Anche a Messina, come in altre sedi di ateneo nazionali, è nato un movimento studentesco con l’obiettivo di “sensibilizzare gli studenti sulla legge Gelmini, lottare affinchè anche l’ateneo di Messina partecipi alla mobilitazione che coinvolge tutti gli atenei italiani”, con iniziative di lotta, come il blocco della didattica per alcuni giorni, scioperi, cortei, dibattiti pubblici con professori e mondo della cultura e della formazione. Oggi iniziativa al Rettorato, dove si riuniva il senato accademico e dove i rappresentanti del movimento hanno avanzato due richieste: blocco della didattica e pronunciamento sull’eventualità di trasformare l’ateneo dello Stretto in una fondazione, come voluto dalla ministra dell’istruzione. Mentre la prima richiesta è stata quasi del tutto ignorata, la seconda ha avuto un pronunciamento negativo in merito, chiarendo così che l’ateneo messinese è contro la propria trasformazione in fondazione, cioè finanziato dai privati. “sono contro la fondazione perchè sanno che nessuno lo comprerebbe o pagherebbe per mantenere l’Ateneo”, dice una studentessa che oggi ha partecipato alla mobilitazione. In effetti, i mali dell’Università messinese sono ben altri e rischiano di aggravarsi, e non di risolversi a causa della riforma….Intanto il movimento si struttura: oggi gli studenti che hanno partecipato all’iniziativa, un centinaio sotto una pioggia ad intermittenza, con particolare adesione di lettere e scienze politiche, hanno lanciato l’idea di coordinameti nelle varie facoltà, corsi di lauea, in maniera tale da entrare “in rete” con il resto dell’università in lotta. Per Messina e per tutto il mondo studentesco che ruota attorno, è un gran passo avanti rispetto agli anni grigi dell’anonimato e dell’abulia.

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di Daniela Preziosi

su Il Manifesto del 30/10/2008

Parola d’ordine: referendum. La dicono gli studenti, lo promuove il Pd e chiama a raccolta tutti, persone e forze politiche. Veltroni: sarà una grande battaglia civile. Coro di sì dall’Idv al Prc. No di Casini. Qualche perplessità fra i ragazzi

«Referendum, referendum». Intorno alle 10 e mezza, quando sotto Palazzo Madama si diffonde la notizia che il decreto sulla scuola è legge, gli studenti che stringono l’edificio di un pacifico variopinto assedio scandiscono così. «Referendum» è già la parola d’ordine di qualche cartello a Corso Rinascimento. «Se passa la Gelmini: referendum» dice uno striscione dell’Italia dei Valori, aperto in aula. E «referendum» strilla il dipietrista Stefano Pedica, scavalcando le transenne e buttandosi a discutere con i ragazzi. «E’ una buona idea», dice Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, più senatorialmente aggirando lo sbarramento per raggiungere i manifestanti, «per rispondere con uno strumento di democrazia diretto contro un governo che si tappa orecchie e bocca». Dopo un paio d’ore, in una conferenza stampa convocata in fretta e furia a Montecitorio, Walter Veltroni pronuncia per la volta definitiva la parola: il Pd promuoverà la consultazione popolare contro il provvedimento, «il governo non ha voluto ascoltare nessuno di quanti chiedevano il ritiro del decreto», ha «rifiutato il confronto con il mondo della scuola», «ha ignorato un movimento civile». Dunque: «Quando delle forze politiche ritengono che delle decisioni del governo ledono gli interessi del paese, esse si avvalgono di un altro strumento previsto dalla Costituzione che è il referendum». Evviva, cade dunque l’ultimo tabù democratico, se la riderà più tardi Arturo Parisi, promotore del quesito contro il Lodo Alfano, fieramente osteggiato da Veltroni: «sarebbe puro sadismo» ricordare che fin qui ha sostenuto che «i referendum si fanno solo se si ha già la vittoria in tasca». Il leader Pd anticipa l’obiezione: l’istituto «va usato con parsimonia, ma la scuola e l’università sono temi importantissimi e le misure volute dal governo lasceranno effetti seri sul sistema informativo». Di qui la decisione «di promuovere un referendum abrogativo» della parte più estesa possibile del decreto Gelmini e l’appello «al mondo politico e tutto il mondo della scuola affinché questo referendum non sia l’espressione di una iniziativa di un partito politico ma il più grande referendum partito dalla società civile».
Da giorni al Nazareno l’idea circolava. La prima entusiasta è stata Finocchiaro, poi uno alla volta tutti i ‘big’ hanno detto sì. Ieri, dopo l’approvazione della Gelmini, una riunione del coordinamento ha sancito la posizione del partito (e infatti in Transatlantico, alla Camera, i cronisti hanno intercettato un’adesione freddina di Massimo D’Alema, che dell’organismo non fa parte). Fuori dal Pd adesioni fioccano, intorno al principale azionista del vecchio centrosinistra si ricompongono le forze sparpagliate della defunta Unione. E tutte insieme tendono una mano verso il mondo della scuola, che nel frattempo ha messo in piedi una colossale opposizione autonoma al governo. Per Massimo Donadi «l’Idv raddoppia: dalla settimana prossima staremo nelle piazze non solo contro il Lodo Alfano ma anche per la raccogliere le firme contro la legge Gelmini. Mandiamo a casa due leggi vergogna. Possiamo sommergere questo paese con 4 milioni di firme», per Manuela Palermi del Pdci «sarà una passeggiata, vinceremo alla grande». Sì dai verdi e da Sinistra democratica, dal Prc scatta l’adesione del segretario Paolo Ferrero («Il governo è stato sordo alle proteste. Gli vanno sturate le orecchie») e del leader della minoranza Nichi Vendola («All’arroganza di chi ha voluto sbattere la porta in faccia allo straordinario e pacifico movimento» è «sacrosanto replicare»). Nelle scuole in movimento non tutti sono persuasi, in realtà. Michele Corsi, del coordinamento Retescuole di Milano, per esempio, è incerto: «Se ne potrà parlare, ma non prima di aver percorso ogni possibilità di mobilitazione. Nel frattempo le forze dell’opposizione istituzionale possono adeguare le loro proposte. Quella del Pd è ancora tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi?».
Del resto ci sarà tempo per discutere, persino troppo. Non sarà un lavoro facile, tant’è che l’Udc, per questa ragione, si sfila. Dice Pierferdinando Casini: «Andrà in votazione nel 2010, mi sembra che sia una presa di posizione di valore simbolico, quella di Veltroni, alla quale guardiamo con rispetto. Ma non aderiamo». In effetti il referendum non potrà essere convocato prima del 2010, visto che è già scaduto il termine per la presentazione del quesito (il 30 settembre ). Nei prossimi giorni il Pd incaricherà un gruppo di esperti. Il primo a fare «una ricognizione tecnica» è il costituzionalista Stefano Ceccanti: i quesiti, ragiona, debbono fare lo slalom fra i commi delle leggi, evitando di toccare materie tributarie e di bilancio, per le quali il referendum non è ammesso. Dalla legge 137, la Gelmini, si può abrogare la figura del maestro unico; dalla 133, la finanziaria anticipata del ministro Tremonti, si può scorporare qualche indicazione ‘politica’ sui tagli. Tutto questo per svuotare la controriforma ‘di fatto’.

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Le mobilitazioni contro il progetto di dismissione dell’Università pubblica portato avanti dal Governo

Berlusconi fanno registrare giorno dopo giorno salti di qualità sul piano quantitativo e qualitativo. Studenti,

docenti, ricercatori, tecnici e amministrativi unitariamente dicono No allo svuotamento della struttura

pubblica dell’alta formazione. Da Nord a Sud in quasi tutti gli Atenei italiani si svolgono cortei spontanei,

occupazioni, presidi. I lavoratori della conoscenza sono in fermento e gli universitari si uniscono alle lotte

gloriose di genitori, docenti e studenti del mondo della scuola pubblica anch’essa soggetta a un attacco

vergognoso da parte del Governo. Da anni non si assisteva a un simile fermento. I precari degli enti di

ricerca si ribellano contro chi vorrebbe togliere loro il diritto acquisito alla stabilizzazione. I ricercatori

paralizzano l’avvio dell’anno accademico rinunciando ai propri insegnamenti o trasformando le lezioni

istituzionali in dibattiti sulle conseguenze della “riforma” Gelmini sull’assetto dell’Università italiana.

In nome di una ideologia meritocratica che si traduce in selezione di classe il Governo ci propone

l’immagine di una società della conoscenza ridotta ad aggregato culturale di merce scadente. E lo fa nel

modo peggiore, cioè affossando le prospettive di sviluppo di un paese atterrato dalle deficienze di un

capitalismo in crisi che oggi chiede allo Stato di intervenire a risolvere le sue contraddizioni.

Tagli ai finanziamenti, riduzione a un quinto del rapporto già basso tra pensionamenti e nuove assunzioni,

abolizione del valore legale del titolo di studio, aumento dei corsi di laurea a numero chiuso, costruzione di

Università di élite, magari come quei centri di “eccellenza”, tanto cari al Ministro Tremonti, che di eccellente

hanno solo il fiume di quattrini che rubano allo Stato, mentre le Università pubbliche rischiano la bancarotta.

E poi l’obbrobrio che rischia di essere esteso al mondo della scuola della possibilità di trasformarsi in

fondazioni private, l’ultima frontiera di un’autonomia finanziaria ridotta a privatizzazione delle prassi

gestionali degli Atenei attraverso la totale alienazione di strutture e risorse pubbliche. Uno scempio

legislativo applaudito dalla finta opposizione del PD che già in passato aveva dimostrato sintonia con questa

inedita cultura di statalismo neoliberista che nulla ha a che vedere con quel modello anglosassone tanto

acclamato ma evidentemente poco conosciuto dai legislatori nostrani.

A tutto questo ci opponiamo partecipando alle mobilitazioni spontanee degli studenti e dei lavoratori

della conoscenza importando nei conflitti il nostro punto di vista di comuniste e comunisti e la nostra

piattaforma politica di classe che persegue una Università pubblica e un sistema della ricerca di massa e di

qualità. Esigiamo la stabilizzazione immediata dei precari di lungo corso e un finanziamento straordinarioper l’assunzione a breve di nuovi ricercatori. Chiediamo una riforma dello statuto giuridico dei docenti con

separazione netta tra assunzione e avanzamento di carriera e un adeguamento stipendiale per la terza fascia

(gli attuali ricercatori). Chiediamo un innalzamento delle borse di dottorato. Vogliamo la completa

abolizione delle selezioni in ingresso ai corsi di laurea e l’azzeramento delle tasse di iscrizione all’Università

per studenti e studentesse provenienti da famiglie con basso reddito. Vogliamo una riforma del sistema digoverno degli Atenei in senso democratico e partecipativo.

Vogliamo che venga istituito il diritto di

assemblea d’Ateneo e di Facoltà con conseguente sospensione della didattica. Vogliamo una Università cheselezioni in base al merito e non alla classe sociale. Per far questo servono risorse.

Chiediamo un taglio

radicale della spesa (sempre crescente) destinata ai nuovi armamenti e magari il recupero dei milioni di euro

che ogni anno sono regalati alla chiesa cattolica attraverso il trucco dell’8 per mille destinando il ricavato alla

ricerca pubblica.

Chiediamo forse la luna? Se un sistema della ricerca e della formazione di massa e di qualità

dentro una società compiutamente democratica si chiama luna, allora Sì.

Chiediamo la luna.

Dipartimento azionale Università e Ricerca Prc-Se . Viale del Policlinico 131 – Roma – Tel. 06 441821

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