Autore: Alberto Burgio

Testata/Fonte: Il Manifesto del 15 ottobre 2009

 

«Sarebbe sbagliato trarre conseguenze politiche dalla sentenza della Consulta». Tradotto: le vicende giudiziarie di Berlusconi non riguardano il governo, casualmente da lui presieduto. Quindi tutto deve filare liscio (si fa per dire) indipendentemente dalla bocciatura del lodo Alfano. Che questa sia la linea del governo e della Confindustria si capisce. Ma perché la sostiene anche il principale partito dell’opposizione (le parole tra virgolette sono state pronunciate da Massimo D’Alema e riflettono la posizione di tutto il gruppo dirigente democratico)?
Potrebbe trattarsi di un’astuzia tattica: un affondo precipitoso potrebbe attenuare i contraccolpi della bocciatura del lodo, meglio che Berlusconi si sotterri da solo, vittima del proprio incontrollato furore. Un’altra risposta è quella formulata da Andrea Fabozzi qualche giorno fa sul manifesto: il Pd sostiene il governo perché, nonostante tutto, teme le elezioni anticipate. Forse è possibile anche una terza ipotesi. Per argomentare la quale è necessario ragionare su quanto accadde nei primi anni Novanta.
Come è noto, dalle inchieste di Mani pulite trasse vigore una spinta «riformatrice» che da una parte modificò la legge elettorale in chiave maggioritaria, avviando la semplificazione bipolare, dall’altra determinò la personalizzazione della contesa politica, inoculando nel sistema il germe del presidenzialismo e favorendo l’aumento di potere dell’esecutivo e del suo «capo» rispetto agli altri organi costituzionali. In quel clima, quindici anni fa, mosse i primi passi la «seconda Repubblica».
Il presidenzialismo all’italiana avviò lo svuotamento della Costituzione, concepita a garanzia della centralità del parlamento e dell’equilibrio tra poteri indipendenti. E il processo è andato così in là che oggi nessuno si stupisce se il presidente della Camera teorizza l’illegittimità costituzionale di un cambio di maggioranza (presto detto «ribaltone») e persino di un cambio di premiership. Sospinto da possenti interessi, il «nuovo» ha vinto, benché la riduzione del parlamento a organo consultivo del governo (o di ratifica delle sue decisioni) costituisca un palese stravolgimento della lettera e dello spirito della Carta.
Ora, finché è la destra ad affermare la centralità dell’esecutivo e a spingere verso il presidenzialismo, i conti tornano. Ma quelle «riforme» - questo è il punto - vennero sostenute anche dalle forze del centro-sinistra, che si batterono con ardore per la trasformazione del sistema in senso bipolare-presidenzialistico. Se tale circostanza è di per sé sorprendente, comprendere l’adesione entusiastica del centro-sinistra al modello bipolare-presidenziale appare addirittura improbo ove si tenga presente un aspetto cruciale del panorama politico italiano dei primi anni Novanta. Questo aspetto si chiama precisamente Silvio Berlusconi. Il quale, già protagonista della scena economica e mediatica, irruppe sulla scena politica del Paese nel ‘93 con un fragoroso endorsement a favore di Fini in corsa per il Campidoglio. E subito dopo mobilitò la sua possente macchina comunicativa per dare la scalata a palazzo Chigi.
Al cospetto di un personaggio con queste caratteristiche, in particolare l’opzione del gruppo dirigente del Pds a favore di «riforme» che accrescevano il potere di un «capo del governo» in qualche modo eletto direttamente dal popolo è a prima vista inspiegabile. Sembra frutto di diabolica pervicacia o di marchiani errori di previsione. Può essere. Come può darsi che oggi, di fronte alle conseguenze di tanto avventurismo, la paura paralizzi quanti allora imboccarono quella strada. Ma tale ipotesi non spiega perché non si sia mai voluto riconsiderare quelle scelte, nonostante i loro disastrosi effetti. Non spiega perché, già nel ‘94, il Pds abbia salvato una prima volta Berlusconi, impedendo l’applicazione della legge che lo dichiarava ineleggibile; perché l’on. D’Alema abbia poi imbastito la partita della Bicamerale per cementare un’intesa privilegiata con il capo della destra (come farà ancora nel 2007 Veltroni, decretando la brusca fine della scorsa legislatura); perché - stando alle candide ammissioni dell’on. Violante - siano state subito date a Berlusconi piene garanzie circa la proprietà e il controllo delle sue reti televisive; e infine perché, in sette anni di governo, il centro-sinistra non abbia trovato il tempo di legiferare in materia di conflitti d’interesse.
Dare una risposta a questi interrogativi è difficile, ma è indispensabile per capire la (mancata) reazione del Pd alla sentenza della Consulta. È difficile, ma non impossibile, purché si rinunci a dare per scontato che i principali avversari di Berlusconi siano sempre e comunque impegnati nel tentativo di sconfiggerlo e di impedirgli di governare. Non occorre evocare raptus masochistici né vicende corruttive. È sufficiente ipotizzare che per vincere la guerra si sia ritenuto utile perdere qualche battaglia: un calcolo arrischiato, ma non necessariamente irragionevole. Soprattutto quando non ci si combatte in nome di progetti tra loro incompatibili.
Su quest’ultimo aspetto, si converrà che emerge un insieme di obiettivi «modernizzanti» che in questi quindici anni i due schieramenti hanno perseguito in sostanziale concordia: sul piano sociale, l’imposizione della «Costituzione neoliberista» e la redistribuzione di ricchezza a vantaggio del capitale; sul piano istituzionale, il bipolarismo dell’alternanza e il taglio delle estreme; in politica estera, l’adesione al paradigma di Maastricht e la partecipazione alle «guerre democratiche». La condivisione di questo programma, nel quadro di quello che potremmo definire un bipolarismo consociativo, abolisce forse il conflitto tra destra e centro-sinistra? No, ma lo ridefinisce nei termini di una competizione tra settori di classe dirigente (tra «nomi propri»), che contempla una sorta di torbida solidarietà. Si compete, ma non si mira alla secca sconfitta dell’avversario. Si vuol vincere ma non stravincere, non escludere l’altro, senza il quale crollerebbe il prezioso impianto bipolare (con la spiacevole conseguenza di rafforzare posizioni non «compatibili»). Si tiene a svolgere un ruolo determinante, ma in un contesto di collaborazione. Che non consente di affondare il colpo sull’avversario in difficoltà, anzi impone di farsi carico della sua salvezza.
Alla luce dei disastri verificatisi in questi non lievi lustri, tale ipotesi appare indubbiamente bizzarra. Se guardiamo allo stato comatoso dell’Italia e alla rovina della sua immagine internazionale, stentiamo a credere che i gruppi dirigenti del centro-sinistra abbiano potuto anche solo prendere in considerazione l’idea di collaborare con la destra, con questa destra, guidata da questo personale politico. Ma i fatti che abbiamo ricordato vanno pur spiegati, tenendo presente che sull’ultimo quindicennio e sull’attuale condizione del Paese il giudizio del centro-sinistra non è certo altrettanto severo quanto quello che si suole formulare da parte della sinistra di alternativa. Del resto, non meraviglia che noi «genti meccaniche» si stenti ad apprezzare una strategia tanto sofisticata. L’alta politica è un’arte esoterica. Richiede fantasia e creatività, e doti non comuni di intuito e di lungimiranza. Qualcuno ricorda, per caso, il «dalemone»?

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Il diritto di sciopero è un diritto fondamentale previsto dalla Costituzione, basata, non a caso sul

lavoro. Lo sciopero è uno strumento che serve a tutelarsi da chi ha il potere: i padroni ed il governo stesso.

I lavoratori non vi ricorrono allegramente come vuol far crede il governo: ci rimettono i già magri salari.

Contro il diritto di sciopero sono intervenute varie leggi: non per regolamentarlo ma per renderlo

inefficace ed inutile. A tal fine ha operato anche la cosiddetta Commissione di Garanzia.

Confindustria e Governo hanno sempre voluto allontanare la possibilità di scioperare dal

momento in cui nasceva il bisogno da licenziamenti, riorganizzazioni aziendali, privatizzazioni, cattivo

andamento delle trattative aziendali. Ciò al fine di vanificarne l’efficacia e l’utilità e scoraggiare i

lavoratori.

I dati mettono in evidenza che gran parte degli scioperi sono indetti per crisi e ristrutturazioni

aziendali, per il non rispetto di accordi stipulati, per contratti non rinnovati da tempo. La colpa è dunque

delle controparti private e pubbliche. Motivo per cui tendono a restringere il diritto.

ORA Il GOVERNO INTERVIENE ANCHE PER TUTELARE I SINDACATI COMPLICI: CISL,

UIL, UGL con cui hanno siglato il nuovo modello contrattuale che prevede la riduzione di salari e

stipendi, la deroga in peggio al contratto nazionale, la sospensione dei conflitto proprio durante le

trattative, l’arbitrato e la conciliazione obbligatoria .

A questo serve il referendum preventivo: ci voglio mesi per poter dichiarare lo sciopero e lo

sciopero virtuale. Ciò avviene per altro mentre le aziende sono sempre più aggressive e autoritarie,

soprattutto quelle pubbliche e dei servizi privatizzati ed esternalizzati.

ORA TOCCA ALLE LAVORATRICI E AI LAVORATORI PUBBLICI

DOMANI TOCCHERA’ A TUTTI!

DIFENDERE IL DIRITTO DI SCIOPERO PER DIFENDERE

OCCUPAZIONE, SALARI, PENSIONI

www.rifondazione.it

www.rifondazionemessina.it

www.gcbarcellona.netsons.org

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Di Guido Caldiron su Liberazione del 30/01/2009

«Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione». Parola di Don Floriano Abrahamowicz sacerdote lefebvriano, responsabile per il Triveneto della Fraternità San Pio X. Don Floriano officia presso la cappella Beata Vergine di Lourdes di Lanzago di Silea, in provicincia di Treviso e proprio rispondendo a un’intervista del giornale locale, La Tribuna di Treviso , ha chiarito punto per punto la sua “visione” della Shaoh, della storia e dell’ebraismo.

«Non metto in dubbio i numeri. Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all’essenza del genocidio, che è sempre un’esagerazione». Non solo. «Se monsignor Williamson avesse negato alla televisione il genocidio di un milione e 200 mila armeni da parte dei turchi, non penso che tutti i giornali avrebbero parlato delle sue dichiarazioni nei termini in cui lo stanno facendo ora. Chi ha mai parlato del genocidio anglo-americano nel bombardamento delle città tedesche? (…) E gli israeliani non possono mica dirmi che il genocidio che loro hanno subito dai nazisti è meno grave di quello di Gaza, perché loro hanno fatto fuori qualche migliaio di persone, mentre i nazisti ne hanno fatti fuori 6 milioni».Nell’intervista, per non farsi mancare nulla, Don Floriano riesuma anche un po’ delle posizioni teologiche pre-Concilio della Chiesa cattolica sugli ebrei. «Tutta la storia dell’umanità è segnata dal popolo di Israele, che in un primo momento era il popolo di Dio, poi è diventato il popolo deicida e alla fine dei tempi si riconvertirà a Gesù Cristo. Dietro tutto ciò c’è un aspetto teologico misterioso, quello del popolo di Dio, che ha rigettato il suo Messia e che lo combatte ancora». «Da cristiano cattolico, aggiungendo quel poco di sangue ebraico che corre nelle mie vene, io auguro agli ebrei di abbracciare nostro Signore Gesù Cristo. Amen».Ma Don Floriamo Abramovich non è solo uno dei preti tradizionalisti che in base alla recente decisione del Papa si apprestano a rientrare nella Chiesa di Roma. In rete il suo nome è infatti associato decine di volte a quello di esponenti di primo piano della Lega Nord. Un vicinanza che gli è valsa la definizione da parte di Libero , in un articolo pubblicato a febbraio del 2007, di “prete di partito”. «Don Floriano Abrahamowicz, amico di Borghezio, benedice il crocefisso in latino, elogia il senatur e sogna che gli “stati occidentali riconoscano Gesù come loro capo, perché tutto il potere viene da lì”», sintetizzava in quell’occasione il quotidiano diretto da Vittorio Feltri. Nell’articolo, scritto dopo un incontro con il sacerdote che aveva benedetto l’apertura dei lavori del Parlamento padano a Vicenza l’11 febbraio del 2007 - c’è una bella foto che ritrae il sacerdote accanto a Roberto Maroni - Don Floriano raccontava il suo rapporto con la politica: «Io vado dove mi invitano - aveva spiegato - E’ successo con Forza Nuova. E anche con An. Il crocifisso va benedetto ovunque, a patto che lo si faccia davanti a persone di fede. La sinistra, no, non mi ha mai invitato». In quell’occasione l’”amico di Borghezio” parlava in questi termini della Lega: «Il popolo leghista viene sempre descritto come rozzo, e invece sono persone di buon senso, gente semplice. Apprezzo la Lega perché ha fatto del radicamento sul territorio e del rispetto delle tradizioni le sue battaglie. E Bossi ha avuto molto coraggio e ha il merito di aver dato la sveglia al popolo del nord». Quanto al ruolo della fede, suggeriva il sacerdote, «il compito della Chiesa oggi dovrebbe essere quello di porre rimedio ai danni fatti dalla rivoluzione francese, prima, e dal Concilio Vaticano II, poi. Il Concilio ha ratificato quello che avevano fatto i francesi, ovvero togliere alla Chiesa ogni funzione politica. Io dico che Gesù non è un soggetto politico, ma anche la sovranità terrena viene da lui». Infine, non era mancato un chiarimento anche su altri temi “caldi”: «L’islam è solo il mezzo usato dai poteri forti e dalla massoneria ebraica per mettere sotto scacco i valori cattolici e scardinare le tradizioni della nostra società. Usano l’Islam perché non possono attaccarci direttamente. Ma la sfida non è ancora persa».Conosciute le sue opinioni sull’opera di Dio e su quella degli uomini non stupirà forse sapere che Don Floriano indica tra le sue letture l’autobiografia di Erich Priebke, Vae Victis , scritta dall’ex capitano delle Ss insieme al suo avvocato Paolo Giachini, e reperibile soprattutto nei circuiti dell’estrema destra.Eppure Don Floriano era uno dei sacerdoti che nel settembre del 2007 celebrarono una messa in latino a Lanzago di Silea a cui assistette il leader della Lega Umberto Bossi. Come raccontava una nota dell’agenzia Apcom del 9 settembre, «Il leader del Carroccio, in un’insolita uscita pubblica, ha spiegato la sua presenza sul prato della Chiesa con il fatto che tra la Lega e la comunità lefebvriana c’è una certa affinità: “C’è la tradizione, innanzitutto - ha detto Bossi - e poi questa messa cantata è bella perchè cantando ci lasciamo trasportare. E’ stato un errore togliere questi bei canti dai cerimoniali, perché il canto ti libera e ti trasporta in una dimensione più spirituale”. “Io non conosco bene queste persone ma a me sembrano delle persone sane. L’attuale Papa, quando era cardinale, li sosteneva. Ora non so se abbia cambiato idea ma è gente sana che non può far altro che del bene alla Chiesa». «Tra i partecipanti - aggiungeva l’Apcom - anche l’europarlamentare leghista, Mario Borghezio: “E’ la prima volta pubblica di Bossi in questa veste - ha detto - ma ricordo anche che Bossi si è definito più volte un cattolico tradizionalista”. “I valori cattolici - ha spiegato Borghezio - sono condivisi da Bossi ma anche da molti altri parlamentari leghisti. Non penso a difficoltà con il Vaticano per il fatto che noi seguiamo anche i lefebvriani. Ci sentiamo semplicemente vicini a loro, ma siamo ossequiosi nei confronti di Papa Ratzinger. E’ legittimo coltivare un rapporto con questi cattolici che si dimostrano capaci e a volte gli unici a difendere i valori della Chiesa tradizionale. Io li vedo come la Militia Christi più avanzata».La storia dei rapporti tra la Lega e i cattolici tradizionalisti, non solo lefebvriani, è del resto piuttosto lunga e segnata da avvenimenti pubblici e cerimonie a mezza strada tra la politica e la religione. Tra i molti episodi che segnalano questa relazione se ne possono ricordare almeno un paio. Il 28 settembre del 2004 il quotidiano leghista La Padania descrive così la celebrazione della messa in latino nell’ambito della festa leghista di Milano, dove un capannone era stato trasformato in cappella: «Il prete, don Ugolino Giugni, ha ricordato che quella era la Messa “di sempre”: la stessa che, celebrata sulle navi dell’armata cristiana poco prima della battaglia di Lepanto, infuse ai valorosi difensori della nostra terra e della nostra fede la forza per fermare e sconfiggere la flotta mussulmana». E lo stesso Borghezio era stato nel 1999 l’ispiratore di una “messa riparatrice” nel quartiere torinese di Porta Palazzo dove gli immigrati musulmani avevano celebrato la fine del Ramadan. CIrca cinquecento «nuovi crociati della battaglia contro l’invasione islamica» (come si erano autodefiniti) avevano evocato «una nuova Lepanto» per frenare le «orde» islamiche formate dagli immigrati. Ad officiare in latino era stato in quel caso Don Michele Simoulin, superiore italiano della Fraternità San Pio X. Gu.

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di Antonio Sciotto

su Il Manifesto del 14/01/2009

Confermata alla Ue l’idea di Brunetta. Protesta Cgil

Il governo ha raggiunto un accordo sull’innalzamento dell’età di pensione per le donne, e questa settimana ha risposto all’Unione europea: l’aumento verrà fatto - ha scritto lunedì a Bruxelles il ministro Andrea Ronchi, mettendo un primo punto fermo sulla questione. Prima di Natale, la boutade del ministro Renato Brunetta era stata frenata dalle perplessità del collega Maurizio Sacconi, ma adesso - come confermano le dichiarazioni di quest’ultimo - si è arrivati a un primo compromesso di massima, che per il momento esclude dalla «riforma» il settore privato (competenza di Sacconi) e include solo le impiegate pubbliche. D’altra parte, la Commissione europea nei mesi scorsi ha minacciato sanzioni solo riguardo alle presunte «discriminazioni» che opererebbe l’Inpdap (istituto dei dipendenti statali), e invece sull’Inps (cassa privati) non si è pronunciata. Ma se andiamo al di là dei distinguo dell’ultima ora, l’alibi offerto dall’Europa rischia di offrire al governo un ottimo «cavallo di Troia» per riformare tutto il sistema pensionistico, e portare così il minimo di età di uscita a 62 anni, e la pensione di vecchiaia fino a 67.
E’ l’idea, quest’ultima, proposta ieri da Giuliano Cazzola, del Pdl: «Il problema vero è quello di elevare la soglia minima almeno a 62 anni, nell’ambito di un pensionamento flessibile e unificato per genere e tipologia». Insomma, avendone la possibilità, la maggioranza potrebbe imporre una nuova riforma dopo quella degli «scalini» di Prodi, del 2007, che già in prospettiva innalzano l’età minima rispetto al passato. Lo stesso Brunetta, ieri ha confermato che per ora varie strade sono aperte: «A breve verranno proposte una serie di ipotesi», ha spiegato.
Sacconi ha esplicitato il suo ok alla proposta di Brunetta, ribadendo i paletti infissi intorno al lavoro privato: «Nel settore pubblico l’equiparazione potrà avvenire perché anche in presenza di un’elevamento dell’età di pensione, la donna non corre il rischio di dovere a tutti i costi attendere l’età di vecchiaia da disoccupata, come può accadere nel settore privato. Quindi la scelta è stata sì nel pubblico, con flessibilità e gradualità, e no nel privato».
Dal fronte dell’opposizione un sì deciso viene da Emma Bonino, radicale eletta nelle liste del Pd, che già da tempo combatte in modo attivo la «battaglia» per parificare l’età di uomini e donne. Vittoria Franco, che interpreta l’area più diessina del Pd, invece mette l’accento sulle «ombre» della proposta: «Innalzare l’età pensionabile delle donne senza intervenire sui servizi di conciliazione e sulle pari opportunità nel lavoro, finisce per essere un’ulteriore penalizzazione di genere». Come dire, se ne può discutere, a patto però che vi sia «parità lungo tutto l’arco della vita, eguaglianza sul mercato del lavoro, superamento delle disparità salariali, riconoscimento della maternità: un welfare più amico delle donne».
Netto no, invece, dall’area Rifondazione-Sinistra democratica: un documento a firma Roberta Fantozzi e Lidia Menapace, siglato tra le altre da Luciana Castellina e Franca Rame, compendia le ragioni del rifiuto.
Dal fronte sindacale arriva l’ok della Cisl: Antonio Uda, della Fnp Cisl, spiega che «il sindacato non può eludere la questione: l’innalzamento dell’età pensionabile dovrebbe interessare anche le donne, a patto che ciò si faccia con gradualità e adottando il criterio della libera scelta; il che vuol dire introdurre fattori premianti per quante decidono di lavorare fino al limite dei 65 anni». Uda lancia poi la consueta stoccata al sindacato rivale, la Cgil: si augura «che anche la Cgil al momento impegnata in una opposizione ideologica al governo si sieda a ragionare sul tema del potere d’acquisto delle pensioni e sulla situazione dei giovani precari».
La risposta dalla Cgil non tarda, per bocca della segretaria dello Spi Carla Cantone: «Unirsi al coro di chi pensa di risolvere i problemi della crisi o della difesa dei salari e delle pensioni, ricercando le risorse attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile è puerile e strumentale». «Piuttosto - continua - è necessario discutere come difendere la piattaforma unitaria dei pensionati con iniziative di mobilitazione, contro misure del governo, come la Carta acquisti, che sono una vera e propria presa in giro». Contro l’aumento dell’età si esprime anche la segretaria confederale Cgil Morena Piccinini: «La crisi non si risolve così: non si può scaricare sulle donne tutto il peso, disconoscendo che hanno un accesso ritardato al mercato del lavoro e una frammentazione della vita lavorativa». La Cgil «ha da sempre sostenuto la necessità di ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile». Contrario anche il leader della Fp Cgil Carlo Podda: «Come spesso accade con questo governo, tutto è avvenuto senza che le parti sociali prendessero parte alla discussione - spiega - Non vogliamo subire un’ennesima scelta dirigista. Ma se così fosse, la risposta della Fp-Cgil verrà data in piazza, con la mobilitazione dei dipendenti pubblici del 13 febbraio».

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giovedì 08 gennaio 2009

Il decreto Legge 180, una delle più grandi beffe della storia della ricerca e dell’alta formazione in Italia, è stato convertito in legge. È stato approvato a maggioranza senza modifiche e in maniera autoritaria, cioè privando il Parlamento della possibilità di discuterne il merito. Così un governo reazionario risponde a mesi di mobilitazioni democratiche e di massa, cioè rifiutando il confronto con chi materialmente è destinato a subire le conseguenze di un provvedimento legislativo.

di Fabio de Nardis, Responsabile Nazionale Università e Ricerca Prc-Se 

 

 

Sull’Università si matura dunque la crisi della democrazia rappresentativa che mostra il suo lato élitista. Come fu per il decreto legge 112, poi legge 133, il governo fa approvare il provvedimento in fretta e furia durante un periodo di feste, quando le aule sono deserte e il popolo dell’Università non può esprimere la sua opposizione democratica.


Il 5 gennaio, un giorno prima dell’Epifania, il ministro per i rapporti con il Parlamento ha posto, a nome del Governo, la questione di fiducia sull’approvazione del decreto, consapevole che una discussione attenta ne avrebbe mostrato le contraddizioni imponendone uno stravolgimento. Si rivendicano norme contro il nepotismo e le baronie, ma in realtà nulla si toglie al localismo concorsuale che genera o quantomeno sollecita certi elementi di devianza. Si riproduce di fatto il blocco dei concorsi limitandosi a posticipare i tagli al finanziamento pubblico che peseranno come un macigno sul bilancio degli atenei italiani. Per l’ennesima volta le deficienze amministrative e gestionali delle Università italiane verranno fatte ricadere sulle spalle degli studenti, che si vedranno ristretti gli spazi del diritto allo studio, e dei ricercatori precari, ai quali si promette più precarietà e meno garanzie.


Nel frattempo rimane incerto il futuro dei concorsi già banditi che avrebbero garantito la collocazione in ruolo di 1800 docenti, tra ricercatori, associati e ordinari, a causa di un cambio in itinere delle regole del gioco attraverso una modifica tutta propagandistica dei regolamenti concorsuali, perlopiù di impossibile applicazione, che lasciano presagire un’ondata di ricorsi al TAR. Rimane infatti nelle commissioni il membro locale nominato dalle facoltà banditrici mentre gli altri commissari saranno sorteggiati da una rosa comunque eletta, dunque inquinata da pratiche poco trasparenti, in un numero che in molti casi è superiore all’effettiva disponibilità di ordinari eleggibili.


Se i tagli venissero cancellati, ma così non è, sarebbe quantomeno interessante la riduzione posta ai limiti sul turn over con il vincolo del 60% delle risorse da destinare a concorsi per il reclutamento di nuovi ricercatori. Ma consentire alle Università “virtuose” di utilizzare quelle risorse anche per contratti precari vuol dire regalare agli Atenei un nuovo strumento di ricatto e precarizzazione riducendo i posti in ruolo. Le Università preferiranno bandire concorsi per contratti a termine che non vengono contabilizzati all’interno di quel famigerato 90% dei costi per il personale sul fondo di finanziamento ordinario che serve a stabilire il livello di “virtuosità” degli atenei.

Insomma. Tranne qualche spicciolo destinato a finanziarie borse di studio e nuove residenze per gli studenti, la nuova legge del Governo Berlusconi si configura come una presa per i fondelli che non dice nulla sui problemi strutturali dell’Università, anzi li peggiora. Diritto allo studio, precarietà della ricerca, trasparenza dei concorsi, valutazione seria della qualità della produzione scientifica e dell’offerta didattica degli atenei. Su nulla di tutto ciò la nuova legge sembra offrire risposte concrete. Per questa ragione Rifondazione Comunista, nell’ambito di un salto di qualità nelle attività di movimento, annuncia una campagna di mobilitazioni per una Università che sia veramente un luogo di emancipazione sociale attraverso il libero accesso alla conoscenza e a una ricerca libera dal ricatto della precarietà e dal condizionamento dei mercati. Il tutto sarà connesso a una più ampia battaglia nelle università e nella società per una radicale democratizzazione della politica e delle coscienze.

Roma, 8 Gennaio 2009

www.rifondazione.it

 

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Sul terremoto del 1908, ieri è tornato a parlare anche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo. “Questo momento di grande solennità – ha scritto Lombardo in una nota ufficiale della presidenza – deve servire a porre rimedio agli errori e ai comportamenti del passato: abbiamo costruito palazzi dove era opportuno limitarsi a costruzioni di un solo piano; abbiamo tracciato strade strette e tortuose lì dove sarebbe stato consigliabile realizzare grandi vie di fuga; abbiamo imbrigliato i torrenti e cementificato gli alvei dei fiumi. Siamo stati miopi. Ma è venuto il momento di prendere coscienza, di valutare con freddezza la situazione, di studiare e trovare delle soluzioni. Siamo dinanzi a un imperativo – continua Lombardo –: l’ambiente deve essere salvaguardato. Non possiamo non aver capito che la natura, se violentata, si vendica”.

Sembrerebbe l’analisi di un ambientalista, attivista della Rete No Ponte, neanche Renato Accorinti  avrebbe potuto fare di meglio, discorso condivisibile e auspicabile se non provenisse dal primo sostenitore dell’eco mostro sullo Stretto.

Al presidente innamorato di Messina, che non ha voluto nessun messinese nella squadra regionale, verrebbe da chiedere cosa intende quando parla di  “violentare la natura”;

costruire palazzi lungo il porto è più stuprante che sovrastare le fragili faglie dello stretto con oltre 3000 metri di acciaio e cemento sottoposti, fra l’altro, all’eterno scirocco?

Un ponte di tali dimensioni non fa incazzare la natura?

Sarà San Silvio Protettore dei Ponti a garantire il silenzio assenso del Creatore?

O ci affideremo alla protezione di cosa nostra?

Frasi vuote fondate sul nulla, riservate ad una popolazione apatica che gode nel lasciarsi abbindolare da altre  cinquant’anni, demagogie e populismo di bassa lega riservato agli abitanti della città fantasma che hanno perso ogni similitudine con il DNA degli orgogliosi messinesi  ante terremoto.

In tal senso  la natura si è già vendicata….

WilCHE

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di Claudio Jampaglia

su Liberazione del 04/12/2008

 

Questa è la storia di come il decreto Brunetta, quello contro i “fannulloni pubblici” rischia di costare un occhio della testa alla scuola italiana (le Gelmini non arrivano mai da sole) e di mangiarsi tutti i fondi per la cosiddetta “autonomia scolastica”. E di come il furore moralizzatore dello scatenato ministro non abbia forse fatto i conti con la dovuta copertura finanziaria. Obbligatoria.
La legge Brunetta impone la verifica delle assenze per malattia dei dipendenti pubblici al primo giorno, festivi compresi. Vale per tutti. O meglio per quasi tutti, visto che forze dell’ordine (guardie carcerarie comprese) sono escluse. Vale però per le scuole. Che cambiano così regime. Prima le “visite fiscali” erano a discrezione del dirigente scolastico che se sentiva aria di assenteismo le mandava. Altrimenti prendeva per buona la dichiarazione del docente o del lavoratore. Ma la caccia al “lavativo pubblico” è senza quartiere. E la visita diventa obbligo, immediato. E in ogni momento. Le “fasce di visita” vengono ampliate a tutta la giornata, con esclusione dell’orario 13-14 (anche i medici vanno in pausa pranzo).
Giusto o sbagliato che sia. Il provvedimento ha sicuramente l’effetto di spaventare i lavoratori pubblici (che si ammalano di meno) ma anche quello di aprire una voragine nei costi delle scuole. Visto che le visite si moltiplicano e la tariffa è stata aumentata. Facciamo un caso: Milano. I dati sono quelli ufficiali dell’Asl della città. Da settembre a ottobre le visite fiscali scolastiche ammontano a 4246 contro le 2248 del 2007. Praticamente raddoppiate. Vale per il resto d’Italia (tranne Napoli). Con una differenza. Le richieste raddoppiano, ma non è detto che le Asl poi dispongano la visita. Bisogna vedere se hanno i mezzi per farle. E chi paga?
Le scuole hanno iniziato ad inquietarsi. Gli uffici regionali e provinciali a interrogarsi, le Asl (almeno a Milano) ad organizzarsi. Potenziato il servizio dei medici fiscali pagati a gettone, mobilitato anche il personale dipendente, formazione ad hoc per gli operatori. Stanno anche pensando a una razionalizzazione delle richieste. Con un manuale per le scuole. «Ci siamo organizzati per l’impatto. Ma il problema per la visita per un giorno solo rimane». Intanto partono le circolari. C’è infatti una sentenza della Corte di Cassazione del maggio 2008 che dispone che “i datori di lavoro pubblici devono sostenere gli oneri per le visite fiscali richieste all’Asl per far accertare le cause dell’assenza per malattia dei dipendenti”. La visita fiscale non rientra nel Livelli Essenziali di Assistenza garantiti dallo Stato. E’ un di più. L’interesse di fare le pulci al lavoratore assente è solo del datore di lavoro. Ma chi è il datore di lavoro pubblico? Il ministero che obbliga il comportamento? No la scuola che lo subisce. E le circolari di diverse Asl lombarde uscite in questi giorni recitano: paga “l’ente pubblico richiedente”. Almeno dal 17 novembre in avanti. E prima vanno “in fanteria”?
Se lo chiedono i presidi e i consigli di istituto. Ma non ci sono molti precedenti. Un preside dell’hinterland ci racconta, ad esempio, di un solo caso l’anno scorso di una Asl siciliana che gli chiedeva il conto per un paio di visite fiscali. Le fatture le ha mandate all’Ufficio scolastico provinciale. Chi pagava non si sa. Almeno non lo sanno i diversi presidi interpellati. Forse la Regione, forse il ministero. Sta di fatto che da settembre è scoppiato il problema. E l’Ufficio regionale scolastico richiesto di parere ha detto la sua. Tocca alle scuola. Ma diversi presidi interpellati ci dicono che non se ne parla nemmeno: «I soldi non ce li abbiamo, una voce di spesa ad hoc non esiste, quindi non paghiamo. Che ci vengano a pignorare le scrivanie», dice il preside di una grande scuola media della città (120 dipendenti, 35 visite finora). Sarebbe il colmo. «I nostri soldi sono divisi in quattro fondi - ci spiega un altro preside di un comprensorio di due elementari e due medie - quello “d’istituto” dedicato ai dipendenti per l’arricchimento dell’offerta formativa, quello per le attività supplementari di didattica, i cosiddetti progetti, poi ci sono risorse per le “funzioni strumentali” ovvero per gli insegnanti che svolgono attività d’organizzazione o coordinamento, il fondo supplenze e alla fine i soldi della “autonomia”. Nel mio caso sono 4mila e 200 euro per i quattro istituti». Niente. Una vergogna. Capite perchè poi i genitori devono portare carta igienica e sapone a scuola? Da questa miseria si dovranno detrarre i costi delle visite fiscali. E non rimarrà niente. A meno di prenderli dalle supplenze. Che già non bastano. L’anno scorso lo stanziamento, dopo verifica ministeriale, è stato praticamente raddoppiato a tutti gli istituti. «E siamo arrivati al pelo», dicono quasi tutti. Quest’anno una recentissima circolare ministeriale avvisa che non si potrà integrare in ogni caso più del 50% della dotazione di base. Altri tagli.
Ma quante sono le visite obbligatorie e quanto costano? Secondo l’Asl di Milano nel 2007 le visite in città sono state 12454 per i soli istituti pubblici. Se il trend è il raddoppio, Brunetta costerà 1milione 400 mila euro alle scuole milanesi. Quanto fa in Lombardia? Una proiezione del dato direbbe più di 6 milioni di euro. Da moltiplicare per il resto d’Italia. E alla fine quanto fa? Lo chiediamo al ministero, che questi conti dovrebbe averli già fatti. Se non nella presentazione della legge, almeno per correre ai ripari. E qui comincia la seconda grana. Ma la copertura finanziaria del decreto legge 112 del 25 giugno 2008 (convertito in legge il 5 agosto) c’è? Una domanda legittima. Anche per il Presidente della Repubblica che quel decreto ha firmato. Qualcuno si è preoccupato di chi paga il conto finale? O si scarica sulla autonomia scolastica anche questo. Sarebbe la beffa finale.
Interpellata, la Cgil regionale non vuole fare stime, ma è preoccupata: «Il punto non è nemmeno il quanto ma il demandare alla scuola la copertura finanziaria di queste spese, aumentate per il decreto Brunetta e non coperte dagli stanziamenti dello Stato - commenta Corrado Ezio Barachetti, Segretario Flc - tenendo presente che lo stesso decreto ammette per difficoltà certificate dell’istituto la possibilità di non provvedere alle visite fiscali…». Quindi è una messinscena? «Queste misure di rigidità sulla scuola sono assurde, tornelli e visite fiscali non fanno la qualità del lavoro. Un maestro sempre presente che fa male il suo mestiere passerebbe l’esame Brunetta». Commenta il preside di un istituto tecnico, uomo di sindacato e di sinistra: «Il decreto è contraddittorio. Un po’ di disonesti li scoraggia. Ma è un peso anche per gli onesti che quando hanno davvero problemi si trovano in strettoie burocratiche assurde». Ci vorrà molto buon senso per applicarla. All’italiana. A meno che si voglia chiedere ai genitori di supplire anche a questo. “C’è un medico tra i vostri papà e mamme? Deve andare a casa del maestro”.

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Anche a Messina, come in altre sedi di ateneo nazionali, è nato un movimento studentesco con l’obiettivo di “sensibilizzare gli studenti sulla legge Gelmini, lottare affinchè anche l’ateneo di Messina partecipi alla mobilitazione che coinvolge tutti gli atenei italiani”, con iniziative di lotta, come il blocco della didattica per alcuni giorni, scioperi, cortei, dibattiti pubblici con professori e mondo della cultura e della formazione. Oggi iniziativa al Rettorato, dove si riuniva il senato accademico e dove i rappresentanti del movimento hanno avanzato due richieste: blocco della didattica e pronunciamento sull’eventualità di trasformare l’ateneo dello Stretto in una fondazione, come voluto dalla ministra dell’istruzione. Mentre la prima richiesta è stata quasi del tutto ignorata, la seconda ha avuto un pronunciamento negativo in merito, chiarendo così che l’ateneo messinese è contro la propria trasformazione in fondazione, cioè finanziato dai privati. “sono contro la fondazione perchè sanno che nessuno lo comprerebbe o pagherebbe per mantenere l’Ateneo”, dice una studentessa che oggi ha partecipato alla mobilitazione. In effetti, i mali dell’Università messinese sono ben altri e rischiano di aggravarsi, e non di risolversi a causa della riforma….Intanto il movimento si struttura: oggi gli studenti che hanno partecipato all’iniziativa, un centinaio sotto una pioggia ad intermittenza, con particolare adesione di lettere e scienze politiche, hanno lanciato l’idea di coordinameti nelle varie facoltà, corsi di lauea, in maniera tale da entrare “in rete” con il resto dell’università in lotta. Per Messina e per tutto il mondo studentesco che ruota attorno, è un gran passo avanti rispetto agli anni grigi dell’anonimato e dell’abulia.

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di Daniela Preziosi

su Il Manifesto del 30/10/2008

Parola d’ordine: referendum. La dicono gli studenti, lo promuove il Pd e chiama a raccolta tutti, persone e forze politiche. Veltroni: sarà una grande battaglia civile. Coro di sì dall’Idv al Prc. No di Casini. Qualche perplessità fra i ragazzi

«Referendum, referendum». Intorno alle 10 e mezza, quando sotto Palazzo Madama si diffonde la notizia che il decreto sulla scuola è legge, gli studenti che stringono l’edificio di un pacifico variopinto assedio scandiscono così. «Referendum» è già la parola d’ordine di qualche cartello a Corso Rinascimento. «Se passa la Gelmini: referendum» dice uno striscione dell’Italia dei Valori, aperto in aula. E «referendum» strilla il dipietrista Stefano Pedica, scavalcando le transenne e buttandosi a discutere con i ragazzi. «E’ una buona idea», dice Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, più senatorialmente aggirando lo sbarramento per raggiungere i manifestanti, «per rispondere con uno strumento di democrazia diretto contro un governo che si tappa orecchie e bocca». Dopo un paio d’ore, in una conferenza stampa convocata in fretta e furia a Montecitorio, Walter Veltroni pronuncia per la volta definitiva la parola: il Pd promuoverà la consultazione popolare contro il provvedimento, «il governo non ha voluto ascoltare nessuno di quanti chiedevano il ritiro del decreto», ha «rifiutato il confronto con il mondo della scuola», «ha ignorato un movimento civile». Dunque: «Quando delle forze politiche ritengono che delle decisioni del governo ledono gli interessi del paese, esse si avvalgono di un altro strumento previsto dalla Costituzione che è il referendum». Evviva, cade dunque l’ultimo tabù democratico, se la riderà più tardi Arturo Parisi, promotore del quesito contro il Lodo Alfano, fieramente osteggiato da Veltroni: «sarebbe puro sadismo» ricordare che fin qui ha sostenuto che «i referendum si fanno solo se si ha già la vittoria in tasca». Il leader Pd anticipa l’obiezione: l’istituto «va usato con parsimonia, ma la scuola e l’università sono temi importantissimi e le misure volute dal governo lasceranno effetti seri sul sistema informativo». Di qui la decisione «di promuovere un referendum abrogativo» della parte più estesa possibile del decreto Gelmini e l’appello «al mondo politico e tutto il mondo della scuola affinché questo referendum non sia l’espressione di una iniziativa di un partito politico ma il più grande referendum partito dalla società civile».
Da giorni al Nazareno l’idea circolava. La prima entusiasta è stata Finocchiaro, poi uno alla volta tutti i ‘big’ hanno detto sì. Ieri, dopo l’approvazione della Gelmini, una riunione del coordinamento ha sancito la posizione del partito (e infatti in Transatlantico, alla Camera, i cronisti hanno intercettato un’adesione freddina di Massimo D’Alema, che dell’organismo non fa parte). Fuori dal Pd adesioni fioccano, intorno al principale azionista del vecchio centrosinistra si ricompongono le forze sparpagliate della defunta Unione. E tutte insieme tendono una mano verso il mondo della scuola, che nel frattempo ha messo in piedi una colossale opposizione autonoma al governo. Per Massimo Donadi «l’Idv raddoppia: dalla settimana prossima staremo nelle piazze non solo contro il Lodo Alfano ma anche per la raccogliere le firme contro la legge Gelmini. Mandiamo a casa due leggi vergogna. Possiamo sommergere questo paese con 4 milioni di firme», per Manuela Palermi del Pdci «sarà una passeggiata, vinceremo alla grande». Sì dai verdi e da Sinistra democratica, dal Prc scatta l’adesione del segretario Paolo Ferrero («Il governo è stato sordo alle proteste. Gli vanno sturate le orecchie») e del leader della minoranza Nichi Vendola («All’arroganza di chi ha voluto sbattere la porta in faccia allo straordinario e pacifico movimento» è «sacrosanto replicare»). Nelle scuole in movimento non tutti sono persuasi, in realtà. Michele Corsi, del coordinamento Retescuole di Milano, per esempio, è incerto: «Se ne potrà parlare, ma non prima di aver percorso ogni possibilità di mobilitazione. Nel frattempo le forze dell’opposizione istituzionale possono adeguare le loro proposte. Quella del Pd è ancora tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi?».
Del resto ci sarà tempo per discutere, persino troppo. Non sarà un lavoro facile, tant’è che l’Udc, per questa ragione, si sfila. Dice Pierferdinando Casini: «Andrà in votazione nel 2010, mi sembra che sia una presa di posizione di valore simbolico, quella di Veltroni, alla quale guardiamo con rispetto. Ma non aderiamo». In effetti il referendum non potrà essere convocato prima del 2010, visto che è già scaduto il termine per la presentazione del quesito (il 30 settembre ). Nei prossimi giorni il Pd incaricherà un gruppo di esperti. Il primo a fare «una ricognizione tecnica» è il costituzionalista Stefano Ceccanti: i quesiti, ragiona, debbono fare lo slalom fra i commi delle leggi, evitando di toccare materie tributarie e di bilancio, per le quali il referendum non è ammesso. Dalla legge 137, la Gelmini, si può abrogare la figura del maestro unico; dalla 133, la finanziaria anticipata del ministro Tremonti, si può scorporare qualche indicazione ‘politica’ sui tagli. Tutto questo per svuotare la controriforma ‘di fatto’.

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Le mobilitazioni contro il progetto di dismissione dell’Università pubblica portato avanti dal Governo

Berlusconi fanno registrare giorno dopo giorno salti di qualità sul piano quantitativo e qualitativo. Studenti,

docenti, ricercatori, tecnici e amministrativi unitariamente dicono No allo svuotamento della struttura

pubblica dell’alta formazione. Da Nord a Sud in quasi tutti gli Atenei italiani si svolgono cortei spontanei,

occupazioni, presidi. I lavoratori della conoscenza sono in fermento e gli universitari si uniscono alle lotte

gloriose di genitori, docenti e studenti del mondo della scuola pubblica anch’essa soggetta a un attacco

vergognoso da parte del Governo. Da anni non si assisteva a un simile fermento. I precari degli enti di

ricerca si ribellano contro chi vorrebbe togliere loro il diritto acquisito alla stabilizzazione. I ricercatori

paralizzano l’avvio dell’anno accademico rinunciando ai propri insegnamenti o trasformando le lezioni

istituzionali in dibattiti sulle conseguenze della “riforma” Gelmini sull’assetto dell’Università italiana.

In nome di una ideologia meritocratica che si traduce in selezione di classe il Governo ci propone

l’immagine di una società della conoscenza ridotta ad aggregato culturale di merce scadente. E lo fa nel

modo peggiore, cioè affossando le prospettive di sviluppo di un paese atterrato dalle deficienze di un

capitalismo in crisi che oggi chiede allo Stato di intervenire a risolvere le sue contraddizioni.

Tagli ai finanziamenti, riduzione a un quinto del rapporto già basso tra pensionamenti e nuove assunzioni,

abolizione del valore legale del titolo di studio, aumento dei corsi di laurea a numero chiuso, costruzione di

Università di élite, magari come quei centri di “eccellenza”, tanto cari al Ministro Tremonti, che di eccellente

hanno solo il fiume di quattrini che rubano allo Stato, mentre le Università pubbliche rischiano la bancarotta.

E poi l’obbrobrio che rischia di essere esteso al mondo della scuola della possibilità di trasformarsi in

fondazioni private, l’ultima frontiera di un’autonomia finanziaria ridotta a privatizzazione delle prassi

gestionali degli Atenei attraverso la totale alienazione di strutture e risorse pubbliche. Uno scempio

legislativo applaudito dalla finta opposizione del PD che già in passato aveva dimostrato sintonia con questa

inedita cultura di statalismo neoliberista che nulla ha a che vedere con quel modello anglosassone tanto

acclamato ma evidentemente poco conosciuto dai legislatori nostrani.

A tutto questo ci opponiamo partecipando alle mobilitazioni spontanee degli studenti e dei lavoratori

della conoscenza importando nei conflitti il nostro punto di vista di comuniste e comunisti e la nostra

piattaforma politica di classe che persegue una Università pubblica e un sistema della ricerca di massa e di

qualità. Esigiamo la stabilizzazione immediata dei precari di lungo corso e un finanziamento straordinarioper l’assunzione a breve di nuovi ricercatori. Chiediamo una riforma dello statuto giuridico dei docenti con

separazione netta tra assunzione e avanzamento di carriera e un adeguamento stipendiale per la terza fascia

(gli attuali ricercatori). Chiediamo un innalzamento delle borse di dottorato. Vogliamo la completa

abolizione delle selezioni in ingresso ai corsi di laurea e l’azzeramento delle tasse di iscrizione all’Università

per studenti e studentesse provenienti da famiglie con basso reddito. Vogliamo una riforma del sistema digoverno degli Atenei in senso democratico e partecipativo.

Vogliamo che venga istituito il diritto di

assemblea d’Ateneo e di Facoltà con conseguente sospensione della didattica. Vogliamo una Università cheselezioni in base al merito e non alla classe sociale. Per far questo servono risorse.

Chiediamo un taglio

radicale della spesa (sempre crescente) destinata ai nuovi armamenti e magari il recupero dei milioni di euro

che ogni anno sono regalati alla chiesa cattolica attraverso il trucco dell’8 per mille destinando il ricavato alla

ricerca pubblica.

Chiediamo forse la luna? Se un sistema della ricerca e della formazione di massa e di qualità

dentro una società compiutamente democratica si chiama luna, allora Sì.

Chiediamo la luna.

Dipartimento azionale Università e Ricerca Prc-Se . Viale del Policlinico 131 – Roma – Tel. 06 441821

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