L’appello

Il terremoto che ha devastato la terra d’Abruzzo ha messo di fronte agli occhi di tutti la drammatica condizione del patrimonio abitativo italiano, in gran parte edificato senza alcuna osservanza delle più elementari norme antisismiche. A questo si somma la constatazione che la speculazione edilizia, il risparmio sui materiali da costruzione, spinto sino a delinquenziali omissioni di ogni regola protocollare attinente alla sicurezza, hanno trasformato un evento naturale da governarsi con efficaci misure di prevenzione in una catastrofe umana e sociale di enormi proporzioni.

E’ uno scenario che si ripete sistematicamente, nel nostro Paese, senza che - calato il sipario sull’emergenza - si ponga mente e mano a una radicale revisione del modus operandi. Diventa così fatale l’appuntamento con la prossima catastrofe, sin d’ora annunciata. Si tratta invece di mettere a frutto la lezione che viene da questa ennesima sciagura. E rivendicare che si abbandoni il più inutile e dispendioso fra i progetti di grandi opere, il ponte sullo Stretto di Messina, per investire su un grande progetto di bonifica e di messa in sicurezza di tutte le abitazioni che si trovano in uno stato di palese inadeguatezza, cominciando dagli edifici pubblici, nelle aree al di qua e al di là dello Stretto medesimo, notoriamente ad altissimo rischio sismico.

Una simile scelta, improntata ad un’ancora inedita lungimiranza, contribuirebbe a scongiurare altri lutti, altre distruzioni e - contemporaneamente - a formare una diversa cultura ecologica, fondata sulla prevenzione, sul risparmio del territorio, sullo sviluppo della bioedilizia, sull’impiego di fonti di energia rinnovabili, sulla messa al bando della speculazione affaristica fra imprese e potere politico, sull’attivazione di severi ed efficaci controlli amministrativi. Insomma, l’attenzione generale che il dramma abruzzese ha calamitato su di sé, può essere ora trasformata in un’occasione di cambiamento, in un’altra idea di società e di Paese.

I primi firmatari

  1. Vincenzo Accattatis,
  2. Mario Alcaro,
  3. Bruno Amoroso,
  4. Alberto Asor Rosa,
  5. Gaetano Azzariti,
  6. Imma Barbarossa,
  7. Piero Bevilacqua,
  8. Rita Borsellino,
  9. Sergio Brenna,
  10. Alberto Burgio,
  11. Francesco Cavalli Sforza,
  12. Luigi Ciotti,
  13. Alessandro Dal Lago,
  14. Elena De Filippo,
  15. Vezio De Lucia,
  16. Giovanni De Luna,
  17. Raniero La Valle,
  18. Paolo Leon,
  19. Luigi Manconi,
  20. Gianni Mattioli,
  21. Maria Grazia Meriggi,
  22. Lidia Menapace,
  23. Andrea Morniroli,
  24. Giorgio Nebbia,
  25. Tonino Perna,
  26. Carla Ravaioli,
  27. Lidia Ravera,
  28. Annamaria Rivera,
  29. Stefano Rodotà,
  30. Edoardo Salzano,
  31. Enzo Scandurra,
  32. Massimo Serafini,
  33. Mario Tozzi,
  34. Nicola Tranfaglia,
  35. Alberto Ziparo
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“L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone”. di Antonio MazzeoÈ il cuore di una delle aree della provincia di Messina a maggiore densità eversiva e mafiosa. Barcellona Pozzo di Gotto, comune ad una quarantina di chilometri dal capoluogo dello Stretto, per affinità storiche, politiche e criminali è definita la “Corleone del XXI secolo”. Gli ultimi trent’anni hanno visto l’ascesa delle organizzazioni criminali locali ai vertici dei traffici internazionali di armi e droga; l’alleanza con i ceti borghesi dominanti ne ha garantito la capacità di penetrazione nella politica e nelle istituzioni. Amministratori e consiglieri comunali avrebbero ricevuto pesantissimi condizionamenti. Un “buco nero” nella storia della Sicilia che solo a partire dalla fine degli anni ’90 ha richiamato l’attenzione dell’Antimafia e degli organi di stampa nazionali. Poi, nel giugno 2006, quella che sembrava potesse essere una svolta per riportare legalità e agibilità democratica: l’allora prefetto di Messina, Stefano Scammacca, disponeva un’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel Comune. Sindaco è Candeloro Nania, cugino di primo grado e appartenente allo stesso partito di Domenico Nania, capogruppo al Senato di An. Ed è il Polo ad avere una maggioranza bulgara in consiglio. Per un anno quattro ispettori (il prefetto Antonio Nunziante, il vicequestore Giuseppe Anzalone, il capitano dei carabinieri Domenico Menna e il comandante della Guardia di Finanza Domenico Rotella), spulciano centinaia di delibere ed atti amministrativi ed analizzano contratti e visure camerali. La valutazione finale è unanime: troppe scelte amministrative sono state subordinate agli interessi della criminalità locale. Altrettanto unanime è la richiesta di scioglimento dell’organo elettivo. La relazione ispettiva, centoquarantasei pagine, viene inviata a Roma, ma inspiegabilmente il ministro degli Interni Giuliano Amato decide di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Amministrazione e consiglio comunale possono concludere regolarmente la legislatura e alla tornata elettorale del 2007 Candeloro Nania e il Polo si ripresentano uniti ottenendo un successo di voti e consensi ancora più consistente. La giunta bis consolida il suo potere in una città dove pure l’aria che respiri sembra stagnante; vige l’“ordinaria amministrazione” sino allo scatto di orgoglio della Commissione edilizia urbanistica che i primi giorni d’agosto di quest’anno approva definitivamente il piano particolareggiato di quello che sarà il più grande Parco commerciale dell’intera provincia di Messina. L’unico, come annunciato dai vertici di Palazzo Longano, che «sarà realizzato, in conformità alle leggi e alla pianificazione urbanistica e commerciale della Regione». Non poco in un’area dove sorgono come funghi megastore e centri commerciali, tutti in deroga o in aperta violazione alle normative in materia. Quello di Barcellona sarà un Parco di dimensioni faraoniche: le infrastrutture s’insedieranno in un’area di 184.000 metri quadri in contrada Siena, accanto al nuovo centro artigianale e al vecchio tracciato della linea ferroviaria Messina-Palermo, strategicamente integrato all’asse stradale che l’Area di Sviluppo Industriale (Asi) chiede di realizzare in collegamento con la vicina area industriale di Milazzo-San Filippo del Mela, nella prospettiva di insediare l’autoporto originariamente programmato a Milazzo. All’interno del Parco saranno insediati sei diverse strutture destinate alla grande distribuzione, una serie di locali commerciali e per il tempo libero, un parco giochi per bambini e alcuni alberghi e ristoranti. A presentare nel giugno 2007 l’ambizioso progetto, la “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), un’azienda che gestisce nel sud Italia numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market, più gli ipermercati della transnazionale francese Carrefour di Porto Bolaro (Reggio Calabria), San Cataldo (Caltanissetta), Castrofilippo (Agrigento) e Milazzo. Nel 2005 l’azienda calabrese aveva stipulato un contratto di comodato d’uso con la Dibeca S.a.s. di Barcellona, proprietaria di buona parte dei terreni di contrada Siena, con relativa promessa di vendita. La stesura del piano particolareggiato fu affidata invece all’architetto barcellonese Mario Nastasi. Nel maggio del 2008, la G.d.m. decise però di farsi da parte. «L’acquisto dei terreni della Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla stipula del contratto, sia dell’approvazione del progetto, sia del rilascio della relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita», ha spiegato Piergiorgio Sacco, presidente della società di Campo Calabro. «Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse della nostra società alla iniziativa urbanistica». Anche la non brillante esperienza del centro Carrefour di Milazzo può aver influito sulla decisione dei manager della G.s.m.: nello stesso anno, a causa della flessione delle vendite e l’assoluta deregulation del mercato, la società era stata costretta a mettere in cassa integrazione quasi la metà del personale impiegato. Poco conveniente, dunque, tentare l’apertura di un altro centro commerciale in zona. Ma a Barcellona c’è però chi la pensa in maniera differente, al punto d’impegnarsi energicamente perchè il piano concludesse positivamente l’iter istruttorio ed approdare in consiglio comunale per l’approvazione finale. Dato il dietrofront della società proponente si è dovuto ricorrere ad un escamotage: presentare una domanda di cambio di titolarità della concessione edilizia. Ci ha pensato il 5 gennaio 2009 proprio la Dibeca, proprietaria dell’area di contrada Siena. E la commissione edilizia ha fatto valere allora quella che si sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». Una “continuità” affermata pure dalla scelta della Dibeca di affidare la direzione dei lavori per il Parco commerciale all’ingegnere Santino Nastasi, fratello dell’estensore del piano particolareggiato.   Alla società barcellonese la commissione ispettiva della Prefettura di Messina aveva dedicato un intero paragrafo (il terzo) della propria relazione sulle “anomalie” amministrative dell’Ente comunale. Per insediare gli uffici dell’Acquedotto e degli Impianti Sportivi, il 18 ottobre 2001 il Comune aveva preso in locazione dalla Dibeca un immobile di Via Operai 72. L’unico contratto sottoscritto con soggetti privati, un «rapporto economico» da cui - secondo gli ispettori prefettizi - «discendono forti elementi sintomatici che contraddistinguono, in termini di permeabilità, una gestione amministrativa che sembra privilegiare, non appena gli è possibile, rapporti economici con soggetti che, direttamente o indirettamente, risultano contigui, se non intranei, ad ambienti criminali locali di natura mafiosa». L’affitto per la durata di sei anni era stato stipulato con Alessandro Cattafi, «amministratore unico della Dibeca, in sostituzione della proprietaria, Nicoletta Di Benedetto», dietro corresponsione di un canone annuo di 27.888,67 euro. Il giudizio degli ispettori è lapidario. «È da evidenziare – si legge nella loro relazione - come l’amministrazione comunale, sia al momento della stipula del contratto di locazione che durante l’intera durata del contratto stesso, non abbia esperito i dovuti accertamenti e, soprattutto, non abbia posto in essere le iniziative atte ad evitare che l’Ente locale potesse avere rapporti economici con la società gestita dai familiari di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ai sensi della Legge antimafia 575/65». Alessandro Cattafi e Nicoletta Di Benedetto sono infatti rispettivamente figlio e madre dell’avvocato «pluripregiudicato» Rosario Pio Cattafi, personaggio «ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese». E sarebbe poi bastata una capatina alla Camera di commercio per verificare come la società in questione non occultasse per nulla il dominus: alla costituzione il nome completo era infatti “Dibeca S.n.c. di Cattafi Rosario & C”, oggetto la gestione di lavori edili, stradali, marittimi e ferroviari. Sino al 1987 amministratore unico il farmacista Agostino Cattafi, fratello di Rosario, poi sindaco del comune tirrenico di Furnari (Messina). Nel dicembre 2004, la società prende invece il nome di “Dibeca S.a.s. di Corica Ferdinanda e C.”. Oggi i suoi soci sono ancora la madre del legale, Nicoletta Di Benedetto, il figlio, Alessandro, la sorella, Maria Cattafi, e Ferdinanda Corica.   Secondo l’organo ispettivo, Rosario Pio Cattafi «rappresenta una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona Pozzo di Gotto, diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano». Egli sarebbe cioè uno dei «soggetti di livello superiore» che si muovono per mediare i contatti tra i vertici di Cosa Nostra e «taluni membri delle istituzioni operanti specialmente nel settore della politica, della giustizia e delle pubbliche amministrazioni». Le vicende giudiziarie che hanno interessato il legale barcellonese sono condensate nelle motivazioni della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni, emessa nei suoi confronti dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, in epoca ampiamente antecedente alla stipula della locazione con l’ente locale. Di Cattafi vengono evidenziati in particolare i rapporti con numerosi esponenti della criminalità organizzata provinciale e regionale, con particolare riferimento a Francesco Rugolo, ai vertici del gruppo barcellonese, ucciso il 26 febbraio 1987. L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone, la moglie e la scorta il 23 maggio 1992 a Capaci. «Di assoluto rilievo sono anche i rapporti prolungati nel tempo che vedono legato Rosario Cattafi al boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo», si legge ancora nella relazione sulle infiltrazioni criminali nella vita amministrativa di Barcellona. «Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca “Santapaola”, le famiglie “Carollo”, “Fidanzati”, “Ciulla” e “Bono”». Sin da giovane Rosario Cattafi aveva militato nelle file della destra eversiva «rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi». Particolarmente rilevante la vicenda inerente le «raffiche di mitra sparate dal Cattafi in una camera della Casa dello studente nell’aprile 1973, a seguito del quale è stato tratto in arresto». Successivamente il barcellonese fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle “famiglie” mafiose siciliane. Nei primi anni ’80, Cattafi si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni svizzeri “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura di Milano interessata a verificare se dietro un viaggio del Cattafi a Saint Raffael c’era l’obiettivo di «stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con la famiglia dei Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti». Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto «non meglio chiariti» rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti. Nell’agosto del 1993 Cattafi fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed «uno dei maggiori esponenti del clan». L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi e materiale bellico, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al cittadino italo-peruviano Filippo Battaglia, di cui proprio Cattafi era stato testimone di nozze. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’operazione relativa all’autoparco Salesi di via Salomone di Milano nella quale rimasero coinvolti alcuni soggetti ritenuti legati alla criminalità organizzata lombarda e siciliana. Dopo una pesante condanna in primo grado per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco milanese. Del barcellonese si occupò poi la Procura della Repubblica di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi delle società costruttrici Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Sul suo conto i magistrati spezzini scrivono «essere inserito a pieno titolo nel commercio illegale delle armi e degli armamenti nella sua qualità di appartenente alla famiglia mafiosa capeggiata da Nitto Santapaola». Nel 1998 il barcellonese fu infine sottoposto ad indagini da parte della D.D.A. di Caltanissetta nell’ambito del procedimento riguardante i mandanti “occulti” della strage di Capaci. Anche stavolta la sua posizione fu archiviata. Nel curriculum vitae di Rosario Cattafi ci sono infine due denuncie (una in data 9 agosto 2000, l’altra il 14 luglio 2001) per violazione degli obblighi della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza; una denuncia, il 20 luglio 2001, da parte del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Barcellona, per «minaccia nei confronti di un medico e per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale di P.S.»; la revoca da parte del Prefetto di Messina della patente di guida (8 gennaio 2001). Il sindaco Candeloro Nania ha più volte ribadito che sarebbe stata la precedente giunta di centrosinistra a stipulare nel giugno 2000 il contratto di affitto con la società della famiglia Cattafi. «L’atto di affitto è stato sottoscritto materialmente il 18 ottobre 2001 dall’allora Commissario regionale, dott. Zaccone», ha replicato l’ex sindaco Pd. Negli archivi del Municipio è depositata una delibera del Consiglio comunale del 9 maggio 2000 che approvava una proposta di emendamento a firma dei capigruppo dei partiti del centrodestra che elevava a 70.000 euro il capitolo di bilancio riservato annualmente all’affitto dei nuovi locali di via Operai 72. Un regalo bipartisan che continua sino ad oggi: gli uffici comunali (e la sede locale della Croce Rossa Italiana) sono infatti ancora ospitati nello stabile di proprietà della Dibeca e centinaia di migliaia di euro sono già stati incassati dalla famiglia Cattafi. Briciole al confronto del business multimilionario che ruota attorno al mega Parco commerciale di Barcellona. Stavolta si fa veramente sul serio.

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Da mesi i precari della scuola, docenti e ATA, si stanno mobilitando per la difesa del diritto al lavoro e della qualità dela scuola della Repubblica.
Sul Governo grava la responsabilità di tagli feroci che mirano a distruggere la scuola pubblica a tutto vantaggio delle scuole private.
A farne le spese sono i precari, licenziati in tronco dopo anni di servizio, gli insegnanti tutti, costretti a lavorare in aule sovraffollate e in condizioni impossibili, gli studenti, ai quali nella sostanza si nega il diritto costituzionale all’istruzione.

Lo stesso Governo artefice del massacro sociale e civile a danno della scuola in questi giorni sta dando luogo alla messinscena dei cosiddetti “contratti di disponibilità”.
Una vera e propria truffa che punta alla pacificazione in cambiio di pochi spiccioli, che discrimina tra precari di serie A e di serie B, che produce trattamenti diversi tra precari di diverse regioni, che non da alcuna risposta né sul piano dell’occuazione né su quello della qualità della scuola.
Rifondazione Comunista chiede perciò che gli assessori regionali al Lavoro e all’Istruzione abbandonino questa strada e si impegnino concretamente a sostenere le rivendicazioni dei precari per il ritiro dei tagli, il ripristino dei finanziamenti alla scuola statale e l’assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti.
Nell’immediato, il PRC chiede che venga garantito il lavoro a tutti i docenti e gli ATA licenziati attraverso la costituzione nelle scuole di un organico funzionale, necessario per ripristinare gli standard qualitativi pregiudicati dagli interventi del governo.

Le Regioni non devono rendersi complici dell’inganno dei contratti di disponibilità.
La solidarietà con i precari della scuola richiede posizioni nette e atti concreti.

 
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Dipartimento Nazionale Scuola

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quando si avvicina il periodo di riapertura delle scuole, una delle principali preoccupazioni di milioni di famiglie è quella dell’acquisto dei libri di testo per il nuovo anno scolastico. Una grossa spesa (si arriva fino ai 500 euro annui per studente) che incide molto sui bilanci familiari, spesso già in rosso per altre uscite come mutuo, affitto, bollette, beni alimentari, bollo, assicurazioni, etc. Inoltre, in una fase di crisi le difficoltà economiche si moltiplicano e il diritto allo studio, che andrebbe garantito universalmente, viene percepito paradossalmente quasi come un peso per molte famiglie.Le cause di un costo così eccessivo sono riconducibili sia all’innalzamento dei prezzi dei testi da parte delle grandi case editrici, che sfornano ogni anno nuove edizioni ingiustificate (magari cambiando solo l’impostazione grafica o l’ordine delle pagine), sia al mancato rispetto da parte delle scuole dei tetti massimi al costo dei libri. Inoltre, se si considerano anche i testi “consigliati”, tra i quali atlanti e dizionari, i costi lievitano a dismisura.Per questa ragione vogliamo che il sapere, l’istruzione non siano merce, ma un bene gratuito e che non pesi sulle tasche delle persone, specie chi non può permettersi il “lusso” dell’istruzione.Vogliamo che l’istruzione sia gratuita, per tutti e di qualità: ci uniamo alla protesta, che appoggiamo in ogni sua forma, degli insegnanti precari e del personale scolastico contro la riforma Gelmini; contrastiamo qualsiasi forma di ridimensionamento della scuola pubblica, gravemente minata dalla prima citata ministro dell’istruzione. Chiediamo più fondi ed investimenti per la scuola e l’università pubblica, per il personale docente ed amministrativo, una politica di contrasto al “caro libro” con servizi gratuiti alle famiglie in difficoltà; accesso gratuito all’università per gli studenti in difficoltà economica; fornitura del materiale didattico da parte delle strutture educative ed a spese della Regione. Riteniamo che l’istruzione pubblica e gratuita debba essere diritto inalienabile per la formazione umana, civile e professionale di ogni cittadino.

Barcellona P.G., 09/09/2009

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Secondo “La Repubblica”, giornale molto vicino al Partito Democratico, le candidature siciliane di Rosario Crocetta e Rita Borsellino hanno dato “nuova Linfa” al crepuscolare Pd dell’Isola. Tuttavia, ci chiediamo: ma questi candidati, quanto potranno incidere sulla linea politica di un partito? Quanto, cioè, le loro candidature testimoniano un vero e proprio cambiamento  di rotta e quanto, invece, rappresentano solo un’operazione di maquillage politico, una “lavata di faccia”, come si dice dalle nostre parti, per coprire un’azione politica deleteria e poco progressista? Ci chiediamo questo dopo aver visto cos’ha fatto il Partito democratico in Sicilia in quest’ultimo anno: dal consociativismo a “volto scoperto” con l’MPA di Lombardo, con cui si è andati d’amore e d’accordo su un’insieme di provvedimenti (dalla legge elettorale con sbarramento negli enti locali, fino al bilancio della sanità siciliana, che ha messo tutti d’accordo sul mantenimento dei manager e sul taglio dei posti letto e reparti), fino ad accordi “trasversali” (non si possono più chiamare anomali per l’alta frequenza con cui avvengono) con pezzi del centrodestra. Così non è diventato un tabù per un sindaco in quota Pd avere l’appoggio di Alleanza Nazionale (come avviene a Terme Vigliatore ed in altri comuni del messinese), oppure per un sindaco Udc (il parito del cuffarismo, è bene ricordarlo) avere come sostegno le liste del Partito Democratico. Ma non è tutto;  Ad Enna, l’associazione “Pompeo Colajanni”, “gemella” del Partito Democratico Locale, targata Vladimiro Crisafulli, che in quel territorio fa rima con consociativismo, sarebbe destinataria di 68 mila euro dalla regione per..non si sa cosa, visto che questa associazione non sviluppa alcun tipo di attività. Farebbe piacere sapere cosa delle persone che hanno fatto della legalità e della trasparenza il loro vessillo politico pensano di tali pratiche. E, cosa più importante al fine delle loro candidature, come pensano, “personalmente”, di incidere sulla linea  del Pd siciliano? Le candidature personali, se inserite in un progetto di segno diverso, che fagocita e sclerotizza la storia individuale dei propri candidati, sono solo un’operazione di facciata tendente a nascondere l’azione politica condotta fin qui dai responsabili siciliani del Pd. Siamo sicuri che il giorno dopo delle elezioni si continuerà a praticare tra Partito Democratico e destra ogni pratica di accordo, dalle giunte locali alle scelte di politica economica che poi ricadranno sui siciliani.

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Come Circolo Ottobre Rosso – Rifondazione Comunista – condividiamo l’appello lanciato, tramite lettera aperta, dai sacerdoti di Barcellona P.G. Crediamo che i principi della difesa della nostra terra, della valorizzazione, del senso comunitario di ricerca del bene comune e delle soluzioni  collettive ai problemi contrapposto ai modelli individuali di ricerca del profitto a discapito del prossimo, non siano solo delle frasi da pronunciare la domenica, ma modi di vivere e di agire sul territorio, sempre. Bisogna con coerenza perseguire quanto detto in questa lettera: bisogna spezzare il “clientelismo umiliante” praticato da politici locali per la gestione del potere. E questo va portato avanti con coerenza dai nostro politici, specie sotto campagna elettorale. Inoltre, la nascita del movimento antiracket è un evento che potremmo definire storico per il nostro Comune: queste energie non vanno disperse o strumentalizzate. Crediamo che vadano rafforzate, attraverso una cultura della legalità nelle scuole e nei centri di socializzazione; si creino legami forti con la lotta al lavoro nero, alla speculazione, al precariato, all’emigrazione, allo sfruttamento abusivo del territorio: a tal fine crediamo giusto far spazio al lavoro dei sindacati sul territorio. I primi raggi di sole primaverile iniziano a splendere su Barcellona P.G.  

Circolo Ottobre Rosso – Partito della Rifondazione Comunista Barcellona P.G.  

Barcellona Pozzo di Gotto, lì 24/03/09   

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Cara Sonia Alfano,

Dopo quello che è successo a Barcellona P.G. in tema di mafia e di lotta alla mafia, vedi l’ inchiesta “Pozzo” con tutto quello che ne consegue, crediamo sia sentire comune di buona parte della cittadinanza barcellonese la necessità dell’impegno sul territorio di tutto e tutti quelli che si definiscono “Antimafia” per contrastare, in maniera costante e radicale il fenomeno in un comprensorio come il nostro.

Noi crediamo che non si possa fare antimafia semplicemente con conferenze e convegni, ricorrenze che il giorno dopo lasciano il tempo che trovano, oppure con semplici campagne elettorali, che durano quel periodo lasciando un vuoto tra un’elezione ed un’altra.

Crediamo ci sia bisogno della massima attenzione, anche per certi fenomeni che sono quantomeno ambigui sul nostro territorio: ci riferiamo ad esempio a quanto riportato nell’articolo di IMGPRESS “Maurizio Marchetta parla: Barcellona non trema”. Ma non solo questo.

L’indagine “Pozzo” ha rivelato come le varie cosche mafiose si stanno spartendo la torta del Ponte sullo stretto: alla mafia barcellonese è toccata quella del movimento terra. Non le sembra anomala la presenza in un paese di 41.000 abitanti e con quasi la metà degli abitanti attivi disoccupati la presenza di 140 aziende e ditte che si occupano di tale settore?

La questione del Ponte, poi, è stata riaperta dall’attuale governo che, incurante dei tagli alle “piccole” infrastrutture, che collegano un paese ad un altro, con i danni che abbiamo visto tutti durante il periodo di maltempo perdurante, sta stanziando miliardi di euro per la realizzazione: lei sarà con noi, magari a rischiare le manganellate, a protestare contro la costruzione di quest’opera, che farà ricche le cosche mafiose?

Noi viviamo a Barcellona. Ne respiriamo l’aria, sentiamo la pressione addosso dei “picciotti” ogni qual volta tocchiamo un tema “scomodo”, ogni qual volta lottiamo per le nostre idee confrontandoci con un territorio “controllato” ed “irreggimentato”, dove non è difficile trovare “uomini d’onore” ai vari angoli delle strade. Dove molti nostri compagni, per la loro attività politica, non riescono a trovar lavoro.

La situazione sociale e civile a Barcellona, oggi, è decisamente bassa: basti pensare che, a seguito di furti, scassi o incendi, segue nel giro di 24 ore una calma piatta. Ma di questi elementi ce ne accorgiamo noi, che viviamo a Barcellona P.G.

Con Rispetto

 

 

Il Circolo “Ottobre Rosso”-  Rifondazione Comunista Barcellona P.G.

Barcellona P.G. 03/03/2009

 

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Il diritto di sciopero è un diritto fondamentale previsto dalla Costituzione, basata, non a caso sul

lavoro. Lo sciopero è uno strumento che serve a tutelarsi da chi ha il potere: i padroni ed il governo stesso.

I lavoratori non vi ricorrono allegramente come vuol far crede il governo: ci rimettono i già magri salari.

Contro il diritto di sciopero sono intervenute varie leggi: non per regolamentarlo ma per renderlo

inefficace ed inutile. A tal fine ha operato anche la cosiddetta Commissione di Garanzia.

Confindustria e Governo hanno sempre voluto allontanare la possibilità di scioperare dal

momento in cui nasceva il bisogno da licenziamenti, riorganizzazioni aziendali, privatizzazioni, cattivo

andamento delle trattative aziendali. Ciò al fine di vanificarne l’efficacia e l’utilità e scoraggiare i

lavoratori.

I dati mettono in evidenza che gran parte degli scioperi sono indetti per crisi e ristrutturazioni

aziendali, per il non rispetto di accordi stipulati, per contratti non rinnovati da tempo. La colpa è dunque

delle controparti private e pubbliche. Motivo per cui tendono a restringere il diritto.

ORA Il GOVERNO INTERVIENE ANCHE PER TUTELARE I SINDACATI COMPLICI: CISL,

UIL, UGL con cui hanno siglato il nuovo modello contrattuale che prevede la riduzione di salari e

stipendi, la deroga in peggio al contratto nazionale, la sospensione dei conflitto proprio durante le

trattative, l’arbitrato e la conciliazione obbligatoria .

A questo serve il referendum preventivo: ci voglio mesi per poter dichiarare lo sciopero e lo

sciopero virtuale. Ciò avviene per altro mentre le aziende sono sempre più aggressive e autoritarie,

soprattutto quelle pubbliche e dei servizi privatizzati ed esternalizzati.

ORA TOCCA ALLE LAVORATRICI E AI LAVORATORI PUBBLICI

DOMANI TOCCHERA’ A TUTTI!

DIFENDERE IL DIRITTO DI SCIOPERO PER DIFENDERE

OCCUPAZIONE, SALARI, PENSIONI

www.rifondazione.it

www.rifondazionemessina.it

www.gcbarcellona.netsons.org

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La crisi economica, che sta attraversando l’Europa e gli Stati Uniti d’America , si sta facendo sentire in maniera molto aggressiva anche nel nostro paese, ed in particolare in quelle zone che la crisi la conoscevano già da tempo.Il nostro territorio, carente di strutture sociali ed economiche adeguate ad affrontare questa situazione, troverà nella crisi uno dei periodi più critici della sua e della nostra storia: basti pensare alla situazione barcellonese dove è presente il 40 % di popolazione disoccupata, lavoro nero, nuova e vecchia immigrazione formata da cittadini barcellonesi laureati o semplici lavoratori. A questo disagio “risponde” una politica nazionale da parte del governo di centrodestra che attraverso leggi e decreti (vedi scuola, università, accordo sul contratto collettivo nazionale sul lavoro) è intenzionata a far pagare la crisi a lavoratori, studenti, operai, disoccupati.Anche al livello regionale i politici che siedono e comandano al Parlamento siciliano sono più interessati ad una lotta all’ultimo sangue per i privilegi e per le poltrone, molto utili per gestire le varie clientele formate da lavoratori che accettano qualsiasi mansione pur di sopravvivere.La politica siciliana, dal nostro comune fino alla regione, passando dalla provincia, vive in uno stato di immobilità permanente che non permetterà di affrontare la crisi con gli strumenti adeguati. Come Rifondazione Comunista-Circolo “Ottobre Rosso”  crediamo che bisogna unificare tutte le lotte, le vertenze, le attuali divisioni professionali e contrattuali col fine di creare un tessuto unitario di solidarietà e di lotta.Per raggiungere questo fine bisogna agire al livello europeo, dove vengo prese importanti scelte in campo politico ed economico, come le ore di lavoro e le stesse tipologie contrattuali, ed a livello locale, dove gli enti come comune e provincia dovrebbero attuare una pianificazione economica di interventi pubblici concordati con le attività imprenditoriali più vive e sane del territorio.

Attuare insomma una politica in assoluta controtendenza a quella berlusconiana nazionale e locale.

 

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Dopo 10 anni di sottomissione, un imprenditore edile che pagava il pizzo ai boss di Barcellona Pozzo di Gotto, Agrigento e Catania, ha deciso di collaborare con la Squadra mobile e la Dda di Messina. Sono così finiti in manette i suoi taglieggiatori. Tra il 1998 e il 2008, il professionista avrebbe subito danneggiamenti nei cantieri messinesi allestiti per la realizzazione di lavori pubblici. Grazie alla collaborazione con le forze dell’ordine e la Procura, l’imprenditore ha consentito agli investigatori di fare luce sui legami tra i boss locali e quelli delle altre province che controllavano imprese e appalti, imponendo i subappalti e le ditte del movimento terra. Nell’ambito dell’operazione antimafia “Sistema” sono stati arrestati Carmelo Bisognano, 43 anni, boss del clan dei ‘Mazzarroti’, da poco scarcerato per l’operazione “Vivaio”, Carmelo D’Amico, 37 anni, il boss dei ‘Barcellonesi’, arrestato il mese scorso nell’operazione “Pozzo”, e Pietro Nicola Mazzagatti, 48 anni, capo della cosca di Santa Lucia del Mela, da poco condannato in terzo grado nell’operazione “Catering” perché aveva imposto il pizzo al gestore della sala di ricevimento ‘Villa Jasmin’.

Il sostituto procuratore Giuseppe Verzera aveva richiesto la misura cautelare in carcere per tre esponenti del clan catanese Santapaola e agrigentino Di Gati. Ma il gip Antonino Genovese non ha accolto la richiesta ed ha stralciato una parte dell’indagine. L’inchiesta ha permesso di accertare che la mafia barcellonese esigeva dall’imprenditore circa il 4% dell’appalto. Diversi i lavori eseguiti dall’uomo finito nel mirino dei boss, in tutta la provincia di Messina, in altre città della provincia di Catania e Palermo.

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