la mano del pappone di turno e che, con le misure che Carfagna vuole introdurre, saranno ancora di più schiacciate nella tagliola del ricatto che riguarda il rimpatrio, la loro condizione di “clandestinità” e, pertanto, un potenziale maggiore sfruttamento proprio dei loro corpi che il ministro non capisce come possano trasformarsi in macchine da sesso.

Ma davvero fanno così orrore le prostitute a quei cattolici che magari si fanno il segno della croce passando davanti a loro in macchina? Oppure l’orrore spesso e volentieri si trasforma in tentazione e, successivamente, in una mascherata che li spinge a rinnegare tutto, a ritagliarsi solo comportamenti “virtuosi” per poter accusare gli altri di fare sesso in macchina e fuori dai comodi talami casalinghi?

Esattamente 50 anni fa il Parlamento italiano portava a compimento una lunga battaglia di civiltà: quella battaglia aveva un nome, un cognome e un volto che tutta l’Italia aveva imparato a conoscere. Si chiamava Angela “Lina” Merlin, era una senatrice del Partito Socialista Italiano e aveva proposto una legge che chiudesse non soltanto i “casini”, i “bordelli”, ma che la facesse finita una volta per tutte con le normative restrittive sulla prostituzione che Cavour prima e Mussolini poi avevano imposto all’Italia. All’Italia dove le “donnine allegre” erano come segregate dentro a quelle che, infatti, venivano chiamate non a torto “case chiuse”. Lo Stato era il grande pappone, il grande gestore del meretricio ed esercitava questa sua funzione togliendo la libertà alle donne che sfruttava.

Oggi, con il provvedimento di Mara Carfagna, la nostra Italia torna un attimo prima dell’approvazione della “Legge Merlin”. Non verranno riaperti i bordelli, ma accadrà di peggio. Alla forcaiola voglia popolare di cacciata delle prostitute dalle nostre strade si aggiungerà ancora una volta la poca voglia di distinguere e si farà, ennesimamente, di tutta l’erba un fascio: e così sarà non regolamentazione della prostituzione, ma una nuova caccia alle streghe, un “dagli all’untore” al femminile, un accanimento terapeutico fatto da un medico pazzo, in un ospedale che assomiglia sempre più ad una caserma.

L’Italia libera e democratica lascia il passo, con una leggerezza di apprendimento di tutto ciò che sconcerta, ad un Paese dove ciò che non è vietato non è detto che sia permesso e dove ciò che è permesso non è detto che domani sia vietato.

Il vero pericolo che stiamo vivendo è proprio la “fascistizzazione” dei comportamenti di ciascuno e di tutti: ci stanno progressivamente abituando a non distinguere caso per caso, ma a distinguere solo sulla base di clichet preimpostati da pregiudizi, steccati morali e imposizioni legislative che vengono vissute come dogmi e non come espressione della volontà generale.
Tutto va nella direzione di uno smantellamento dei diritti civili e sociali pezzo dopo pezzo: e finché non ci sarà tolto il pezzo che ci riguarda, allora volgeremo lo sguardo in avanti fingendo che non sia accaduto nulla. Lo ha scritto bene Bertolt Brecht in una sua famosissima (lo è ancora?) poesia, che voglio riportare di seguito:

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché
rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché
mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui
sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno a protestare…”.

Mara Carfagna non ha mai conosciuto una “Bocca di Rosa”. E se l’ha conosciuta deve averla disprezzata, considerata come una persona da commiserare, dall’alto della sua perfettissima morale cattolica e del suo alto senso della famiglia. Mara Carfagna e il governo delle destre sono così poveri… e non lo sanno.

www.esserecomunisti.it

 

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