Questo è un paese per vecchi, di vecchi, governato da vecchi. Inamovibili.
Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919) è lì a dircelo ogni santo giorno che dio manda in terra, stando saldamente ancorato nelle stanze dove si trama il potere dal 1946. Lui era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel primo governo di Alcide De Gasperi, quando la più parte di noi non era ancora nata o aveva qualche mese di vita. Idem Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928) che continua a insegnarci da quarant’anni come qualmente si organizzi l’eversione da dentro le istituzioni.
Il settantaduenne Silvio Berlusconi (Milano, 29 settembre 1936) al confronto è appena uno sbarbatello, ma dotato di tessera numero 1816 della loggia massonica deviata P2, tirato dentro assieme a tanti altri soci di partito, come ad esempio Fabrizio Cicchitto, dal “maestro venerabile” Licio Gelli, oggi quasi novantenne essendo nato a Pistoia il 21 aprile 1919.
Vecchio arnese, il Gelli, che ha rimestato in tutte le pignatte del potere e dell’eversione, tra le file fasciste, tra le bande partigiane, come raccordo con i servizi segreti americani, poi con i regimi sudamericani, nelle trame del terrorismo, nel mezzo di Tangentopoli, nei giri della finanza nera dello Ior di Marcinkus e del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nella Prima Repubblica e nella Seconda. Benché con il cuore a ramengo, cosa che gli ha consentito di evitare la galera, sopravvissuto ai suoi stessi figli e a una caterva di rinvii a giudizio, condanne, incarcerazioni, evasioni, estradizioni.
Arrestato in Svizzera nel 1985 mentre stava prelevando 180 miliardi di lire da un suo conto coperto presso l’Unione di Banche Svizzere (Ubs), Gelli riusci a evadere dal carcere di Ginevra corrompendo una guardia carceraria e a fuggire in Sudamerica. Il “gran maestro” è stato tirato dentro in tutte le indagini dell’eversione nera e rossa, finanziaria e mafiosa: dal delitto Pecorelli al crack Sindona, dal finanziamento ai superlatitanti neri alla condanna a dieci anni «per aver ispirato un raffinato depistaggio» nelle indagini per l’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, che provocò 85 morti 200 feriti e una lacerazione democratica tuttora aperta nel cuore della città.
Così si legge nelle cronache dell’epoca, quando il procuratore generale del primo e del secondo processo di appello Franco Quadrini chiese 18 anni di carcere per Gelli, 15 per il “faccendiere” Francesco Pazienza e per il capo del Sismi Pietro Musumeci, e 13 per l’ufficiale del servizio segreto militare Giuseppe Belmonte. La condanna, confermata nel 1995 dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, si ridurrà a 10 anni per Gelli e Pazienza, 8 anni e 5 mesi per Musumeci e 7 anni e 11 mesi per Belmonte. Ma il “venerabile” non sconterà un solo giorno di carcere perché le autorità svizzere avevano concesso l’estradizione soltanto per il crack del Banco Ambrosiano.
Figlio di un mugnaio di Montale, curriculum degli studi da vero scapestrato, autodidatta, padrone ad Arezzo di Villa Wanda dove vennero ritrovati i fascicoli e gli elenchi con i nomi degli iscritti alla P2, un appunto sul versamento di 3,5 milioni di dollari dell’Eni sul conto corrente 633369 “Protezione” della filiale Ubs di Lugano nella disponibilità di Bettino Craxi, e 32 chili d’oro in lingotti e gioielli seppelliti nel giardino di Castiglion Fibocchi.
Amico dei generali argentini e uruguaiani negli anni neri delle torture e dei desaparecidos, sodale degli alti papaveri dei corpi militari e dei servizi segreti italiani deviati, molti dei quali risulteranno iscritti alla loggia massonica “coperta” Propaganda 2, oggetto di un’inchiesta da parte della Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi.
Adesso il “maestro” riprenderà a imperversare dagli schermi di Odeon Tv, essendo stato “prescelto” per far conoscere “il verbo” della “Venerabile Italia”, trasmissione in otto puntate che lo vedrà “guest star” per “ricostruire” la storia del Novecento in Italia, dalla guerra di Spagna agli Anni Ottanta, dalla P2 al crack del Banco Ambrosiano.
La conduttrice Lucia Leonessi prevede di raccogliere assieme a Gelli le “testimonianze” di Giulio Andreotti, Marcello Veneziani e Marcello Dell’Utri, prescelto per essere l’invitato della prima puntata a proposito del quale, proprio ieri, nella conferenza stampa di presentazione del programma, Gelli ha detto: «E’ una bravissima persona, non credo sia mafioso».
La riapparizione di Gelli in tivvù e sulla scena pubblica è un segno dei tempi, nel momento in cui a capo del governo c’è il piduista Berlusconi, uno dei suoi portavoce più assidui il piduista ex socialista Cicchitto, il “consigliere del principe” più ascoltato quel senatore Dell’Utri condannato in primo grado a nove anni per associazione mafiosa e in via definitiva in Cassazione a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frode fiscale.
Il “revival” ha provocato una ridda di proteste, perché il “venerabile” si è già lasciato andare a dichiarazioni del tipo: «In Italia non ci sono poteri forti. L’unico potere forte è la magistratura, che quando sbaglia non risarcisce il danno e che non funziona: il pubblico ministero dovrebbe arrivare da un concorso diverso rispetto al giudice».
Come si vede Licio Gelli non ha abbandonato il suo «piano di rinascita democratica» a cui, sostiene, «tutti si sono abbeverati. Avrei dovuto depositarlo alla Siae e chiedere i diritti d’autore. Ma l’unico che può portarlo avanti adesso è Berlusconi. E’ lui il mio erede, non perché era iscritto alla P2 ma perché ha la tempra del grande uomo» anche se, ha precisato Gelli, «non condivido il governo, perché se uno ha la maggioranza deve usarla senza interessarsi della minoranza. Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese. Ci sono provvedimenti che non vengono presi perché sono impopolari, e invece andrebbero presi: bisogna affondare il bisturi o non si può guarire il malato».
Belfagor è di nuovo tra noi, anzi, al governo.

Gemma Contin, Liberazione del 01/11/2008

 

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di Daniela Preziosi

su Il Manifesto del 30/10/2008

Parola d’ordine: referendum. La dicono gli studenti, lo promuove il Pd e chiama a raccolta tutti, persone e forze politiche. Veltroni: sarà una grande battaglia civile. Coro di sì dall’Idv al Prc. No di Casini. Qualche perplessità fra i ragazzi

«Referendum, referendum». Intorno alle 10 e mezza, quando sotto Palazzo Madama si diffonde la notizia che il decreto sulla scuola è legge, gli studenti che stringono l’edificio di un pacifico variopinto assedio scandiscono così. «Referendum» è già la parola d’ordine di qualche cartello a Corso Rinascimento. «Se passa la Gelmini: referendum» dice uno striscione dell’Italia dei Valori, aperto in aula. E «referendum» strilla il dipietrista Stefano Pedica, scavalcando le transenne e buttandosi a discutere con i ragazzi. «E’ una buona idea», dice Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, più senatorialmente aggirando lo sbarramento per raggiungere i manifestanti, «per rispondere con uno strumento di democrazia diretto contro un governo che si tappa orecchie e bocca». Dopo un paio d’ore, in una conferenza stampa convocata in fretta e furia a Montecitorio, Walter Veltroni pronuncia per la volta definitiva la parola: il Pd promuoverà la consultazione popolare contro il provvedimento, «il governo non ha voluto ascoltare nessuno di quanti chiedevano il ritiro del decreto», ha «rifiutato il confronto con il mondo della scuola», «ha ignorato un movimento civile». Dunque: «Quando delle forze politiche ritengono che delle decisioni del governo ledono gli interessi del paese, esse si avvalgono di un altro strumento previsto dalla Costituzione che è il referendum». Evviva, cade dunque l’ultimo tabù democratico, se la riderà più tardi Arturo Parisi, promotore del quesito contro il Lodo Alfano, fieramente osteggiato da Veltroni: «sarebbe puro sadismo» ricordare che fin qui ha sostenuto che «i referendum si fanno solo se si ha già la vittoria in tasca». Il leader Pd anticipa l’obiezione: l’istituto «va usato con parsimonia, ma la scuola e l’università sono temi importantissimi e le misure volute dal governo lasceranno effetti seri sul sistema informativo». Di qui la decisione «di promuovere un referendum abrogativo» della parte più estesa possibile del decreto Gelmini e l’appello «al mondo politico e tutto il mondo della scuola affinché questo referendum non sia l’espressione di una iniziativa di un partito politico ma il più grande referendum partito dalla società civile».
Da giorni al Nazareno l’idea circolava. La prima entusiasta è stata Finocchiaro, poi uno alla volta tutti i ‘big’ hanno detto sì. Ieri, dopo l’approvazione della Gelmini, una riunione del coordinamento ha sancito la posizione del partito (e infatti in Transatlantico, alla Camera, i cronisti hanno intercettato un’adesione freddina di Massimo D’Alema, che dell’organismo non fa parte). Fuori dal Pd adesioni fioccano, intorno al principale azionista del vecchio centrosinistra si ricompongono le forze sparpagliate della defunta Unione. E tutte insieme tendono una mano verso il mondo della scuola, che nel frattempo ha messo in piedi una colossale opposizione autonoma al governo. Per Massimo Donadi «l’Idv raddoppia: dalla settimana prossima staremo nelle piazze non solo contro il Lodo Alfano ma anche per la raccogliere le firme contro la legge Gelmini. Mandiamo a casa due leggi vergogna. Possiamo sommergere questo paese con 4 milioni di firme», per Manuela Palermi del Pdci «sarà una passeggiata, vinceremo alla grande». Sì dai verdi e da Sinistra democratica, dal Prc scatta l’adesione del segretario Paolo Ferrero («Il governo è stato sordo alle proteste. Gli vanno sturate le orecchie») e del leader della minoranza Nichi Vendola («All’arroganza di chi ha voluto sbattere la porta in faccia allo straordinario e pacifico movimento» è «sacrosanto replicare»). Nelle scuole in movimento non tutti sono persuasi, in realtà. Michele Corsi, del coordinamento Retescuole di Milano, per esempio, è incerto: «Se ne potrà parlare, ma non prima di aver percorso ogni possibilità di mobilitazione. Nel frattempo le forze dell’opposizione istituzionale possono adeguare le loro proposte. Quella del Pd è ancora tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi?».
Del resto ci sarà tempo per discutere, persino troppo. Non sarà un lavoro facile, tant’è che l’Udc, per questa ragione, si sfila. Dice Pierferdinando Casini: «Andrà in votazione nel 2010, mi sembra che sia una presa di posizione di valore simbolico, quella di Veltroni, alla quale guardiamo con rispetto. Ma non aderiamo». In effetti il referendum non potrà essere convocato prima del 2010, visto che è già scaduto il termine per la presentazione del quesito (il 30 settembre ). Nei prossimi giorni il Pd incaricherà un gruppo di esperti. Il primo a fare «una ricognizione tecnica» è il costituzionalista Stefano Ceccanti: i quesiti, ragiona, debbono fare lo slalom fra i commi delle leggi, evitando di toccare materie tributarie e di bilancio, per le quali il referendum non è ammesso. Dalla legge 137, la Gelmini, si può abrogare la figura del maestro unico; dalla 133, la finanziaria anticipata del ministro Tremonti, si può scorporare qualche indicazione ‘politica’ sui tagli. Tutto questo per svuotare la controriforma ‘di fatto’.

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COMUNICATO STAMPA :: Quello che sta succedendo a Roma non è più tollerabile. I fascisti non aderiscono alle mobilitazioni per contestare il decreto ma per far degenerare le manifestazioni democratiche e criminalizzare il movimento. Per questo massima chiarezza: non possiamo accettare la presenza nelle nostre piazze dei gruppi dell’estrema destra.
Cortei separati, percorsi separati: non bisogna entrare in collisione con loro ma nemmeno concedere loro il diritto di sfilare democraticamente insieme a noi.
Domani saremo in piazza, per lo sciopero della scuola e per contestare la vergogna della legge Gelmini e rigettare ogni provocazione, ogni violenza fascista.
Claudio Grassi :: Segreteria nazionale PRC, resp. organizzazione 29/10/2008
Simone Oggionni :: Direzione nazionale PRC, resp. associazionismo 29/10/2008

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