L’appello

Il terremoto che ha devastato la terra d’Abruzzo ha messo di fronte agli occhi di tutti la drammatica condizione del patrimonio abitativo italiano, in gran parte edificato senza alcuna osservanza delle più elementari norme antisismiche. A questo si somma la constatazione che la speculazione edilizia, il risparmio sui materiali da costruzione, spinto sino a delinquenziali omissioni di ogni regola protocollare attinente alla sicurezza, hanno trasformato un evento naturale da governarsi con efficaci misure di prevenzione in una catastrofe umana e sociale di enormi proporzioni.

E’ uno scenario che si ripete sistematicamente, nel nostro Paese, senza che - calato il sipario sull’emergenza - si ponga mente e mano a una radicale revisione del modus operandi. Diventa così fatale l’appuntamento con la prossima catastrofe, sin d’ora annunciata. Si tratta invece di mettere a frutto la lezione che viene da questa ennesima sciagura. E rivendicare che si abbandoni il più inutile e dispendioso fra i progetti di grandi opere, il ponte sullo Stretto di Messina, per investire su un grande progetto di bonifica e di messa in sicurezza di tutte le abitazioni che si trovano in uno stato di palese inadeguatezza, cominciando dagli edifici pubblici, nelle aree al di qua e al di là dello Stretto medesimo, notoriamente ad altissimo rischio sismico.

Una simile scelta, improntata ad un’ancora inedita lungimiranza, contribuirebbe a scongiurare altri lutti, altre distruzioni e - contemporaneamente - a formare una diversa cultura ecologica, fondata sulla prevenzione, sul risparmio del territorio, sullo sviluppo della bioedilizia, sull’impiego di fonti di energia rinnovabili, sulla messa al bando della speculazione affaristica fra imprese e potere politico, sull’attivazione di severi ed efficaci controlli amministrativi. Insomma, l’attenzione generale che il dramma abruzzese ha calamitato su di sé, può essere ora trasformata in un’occasione di cambiamento, in un’altra idea di società e di Paese.

I primi firmatari

  1. Vincenzo Accattatis,
  2. Mario Alcaro,
  3. Bruno Amoroso,
  4. Alberto Asor Rosa,
  5. Gaetano Azzariti,
  6. Imma Barbarossa,
  7. Piero Bevilacqua,
  8. Rita Borsellino,
  9. Sergio Brenna,
  10. Alberto Burgio,
  11. Francesco Cavalli Sforza,
  12. Luigi Ciotti,
  13. Alessandro Dal Lago,
  14. Elena De Filippo,
  15. Vezio De Lucia,
  16. Giovanni De Luna,
  17. Raniero La Valle,
  18. Paolo Leon,
  19. Luigi Manconi,
  20. Gianni Mattioli,
  21. Maria Grazia Meriggi,
  22. Lidia Menapace,
  23. Andrea Morniroli,
  24. Giorgio Nebbia,
  25. Tonino Perna,
  26. Carla Ravaioli,
  27. Lidia Ravera,
  28. Annamaria Rivera,
  29. Stefano Rodotà,
  30. Edoardo Salzano,
  31. Enzo Scandurra,
  32. Massimo Serafini,
  33. Mario Tozzi,
  34. Nicola Tranfaglia,
  35. Alberto Ziparo
Converti in pdf

“L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone”. di Antonio MazzeoÈ il cuore di una delle aree della provincia di Messina a maggiore densità eversiva e mafiosa. Barcellona Pozzo di Gotto, comune ad una quarantina di chilometri dal capoluogo dello Stretto, per affinità storiche, politiche e criminali è definita la “Corleone del XXI secolo”. Gli ultimi trent’anni hanno visto l’ascesa delle organizzazioni criminali locali ai vertici dei traffici internazionali di armi e droga; l’alleanza con i ceti borghesi dominanti ne ha garantito la capacità di penetrazione nella politica e nelle istituzioni. Amministratori e consiglieri comunali avrebbero ricevuto pesantissimi condizionamenti. Un “buco nero” nella storia della Sicilia che solo a partire dalla fine degli anni ’90 ha richiamato l’attenzione dell’Antimafia e degli organi di stampa nazionali. Poi, nel giugno 2006, quella che sembrava potesse essere una svolta per riportare legalità e agibilità democratica: l’allora prefetto di Messina, Stefano Scammacca, disponeva un’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel Comune. Sindaco è Candeloro Nania, cugino di primo grado e appartenente allo stesso partito di Domenico Nania, capogruppo al Senato di An. Ed è il Polo ad avere una maggioranza bulgara in consiglio. Per un anno quattro ispettori (il prefetto Antonio Nunziante, il vicequestore Giuseppe Anzalone, il capitano dei carabinieri Domenico Menna e il comandante della Guardia di Finanza Domenico Rotella), spulciano centinaia di delibere ed atti amministrativi ed analizzano contratti e visure camerali. La valutazione finale è unanime: troppe scelte amministrative sono state subordinate agli interessi della criminalità locale. Altrettanto unanime è la richiesta di scioglimento dell’organo elettivo. La relazione ispettiva, centoquarantasei pagine, viene inviata a Roma, ma inspiegabilmente il ministro degli Interni Giuliano Amato decide di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Amministrazione e consiglio comunale possono concludere regolarmente la legislatura e alla tornata elettorale del 2007 Candeloro Nania e il Polo si ripresentano uniti ottenendo un successo di voti e consensi ancora più consistente. La giunta bis consolida il suo potere in una città dove pure l’aria che respiri sembra stagnante; vige l’“ordinaria amministrazione” sino allo scatto di orgoglio della Commissione edilizia urbanistica che i primi giorni d’agosto di quest’anno approva definitivamente il piano particolareggiato di quello che sarà il più grande Parco commerciale dell’intera provincia di Messina. L’unico, come annunciato dai vertici di Palazzo Longano, che «sarà realizzato, in conformità alle leggi e alla pianificazione urbanistica e commerciale della Regione». Non poco in un’area dove sorgono come funghi megastore e centri commerciali, tutti in deroga o in aperta violazione alle normative in materia. Quello di Barcellona sarà un Parco di dimensioni faraoniche: le infrastrutture s’insedieranno in un’area di 184.000 metri quadri in contrada Siena, accanto al nuovo centro artigianale e al vecchio tracciato della linea ferroviaria Messina-Palermo, strategicamente integrato all’asse stradale che l’Area di Sviluppo Industriale (Asi) chiede di realizzare in collegamento con la vicina area industriale di Milazzo-San Filippo del Mela, nella prospettiva di insediare l’autoporto originariamente programmato a Milazzo. All’interno del Parco saranno insediati sei diverse strutture destinate alla grande distribuzione, una serie di locali commerciali e per il tempo libero, un parco giochi per bambini e alcuni alberghi e ristoranti. A presentare nel giugno 2007 l’ambizioso progetto, la “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), un’azienda che gestisce nel sud Italia numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market, più gli ipermercati della transnazionale francese Carrefour di Porto Bolaro (Reggio Calabria), San Cataldo (Caltanissetta), Castrofilippo (Agrigento) e Milazzo. Nel 2005 l’azienda calabrese aveva stipulato un contratto di comodato d’uso con la Dibeca S.a.s. di Barcellona, proprietaria di buona parte dei terreni di contrada Siena, con relativa promessa di vendita. La stesura del piano particolareggiato fu affidata invece all’architetto barcellonese Mario Nastasi. Nel maggio del 2008, la G.d.m. decise però di farsi da parte. «L’acquisto dei terreni della Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla stipula del contratto, sia dell’approvazione del progetto, sia del rilascio della relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita», ha spiegato Piergiorgio Sacco, presidente della società di Campo Calabro. «Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse della nostra società alla iniziativa urbanistica». Anche la non brillante esperienza del centro Carrefour di Milazzo può aver influito sulla decisione dei manager della G.s.m.: nello stesso anno, a causa della flessione delle vendite e l’assoluta deregulation del mercato, la società era stata costretta a mettere in cassa integrazione quasi la metà del personale impiegato. Poco conveniente, dunque, tentare l’apertura di un altro centro commerciale in zona. Ma a Barcellona c’è però chi la pensa in maniera differente, al punto d’impegnarsi energicamente perchè il piano concludesse positivamente l’iter istruttorio ed approdare in consiglio comunale per l’approvazione finale. Dato il dietrofront della società proponente si è dovuto ricorrere ad un escamotage: presentare una domanda di cambio di titolarità della concessione edilizia. Ci ha pensato il 5 gennaio 2009 proprio la Dibeca, proprietaria dell’area di contrada Siena. E la commissione edilizia ha fatto valere allora quella che si sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». Una “continuità” affermata pure dalla scelta della Dibeca di affidare la direzione dei lavori per il Parco commerciale all’ingegnere Santino Nastasi, fratello dell’estensore del piano particolareggiato.   Alla società barcellonese la commissione ispettiva della Prefettura di Messina aveva dedicato un intero paragrafo (il terzo) della propria relazione sulle “anomalie” amministrative dell’Ente comunale. Per insediare gli uffici dell’Acquedotto e degli Impianti Sportivi, il 18 ottobre 2001 il Comune aveva preso in locazione dalla Dibeca un immobile di Via Operai 72. L’unico contratto sottoscritto con soggetti privati, un «rapporto economico» da cui - secondo gli ispettori prefettizi - «discendono forti elementi sintomatici che contraddistinguono, in termini di permeabilità, una gestione amministrativa che sembra privilegiare, non appena gli è possibile, rapporti economici con soggetti che, direttamente o indirettamente, risultano contigui, se non intranei, ad ambienti criminali locali di natura mafiosa». L’affitto per la durata di sei anni era stato stipulato con Alessandro Cattafi, «amministratore unico della Dibeca, in sostituzione della proprietaria, Nicoletta Di Benedetto», dietro corresponsione di un canone annuo di 27.888,67 euro. Il giudizio degli ispettori è lapidario. «È da evidenziare – si legge nella loro relazione - come l’amministrazione comunale, sia al momento della stipula del contratto di locazione che durante l’intera durata del contratto stesso, non abbia esperito i dovuti accertamenti e, soprattutto, non abbia posto in essere le iniziative atte ad evitare che l’Ente locale potesse avere rapporti economici con la società gestita dai familiari di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ai sensi della Legge antimafia 575/65». Alessandro Cattafi e Nicoletta Di Benedetto sono infatti rispettivamente figlio e madre dell’avvocato «pluripregiudicato» Rosario Pio Cattafi, personaggio «ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese». E sarebbe poi bastata una capatina alla Camera di commercio per verificare come la società in questione non occultasse per nulla il dominus: alla costituzione il nome completo era infatti “Dibeca S.n.c. di Cattafi Rosario & C”, oggetto la gestione di lavori edili, stradali, marittimi e ferroviari. Sino al 1987 amministratore unico il farmacista Agostino Cattafi, fratello di Rosario, poi sindaco del comune tirrenico di Furnari (Messina). Nel dicembre 2004, la società prende invece il nome di “Dibeca S.a.s. di Corica Ferdinanda e C.”. Oggi i suoi soci sono ancora la madre del legale, Nicoletta Di Benedetto, il figlio, Alessandro, la sorella, Maria Cattafi, e Ferdinanda Corica.   Secondo l’organo ispettivo, Rosario Pio Cattafi «rappresenta una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona Pozzo di Gotto, diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano». Egli sarebbe cioè uno dei «soggetti di livello superiore» che si muovono per mediare i contatti tra i vertici di Cosa Nostra e «taluni membri delle istituzioni operanti specialmente nel settore della politica, della giustizia e delle pubbliche amministrazioni». Le vicende giudiziarie che hanno interessato il legale barcellonese sono condensate nelle motivazioni della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni, emessa nei suoi confronti dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, in epoca ampiamente antecedente alla stipula della locazione con l’ente locale. Di Cattafi vengono evidenziati in particolare i rapporti con numerosi esponenti della criminalità organizzata provinciale e regionale, con particolare riferimento a Francesco Rugolo, ai vertici del gruppo barcellonese, ucciso il 26 febbraio 1987. L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone, la moglie e la scorta il 23 maggio 1992 a Capaci. «Di assoluto rilievo sono anche i rapporti prolungati nel tempo che vedono legato Rosario Cattafi al boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo», si legge ancora nella relazione sulle infiltrazioni criminali nella vita amministrativa di Barcellona. «Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca “Santapaola”, le famiglie “Carollo”, “Fidanzati”, “Ciulla” e “Bono”». Sin da giovane Rosario Cattafi aveva militato nelle file della destra eversiva «rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi». Particolarmente rilevante la vicenda inerente le «raffiche di mitra sparate dal Cattafi in una camera della Casa dello studente nell’aprile 1973, a seguito del quale è stato tratto in arresto». Successivamente il barcellonese fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle “famiglie” mafiose siciliane. Nei primi anni ’80, Cattafi si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni svizzeri “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura di Milano interessata a verificare se dietro un viaggio del Cattafi a Saint Raffael c’era l’obiettivo di «stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con la famiglia dei Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti». Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto «non meglio chiariti» rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti. Nell’agosto del 1993 Cattafi fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed «uno dei maggiori esponenti del clan». L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi e materiale bellico, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al cittadino italo-peruviano Filippo Battaglia, di cui proprio Cattafi era stato testimone di nozze. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’operazione relativa all’autoparco Salesi di via Salomone di Milano nella quale rimasero coinvolti alcuni soggetti ritenuti legati alla criminalità organizzata lombarda e siciliana. Dopo una pesante condanna in primo grado per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco milanese. Del barcellonese si occupò poi la Procura della Repubblica di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi delle società costruttrici Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Sul suo conto i magistrati spezzini scrivono «essere inserito a pieno titolo nel commercio illegale delle armi e degli armamenti nella sua qualità di appartenente alla famiglia mafiosa capeggiata da Nitto Santapaola». Nel 1998 il barcellonese fu infine sottoposto ad indagini da parte della D.D.A. di Caltanissetta nell’ambito del procedimento riguardante i mandanti “occulti” della strage di Capaci. Anche stavolta la sua posizione fu archiviata. Nel curriculum vitae di Rosario Cattafi ci sono infine due denuncie (una in data 9 agosto 2000, l’altra il 14 luglio 2001) per violazione degli obblighi della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza; una denuncia, il 20 luglio 2001, da parte del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Barcellona, per «minaccia nei confronti di un medico e per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale di P.S.»; la revoca da parte del Prefetto di Messina della patente di guida (8 gennaio 2001). Il sindaco Candeloro Nania ha più volte ribadito che sarebbe stata la precedente giunta di centrosinistra a stipulare nel giugno 2000 il contratto di affitto con la società della famiglia Cattafi. «L’atto di affitto è stato sottoscritto materialmente il 18 ottobre 2001 dall’allora Commissario regionale, dott. Zaccone», ha replicato l’ex sindaco Pd. Negli archivi del Municipio è depositata una delibera del Consiglio comunale del 9 maggio 2000 che approvava una proposta di emendamento a firma dei capigruppo dei partiti del centrodestra che elevava a 70.000 euro il capitolo di bilancio riservato annualmente all’affitto dei nuovi locali di via Operai 72. Un regalo bipartisan che continua sino ad oggi: gli uffici comunali (e la sede locale della Croce Rossa Italiana) sono infatti ancora ospitati nello stabile di proprietà della Dibeca e centinaia di migliaia di euro sono già stati incassati dalla famiglia Cattafi. Briciole al confronto del business multimilionario che ruota attorno al mega Parco commerciale di Barcellona. Stavolta si fa veramente sul serio.

Converti in pdf

Le ultime misure del governo in tema di sicurezza, vorrebbero rispondere ad un presunto aumento dei reati contro la persona (vedi stupro) attraverso l’istituzionalizzazione di ronde fatte da cittadini ex-poliziotti, “volontari leghisti”, che rischiano di militarizzare il territorio con scarsi risultati concreti in termini di sicurezza.Queste misure sono state precedute da una campagna mediatica che ha fatto del nesso criminalità-immigrazione il punto di forza: i reati sembrano commessi soltanto da immigrati, clandestini, “rumeni”. I dati dicono che non esiste alcun nesso criminalità-immigrazione: i reati contro il patrimonio e la persona diminuiscono, mentre aumentano, e quasi raddoppiano, le violenze domestiche contro le donne; tutto questo mentre le richieste di permesso di soggiorno nel nostro Paese sono quintuplicate.Le violenze sulle donne  sono frutto di una cultura, di un sentire comune che pubblicizza le donne come un prodotto commerciale, oggetto di intrattenimento, “strumenti” del maschilismo imperante.Questa cultura maschilista viene interpretata alla perfezione dal primo ministro Silvio Berlusconi, che ne ha fatto la sua fortuna economica con i programmi spazzatura trasmessi sulle proprie reti.Noi crediamo che il governo, guidato da tale individuo, sia inadeguato a rispondere a un’emergenza “violenza sulle donne”: prima di prendere dei provvedimenti, bisogna vedere le donne come essere umani.Sul nostro territorio la principale emergenza è rappresentata dalla mafia, invisibile alle ronde, ai poliziotti di quartiere e all’esercito; ciò che potrebbe contrastarla in maniera efficace è un rafforzamento degli strumenti investigativi in mano alla magistratura ed alle forze dell’ordine: quegli strumenti, come le intercettazioni, i fondi per la polizia, che il governo per la “sicurezza” ha tagliato.Non si può contrastare la criminalità organizzata stanziando un budget per le procure, impedendo ai magistrati di svolgere le indagini avvalendosi di tutti gli strumenti richiesti.

Come Rifondazione Comunista “Circolo Ottobre Rosso”, crediamo siano più efficaci le operazioni di investigazione fatte dalla D. D. A sul nostro territorio in contrasto al fenomeno mafioso piuttosto che ronde fatte da cittadini ed animate il più delle volte da odio etnico e razziale.

 

Converti in pdf

http://classe_operaia.okblog.it

Sul terremoto del 1908, ieri è tornato a parlare anche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo. “Questo momento di grande solennità – ha scritto Lombardo in una nota ufficiale della presidenza – deve servire a porre rimedio agli errori e ai comportamenti del passato: abbiamo costruito palazzi dove era opportuno limitarsi a costruzioni di un solo piano; abbiamo tracciato strade strette e tortuose lì dove sarebbe stato consigliabile realizzare grandi vie di fuga; abbiamo imbrigliato i torrenti e cementificato gli alvei dei fiumi. Siamo stati miopi. Ma è venuto il momento di prendere coscienza, di valutare con freddezza la situazione, di studiare e trovare delle soluzioni. Siamo dinanzi a un imperativo – continua Lombardo –: l’ambiente deve essere salvaguardato. Non possiamo non aver capito che la natura, se violentata, si vendica”.

Sembrerebbe l’analisi di un ambientalista, attivista della Rete No Ponte, neanche Renato Accorinti  avrebbe potuto fare di meglio, discorso condivisibile e auspicabile se non provenisse dal primo sostenitore dell’eco mostro sullo Stretto.

Al presidente innamorato di Messina, che non ha voluto nessun messinese nella squadra regionale, verrebbe da chiedere cosa intende quando parla di  “violentare la natura”;

costruire palazzi lungo il porto è più stuprante che sovrastare le fragili faglie dello stretto con oltre 3000 metri di acciaio e cemento sottoposti, fra l’altro, all’eterno scirocco?

Un ponte di tali dimensioni non fa incazzare la natura?

Sarà San Silvio Protettore dei Ponti a garantire il silenzio assenso del Creatore?

O ci affideremo alla protezione di cosa nostra?

Frasi vuote fondate sul nulla, riservate ad una popolazione apatica che gode nel lasciarsi abbindolare da altre  cinquant’anni, demagogie e populismo di bassa lega riservato agli abitanti della città fantasma che hanno perso ogni similitudine con il DNA degli orgogliosi messinesi  ante terremoto.

In tal senso  la natura si è già vendicata….

WilCHE

Converti in pdf

Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Messina

Comunicato Stampa

Un primo passo verso un’operazione di bonifica dell’Università e della politica messinese: dimissioni di Tomasello e Ricevuto 

Dopo la sospensione del rettore Tomasello da parte degli organi di giustizia, a seguito degli scandali che stanno toccando l’università di Messina, facendola balenare sulle cronache nazionali come “Parentopoli”, a tutto danno dei ricercatori, dei professori e degli studenti onesti che ogni giorno faticano, si impegnano e lottano contro questo sistema, chiediamo a gran voce le dimissioni del Magnifico, al fine di iniziare un iter  di trasparenza  per far sì che l’università di Messina possa rifarsi un’immagine diversa da quella che si è ritagliata in questo periodo. A seguito degli scandali, sarebbe necessario fare un’operazione di bonifica all’interno dell’università, con un’indagine a tappeto per evitare qualsiasi altra forma di concorsi truccati, o di baronaggio che penalizzi il valore civile e professionale dello studio. Gli studenti che oggi studiano a Messina, devono avere la certezza di poter  andare a testa alta fra i loro colleghi di altre università, e non di vergognarsi per gli scandali, che penalizzano la loro professionalità e svalutano titoli e competenze acquisite. Accanto ai professori che hanno fatto un uso distorto del loro ruolo, ci sono anche professori e ricercatori onesti che spesso, proprio per la mancanza di spazi, sono costretti a continuare i loro studi altrove, “arricchendo” con il loro sapere altri poli universitari. Ma non solo: altre ombre aleggiano sulla condotta da parte del rettore nel rapporto con gli studenti in lotta di Unime Ribelle, così come sulla concessione degli spazi per assemblee informative; alla situazione specificatamente universitaria, fa poi sponda un sistema politico che, a quanto ci viene detto dalle prime indagini, non era per niente estraneo al “sistema”. Proprio da qui nasce la necessità di chiedere le dimissioni dell’attuale presidente della provincia, Nanni Ricevuto, indagato anche lui ma con l’accusa di “falso” e “truffa in concorso”, per favorire un esponente di Forza Italia,ex presidente del consiglio comunale di Messina, già indagato per l’inchiesta “Oro Grigio” in un concorso al policlinico di Messina. Questo dimostra come il malaffare non riguarda solo l’Università, ma coinvolge ampia parte della politica messinese, su cui auspichiamo che la magistratura faccia luce. 

Come Rifondazione Comunista – Federazione di Messina, chiediamo come primo passo per un percorso di bonifica dell’università e della politica messinese le immediate dimissioni del Rettore, attualmente estromesso dalle sue funzioni da parte del Gip,Franco Tomasello e del presidente della provincia, L’on. Nanni Ricevuto. 

     Il responsabile Informazione       Carmelo Ingegnere                                      

        Il Segretario            Filippo Giunta  

Messina, 1812/2008

Converti in pdf

È giusto indagare sul malaffare all’interno dell’Ateneo di Messina, ma sarebbe altrettanto saggio se l’intero centrosinistra condannasse le raccomandazioni poco dignitose, come dimostrano le carte, del Presidente della Provincia di Messina, Nanni Cesare Ricevuto, che segnano in maniera nitida cosa per uno come Ricevuto rappresenti amministrare: il potere di fare ciò che crede. Finora a parte qualche uscita del deputato all’Ars Filippo Panarello in cui invitava il rettore Franco Tomasello a dimettersi, non abbiamo registrato segnali dal Pd sul Presidente Ricevuto. Forse che l’aver agevolato Umberto Bonanno a costruirsi un curriculum inattaccabile per partecipare al concorso del Policlinico è cosa meno grave? In un clima caratterizzato da forte insoddisfazione, non stupisce che ci siano dei furbi che provino a usare due pesi e due misure: colpevole Tomasello, leggero Ricevuto. Eppure, nel caso del presidente della Provincia di Messina, si tratta dell’esercizio di un potere a danno di altri, commettendo una vera ingiustizia a vantaggio del raccomandato Bonanno. Non si tratta di semplice segnalazione come qualcuno la vorrebbe far passare: nel caso specifico l’intervento avviene non per mettere a nudo particolari capacità che come abbiamo visto per ammissione dello stesso Umberto Bonanno, non sono manifeste, ma per legami di pura convenienza politica e di potere. Sarebbe insomma l’ora di un «non ci sto» bipartisan, contro l’assoluzione mediatica e a quanto pare giudiziaria per il Cesare Canuto della vita amministrativa e politica messinese. Se è giusto secondo alcuni che il rettore abbandoni per non mettere in forte imbarazzo l’Ateneo, non vediamo come Ricevuto possa solo pensare di passarla liscia dalla vicenda Bonanno. Ci attendiamo risposte ferme dalla Procura a dimostrazione, semmai qualcuno facesse cattivi pensieri, che la loro azione per reprimere il crimine sempre e comunque, non sia solo verso il rettore Tomasello, quasi a volerlo costringere al gesto delle dimissioni. Il tic dell’antitomasello continua a far velo sul rispetto delle regole, sulla denuncia del malcostume politico nell’uso strumentale delle inchieste, sul malfunzionamento degli apparati dello Stato chiamati a vigilare, sulla tutela di quei valori scritti nella Costituzione che viene nuovamente calpestata come uno zerbino. E dunque ci vuole del coraggio a rompere lo schema: già dal Tribunale del Riesame sapremo come intenderà comportarsi l’ufficio di Procura, ovvero se continuerà a perseguire il reato anche verso gli altri indagati coinvolti nello scandalo o si limiterà ad attendere il processo. E anche da parte del mondo politico - istituzionale occorre che fermezza e pulizia con tanto di richiesta di dimissioni la si cerchi a Nanni Ricevuto. Perché questo silenzio? Perché si resta al palo? Cosa impedisce al fronte della società civile di pretendere da Ricevuto quello che si chiede a gran voce da Tomasello? Ma non è cosa da poco domandarsi se a fronte dell’inchiesta sull’Ateneo, ci sia un modo per denunciare il quadro inquietante dei rapporti tra potere politico e lobbisti di Stato, e al contempo salvaguardare i meccanismi di garanzia previsti per ogni cittadino, che si chiami anche Franco Tomasello. Perché questo è il tema. Non si era mai visto, meglio, non si era mai sentita finora un’intercettazione, lanciata sui siti web oltre che pubblicata sui giornali in cui di illecito non c’è nulla, anzi tutt’altro, e si eviti di pubblicare e commentare, quello che di più compromettente c’è nella misura cautelare. Possibile che se Umberto Bonanno parli di tizio o caio, sia una millanteria e se invece lo certifica con il nome di Tomasello sia notizia di reato? Non si era mai arrivati a questo punto.

www.imgpress.it

Converti in pdf

Su Messina e provincia si annunciano tagli alla scuola, inseriti nel decreto legge Gelmini, che prevede il taglio di circa mille cattedre tra capoluogo e provincia.  La Sicilia, ed in particolare Messina, avevano dato alle ultime elezioni uno dei contributi più importanti in termini di voti, eleggendo deputati e senatori dell’attuale maggioranza che oggi è al governo. Lo stesso governo che ora sta “premiando” la provincia con tagli consistenti, sia ai docenti di ruolo ( denominati nel decreto “soprannumerari”) in conseguenza del “maestro unico”, sia alle supplenze, che caleranno sensibilmente. E questo solo nelle scuole elementari. Per quanto riguarda le scuole medie e superiori, un taglio di 330 cattedre tra città e provincia, ed un taglio complessivo di 168 supplenze. Altri tagli colpiranno il personale ATA, mentre la Regione ha “ripescato” 72 assegnazioni per il personale di sostegno scolastico, assegnando questi posti a Catania e Palermo, e nessuno a Messina; questo quanto raccolto come frutto dalle urne! L’attuale ministra dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, ha giustificato questo intervento dicendo che così facendo “toglie il vecchiume dalle aule”. In realtà, toglie i precari che da molti anni aspettano un incarico, tutt’altro che vecchi, non agevolando un vero e proprio ricambio nella scuola. Questi dati sono allarmanti, per il nostro territorio, vasto e difficile, dove le scuole, dalle elementari alle superiori, sono dei veri e propri sostegni per i ragazzi e le famiglie. Il decreto rischia un iter accelerato, con nessuna possibilità di modifica da parte dell’attuale parlamento. Per questo, Rifondazione Comunista – Federazione di Messina, chiede agli studenti, agli insegnanti, ai lavoratori impegnati nella scuola, la più vasta mobilitazione in vista dello sciopero di giorno 30 Ottobre. L’attuale governo ha deciso di penalizzare il nostro territorio attraverso questi tagli: bisogna far sentire il nostro dissenso. Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Messinavia S. Paolo dei Disciplinanti is. 369 n.37 - 98122 MessinaWWW.RIFONDAZIONEMESSSINA.IT                                                                                 
                  Messina, 16/10/08

Converti in pdf

Pubblichiamo alcune riflessioni del Compagno Francesco Lipari, del Circolo “Ottobre Rosso”, su temi di stretta attualità

Un popolo, quando è unito, è forte e compatto, invincibile.Lo ha capito bene l’attuale governo,  la cui cosa più importante è dividere, in modo subdolo.Tutto è legato da fili che hanno una loro logica intrinseca: bisogna soddisfare i poteri forti, pertanto bisogna tagliare sui servizi pubblici. Ma come fare per evitare che la gente si ribelli? Può capitare che vedendosi tagliare un servizio ci si irriti. Quindi occorre convincere la gente che si sta facendo il loro interesse, indifferentemente al fatto se ciò sia vero.Il ministro Brunetta sa che la pubblica amministrazione è in Italia spesso inefficiente. Perché? Secondo lui per colpa dei fannulloni, cioè persone che impiegate in una pubblica amministrazione si assentano frequentemente oppure oziano facendo fare ai colleghi il doppio lavoro.Ciò è solo una parte della verità. Noi siamo contro i fannulloni. Ma il problema, come al solito, è di fondo. Ciò che contraddistingue la destra dalla sinistra è proprio individuare le cause alla radice del problema (da qui il termine radicale, che invece nel sentire comune viene resa da chi manovra la comunicazione di massa, come “estremista”). Quindi, laddove i principi di fondo sono uguali tra destra e sinistra, diversi sono analisi e soluzioni del problema.La destra utilizza storicamente la strategia di colpire tutti indifferentemente. Giusto, si può obiettare: tutti siamo uguali. E invece no. Lo afferma l’art 3 della nostra Costituzione. Il quale, nel sancire il principio di uguaglianza formale al primo comma, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, si premura, di seguito a stabilire che, poiché non tutti partono dalle stesse condizioni di vantaggio sociale ed economico, sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.Quindi, in parole semplici (ma anche se

la Costituzione è lineare come linguaggio, semplice e comprensibile), trattamento disuguali al fine di dare a tutti la possibilità di avere dei diritti.Quindi togliere le tasse ai ricchi e poi far pagare i servizi ai cittadini è anticostituzionale e, pertanto, violando un principio fondamentale, è persino criminale.Nel caso dei fannulloni, colpire tutti indifferentemente è il metodo.M. G. è impiegata come personale ATA in una scuola pubblica. Mai un giorno di malattia se non la comune influenza invernale. Disgraziatamente un mese fa si è fratturata entrambe le gambe in un incidente stradale. Con la nuova legge percepirà solo il 50% della retribuzione, nonostante sia di ruolo. Vale a dire che una donna non fannullona di 44 anni, madre di famiglia, per un incidente di cui non ha colpa, dovrà vivere con 500 euro al mese!Tutti siamo contro i falsi malati, anche noi di Sinistra. Ma si assumano medici fiscali a rotazione di cui si ignora il nome e il servizio prima del tempo, si eliminino i certificati medici emessi dal medico di famiglia: quando ci si ammala lo si comunica al datore di lavoro che manderà obbligatoriamente il medico fiscale. Può essere una soluzione.Lo si dica a Brunetta, che percepisce 6 stipendi come docente universitario. Non sarà un fannullone ma lasci spazio ad altri cinque suoi colleghi (fintanto che sarà il ministro, sei).Un’altra operazione di immagine è stato l’esercito a Napoli per la spazzatura. L’esercito per la criminalità, come un paese allo sbando. Forze armate nei cantieri. Tutte operazioni di facciata!Si assumano più poliziotti, più ispettori del lavoro… Già, dimenticavamo che occorre tagliare. Quindi un militare fa da ispettore del lavoro. E i corsi che organizzano per formazione professionale proprio per ispettori del lavoro? Esiste o no in questo paese la competenza?No: competenza e cultura sono la carta igienica di questo paese, rappresentato da un governo incompetente.

Altra strategia: scatenare la guerra tra poveri

Tra lavoratori pubblici e privati; tra immigrati e italiani; tra nord e sud.I clandestini arrivano sulle nostre coste. Per il governo non contano i dolori che ci sono dietro queste persone: conta solo che sono un problema. La gente li vede male, perché molti di loro, non avendo poi di che vivere vengono arruolate in bande criminali e compiono reati. La gente ha paura di loro, quindi perché non scatenare un odio contro di essi?Le prostitute ledono la morale bigotta e perbenista delle persone. Noi siamo contro la prostituzione. Ma in modo radicale: eliminare la tratta di esseri umani. Poniamo un esempio: io sono un cliente che mi reco da una prostituta e faccio qualcosa di sbagliato. In breve tempo verrò rintracciato dal protettore e potrebbe essere uno schifio.Perché non vengono mandati dei poliziotti in borghese a fare ciò e individuare i protettori e arrestarli e tramite loro arrivare al vertice?(?)Non sono sotto gli occhi di tutti le prostitute in città? Non hanno un’anima oltre che un corpo che spesso è vittima dello sfruttamento di esseri umani? Confinarli in un  ghetto significa solo fare in modo che questo scempio non sia evidente. Per l’opinione pubblica equivale a dimenticare che esiste questo dramma in molte persone.

 

La scuola: il “capolavoro”

Tagliare. A qualunque costo. Per poi, chissà, trasformare la scuola in un’azienda a gestione privata. Anche qui, chi di noi è a favore del bullismo? Nessuno, soprattutto noi di Sinistra, che lottiamo contro ogni tipo di sopruso, grande o piccolo. Ma mi spiegate a cosa serve il sette in condotta in scuole dove mancano le aule? E su alunni che vengono difesi a spada tratta da genitori distratti o troppo occupati a stare dietro alla nostra frenetica e disumana società contemporanea dai ritmi insostenibili, dove siamo macchine e i sentimenti vengono relegati solo in gesti adulatori tra genitori e figli del tipo “guai a chi me lo tocca! Mio figlio è il più bravo ragazzo del mondo e la colpa è degli insegnanti”.Quest’ultima frase non sarà passata inosservata al ministro della pubblica distruzione Gelmini che ha pensato bene di dire che gli insegnati, specie del sud, lì dove il disagio sociale è alto, sono degli incompetenti per cui fare dei corsi professionali (bisogna fare contento Bossi).“Non ho mai detto che gli insegnanti del Sud abbassano la qualità della scuola italiana” e “Chi riporta il mio pensiero in questo modo è in grave malafede e vuole creare una polemica che chi conosce il mio pensiero sa che non ha fondamento” ha detto il ministro Gelmini e ha poi aggiunto: “Ho sempre ritenuto che esistono bravi professori sia al Nord che al Sud, ma il Sud ha oggi un deficit strutturale e di progettualità che non è certo imputabile al corpo docente. In occasione di un incontro a Cortina d’Ampezzo, mi sono limitata a segnalare che la scuola nelle regioni meridionali è colpita da una grave crisi. Sfido chiunque a sostenere il contrarioOvviamente, quando si dicono stronzate e si capisce che fanno troppa puzza, la smentita è un tipico rimedio della politica (in generale).Caro ministro, per tagliare la testa al toro, perché non viene una settimana a fare l’insegnante in una scuola a rischio del sud? Buon lavoro. Non sia troppo severa, altrimenti dovrà cambiare i copertoni alla sua auto tutti i giorni. Ma già, vero, lei è ministro e pure se le distruggessero una macchina al giorno potrebbe ricomprarla. Ma un insegnate non può.Se gli insegnanti del sud, più chi è emigrato al nord, aggiungendo gli immigrati, se ne tornassero a casa, il nord diventerebbe il mezzogiorno d’Italia. Purtroppo non si creerebbe di riflesso il contrario, ahinoi!È ovvio che assetati di punteggi, gli insegnanti del sud non lasciano le scuole del nord. Ma se lo facessero…E poi, il maestro unico: avere un unico insegnante non rischia di plasmare la formazione dell’alunno? Il pluralismo è alla base del nostro ordinamento: pluralità di metodi, opinioni, religioni, che convivono per il perseguimento del bene comune.Inoltre non si rischia, come un tempo, che gli insegnanti curino maggiormente alcune aree disciplinari, tralasciando il resto? Non meno importante: le riforme che investono i cittadini tutti, non vanno discusse, oltre che con le opposizioni, con le parti sociali e con gli interessati? Non è quello che un democratico dovrebbe fare? O la libertà è solo un modo per sciacquarsi la bocca? È un lassativo o la libertà quella di cui si nutrono i nostri ministri?Infine, persone mandate a casa, precari in rivolta, ma in modo “italiano”.Se fossimo stati in Francia, gli insegnanti e i precari, forse, avrebbero messo in ginocchio questo governo anti-lavoratori ed il ministro si sarebbe dimesso con vergogna, come accadrebbe ad un  qualsiasi ministro del lavoro di un paese responsabile.È questo che bisogna fare. 

Anti-fascismo. 

È in corso un’opera di rispolvero del fascismo. Non osiamo immaginare il giorno in cui Berlusconi mettesse piede al Quirinale, cosa direbbe per il 25 aprile. Forse che i ragazzi di Salò avevano le loro “buone” ragioni, che i comunisti, prima e dopo il 25 aprile hanno compiuto delitti sanguinari. Purtroppo per allora i partigiani saranno quasi tutti morti data l’età. Gli storici saranno bollati come comunisti e i revisionisti saranno gli storici di regime.Potrebbero non essere supposizioni, dato le notizie recenti. Alemanno che è nostalgico del “primo fascismo”, Azione giovani dichiara con i propri  rappresentanti che “mai  si dichiareranno anti-fascisti; Gasparri giustifica i giovani di Salò.Chi è fascista, è libero di esserlo e di esternare il proprio pensiero. Sono i paradossi del sistema democratico. Ma vada via dalle istituzioni imperniate sulla Costituzione repubblicana, fondata sulla Resistenza e sull’antifascismo, perché la loro politica non è di questo sistema politico. Il fascismo potrebbe esistere solo se l’attuale sistema venisse rovesciato con un colpo di stato. Fascismo significa brutalità e violenza sulle persone e sulle strutture democratiche, tra cui il nostro ordinamento.E a chi dichiara che comunismo e fascismo sono sullo stesso piano, diciamo di distinguere tra la pratica dei comunisti in Italia e quella in alcuni altri paesi. Quella pratica “diversa” che fece avvicinare al comunismo importanti personalità come Fromm e Camus, per citarne alcuni. Anche lo statuto di Rifondazione Comunista parla di una prassi nuova, rinnovata nei mezzi.E basti ricordare a lor “signori” che in Italia, la firma dei comunisti è sulla Costituzione. E questo basta. 

ConclusioniQuesti discorsi accomunano parte della chiesa, seppure con i dovuti distinguo. Ho ascoltato discorsi simili, che scavano nel problema, in omelie domenicali. Persino un prete, un francescano tutt’altro che comunista, scagliarsi contro il neoliberismo! Perché le oscillazioni in borsa incidono su chi vive con meno di un dollaro al giorno, cioè qualche miliardo (miliardo) di personeParte della chiesa fa un analisi radicale del problema, come noi. Non vogliamo strumentalizzare la chiesa dicendo che è formata da comunisti. Ma il fatto che questa analisi fa parte del dibattito di cattolici che amano il bene sociale, deve fare riflettere.Non è ideologia, quindi, ma idee.Occorre farle vivere, circolare.La cultura è carta straccia? Facciamo nei nostri Circoli dei cineforum, delle biblioteche, delle mostre dei concerti anche di musica colta. Creiamo cultura e facciamo vivere cultura! Non lasciamola a loro.

Converti in pdf

Pubblichiamo il comunicato dei Comunisti Italiani sui tagli alla scuola nella nostra provincia. 

Agli Organi di Informazione

Oggetto: Comunicato stampa (tagli alla scuola).

Tagli al sostegno. Il Pdci di Messina denuncia la demagogia della destra supportata dal PD locale, e invita PRC al processo costituente per costruire una seria ed intrasigente opposizione.

Il Partito dei Comunisti Italiani comunica che il suo Comitato Centrale, su proposta delle Federazioni di Messina e di Palermo, nella riunione tenutasi a Roma il 13 settembre u.s., ha approvato per acclamazione un ordine del giorno, con il quale “esprime solidarietà agli insegnanti, al personale ATA, alle famiglie in lotta contro i tagli varati dal governo Berlusconi nel settore della scuola – in particolare di quella elementare – , che hanno colpito, fra l’altro, in maniera vergognosa, l’insegnamento di sostegno ai disabili e che minacciano di essere ancora più consistenti a partire dal prossimo anno, con il ritorno alla figura mitica del maestro unico. Questi tagli non hanno alcuna motivazione culturale, ma rispondono ad una logica ragionieristica di cassa” e rappresentano, nel contempo, “un modo per distruggere la scuola pubblica a favore delle scuole private”.
Il partito, inoltre, “si impegna a sostenere le manifestazioni e gli scioperi che si svolgeranno nei prossimi mesi”.
Il PdCI di Messina denuncia il comportamento demagogico dei rappresentanti istituzionali del Popolo della Libertà, i quali, da un lato, hanno votato in Parlamento, in sede di approvazione della legge finanziaria, a favore dei tagli decisi dal governo Berlusconi relativamente all’insegnamento di sostegno, e, dall’altro, hanno approvato in Consiglio provinciale un documento, proposto dal Partito Democratico, che si oppone ai suddetti tagli e che non ha alcuna rilevanza pratica. Come hanno votato, in sede di finanziaria, il sen. Nania e gli altri parlamentari messinesi del Popolo della Libertà, nonché del Movimento per l’Autonomia, quando si è deciso di tagliare le cattedre di sostegno? Era quella la sede decisionale competente e lì bisognava esprimere la propria contrarietà, perché il Consiglio provinciale e il Parlamento regionale non hanno alcun potere decisionale in materia. Il Partito Democratico, che ha dato vita al Parlamento nazionale ad una opposizione blanda, ora si sveglia a Palazzo dei Leoni e fa da spalla alla maggioranza di destra, nella logica dei due compari. L’on. Panarello (PD), riavutosi dal letargo estivo, scrive alle autorità regionali. O non ha capito che è competente il governo nazionale o fa anche lui demagogia. Solo Francantonio Genovese, che è parlamentare nazionale, non interpella nessuno. Gli insegnanti di sostegno e le famiglie dei disabili chiedono drammaticamente aiuto, ma i mestieranti della politica giocano a fare i sordi.
Intanto, la fantomatica seconda convocazione, preannunciata per il 15 settembre, che, grazie all’ “intercessione” di Raffaele Lombardo, doveva portare al recupero di 33 posti di sostegno (su 166 tagliati), non c’è stata.
Il Paese ha bisogno di un governo autorevole e di un’opposizione seria ed intransigente. Rinnoviamo al Partito della Rifondazione Comunista l’invito a partecipare al processo costituente volto a riunire tutti i comunisti in un solo partito. Chi non vuole un solo Partito comunista in realtà non ne vuole nessuno, perché, divisi, l’incisività dell’azione politica diminuisce, a tutto detrimento dei lavoratori e dei cittadini.

La Federazione provinciale PdCI Messina

Converti in pdf