Autore: Alberto Burgio

Testata/Fonte: Il Manifesto del 15 ottobre 2009

 

«Sarebbe sbagliato trarre conseguenze politiche dalla sentenza della Consulta». Tradotto: le vicende giudiziarie di Berlusconi non riguardano il governo, casualmente da lui presieduto. Quindi tutto deve filare liscio (si fa per dire) indipendentemente dalla bocciatura del lodo Alfano. Che questa sia la linea del governo e della Confindustria si capisce. Ma perché la sostiene anche il principale partito dell’opposizione (le parole tra virgolette sono state pronunciate da Massimo D’Alema e riflettono la posizione di tutto il gruppo dirigente democratico)?
Potrebbe trattarsi di un’astuzia tattica: un affondo precipitoso potrebbe attenuare i contraccolpi della bocciatura del lodo, meglio che Berlusconi si sotterri da solo, vittima del proprio incontrollato furore. Un’altra risposta è quella formulata da Andrea Fabozzi qualche giorno fa sul manifesto: il Pd sostiene il governo perché, nonostante tutto, teme le elezioni anticipate. Forse è possibile anche una terza ipotesi. Per argomentare la quale è necessario ragionare su quanto accadde nei primi anni Novanta.
Come è noto, dalle inchieste di Mani pulite trasse vigore una spinta «riformatrice» che da una parte modificò la legge elettorale in chiave maggioritaria, avviando la semplificazione bipolare, dall’altra determinò la personalizzazione della contesa politica, inoculando nel sistema il germe del presidenzialismo e favorendo l’aumento di potere dell’esecutivo e del suo «capo» rispetto agli altri organi costituzionali. In quel clima, quindici anni fa, mosse i primi passi la «seconda Repubblica».
Il presidenzialismo all’italiana avviò lo svuotamento della Costituzione, concepita a garanzia della centralità del parlamento e dell’equilibrio tra poteri indipendenti. E il processo è andato così in là che oggi nessuno si stupisce se il presidente della Camera teorizza l’illegittimità costituzionale di un cambio di maggioranza (presto detto «ribaltone») e persino di un cambio di premiership. Sospinto da possenti interessi, il «nuovo» ha vinto, benché la riduzione del parlamento a organo consultivo del governo (o di ratifica delle sue decisioni) costituisca un palese stravolgimento della lettera e dello spirito della Carta.
Ora, finché è la destra ad affermare la centralità dell’esecutivo e a spingere verso il presidenzialismo, i conti tornano. Ma quelle «riforme» - questo è il punto - vennero sostenute anche dalle forze del centro-sinistra, che si batterono con ardore per la trasformazione del sistema in senso bipolare-presidenzialistico. Se tale circostanza è di per sé sorprendente, comprendere l’adesione entusiastica del centro-sinistra al modello bipolare-presidenziale appare addirittura improbo ove si tenga presente un aspetto cruciale del panorama politico italiano dei primi anni Novanta. Questo aspetto si chiama precisamente Silvio Berlusconi. Il quale, già protagonista della scena economica e mediatica, irruppe sulla scena politica del Paese nel ‘93 con un fragoroso endorsement a favore di Fini in corsa per il Campidoglio. E subito dopo mobilitò la sua possente macchina comunicativa per dare la scalata a palazzo Chigi.
Al cospetto di un personaggio con queste caratteristiche, in particolare l’opzione del gruppo dirigente del Pds a favore di «riforme» che accrescevano il potere di un «capo del governo» in qualche modo eletto direttamente dal popolo è a prima vista inspiegabile. Sembra frutto di diabolica pervicacia o di marchiani errori di previsione. Può essere. Come può darsi che oggi, di fronte alle conseguenze di tanto avventurismo, la paura paralizzi quanti allora imboccarono quella strada. Ma tale ipotesi non spiega perché non si sia mai voluto riconsiderare quelle scelte, nonostante i loro disastrosi effetti. Non spiega perché, già nel ‘94, il Pds abbia salvato una prima volta Berlusconi, impedendo l’applicazione della legge che lo dichiarava ineleggibile; perché l’on. D’Alema abbia poi imbastito la partita della Bicamerale per cementare un’intesa privilegiata con il capo della destra (come farà ancora nel 2007 Veltroni, decretando la brusca fine della scorsa legislatura); perché - stando alle candide ammissioni dell’on. Violante - siano state subito date a Berlusconi piene garanzie circa la proprietà e il controllo delle sue reti televisive; e infine perché, in sette anni di governo, il centro-sinistra non abbia trovato il tempo di legiferare in materia di conflitti d’interesse.
Dare una risposta a questi interrogativi è difficile, ma è indispensabile per capire la (mancata) reazione del Pd alla sentenza della Consulta. È difficile, ma non impossibile, purché si rinunci a dare per scontato che i principali avversari di Berlusconi siano sempre e comunque impegnati nel tentativo di sconfiggerlo e di impedirgli di governare. Non occorre evocare raptus masochistici né vicende corruttive. È sufficiente ipotizzare che per vincere la guerra si sia ritenuto utile perdere qualche battaglia: un calcolo arrischiato, ma non necessariamente irragionevole. Soprattutto quando non ci si combatte in nome di progetti tra loro incompatibili.
Su quest’ultimo aspetto, si converrà che emerge un insieme di obiettivi «modernizzanti» che in questi quindici anni i due schieramenti hanno perseguito in sostanziale concordia: sul piano sociale, l’imposizione della «Costituzione neoliberista» e la redistribuzione di ricchezza a vantaggio del capitale; sul piano istituzionale, il bipolarismo dell’alternanza e il taglio delle estreme; in politica estera, l’adesione al paradigma di Maastricht e la partecipazione alle «guerre democratiche». La condivisione di questo programma, nel quadro di quello che potremmo definire un bipolarismo consociativo, abolisce forse il conflitto tra destra e centro-sinistra? No, ma lo ridefinisce nei termini di una competizione tra settori di classe dirigente (tra «nomi propri»), che contempla una sorta di torbida solidarietà. Si compete, ma non si mira alla secca sconfitta dell’avversario. Si vuol vincere ma non stravincere, non escludere l’altro, senza il quale crollerebbe il prezioso impianto bipolare (con la spiacevole conseguenza di rafforzare posizioni non «compatibili»). Si tiene a svolgere un ruolo determinante, ma in un contesto di collaborazione. Che non consente di affondare il colpo sull’avversario in difficoltà, anzi impone di farsi carico della sua salvezza.
Alla luce dei disastri verificatisi in questi non lievi lustri, tale ipotesi appare indubbiamente bizzarra. Se guardiamo allo stato comatoso dell’Italia e alla rovina della sua immagine internazionale, stentiamo a credere che i gruppi dirigenti del centro-sinistra abbiano potuto anche solo prendere in considerazione l’idea di collaborare con la destra, con questa destra, guidata da questo personale politico. Ma i fatti che abbiamo ricordato vanno pur spiegati, tenendo presente che sull’ultimo quindicennio e sull’attuale condizione del Paese il giudizio del centro-sinistra non è certo altrettanto severo quanto quello che si suole formulare da parte della sinistra di alternativa. Del resto, non meraviglia che noi «genti meccaniche» si stenti ad apprezzare una strategia tanto sofisticata. L’alta politica è un’arte esoterica. Richiede fantasia e creatività, e doti non comuni di intuito e di lungimiranza. Qualcuno ricorda, per caso, il «dalemone»?

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L’appello

Il terremoto che ha devastato la terra d’Abruzzo ha messo di fronte agli occhi di tutti la drammatica condizione del patrimonio abitativo italiano, in gran parte edificato senza alcuna osservanza delle più elementari norme antisismiche. A questo si somma la constatazione che la speculazione edilizia, il risparmio sui materiali da costruzione, spinto sino a delinquenziali omissioni di ogni regola protocollare attinente alla sicurezza, hanno trasformato un evento naturale da governarsi con efficaci misure di prevenzione in una catastrofe umana e sociale di enormi proporzioni.

E’ uno scenario che si ripete sistematicamente, nel nostro Paese, senza che - calato il sipario sull’emergenza - si ponga mente e mano a una radicale revisione del modus operandi. Diventa così fatale l’appuntamento con la prossima catastrofe, sin d’ora annunciata. Si tratta invece di mettere a frutto la lezione che viene da questa ennesima sciagura. E rivendicare che si abbandoni il più inutile e dispendioso fra i progetti di grandi opere, il ponte sullo Stretto di Messina, per investire su un grande progetto di bonifica e di messa in sicurezza di tutte le abitazioni che si trovano in uno stato di palese inadeguatezza, cominciando dagli edifici pubblici, nelle aree al di qua e al di là dello Stretto medesimo, notoriamente ad altissimo rischio sismico.

Una simile scelta, improntata ad un’ancora inedita lungimiranza, contribuirebbe a scongiurare altri lutti, altre distruzioni e - contemporaneamente - a formare una diversa cultura ecologica, fondata sulla prevenzione, sul risparmio del territorio, sullo sviluppo della bioedilizia, sull’impiego di fonti di energia rinnovabili, sulla messa al bando della speculazione affaristica fra imprese e potere politico, sull’attivazione di severi ed efficaci controlli amministrativi. Insomma, l’attenzione generale che il dramma abruzzese ha calamitato su di sé, può essere ora trasformata in un’occasione di cambiamento, in un’altra idea di società e di Paese.

I primi firmatari

  1. Vincenzo Accattatis,
  2. Mario Alcaro,
  3. Bruno Amoroso,
  4. Alberto Asor Rosa,
  5. Gaetano Azzariti,
  6. Imma Barbarossa,
  7. Piero Bevilacqua,
  8. Rita Borsellino,
  9. Sergio Brenna,
  10. Alberto Burgio,
  11. Francesco Cavalli Sforza,
  12. Luigi Ciotti,
  13. Alessandro Dal Lago,
  14. Elena De Filippo,
  15. Vezio De Lucia,
  16. Giovanni De Luna,
  17. Raniero La Valle,
  18. Paolo Leon,
  19. Luigi Manconi,
  20. Gianni Mattioli,
  21. Maria Grazia Meriggi,
  22. Lidia Menapace,
  23. Andrea Morniroli,
  24. Giorgio Nebbia,
  25. Tonino Perna,
  26. Carla Ravaioli,
  27. Lidia Ravera,
  28. Annamaria Rivera,
  29. Stefano Rodotà,
  30. Edoardo Salzano,
  31. Enzo Scandurra,
  32. Massimo Serafini,
  33. Mario Tozzi,
  34. Nicola Tranfaglia,
  35. Alberto Ziparo
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QUESTO DICEVANO DEGLI ITALIANI NEL 1912 NEGLI STATI UNITI

Immigrati italiani in Usa

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".
La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione."

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912
FONTE: RAINEWS 24

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Le ultime misure del governo in tema di sicurezza, vorrebbero rispondere ad un presunto aumento dei reati contro la persona (vedi stupro) attraverso l’istituzionalizzazione di ronde fatte da cittadini ex-poliziotti, “volontari leghisti”, che rischiano di militarizzare il territorio con scarsi risultati concreti in termini di sicurezza.Queste misure sono state precedute da una campagna mediatica che ha fatto del nesso criminalità-immigrazione il punto di forza: i reati sembrano commessi soltanto da immigrati, clandestini, “rumeni”. I dati dicono che non esiste alcun nesso criminalità-immigrazione: i reati contro il patrimonio e la persona diminuiscono, mentre aumentano, e quasi raddoppiano, le violenze domestiche contro le donne; tutto questo mentre le richieste di permesso di soggiorno nel nostro Paese sono quintuplicate.Le violenze sulle donne  sono frutto di una cultura, di un sentire comune che pubblicizza le donne come un prodotto commerciale, oggetto di intrattenimento, “strumenti” del maschilismo imperante.Questa cultura maschilista viene interpretata alla perfezione dal primo ministro Silvio Berlusconi, che ne ha fatto la sua fortuna economica con i programmi spazzatura trasmessi sulle proprie reti.Noi crediamo che il governo, guidato da tale individuo, sia inadeguato a rispondere a un’emergenza “violenza sulle donne”: prima di prendere dei provvedimenti, bisogna vedere le donne come essere umani.Sul nostro territorio la principale emergenza è rappresentata dalla mafia, invisibile alle ronde, ai poliziotti di quartiere e all’esercito; ciò che potrebbe contrastarla in maniera efficace è un rafforzamento degli strumenti investigativi in mano alla magistratura ed alle forze dell’ordine: quegli strumenti, come le intercettazioni, i fondi per la polizia, che il governo per la “sicurezza” ha tagliato.Non si può contrastare la criminalità organizzata stanziando un budget per le procure, impedendo ai magistrati di svolgere le indagini avvalendosi di tutti gli strumenti richiesti.

Come Rifondazione Comunista “Circolo Ottobre Rosso”, crediamo siano più efficaci le operazioni di investigazione fatte dalla D. D. A sul nostro territorio in contrasto al fenomeno mafioso piuttosto che ronde fatte da cittadini ed animate il più delle volte da odio etnico e razziale.

 

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Il 31 gennaio saremo in piazza per dire “No” al Pacchetto sicurezza, in discussione in Parlamento, ed esprimere il nostro dissenso al modello autoritario, repressivo e razzista che, anche attraverso questo strumento normativo, ci stanno imponendo. Le norme contenute nel Pacchetto prevedono una politica fondata su misure segregazioniste e razziste per le persone migranti, le prime ad essere additate come figure pericolose, e nuove e ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto o non rientri dentro le strette maglie del controllo e della disciplina.
Saremo in piazza, come abbiamo già fatto il 19 gennaio scorso con un sit-in sotto al Senato, per rifiutare tutto questo. Attraverseremo Roma con un corteo di rumoroso dissenso, che toccherà il cuore pulsante della città, travolgendo anche le ultime frontiere della metropoli, quelle stesse frontiere che il sindaco di Roma vorrebbe imporre impedendo i cortei in centro.
Romperemo il muro dell’indifferenza e della paura, attraversando i luoghi dove troppo spesso “riqualificazione” ha significato esclusione, emarginazione, abusi di potere e sottrazione di spazi: Porta Maggiore, Piazza Vittorio, Termini, Esquilino. Punti vitali della città, snodo di flussi, di merci, capitali e comunicazione, ma anche di persone e idee. Occuperemo temporaneamente la città con musica e performance da tutto il mondo, riqualificheremo i nostri muri con graffiti e stencil. Grideremo la nostra rabbia in tutte le lingue, consapevoli del fatto che questo delirio securitario esplode proprio mentre i governi varano “piani anti-crisi” dove si decide di sostenere le aziende e le banche in difficoltà e si stanziano fondi per la costruzione di nuove carceri, invece di pensare a nuove politiche sociali di sostegno alla cittadinanza.
La difesa dell’esistente è una lotta che non ci interessa. La piattaforma che proponiamo si spinge oltre il terreno del conflitto, verso una sfida più radicale: respingiamo il Pacchetto sicurezza al mittente, insieme all’intero di modello di società che rappresenta, quella dei recinti e delle Zone Rosse; contro il controllo e la repressione delle nostre vite, contro la militarizzazione dei territori e delle città. Vogliamo l’abolizione immediata della legge Bossi-Fini, perché è una legge razzista e perchè perdere il lavoro a causa della crisi rappresenta per le persone migranti una condanna alla clandestinità. Vogliamo la regolarizzazione di tutte e tutti e la rottura legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, dispositivo di controllo che imprigiona le persone migranti. Rifiutiamo la criminalizzazione di chi fugge da guerre e persecuzioni, le classi separate per i bambini e le bambine straniere. In questo rinnovato clima di caccia allo straniero stupratore ribadiamo, insieme a femministe e lesbiche, che “L’assassino ha le chiavi di casa”, che la violenza avviene in famiglia, per mano di compagni, mariti, padri e amici. Il DdL Carfagna e le ordinanze dei sindaci sceriffo rientrano in questo schema, che vorrebbe dividere in base alla condotta, in un sistema che esclude e punisce chi non si adegua ai parametri del “decoro urbano”.
Tante le iniziative organizzate contro il “Pacchetto” in altre città: da Firenze a Brescia, da Torino a Catania. Un coro di voci per dire no alla società dei recinti, alla “Fortezza Europa” ed alle Isole Lager.
Tante le tematiche che porteremo in piazza a Roma, come tante sono le realtà che hanno attraversato il percorso di costruzione della mobilitazione. Dalle partecipate assemblee, alle numerose iniziative organizzate in varie parti della città, in occupazioni, centri sociali e università, fino ai volantinaggi nei mercati, l’ambizione è stata quella di parlare alla metropoli, ognuno con i propri linguaggi. Quello del 31 gennaio sarà un corteo di migranti, occupanti, precari, studenti, attivisti, writer, di femministe e lesbiche, di centri sociali e associazioni, ma speriamo soprattutto un momento di riconoscimento per tutti e tutte quelli che, giorno dopo giorno, costruiscono a partire dalla propria esistenza un’”altra città”. Un corteo di chiunque pensi che la libertà sia un bene prezioso da difendere e che quello che è in gioco sia il futuro delle persone. “I diritti non si chiedono, si strappano”, dice un proverbio egiziano: mentre a Lampedusa ci si conquista il diritto di fuga, pure noi proviamo a fare la nostra parte.
Rete contro il Pacchetto Sicurezza

Da Liberazione del 30/01/2009

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Di Guido Caldiron su Liberazione del 30/01/2009

«Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione». Parola di Don Floriano Abrahamowicz sacerdote lefebvriano, responsabile per il Triveneto della Fraternità San Pio X. Don Floriano officia presso la cappella Beata Vergine di Lourdes di Lanzago di Silea, in provicincia di Treviso e proprio rispondendo a un’intervista del giornale locale, La Tribuna di Treviso , ha chiarito punto per punto la sua “visione” della Shaoh, della storia e dell’ebraismo.

«Non metto in dubbio i numeri. Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all’essenza del genocidio, che è sempre un’esagerazione». Non solo. «Se monsignor Williamson avesse negato alla televisione il genocidio di un milione e 200 mila armeni da parte dei turchi, non penso che tutti i giornali avrebbero parlato delle sue dichiarazioni nei termini in cui lo stanno facendo ora. Chi ha mai parlato del genocidio anglo-americano nel bombardamento delle città tedesche? (…) E gli israeliani non possono mica dirmi che il genocidio che loro hanno subito dai nazisti è meno grave di quello di Gaza, perché loro hanno fatto fuori qualche migliaio di persone, mentre i nazisti ne hanno fatti fuori 6 milioni».Nell’intervista, per non farsi mancare nulla, Don Floriano riesuma anche un po’ delle posizioni teologiche pre-Concilio della Chiesa cattolica sugli ebrei. «Tutta la storia dell’umanità è segnata dal popolo di Israele, che in un primo momento era il popolo di Dio, poi è diventato il popolo deicida e alla fine dei tempi si riconvertirà a Gesù Cristo. Dietro tutto ciò c’è un aspetto teologico misterioso, quello del popolo di Dio, che ha rigettato il suo Messia e che lo combatte ancora». «Da cristiano cattolico, aggiungendo quel poco di sangue ebraico che corre nelle mie vene, io auguro agli ebrei di abbracciare nostro Signore Gesù Cristo. Amen».Ma Don Floriamo Abramovich non è solo uno dei preti tradizionalisti che in base alla recente decisione del Papa si apprestano a rientrare nella Chiesa di Roma. In rete il suo nome è infatti associato decine di volte a quello di esponenti di primo piano della Lega Nord. Un vicinanza che gli è valsa la definizione da parte di Libero , in un articolo pubblicato a febbraio del 2007, di “prete di partito”. «Don Floriano Abrahamowicz, amico di Borghezio, benedice il crocefisso in latino, elogia il senatur e sogna che gli “stati occidentali riconoscano Gesù come loro capo, perché tutto il potere viene da lì”», sintetizzava in quell’occasione il quotidiano diretto da Vittorio Feltri. Nell’articolo, scritto dopo un incontro con il sacerdote che aveva benedetto l’apertura dei lavori del Parlamento padano a Vicenza l’11 febbraio del 2007 - c’è una bella foto che ritrae il sacerdote accanto a Roberto Maroni - Don Floriano raccontava il suo rapporto con la politica: «Io vado dove mi invitano - aveva spiegato - E’ successo con Forza Nuova. E anche con An. Il crocifisso va benedetto ovunque, a patto che lo si faccia davanti a persone di fede. La sinistra, no, non mi ha mai invitato». In quell’occasione l’”amico di Borghezio” parlava in questi termini della Lega: «Il popolo leghista viene sempre descritto come rozzo, e invece sono persone di buon senso, gente semplice. Apprezzo la Lega perché ha fatto del radicamento sul territorio e del rispetto delle tradizioni le sue battaglie. E Bossi ha avuto molto coraggio e ha il merito di aver dato la sveglia al popolo del nord». Quanto al ruolo della fede, suggeriva il sacerdote, «il compito della Chiesa oggi dovrebbe essere quello di porre rimedio ai danni fatti dalla rivoluzione francese, prima, e dal Concilio Vaticano II, poi. Il Concilio ha ratificato quello che avevano fatto i francesi, ovvero togliere alla Chiesa ogni funzione politica. Io dico che Gesù non è un soggetto politico, ma anche la sovranità terrena viene da lui». Infine, non era mancato un chiarimento anche su altri temi “caldi”: «L’islam è solo il mezzo usato dai poteri forti e dalla massoneria ebraica per mettere sotto scacco i valori cattolici e scardinare le tradizioni della nostra società. Usano l’Islam perché non possono attaccarci direttamente. Ma la sfida non è ancora persa».Conosciute le sue opinioni sull’opera di Dio e su quella degli uomini non stupirà forse sapere che Don Floriano indica tra le sue letture l’autobiografia di Erich Priebke, Vae Victis , scritta dall’ex capitano delle Ss insieme al suo avvocato Paolo Giachini, e reperibile soprattutto nei circuiti dell’estrema destra.Eppure Don Floriano era uno dei sacerdoti che nel settembre del 2007 celebrarono una messa in latino a Lanzago di Silea a cui assistette il leader della Lega Umberto Bossi. Come raccontava una nota dell’agenzia Apcom del 9 settembre, «Il leader del Carroccio, in un’insolita uscita pubblica, ha spiegato la sua presenza sul prato della Chiesa con il fatto che tra la Lega e la comunità lefebvriana c’è una certa affinità: “C’è la tradizione, innanzitutto - ha detto Bossi - e poi questa messa cantata è bella perchè cantando ci lasciamo trasportare. E’ stato un errore togliere questi bei canti dai cerimoniali, perché il canto ti libera e ti trasporta in una dimensione più spirituale”. “Io non conosco bene queste persone ma a me sembrano delle persone sane. L’attuale Papa, quando era cardinale, li sosteneva. Ora non so se abbia cambiato idea ma è gente sana che non può far altro che del bene alla Chiesa». «Tra i partecipanti - aggiungeva l’Apcom - anche l’europarlamentare leghista, Mario Borghezio: “E’ la prima volta pubblica di Bossi in questa veste - ha detto - ma ricordo anche che Bossi si è definito più volte un cattolico tradizionalista”. “I valori cattolici - ha spiegato Borghezio - sono condivisi da Bossi ma anche da molti altri parlamentari leghisti. Non penso a difficoltà con il Vaticano per il fatto che noi seguiamo anche i lefebvriani. Ci sentiamo semplicemente vicini a loro, ma siamo ossequiosi nei confronti di Papa Ratzinger. E’ legittimo coltivare un rapporto con questi cattolici che si dimostrano capaci e a volte gli unici a difendere i valori della Chiesa tradizionale. Io li vedo come la Militia Christi più avanzata».La storia dei rapporti tra la Lega e i cattolici tradizionalisti, non solo lefebvriani, è del resto piuttosto lunga e segnata da avvenimenti pubblici e cerimonie a mezza strada tra la politica e la religione. Tra i molti episodi che segnalano questa relazione se ne possono ricordare almeno un paio. Il 28 settembre del 2004 il quotidiano leghista La Padania descrive così la celebrazione della messa in latino nell’ambito della festa leghista di Milano, dove un capannone era stato trasformato in cappella: «Il prete, don Ugolino Giugni, ha ricordato che quella era la Messa “di sempre”: la stessa che, celebrata sulle navi dell’armata cristiana poco prima della battaglia di Lepanto, infuse ai valorosi difensori della nostra terra e della nostra fede la forza per fermare e sconfiggere la flotta mussulmana». E lo stesso Borghezio era stato nel 1999 l’ispiratore di una “messa riparatrice” nel quartiere torinese di Porta Palazzo dove gli immigrati musulmani avevano celebrato la fine del Ramadan. CIrca cinquecento «nuovi crociati della battaglia contro l’invasione islamica» (come si erano autodefiniti) avevano evocato «una nuova Lepanto» per frenare le «orde» islamiche formate dagli immigrati. Ad officiare in latino era stato in quel caso Don Michele Simoulin, superiore italiano della Fraternità San Pio X. Gu.

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La scure della riforma sui supplenti, trasferimento per mille insegnanti

di Salvo Intravaia

www.repubblica.it

 Supplenti al palo, insegnanti di ruolo sotto la scure del “trasferimento d´ufficio”, valzer di maestre nelle classi. Il ciclone Gelmini travolgerà la scuola elementare siciliana già dal prossimo mese di settembre. Le previsioni fatte in questi giorni dai sindacati fanno intravedere per l´Isola un futuro di “lacrime e sangue” non solo per il corpo docente. Guai in vista anche per genitori e bambini che assisteranno al balletto delle insegnanti.

A svelare le novità sulla scuola primaria (l´ex elementare) è stato lo stesso ministro dell´Istruzione, Mariastella Gelmini, che lo scorso 18 dicembre ha presentato in Consiglio dei ministri il regolamento sulla riforma della scuola dell´infanzia e del primo ciclo, lanciando il “maestro di riferimento” nelle elementari. «Siamo preoccupati - dice Maria Giovanna Granata, dirigente scolastico della elementare De Gasperi - perché si riforma un segmento della scuola italiana che funzionava bene, senza un modello pedagogico di riferimento. Sarà un salto nel vuoto - continua il capo d´istituto - cercheremo di salvare il salvabile».

Per comprendere i termini della questione bisogna conoscere l´organizzazione della scuola elementare con i cosiddetti “moduli” di tre insegnanti su due classi. Attualmente in Sicilia la maggior parte delle classi (il 91 per cento) funziona con 27 o 30 ore settimanali. Nel primo caso tre insegnanti devono coprire le 54 ore delle due classi con un impegno di 18 ore settimanali. Nella seconda ipotesi (60 ore per due classi) le tre insegnanti svolgono 20 ore di lezione a settimana. E siccome l´orario settimanale degli insegnanti di scuola elementare è di 22 ore, restano quattro o due ore da utilizzare in compresenze, supplenze, corsi di recupero per i bambini in difficoltà e per gli alunni stranieri.

Il taglio riguarda proprio queste ore «che permettono - spiega la Granata - di gestire l´organico in maniera funzionale alle esigenze dell´utenza». Il prossimo anno in tutte le classi sarà presente un insegnante “di riferimento” per 22 ore settimanali. La restante parte dell´orario (24, 27 o 30 ore) verrà completato da un´altra maestra cui si affiancherà l´insegnante di Religione (per due ore a settimana) e quella di Inglese (un´ora in prima, due in seconda e tre ore nelle classi successive).

Il giudizio sulla manovra del governo da parte del segretario regionale della Flc-Cgil, Giusto Scozzaro, è netto: «I regolamenti licenziati dal Consiglio dei ministri il 18 dicembre cancellano l´attività per moduli nella scuola elementare ed eliminano migliaia di posti di lavoro. Dal prossimo anno scolastico - continua il sindacalista - i bambini della scuola elementare avranno meno ore di scuola e un insegnante di riferimento: una rivoluzione nel modello didattico-pedagogico che produrrà sconcerto e disorientamento tra i bambini e le loro famiglie».

In Sicilia nel 2009-2010 si perderanno 1.800 cattedre. Saranno quasi 1.300 le supplenze in meno rispetto a quest´anno e oltre mille insegnanti di ruolo andranno in “soprannumero”: dovranno cercarsi cioè una cattedra in un´altra scuola o saranno trasferiti d´ufficio.

(02 gennaio 2009)

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Questo è un paese per vecchi, di vecchi, governato da vecchi. Inamovibili.
Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919) è lì a dircelo ogni santo giorno che dio manda in terra, stando saldamente ancorato nelle stanze dove si trama il potere dal 1946. Lui era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel primo governo di Alcide De Gasperi, quando la più parte di noi non era ancora nata o aveva qualche mese di vita. Idem Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928) che continua a insegnarci da quarant’anni come qualmente si organizzi l’eversione da dentro le istituzioni.
Il settantaduenne Silvio Berlusconi (Milano, 29 settembre 1936) al confronto è appena uno sbarbatello, ma dotato di tessera numero 1816 della loggia massonica deviata P2, tirato dentro assieme a tanti altri soci di partito, come ad esempio Fabrizio Cicchitto, dal “maestro venerabile” Licio Gelli, oggi quasi novantenne essendo nato a Pistoia il 21 aprile 1919.
Vecchio arnese, il Gelli, che ha rimestato in tutte le pignatte del potere e dell’eversione, tra le file fasciste, tra le bande partigiane, come raccordo con i servizi segreti americani, poi con i regimi sudamericani, nelle trame del terrorismo, nel mezzo di Tangentopoli, nei giri della finanza nera dello Ior di Marcinkus e del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nella Prima Repubblica e nella Seconda. Benché con il cuore a ramengo, cosa che gli ha consentito di evitare la galera, sopravvissuto ai suoi stessi figli e a una caterva di rinvii a giudizio, condanne, incarcerazioni, evasioni, estradizioni.
Arrestato in Svizzera nel 1985 mentre stava prelevando 180 miliardi di lire da un suo conto coperto presso l’Unione di Banche Svizzere (Ubs), Gelli riusci a evadere dal carcere di Ginevra corrompendo una guardia carceraria e a fuggire in Sudamerica. Il “gran maestro” è stato tirato dentro in tutte le indagini dell’eversione nera e rossa, finanziaria e mafiosa: dal delitto Pecorelli al crack Sindona, dal finanziamento ai superlatitanti neri alla condanna a dieci anni «per aver ispirato un raffinato depistaggio» nelle indagini per l’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, che provocò 85 morti 200 feriti e una lacerazione democratica tuttora aperta nel cuore della città.
Così si legge nelle cronache dell’epoca, quando il procuratore generale del primo e del secondo processo di appello Franco Quadrini chiese 18 anni di carcere per Gelli, 15 per il “faccendiere” Francesco Pazienza e per il capo del Sismi Pietro Musumeci, e 13 per l’ufficiale del servizio segreto militare Giuseppe Belmonte. La condanna, confermata nel 1995 dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, si ridurrà a 10 anni per Gelli e Pazienza, 8 anni e 5 mesi per Musumeci e 7 anni e 11 mesi per Belmonte. Ma il “venerabile” non sconterà un solo giorno di carcere perché le autorità svizzere avevano concesso l’estradizione soltanto per il crack del Banco Ambrosiano.
Figlio di un mugnaio di Montale, curriculum degli studi da vero scapestrato, autodidatta, padrone ad Arezzo di Villa Wanda dove vennero ritrovati i fascicoli e gli elenchi con i nomi degli iscritti alla P2, un appunto sul versamento di 3,5 milioni di dollari dell’Eni sul conto corrente 633369 “Protezione” della filiale Ubs di Lugano nella disponibilità di Bettino Craxi, e 32 chili d’oro in lingotti e gioielli seppelliti nel giardino di Castiglion Fibocchi.
Amico dei generali argentini e uruguaiani negli anni neri delle torture e dei desaparecidos, sodale degli alti papaveri dei corpi militari e dei servizi segreti italiani deviati, molti dei quali risulteranno iscritti alla loggia massonica “coperta” Propaganda 2, oggetto di un’inchiesta da parte della Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi.
Adesso il “maestro” riprenderà a imperversare dagli schermi di Odeon Tv, essendo stato “prescelto” per far conoscere “il verbo” della “Venerabile Italia”, trasmissione in otto puntate che lo vedrà “guest star” per “ricostruire” la storia del Novecento in Italia, dalla guerra di Spagna agli Anni Ottanta, dalla P2 al crack del Banco Ambrosiano.
La conduttrice Lucia Leonessi prevede di raccogliere assieme a Gelli le “testimonianze” di Giulio Andreotti, Marcello Veneziani e Marcello Dell’Utri, prescelto per essere l’invitato della prima puntata a proposito del quale, proprio ieri, nella conferenza stampa di presentazione del programma, Gelli ha detto: «E’ una bravissima persona, non credo sia mafioso».
La riapparizione di Gelli in tivvù e sulla scena pubblica è un segno dei tempi, nel momento in cui a capo del governo c’è il piduista Berlusconi, uno dei suoi portavoce più assidui il piduista ex socialista Cicchitto, il “consigliere del principe” più ascoltato quel senatore Dell’Utri condannato in primo grado a nove anni per associazione mafiosa e in via definitiva in Cassazione a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frode fiscale.
Il “revival” ha provocato una ridda di proteste, perché il “venerabile” si è già lasciato andare a dichiarazioni del tipo: «In Italia non ci sono poteri forti. L’unico potere forte è la magistratura, che quando sbaglia non risarcisce il danno e che non funziona: il pubblico ministero dovrebbe arrivare da un concorso diverso rispetto al giudice».
Come si vede Licio Gelli non ha abbandonato il suo «piano di rinascita democratica» a cui, sostiene, «tutti si sono abbeverati. Avrei dovuto depositarlo alla Siae e chiedere i diritti d’autore. Ma l’unico che può portarlo avanti adesso è Berlusconi. E’ lui il mio erede, non perché era iscritto alla P2 ma perché ha la tempra del grande uomo» anche se, ha precisato Gelli, «non condivido il governo, perché se uno ha la maggioranza deve usarla senza interessarsi della minoranza. Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese. Ci sono provvedimenti che non vengono presi perché sono impopolari, e invece andrebbero presi: bisogna affondare il bisturi o non si può guarire il malato».
Belfagor è di nuovo tra noi, anzi, al governo.

Gemma Contin, Liberazione del 01/11/2008

 

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di Daniela Preziosi

su Il Manifesto del 30/10/2008

Parola d’ordine: referendum. La dicono gli studenti, lo promuove il Pd e chiama a raccolta tutti, persone e forze politiche. Veltroni: sarà una grande battaglia civile. Coro di sì dall’Idv al Prc. No di Casini. Qualche perplessità fra i ragazzi

«Referendum, referendum». Intorno alle 10 e mezza, quando sotto Palazzo Madama si diffonde la notizia che il decreto sulla scuola è legge, gli studenti che stringono l’edificio di un pacifico variopinto assedio scandiscono così. «Referendum» è già la parola d’ordine di qualche cartello a Corso Rinascimento. «Se passa la Gelmini: referendum» dice uno striscione dell’Italia dei Valori, aperto in aula. E «referendum» strilla il dipietrista Stefano Pedica, scavalcando le transenne e buttandosi a discutere con i ragazzi. «E’ una buona idea», dice Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, più senatorialmente aggirando lo sbarramento per raggiungere i manifestanti, «per rispondere con uno strumento di democrazia diretto contro un governo che si tappa orecchie e bocca». Dopo un paio d’ore, in una conferenza stampa convocata in fretta e furia a Montecitorio, Walter Veltroni pronuncia per la volta definitiva la parola: il Pd promuoverà la consultazione popolare contro il provvedimento, «il governo non ha voluto ascoltare nessuno di quanti chiedevano il ritiro del decreto», ha «rifiutato il confronto con il mondo della scuola», «ha ignorato un movimento civile». Dunque: «Quando delle forze politiche ritengono che delle decisioni del governo ledono gli interessi del paese, esse si avvalgono di un altro strumento previsto dalla Costituzione che è il referendum». Evviva, cade dunque l’ultimo tabù democratico, se la riderà più tardi Arturo Parisi, promotore del quesito contro il Lodo Alfano, fieramente osteggiato da Veltroni: «sarebbe puro sadismo» ricordare che fin qui ha sostenuto che «i referendum si fanno solo se si ha già la vittoria in tasca». Il leader Pd anticipa l’obiezione: l’istituto «va usato con parsimonia, ma la scuola e l’università sono temi importantissimi e le misure volute dal governo lasceranno effetti seri sul sistema informativo». Di qui la decisione «di promuovere un referendum abrogativo» della parte più estesa possibile del decreto Gelmini e l’appello «al mondo politico e tutto il mondo della scuola affinché questo referendum non sia l’espressione di una iniziativa di un partito politico ma il più grande referendum partito dalla società civile».
Da giorni al Nazareno l’idea circolava. La prima entusiasta è stata Finocchiaro, poi uno alla volta tutti i ‘big’ hanno detto sì. Ieri, dopo l’approvazione della Gelmini, una riunione del coordinamento ha sancito la posizione del partito (e infatti in Transatlantico, alla Camera, i cronisti hanno intercettato un’adesione freddina di Massimo D’Alema, che dell’organismo non fa parte). Fuori dal Pd adesioni fioccano, intorno al principale azionista del vecchio centrosinistra si ricompongono le forze sparpagliate della defunta Unione. E tutte insieme tendono una mano verso il mondo della scuola, che nel frattempo ha messo in piedi una colossale opposizione autonoma al governo. Per Massimo Donadi «l’Idv raddoppia: dalla settimana prossima staremo nelle piazze non solo contro il Lodo Alfano ma anche per la raccogliere le firme contro la legge Gelmini. Mandiamo a casa due leggi vergogna. Possiamo sommergere questo paese con 4 milioni di firme», per Manuela Palermi del Pdci «sarà una passeggiata, vinceremo alla grande». Sì dai verdi e da Sinistra democratica, dal Prc scatta l’adesione del segretario Paolo Ferrero («Il governo è stato sordo alle proteste. Gli vanno sturate le orecchie») e del leader della minoranza Nichi Vendola («All’arroganza di chi ha voluto sbattere la porta in faccia allo straordinario e pacifico movimento» è «sacrosanto replicare»). Nelle scuole in movimento non tutti sono persuasi, in realtà. Michele Corsi, del coordinamento Retescuole di Milano, per esempio, è incerto: «Se ne potrà parlare, ma non prima di aver percorso ogni possibilità di mobilitazione. Nel frattempo le forze dell’opposizione istituzionale possono adeguare le loro proposte. Quella del Pd è ancora tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi?».
Del resto ci sarà tempo per discutere, persino troppo. Non sarà un lavoro facile, tant’è che l’Udc, per questa ragione, si sfila. Dice Pierferdinando Casini: «Andrà in votazione nel 2010, mi sembra che sia una presa di posizione di valore simbolico, quella di Veltroni, alla quale guardiamo con rispetto. Ma non aderiamo». In effetti il referendum non potrà essere convocato prima del 2010, visto che è già scaduto il termine per la presentazione del quesito (il 30 settembre ). Nei prossimi giorni il Pd incaricherà un gruppo di esperti. Il primo a fare «una ricognizione tecnica» è il costituzionalista Stefano Ceccanti: i quesiti, ragiona, debbono fare lo slalom fra i commi delle leggi, evitando di toccare materie tributarie e di bilancio, per le quali il referendum non è ammesso. Dalla legge 137, la Gelmini, si può abrogare la figura del maestro unico; dalla 133, la finanziaria anticipata del ministro Tremonti, si può scorporare qualche indicazione ‘politica’ sui tagli. Tutto questo per svuotare la controriforma ‘di fatto’.

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COMUNICATO STAMPA :: Quello che sta succedendo a Roma non è più tollerabile. I fascisti non aderiscono alle mobilitazioni per contestare il decreto ma per far degenerare le manifestazioni democratiche e criminalizzare il movimento. Per questo massima chiarezza: non possiamo accettare la presenza nelle nostre piazze dei gruppi dell’estrema destra.
Cortei separati, percorsi separati: non bisogna entrare in collisione con loro ma nemmeno concedere loro il diritto di sfilare democraticamente insieme a noi.
Domani saremo in piazza, per lo sciopero della scuola e per contestare la vergogna della legge Gelmini e rigettare ogni provocazione, ogni violenza fascista.
Claudio Grassi :: Segreteria nazionale PRC, resp. organizzazione 29/10/2008
Simone Oggionni :: Direzione nazionale PRC, resp. associazionismo 29/10/2008

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