L’appello

Il terremoto che ha devastato la terra d’Abruzzo ha messo di fronte agli occhi di tutti la drammatica condizione del patrimonio abitativo italiano, in gran parte edificato senza alcuna osservanza delle più elementari norme antisismiche. A questo si somma la constatazione che la speculazione edilizia, il risparmio sui materiali da costruzione, spinto sino a delinquenziali omissioni di ogni regola protocollare attinente alla sicurezza, hanno trasformato un evento naturale da governarsi con efficaci misure di prevenzione in una catastrofe umana e sociale di enormi proporzioni.

E’ uno scenario che si ripete sistematicamente, nel nostro Paese, senza che - calato il sipario sull’emergenza - si ponga mente e mano a una radicale revisione del modus operandi. Diventa così fatale l’appuntamento con la prossima catastrofe, sin d’ora annunciata. Si tratta invece di mettere a frutto la lezione che viene da questa ennesima sciagura. E rivendicare che si abbandoni il più inutile e dispendioso fra i progetti di grandi opere, il ponte sullo Stretto di Messina, per investire su un grande progetto di bonifica e di messa in sicurezza di tutte le abitazioni che si trovano in uno stato di palese inadeguatezza, cominciando dagli edifici pubblici, nelle aree al di qua e al di là dello Stretto medesimo, notoriamente ad altissimo rischio sismico.

Una simile scelta, improntata ad un’ancora inedita lungimiranza, contribuirebbe a scongiurare altri lutti, altre distruzioni e - contemporaneamente - a formare una diversa cultura ecologica, fondata sulla prevenzione, sul risparmio del territorio, sullo sviluppo della bioedilizia, sull’impiego di fonti di energia rinnovabili, sulla messa al bando della speculazione affaristica fra imprese e potere politico, sull’attivazione di severi ed efficaci controlli amministrativi. Insomma, l’attenzione generale che il dramma abruzzese ha calamitato su di sé, può essere ora trasformata in un’occasione di cambiamento, in un’altra idea di società e di Paese.

I primi firmatari

  1. Vincenzo Accattatis,
  2. Mario Alcaro,
  3. Bruno Amoroso,
  4. Alberto Asor Rosa,
  5. Gaetano Azzariti,
  6. Imma Barbarossa,
  7. Piero Bevilacqua,
  8. Rita Borsellino,
  9. Sergio Brenna,
  10. Alberto Burgio,
  11. Francesco Cavalli Sforza,
  12. Luigi Ciotti,
  13. Alessandro Dal Lago,
  14. Elena De Filippo,
  15. Vezio De Lucia,
  16. Giovanni De Luna,
  17. Raniero La Valle,
  18. Paolo Leon,
  19. Luigi Manconi,
  20. Gianni Mattioli,
  21. Maria Grazia Meriggi,
  22. Lidia Menapace,
  23. Andrea Morniroli,
  24. Giorgio Nebbia,
  25. Tonino Perna,
  26. Carla Ravaioli,
  27. Lidia Ravera,
  28. Annamaria Rivera,
  29. Stefano Rodotà,
  30. Edoardo Salzano,
  31. Enzo Scandurra,
  32. Massimo Serafini,
  33. Mario Tozzi,
  34. Nicola Tranfaglia,
  35. Alberto Ziparo
Converti in pdf

di Dino Greco

 Liberazine

Oltre tre milioni di lavoratori e di lavoratrici, partecipando in massa al referendum indetto dalla Cgil, hanno dimostrato di non volersi piegare ad una pratica sindacale che li espropria del diritto di decidere con il voto su questioni destinate a incidere profondamente sulla loro condizione di vita e di lavoro. Questo è il primo, fondamentale messaggio che emerge prepotentemente dalla consultazione sul nuovo modello contrattuale sottoscritto da Cisl, Uil ed Ugl con la Confindustria. Una così cospicua adesione manda a dire che fa i conti senza l’oste chi pensa che un accordo consumato nella rottura sindacale e nell’assenza di qualsivoglia rapporto con coloro che ne sono i destinatari, possa chiudersi senza contraccolpi. Fuor di retorica, l’Italia del lavoro, pur tramortita da una crisi che sta falcidiando occupazione e redditi, pur indebolita dal ricorso a dosi massicce di cassa integrazione, licenziamenti, processi di delocalizzazione reali o minacciati, non si è rassegnata a subire passivamente l’espugnazione di ogni diritto, non è stata ridotta - come molti auspicavano ed altri temevano - alla passività e al silenzio.
E questo riaccende una speranza. Per le sorti del lavoro e della stessa democrazia. Il secondo segnale, non meno importante, riguarda il fatto che quell’intesa clandestinamente pattuita da sindacati che hanno ormai manifestamente rinunciato ad una autonoma rappresentanza del lavoro, è stata solennemente ripudiata nel merito. Vale a dire per ciò che afferma, per la vulnerazione irreversibile del contratto nazionale di lavoro, per la cronicizzazione del sottosalario che è intrinsecamente connessa al modello pattuito, per l’immiserimento della stessa contrattazione di secondo livello, ridotta ad una variabile dipendente della redditività di impresa, per il sistema derogatorio che rende labile e revocabile ogni diritto conquistato. E, non ultimo, per la comprensione che le nuove regole, nell’imbalsamare ogni autonomo potere negoziale del sindacato e delle Rsu, rappresentano il misconoscimento di ogni soggettività del lavoro. Che la risposta sia stata poi di queste stupefacenti proporzioni è cosa che restituisce speranza e stimolo a tutto il sindacalismo non corrivo con la prepotenza padronale: uno sprone ad essere sino in fondo all’altezza della sfida che i lavoratori sembrano voler raccogliere. Un’ultima cosa. Vedrete che in queste ore il governo - interessato sensale della edificazione di un modello sociale neocorporativo, funzionale allo scardinamento istituzionale preannunciato da Berlusconi - rinnoverà il consunto repertorio di contumelie contro la Cgil. Ma vedrete anche che i padroni, come sempre molto attenti ai rapporti di forza, valuteranno per bene sino a che punto conviene loro spingersi. Ancora una volta, saranno l’intensità e la continuità della lotta a decidere. A partire da sabato prossimo. Sette anni fa, una grande risposta operaia fu capace di fermare l’attacco all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Malgrado un governo ostile ed un accordo separato che di quel diritto faceva strame. Da quel sussulto prese poi corpo un possente movimento di popolo che riuscì ad alimentare speranze di grande cambiamento politico e sociale. E’ noto come esse furono poi in gran parte deluse. Ma non è detto che non ci si possa riprovare. Lavorando per un esito diverso.

 

Converti in pdf

Interrogazione del consigliere di Rifondazione Andaloro. Risposta in aula dell’Assessore provinciale Bisignano: quanto è stato fatto fino ad oggi e le prossime mosse per evitare il commissariamento

da www.tempostretto.it

Negli ultimi mesi qualche passo avanti è stato fatto, ma appare ancora distante l’effettiva operatività di un sistema idrico integrato nella provincia di Messina. Ritardi lunghi anni e costati parecchi euro all’Ente di via Cavour, mentre oggi l’Amministrazione Ricevuto prova a premere sull’accelleratore per cercare di scongiurare il rischio commissarimento della gestione delle acque che pende sulla testa dei comuni del Messinese. Un’interrogazione sull’argomento, presentata dal consigliere provinciale Francesco Andaloro lo scorso ottobre 2008, è stata discussa oggi in aula alla presenza dell’assessore alle Partecipate Michele Bisignano (nella foto).

La costituzione dell’Ato 3 idrico della Provincia di Messina è stata stabilita nell’Agosto del 2001 dal Presidente della Regione Siciliana e nello stesso anno il Consiglio Provinciale scelse la convenzione di cooperazione tra gli enti locali appartenenti all’Ato 3 e la Provincia, come forma di accordo (oggi si punta al Consorzio), con l’assemblea dei sindaci dei 108 comuni delegata ad organo decisionale. Da allora però, poche le riunioni valide in virtù della carenza del numero legale, anche se nella seconda parte del 2008, grazie all’impegno del presidente Nanni Ricevuto, si sono tenute tre sessioni che hanno portato anche a deliberazioni importanti. Ma cinque anni di silenzio non possono essere superati con un po’ di baccano, soprattutto se mentre tutto risultava fermo, il personale che costituisce l’Ato idrico percepiva uno stipendio senza che nessun servizio effettivo venisse erogato. Paradossi posti come quesiti dall’esponente di Rifondazione comunista Andaloro all’assessore Bisignano: “A quanto ammontano le spese annuali per i componenti del Consiglio d’Amministrazione dell’Ato 3 e per la Segreteria tecnico operativa dello stesso? Quanti e quali sono i Comuni che non hanno ancora versato le quote di propria spettanza? Se siano stati nominati i relativi Revisori dei Conti e, in caso affermativo, a quanto ammonta la cifra spesa per questo organismo? Quale programma ha l’Amministrazione Provinciale in relazione alla gestione dell’acqua, bene primario che non può essere dato in gestione a privati, poiché ciò comporterebbe un aumento indiscriminato delle tariffe come già verificatosi con l’Ato Rifiuti Solidi Urbani?”

Bisignano ha risposto punto per punto alle varie domande poste dal consigliere dell’opposizione, cominciando dalla struttura organizzativa: “Non esiste un consiglio d’amministrazione mentre c’è una Segreteria tecnico operativa, prevista dalla legge Galli, il cui personale è legato per la maggior parte ai comuni. Ma ne fanno parte anche due tecnici della Provincia che si occupano di informatica. Personale che tra l’altro è stato già ridotto e dovrebbe presto passare a 6 unità. Poi ci sono i due dirigenti ‘necessari’ per dare esecutività alle scelte dell’assemblea. Interrotto il rapporto con coloro che sono rimasti in carica per cinque anni fino al 2008, - c’è in atto un ricorso - fino al 31 marzo 2009 sono stati designati Carditello e Sidoti”.

I numeri: “Molti comuni dopo il versamento iniziale, datato 2003-2004, non hanno più versato. Secondo una stima stilata dal commissario ad acta Mario Cassarà, i comuni morosi dovrebbero versare oltre 4 milioni di euro dal 2003 al 2008. Somma che la Provincia Regionale ha fin qui anticipato”. Per procedere alla riscossione dei debiti, ha poi spiegato Bisignano, sarà necessario procedere alla nomina dei Revisori dei Conti. Nomina che non è mai arrivata nel corso degli anni, né da parte dell’assemblea né dai vari commissari che si sono susseguiti. Alla mancata nomina dei Revisori è legata anche la mancata approvazione dei bilanci, che non consente di rivolgersi ai comuni per chiedere le quote non versate. Sarà questo il prossimo punto all’ordine del giorno dell’assemblea dei sindaci, con a seguire l’affidamento del servizio idrico integrato.

A riguardo è stato ricordato che per l’affidamento del servizio era stata decisa la strada della società in house, gestita con capitale pubblico, la “Messinacque Spa”. Al momento dell’approvazione della concessione però, solo 72 comuni su 108 erano risultarono presenti in una votazione che richiedeva l’unanimità. Dunque attualmente la società risulta non operativa, ma non è stata fatta alcuna delibera di revoca.

“Il presidente della Provincia non può fare da solo - ha commentato infine Bisignano. Anche i sindaci devono fare la loro parte. Piani d’ambito? Si deve capire che il piano d’ambito è unico”. E sul commissariamento: “La relazione dettagliata sulla ripresa dei lavori presentata dalla Provincia all’assessorato regionale ai Lavori Pubblici, ha per il momento bloccato questa ipotesi. Ma bisogna fare in fretta per evitare questo rischio”.

Converti in pdf

La crisi economica, che sta attraversando l’Europa e gli Stati Uniti d’America , si sta facendo sentire in maniera molto aggressiva anche nel nostro paese, ed in particolare in quelle zone che la crisi la conoscevano già da tempo.Il nostro territorio, carente di strutture sociali ed economiche adeguate ad affrontare questa situazione, troverà nella crisi uno dei periodi più critici della sua e della nostra storia: basti pensare alla situazione barcellonese dove è presente il 40 % di popolazione disoccupata, lavoro nero, nuova e vecchia immigrazione formata da cittadini barcellonesi laureati o semplici lavoratori. A questo disagio “risponde” una politica nazionale da parte del governo di centrodestra che attraverso leggi e decreti (vedi scuola, università, accordo sul contratto collettivo nazionale sul lavoro) è intenzionata a far pagare la crisi a lavoratori, studenti, operai, disoccupati.Anche al livello regionale i politici che siedono e comandano al Parlamento siciliano sono più interessati ad una lotta all’ultimo sangue per i privilegi e per le poltrone, molto utili per gestire le varie clientele formate da lavoratori che accettano qualsiasi mansione pur di sopravvivere.La politica siciliana, dal nostro comune fino alla regione, passando dalla provincia, vive in uno stato di immobilità permanente che non permetterà di affrontare la crisi con gli strumenti adeguati. Come Rifondazione Comunista-Circolo “Ottobre Rosso”  crediamo che bisogna unificare tutte le lotte, le vertenze, le attuali divisioni professionali e contrattuali col fine di creare un tessuto unitario di solidarietà e di lotta.Per raggiungere questo fine bisogna agire al livello europeo, dove vengo prese importanti scelte in campo politico ed economico, come le ore di lavoro e le stesse tipologie contrattuali, ed a livello locale, dove gli enti come comune e provincia dovrebbero attuare una pianificazione economica di interventi pubblici concordati con le attività imprenditoriali più vive e sane del territorio.

Attuare insomma una politica in assoluta controtendenza a quella berlusconiana nazionale e locale.

 

Converti in pdf

Odg della Direzione nazionale dell’11.2.2009  Le prossime elezioni europee avvengono proprio mentre è evidente, in tutto il mondo, il fallimento del modello del capitalismo globalizzato. Siamo di fronte ad una crisi di carattere sistemico, non solo economica e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica, ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi della globalizzazione capitalista conferma la scelta riaffermata al Congresso di Chianciano del PRC , ovvero quella del  rilancio del progetto strategico della rifondazione comunista e di ripresa del percorso cominciato a Genova e proseguito con la grande esperienza partecipativa dei Social Forum, quello della sua internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e la crisi economica che questa ha prodotto.  

In Europa ciò richiede il rafforzamento dell’unità della sinistra antiliberista, anticapitalista e delle forze comuniste, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica. L’Europa di Maastricht mostra oggi tutti i limiti di una costruzione fondata sul primato del mercato sulla democrazia, sul dogma monetarista che ha imposto politiche finanziarie ed economiche che hanno prodotto aumento delle disuguaglianze, privatizzazioni dei servizi pubblici e controriforme dei sistemi di welfare su tutto il continente, congiuntamente alla precarizzazione del lavoro, alla deregolamentazione dei mercati e alla discriminazione dei migranti. Una discriminazione che si è tradotta nell’accentuarsi della guerra tra poveri, nel perpetuarsi di condizioni di subalternità giuridica nell’accesso ai diritti di cittadinanza reale, nell’approvazione di vere e proprie “leggi razziali”. Quest’Europa è quella che viene confermata dai contenuti del Trattato di Lisbona e contro cui si sono espressi i popoli europei che hanno potuto pronunciarsi. Neoliberista e allo stesso tempo ademocratica. Un’ Europa a misura delle banche e non dei popoli. Dove il potere è sempre di più nei governi e sempre meno in assemblee democraticamente elette.  Un’Europa che è stata fin qui subalterna alla Nato e complice della guerra preventiva, incapace di proporre una politica di pace e di disarmo. Questa Europa si è retta su una grande coalizione, formata dai più grandi partiti europei, in primis popolari e socialisti, che sono responsabili di queste politiche liberiste e che hanno praticato una costruzione mercantile e non politica dell’Europa. E’ dunque necessario contrastare fortemente questa grande coalizione e costruire l’alternativa alla lunga stagione del neoliberismo. La Direzione Nazionale decide quindi di dar vita ad un percorso di costruzione della lista in vista delle elezioni europee, aperto e in relazione con i soggetti e le forze del movimento altermondialista, anticapitalista, comunista, femminista, LGBTQ, ambientalista, sindacale. Sulla base del Documento Congressuale, la Direzione nazionale decide pertanto di promuovere una lista da presentare alle prossime elezioni europee che, partendo dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista-SE, condivida la scelta di appartenenza al GUE-NGL,  unisca tutte le forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti alternativi al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e militarista dell’ Unione Europea. La proposta che avanziamo è quella di una lista, che si ponga l’obiettivo di rovesciare queste politiche economiche e sociali antipopolari, che hanno prodotto la crisi, a partire dal programma elaborato dal Partito della Sinistra Europea. Con un percorso partecipato, vogliamo quindi costruire, riconoscendo la non autosufficienza di Rifondazione Comunista, una lista che sia un concreto segnale di unità della sinistra di alternativa; lista di cui siano protagonisti tutti i soggetti che stanno pagando la crisi e tutti i movimenti che si stanno battendo contro le politiche neoliberiste che l’hanno causata: lavoratori, precari, donne, giovani, studenti, pensionati e migranti. Una lista che faccia sue le ragioni di chi in questi anni e in questi mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro, per la giustizia sociale e la libertà femminile, che sappia opporsi al razzismo e all’offensiva clericale del Vaticano. Che si batta per un intervento pubblico finalizzato alla riconversione sociale e ambientale dell’economia, per la redistribuzione del reddito, contro la guerra, le spese militari e per il disarmo europeo. Una proposta che rivolgiamo ai tanti e alle tante che da Genova in poi hanno animato l’esperienza dei Fori sociali e che hanno contribuito a dare gambe e sostanza all’idea di un’altra Europa possibile. Una lista da costruire attraverso una grande partecipazione di tutti coloro che decideranno di farne parte e di sostenerla, al fine di unire e consolidare le forze che in Europa si battono per una uscita da sinistra dalla crisi, per un’alternativa al liberismo e alle fallimentari politiche della grande coalizione fra popolari e socialisti europei. Una lista per un’altra Europa possibile: dell’uguaglianza, della pace, della giustizia sociale ed ambientale , dei diritti e delle libertà.   In questa prospettiva è necessario sviluppare il massimo di iniziativa per evidenziare il percorso politico e di lotta per l’altra Europa, sostenendo e partecipando alle iniziative di movimento già in cantiere e decise dal forum Sociale di Belem, fra le quali il 28 marzo a Londra contro il G20, il 4 aprile a Strasburgo contro la NATO, l’8-10 luglio in Sardegna contro il G8.   Approvato con 3 astensioni

Converti in pdf

Il più entusiasta alla fine era il Procuratore Capo Guido Lo Forte (nella foto di Dino Sturiale). Il suo nome, il suo passato, la sua integrità morale, la sua proverbiale testardaggine nella lotta alla mafia ai tempi della Procura di Palermo ne fanno una garanzia assoluta di successo. Ed alla prima uscita in una conferenza stampa Lo Forte, sorridente e soddisfatto, non perde l’occasione per sottolineare l’importanza dell’operazione: “E’ la prima volta, da quando mi sono insediato a settembre, che prendo parte ad un incontro con la stampa. Era giusto farlo perché considero questa operazione di straordinaria importanza nella lotta alla mafia della provincia di Messina. E un grazie particolare va ai Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale che hanno lavorato duramente per due anni. Il riconoscimento è venuto anche dal gip che nell’ordinanza ha definito imponente la mole di lavoro svolta”.

- Lei ha definito Cosa Nostra barcellonese all’altezza di quella palermitana per struttura e pericolosità.

“Sicuramente si, è un’organizzazione che non ha nulla da invidiare a Cosa Nostra palermitana della quale ha ereditato anche la struttura. E lasciatelo dire ad uno che la mafia di Palermo la conosce bene per averla combattuta a lungo. Possiamo dire che le organizzazioni mafiose della provincia di Messina si sono riunite ed hanno creato un gruppo unitario con una ferrea divisione territoriale. In ogni zona c’è un rappresentante che fa poi riferimento alla famiglia centrale. Ed anche le attività svolte sono più o meno identiche a quelle di Cosa Nostra palermitana: il racket delle estorsioni, l’usura, il controllo degli appalti pubblici e la tendenza ad acquisire un controllo egemonico delle attività del territorio, sia illegali ma, soprattutto, quelle legali”.

- Avete, dunque, appurato rapporti di collaborazione con Cosa Nostra palermitana?

“Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali emergono strutture e terminologie identiche fra le due grandi organizzazioni mafiosi. Si parla così di “famiglia”, di “mandamento”, di “rappresentanti”. Del resto ormai da più di 30 anni Cosa Nostra barcellonese gode la massima fiducia di quella palermitana ed ha stretti rapporti di collaborazione con quella catanese”.

- Avete appurato anche infiltrazioni mafiose nel mondo della politica locale?

“Si sa che Cosa Nostra attinge spesso nel mondo della politica. Qualcosa è emerso anche in questo caso. Nell’ordinanza si parla del voto di scambio fra l’ex sindaco di S.Lucia del Mela ed un rappresentante mandamentale della zona che, in cambio di voti, ha ottenuto una sanatoria per un fabbricato abusivo. Ma le indagini non sono ancora concluse”.

- Dall’operazione Pozzo esce l’immagine di un territorio completamente in mano alla mafia.

“Beh, nel barcellonese c’è tanta gente onesta che lavora e che non ha nulla a che fare con la mafia. Purtroppo c’è una forte organizzazione di stampo mafioso che è fortemente radicata nel territorio e ne condiziona la vita e le attività, che ha avviato rapporti con altre famiglie e si fa forte di una omertà che deriva dalla paura dei cittadini”.

- E’ possibile quantificare il giro d’affari di Cosa Nostra barcellonese?

“Impossibile fare delle cifre ma posso garantire che si tratta di milioni e milioni di euro”.

www.tempostretto.it

Converti in pdf

 http://altrosud.wordpress.com/

Miliardi di euro per le banche e gli speculatori finanziari, 40 euro per le famiglie.
Il piano anticrisi del governo è sconcertante: fiumi di denaro pubblico a chi già possiede miliardi di euro e le briciole elargite ai più bisognosi.
Al di là dei proclami, questa è elemosima e non è certo con l’elemosina che si risolvono i drammi sociali nel nostro paese: c’è piuttosto bisogno di un reddito sociale garantito per tutti i precari e i disoccupati, come già avviene in gran parte dell’Unione Europea.
1000 euro al mese ci potrebbero anche bastare, altrochè la miseria dei 40 euro del governo.
Aspettiamo di vedere questa social card, per capire se e come sia possibile clonarla, per distribuirne non una ma qualche centinaia di tessere ad ogni precario, pensionato, disoccupato.
Tremonti, in nome del comune richiamo a Robin Hood, non si scandalizzerà certo per quest’azione di risarcimento sociale.

Francesco Caruso

Converti in pdf

Siamo di fronte ad una casta di speculatori  che succhia il sangue di chi non arriva a fine mese. E’ una vergogna nazionale vedere ancora crescere in maniera ingiustificata il prezzo del pane e della pasta nello stesso giorno in cui la FIAT manda in cassa integrazione 48000 operai.Solo con questi aumenti la Misery Card di Tremonti è di fatto annullata!
Come Rifondazione Comunista con i Gruppi di Acquisto Popolari, stiamo dimostrando da mesi che è possibile distribuire il pane ad un euro al kg (60 Tonnellate distribuite), e dal prossimo sabato oltre al pane distribuiremo anche la pasta (10.000 kg) dimezzandone il prezzo.

L’iniziativa di Rifondazione dimostra che si può far scendere i prezzi dei generi alimentari di largo consumo e questo dimostra ancora una volta il fatto che il governo Berlusconi non fa nulla contro gli speculatori e invece di fissare il prezzo politico per i beni di prima necessità - come noi chiediamo da mesi - difende gli speculatori.

www.rifondazione.it

www.rifondazionemessina.it

Converti in pdf

di Loris Campetti

su Il Manifesto del 13/12/2008

 

Stando alle veline del «glorioso Minculpop», ieri in Italia non ha scioperato nessuno. Fabbriche e uffici pieni, piazze vuote con la pioggia torrenziale a farla da padrona. Se avete incontrato nei vostri percorsi cittadini migliaia di lavoratori in corteo vi siete sbagliati: non avete incontrato nessuno. Se avete aspettato inutilmente il tram, avete sbagliato fermata. I Brunetta e Sacconi, scimmiottando il loro leader maximo, promettono che tireranno dritto. Anche secondo i padroni del vapore, dalla metalmeccanica Marcegaglia al suo collega confcommerciante Rivolta, fingono di esultare per il finto fallimento dello sciopero della Cgil. Le aziende tirano sui numeri delle adesioni nei loro capannoni come fanno i ministri in guerra contro i pubblici dipendenti negli ospedali. Cisl e Uil corrono a ruota, nella sostanza si rammaricano per la loro solidine e sperano in un ravvedimento di Epifani.
Poi c’è un paese reale, in cui un sindacato si sente solo quando perde il contatto con la sua gente, e non se ha contro i padroni e il governo sostenuti da due sindacati complici dello strazio che si sta facendo della quantità e della qualità del lavoro. Contro, la Cgil, ha anche la stragrande maggioranza dei media. Non ha contro i lavoratori, però, sballottati tra la cassa integrazione e i licenziamenti. Che lo sciopero di ieri sia riuscito nelle fabbriche e negli uffici vuol invece dire che gli operai dell’industria e gli impiegati del pubblico impiego, i cui salari a rischio sono ridotti all’osso - e con l’osso non si mangia - ci dice che c’è un consenso diffuso alla critica che la Cgil rivolge alle scelte economiche e sociali disastrose e classiste di Berlusconi e soci.
Bisognerà abituarsi ad avere contro tutti i poteri, senza neanche poter contare su una forte opposizione: vuoi perché non è forte, vuoi perché si appassiona più alle elezioni in Abruzzo oggi e a Strasburgo domani che alle condizioni di chi dovrebbe votare per loro, e in molti da tempo ha smesso di farlo. Certo, è difficile in un mondo mediatizzato trovarsi senza microfono. Forse bisogna passare più tempo a parlare con le persone in carne e ossa nelle fabbriche e nei territori, passando meno tempo nei talk show dove i cittadini sono ridotti alla condizione di telespettatori e i presunti oppositori a complici.
Formalmente lo sciopero di ieri, che a un operaio di Mirafiori nell’unica settimana di lavoro nell’arco di un mese costa tra i 50 e i 60 euro, era contro il governo, nella sostanza però era anche contro la Confindustria che detta le sue leggi ai burattini di palazzo Chigi. Sarebbe meglio se anche la Cgil, che ha subito una valanga di accordi separati, lo dicesse con maggiore chiarezza. Questo sciopero è riuscito, tenuto conto delle drammatiche condizioni economiche, sociali e politiche e ci insegna tante cose. Per esempio che i precari non possono scioperare, salvo essere rispediti a casa con un mese di anticipo sulla scadenza del contratto. A questo è ridotto il mondo del lavoro. Lo sciopero di ieri va inteso come l’inizio di un lungo cammino, fatto più di conflitto che di concertazione perché gli interlocutori con cui concertare hanno dichiato guerra ai lavoratori e a chi cerca di rappresentarli. Gli scioperi non sono né una ginnastica muscolare né una scelta estetizzante, per chi lavora sono un grande sacrificio. Agli scioperi si aderisce quando se ne condividono le ragioni, se si è liberi di scegliere e sempre meno lavoratori lo sono, se servono a strappare dei risultati.
Non è per mostrare i muscoli o per fare il gioco del più uno che ieri, da Napoli e da Brescia, i segretari generali della Fiom e della Funzione pubblica hanno ricordato (anche alla Cgil) che con l’anno nuovo torneranno a scioperare per otto ore e si ritroveranno, magari insieme, a manifestare a Roma. Per strappare risultati, per difendersi dalla crisi. Per riunificare le lotte.

Converti in pdf